24 novembre 2009

TEOLOGIA DELLA SPERANZA di "Jurgen Moltmann"



TEOLOGIA DELLA SPERANZA


JURGEN MOLTMANN



-Il cristianesimo è escatologia dal principio alla fine, nonostante questo sia stato dimenticato. Il Dio cristiano ha come qualità dell’essere il futuro, ed è sempre davanti a noi. Per i greci la speranza è uno dei mali usciti dal vaso di pandora, ma per i cristiani è il fondamento della propria fede. Quella che la differenzia dall’utopia è il suo fondamento, cioè quello di Cristo. Questo futuro è ancora nascosto ma si rivela nel nostro presente attraverso le promesse. Allora bisogna considerare la speranza l’incipit, il motore della fede e della teologia cristiana. La speranza che si fonda sulla resurrezione di Cristo. La speranza è il compagno inseparabile della fede, in quanto mantiene aperto quel futuro onnicomprensivo di Cristo. Un futuro completamente nuovo e diverso da questo mondo con le sue prospettive, una speranza che diventa addirittura causa di disturbo per questo mondo che cerca una propria e diversa stabilità. Un disturbo che fa in modo che la chiesa di Dio si trovi sempre in contraddizione tra la propria speranza e le aspettative del mondo stesso. Ma non si isola, ma proprio per la speranza in un mondo nuovo e completamente diverso, si sforza di rendere il passaggio per il mondo, una realtà quanto migliore sia possibile, cercando di vivere nel mondo conosciuto ma avendo la propria vita e visione proiettata a ciò che ancora non si conosce. Il Dio di Israele è un Dio che promette, ed anche se attraverso l’esodo si manifesta con la sua gloria e rivela il suo nome, esso diviene un mezzo per proiettare il popolo verso le promesse future. Il suo nome non definisce una entità statica, ma in esso è rinchiuso un progetto, fatto di promesse che si muove in avanti verso il futuro. La sua parola, anche se detta al presente, ma in essa nasconde la rivelazione che si rivela non nel momento, ma nella promessa. Una rivelazione, che ancora una volta apre le porte al “non-ancora” ma che trova forza proprio nella promessa. Una speranza che produce attesa, ma un’attesa che rende la vita mondana “buona”, in quanto l’uomo accetta tutto il suo presente , anche quello negativo, proprio perché vede la propria parusia nell’avvento del regno. Infatti, la parusia del Cristo Risorto, anche se si è manifestato nel tempo, non lo ferma al momento della sua epifania, ma attraverso l’avvento schiude il suo futuro, dando la possibilità di vivere nel tempo, perché la vita nel tempo è speranza. Allora il credente viene collocato all’alba di un nuovo giorno, quando il buio lascia il posto alla luce, vive così la sua attesa, in un tempo, che è in movimento verso il “non-ancora”, che travalica il momento presente. La speranza diviene anche la forza che sostiene la fede.” La fede spera per conoscere ciò che crede”. Essa si muove non sulla visione di un mondo rinnovato, ma in un novum ultimum, che non conosce ma si muove sulle promesse, sapendo che “nulla è molto buono se non sia nuova” . La differenza tra il logos greco e la promessa giudaico-cristiana, è proprio nella parola di speranza. In quanto il logos greco è legato alla manifestazione dell’evento ei un eterno presente. Un’eternità che tange il presente in un punto preciso, rendendo il momento eterno; mentre la rivelazione per giudeo-cristiani è proprio nella promessa, un’epifania che si dimostra al fianco dell’uomo, ma nello stesso momento lo sospinge verso la ricerca di quel futuro atteso dalla parola rivelata dalla promessa. La fede è poggiata sulla parola della promessa in quanto Dio è fedele a mantenere la parola data. Una parola che non sempre storicamente ritrova l’esatto riscontro, ma ritrova nel futuro che dovrà venire, il suo completo adempimento. Allora la speranza cristiana della promessa rivelata, è ancora una volta proiettata nel futuro di Dio e non in un momentaneo adempimento. Dio non si può dimostrare, ne partendo dal cosmo e tanto meno dall’esistenza umana, ma la dimostrazione di Dio è la sua rivelazione stessa. Ma se la sua rivelazione si ha nella promessa e il suo topos è il futuro, proprio la speranza, che non è soltanto una fatto ontologico, diventa anche in quanto cristiana, una dimostrazione di Dio stesso, proprio nella promessa e attraverso la speranza Dio rivela se stesso. Nel momento della predicazione, l’uomo scopre una realtà che gli viene rivelata al momento, ma nello stesso tempo, attraverso Cristo, scopre ciò che non è ancora. La rivelazione ricevuta in un determinato presente, diventa promessa di un suo divenire, che riscopre non nel suo io-sono, ma in quello che io-sarò. In questa prospettiva cambia anche la concezione del mondo, il quale non viene più visto come semplicemente il “bacino della corruzione “ destinato a finire, ma nella prospettiva escatologica di fede, anche esso aspetta l’avvento di un futuro che ha da venire, in quanto parte delle promesse di Dio. Allora, anche il mondo si muove o si dovrebbe muovere nel tempo in una prospettiva simile. Il credente attraverso la speranza, che diventa la forza dell’azione, deve far in modo che le cose possano tendere verso un futuro e non morire in un “eterno presente”. L’apocalittica, rende il futuro come l’avvento che deve sostituire il presente. L’attesa allora non diventa una speranza, ma soltanto un momento di passaggio tra uno “ione” ad un altro. Questo fa della rivelazione un predicato della storia, cercando nella progressione escatologica della storia della salvezza in “altri segni dei tempi”, che non fossero la croce e la resurrezione di Cristo, cioè intendere la storia deisticamente, facendola quasi un sostituto di Dio. In realtà, se la rivelazione che è nella promessa e quindi si muove verso il futuro, allora la storia diventa un predicato della rivelazione, cioè essa si muove verso la direzione della speranza di un futuro, che si trova davanti, verso il raggiungimento di quel tempo che ha da venire. Poiché ogni singolo atto di Dio illumina solo parzialmente l’essenza di Dio, non è possibile la piena rivelazione in un solo momento, ma la piena rivelazione si otterrà soltanto nella totalità della storia. Ma essa è possibile riconoscerla come rivelazione soltanto se viene guardata dalla fine. Gli scrittori apocalittici del tardo giudaismo, hanno contemplato in anticipo questa fine, al di là delle loro visione, hanno visto la fine della storia nella resurrezione dei morti. Allora Gesù ha anticipato questa fine, attraverso la sua resurrezione è accaduto quello che ancora deve accadere a tutti gli uomini. Se la resurrezione è la prolessi della fine universale, nella sua sorte, Dio stesso si rivela come Dio di tutti gli uomini. Ma tra le aspettazioni apocalittiche del tardo giudaismo e quelle cristiane si pone la croce. Questa non è semplice cesura nello svolgere i fatti storici, ma da essa dipende una visione completamente diversa del mondo e del presente. Una visione che sposta il raggio e la forza della nostra attesa. Essa nella sua contraddizione compenetra tutta l’esistenza e il pensiero teologico “della comunità nel mondo”. Questo fa si che la rivelazione di Dio non è dimostrazione della storia di questa società, ma aprirebbe il processo escatologico della storia, cioè la trasformazione del mondo e della storia in una attesa divina. Il Cristo risorto allora non è epifania di un eterno presente, ma rivelazione di promesse di un futuro completamente nuovo. Le apparizioni pasquali non sono altro, sotto questa prospettiva, che caparra, annuncio di tali promesse. Infatti, per coloro che assistettero alle apparizioni pasquali, il Risorto non compare come colui che è giunto nella sua gloria, ma come colui che annuncia il suo “andare” verso la gloria. Allora Egli non è “l’immortalato” ma il “veniente”, cioè come colui che deve ancora venire. In questo la fede nel Risorto trova un senso, in quanto riconosce in esso una rivelazione nascosta, ma ha fiducia nelle sue promesse, dimostrate e annunciate attraverso la sua resurrezione. Allora non un ’epifanico compimento, ma qualcosa di incompiuto e di non-ancora accaduto, la rivelazione ancora una volta trova la sua forza nella speranza, che si fonda in quello che è stato promesso ma non è ancora venuto. Allora come si diceva prima, la rivelazione non diventa un avvenimento storico, ma un”primum movens”, che si trova alla testa del fatto storico. Il credente che viene raggiunto da questa promessa, diventa essenzialmente uno “sperante”, in quanto riconosce se stesso, ma si differenzia per quello che sarà. La sua via è nascosta nel futuro di Cristo, promesso ma non ancora apparso, affidando l’esito di questo futuro completamente nell’azione del Risorto. La rivelazione allora raggiunge l’uomo, che attraverso la resurrezione lo conduce alla rinuncia estrema di se stesso, in quanto legato a ciò che” sarà”. Questo non lo allontana dal presente del mondo, anzi lo rende partecipe tanto da calarsi completamente in esso, in quanto la promessa si rivolge a lui attraverso il mondo. Un mondo che non è stabile, tanto da portsrlo a credere di aver raggiunto l’adempimento, ma esso è in continuo cambiamento; solo davanti a questo tipo di suscettibilità trova il suo senso la speranza, in quanto essa non si adempie, ma davanti ai continui cambiamenti “spera”. Con questo possiamo dire che in una dimensione cristiana “storia” non significa annunziare la verità di Dio in combinazione con vecchie esperienze del destino e della casualità, ma significa inserire questo mondo nel processo della promessa che è tenuto in movimento dalla speranza.

Nell’Israele palestinese avviene la tensione e lo scontro tra l’antica religione dei nomadi e quella agricola cananea. Cioè, tra un modello di religione, basato sulle promesse e la ricerca di un futuro, un dio che cammina con il popolo in movimento e con quella agricola, di una divinità che si manifesta nel presente per benedire la terra. La particolarità di Israele è, che nel suo insediamento non ha abbandonato l’aspetto promissorio di Dio, ma ha continuato a credere alle promesse di Dio. Anzi, il suo insediamento nella terra “promessa”, questo passaggio da popolo nomade a un popolo agricolo e cittadino, ha fatto si che questa realtà sia stata vista proprio alla luce del Dio della promessa. Non un abbandono al Dio che “camminava con loro”, ma l’aspetto promissorio di Dio diventa la chiave di interpretazione del presente. Allora per Israele la rivelazione di Dio non è nella sua epifania, ma nella promessa, in essa si manifesta la sua parola. Una promessa che sempre si richiama a quelle fatte nel deserto al popolo nomade. Quindi si assicura della propria esistenza non in base al momento presente, ma attraverso quelle promesse fatte ai padri nomadi nel deserto.” La promessa mantiene la coscienza di colui che spera nell’atmosfera di un “non-ancora”, che trascende tutta l’esperienza e la storia. In essa troviamo il motivo fondamentale della rottura dei rapporti di corrispondenza mitici e magici, della storicizzazione delle festività e della natura in riferimento alle date della storia della promessa, e della futurizzazione dei loro contenuti, in vista del futuro della promessa.

La parola promessa porta con se sempre un carico di tensione tra il presente e il non-ancora. Questa tensione si manifesta proprio nel fatto che se è un parola promessa non ha ancora trovato il suo perfetto habitat nella realtà, essa si proietta in un futuro diverso dal presente. Ma allora la domanda è se con l’adempimento, la promessa possa cessare di esistere? Questo interrogativo è rivolto anche ad Israele, ed esso è la dimostrazione di come la promessa di Dio continui ad esistere anche dopo il suo adempimento. Cioè , la promessa è al di sopra e più grande dello stesso suo adempimento. Infatti, ci si chiede come mai Israele, una volta insediatosi nella “terra promessa” come mai non ha cambiato Dio? cioè non ha rinunciato al Dio della promessa per soppiantarlo con quello epifanico dei popoli agricoli e sedentari? Questo perché l’adempimento di una promessa non chiude la storia, ma ne diventa l’inizio di una più grande. Infatti, la promessa del dono di una terra è stata adempiuta, ma quella di protezione e presenza continua a vivere come tale. Poi Israele più di ogni altro popolo coglie la tensione della promessa nella storia, nella sua incongruenza con il presente; ma la soluzione per Israele è proprio nella promessa stessa, cioè la sua incongruenza e tensione viene risolta proprio dal fatto stesso che essa deve ancora completarsi in un futuro e nel non-ancora. Il non-ancora dell’attesa, supera qualsiasi adempimento che già ora si realizzi. Perciò qualsiasi realtà che abbia il valore dell’adempimento, diventa occasione per confermare, ma anche per lasciar il via libera ad altre più grandi speranze. Per Israele vi è storia soltanto quando Yawe ha parlato. Ma se la sua parola e soprattutto la sua rivelazione è nella promessa, la storia di Israele è vissuta in questa nuova dimensione cioè quella della promessa. Il presente allora diventa il risultato di quello che è stato promesso nel passato. La lettura della storia non diventa, come nelle mitologie greche , il passato che viene reso presente, ma una specie di profezia inversa. Gli avvenimenti storici, non hanno il carattere di casualità o di circostanza, ma di incompiutezza, in quanto prodotti dalla promessa, che non si esaurisce solo nel momento del suo ora, ma ancora proietta il vissuto presente verso la visione del non-ancora. Tutto assume un carattere di provvisorietà, alla luce del futuro di Dio. Bisogna però tener conto del fatto che molte promesse, soprattutto quelle fatte per bocca dei profeti, non si sono avverate nel modo in cui erano state intese originariamente, così che la storia li ha rese antiquate superandole. Ma in realtà bisogna tener presente il fatto, che le promesse non sono quelle che si perdono per la strada della storia, ma sono quelle che attraverso la loro “interpretazione” hanno dato identità ad Israele. Un’interpretazione che supera il momento storico di quando sono state date, ma si cala nel tempo in cui ad esse si guarda. Una rivelazione che non ci dà la chiara e inequivocabile susseguirsi di fatti, ma c’è né dà “il senso”. Un senso che ci proietta nuovamente verso il futuro di un presente, che và avanti e che trova in esso il suo ”senso”. Allora Israele non si preoccupa di dare validità alla promessa attraverso i fatti storici, tanto meno di prendere le promesse come semplice interpretazione della storia. Tra la promessa e l’adempimento, si estende il processo della storia di come agisce la parola; il quale diventa tradizione in quanto la promessa viene trasmessa alle generazione future interpretata e attualizzata. Allora la storia diventa uno strumento nelle mani di Dio, che Egli nella sua sovrana libertà modella in base alle sue promesse. Essa allora è il topos dove lo stesso Dio si rivela, nell’interpretazione della promessa che illumina la storia. Ma se Egli si rivela nella promessa, possiamo dire che il futuro stesso è Dio, cioè colui che si rivela nel futuro di Israele. Come lo stesso suo nome non è un’auto rivelazione di un’epifania di un momento storico, ma è un’indicazione che ci apre l’orizzonte verso il futuro di Dio ma ancora di più è Dio stesso. In questa direzione e dimensione si muove il messaggio profetico per Israele. La conoscenza di Jahawe non è limitata al momento presente ma è sempre rilegata a ciò che ci si pone all’orizzonte. Conoscere Dio significa riconoscerlo nella sua realtà storica e nelle sue promesse, questo ci parla della fedeltà di Dio, cioè riconoscere nel trascorrere della storia che Egli è fedele alle sue promesse. Non solo nel futuro si riconosce Dio ma anche nel tempo presente, proprio attraverso il conoscere la sua fedeltà alle sue stesse promesse. La conoscenza di Dio è una conoscenza che ci spinge in avanti e non in alto, essa ci anticipa il futuro di Dio, non come adempimento ma come caparra di quello che è non-ancora. Le promesse non sono parole che interpretano la realtà in quanto tale, ma sono parole dinamiche che si muovono in avanti, ci trascinano verso il futuro di Dio. La speranza di Israele è poggiata su tali parole, la “Parola di Dio”, la quale ha in se e la usa. La speranza non è poggiata sull’essere di Dio, in quanto futuro ci si pone davanti, ma proprio sulle parole della promessa, che ci parlano della sua fedeltà. Quest’ultima interviene nel’oggi di Israele, per proiettarlo attraverso la fede(fiducia), nella fedeltà di Dio, al domani di Dio. Le promesse non possono essere dimostrate attraverso le realtà storiche, anzi esse sono in contraddizione con tali realtà, in quanto ci parlano di cose che devono ancora avvenire. Ma attraverso la fede nella fedeltà di Dio, tali parole diventano “una speranza certa”, in quanto la sua fedeltà è manifestata nel nostro tempo. Una speranza che si poggia proprio sul dato di riconoscere che Dio in quanto fedele nel nostro momento, lo sarà anche nelle sue promesse. “ non sono le esperienze che fanno la fede e la speranza, bensì la fede e la speranza che fanno esperienze e conducono la mente umana ad un sempre ed inquieto trascendersi”. Se le promesse aprono un intervallo di tensione tra promessa e adempimento, aprono in questa maniera uno spazio di libertà per l’obbedienza. In questo spazio va ad inserirsi la “legge”. Essa diventa etica della promessa, in quanto regola il comportamento di colui che riceve e vive la promessa, in attesa del suo adempimento. I comandamenti allora non regolano la promessa ma il modo di attendere essa; allora in questa prospettiva vengono anche loro inglobati nella promessa stessa, in quanto contribuiscono all’obiettivo comune. In realtà l’obbedienza a tali leggi, per il tardo giudaismo, soprattutto in periodi di crisi, viene visto come causa primaria per l’adempimento delle promesse. Messa in questa maniera, ci accorgiamo che l’obbedienza dell’uomo diventa la “conditio sine qua non”, senza la quale le promesse non possono essere adempiute. Questo comporta che il loro adempimento non dipendi più dalla fedeltà di Dio, ma dalla capacità dell’uomo. Questo problema è posto anche dall’apostolo Paolo nel suo rapporto con la legge, ma si comprende come egli in questa diatriba tra fede e legge, quello che gli interessa e salvaguardare proprio l’aspetto della promessa, che non è condizionata dalla legge, ma essa la rende necessaria. L’adempimento della legge allora, diventa non più una condizione per la quale la promessa si adempi, ma una partecipazione alla promessa stessa. Cioè, la fedeltà alle promesse di Dio, ci rende gioiosi nel obbedire ai comandamenti, che diventano correlati alla parola rivelata nella promessa. Una parola che come la rivelazione e la speranza, progredisce nella storia e come la storia viene interpretata attraverso tale rivelazione, così i comandamenti, calati nell’oggi di Israele, vengono interpretati alla luce di tale rivelazione.

I profeti classici non hanno profetizzato a riguardo del futuro di Israele, ma principalmente, erano proiettati all’esortare Israele ad avere fiducia in Dio. Allora le loro parole non hanno un valore propriamente escatologico, ma un messaggio dove Dio presenta ad Israele la propria speranza. I Profeti posteriori, davanti alla crisi politica e alla minaccia Caldea, vedendo in questo le promesse di Dio frantumarsi in sul presente avverso, assumono un messaggio puramente apocalittico. In effetti, le promesse degli antichi profeti sembrano dissolversi davanti alla realtà. Allora essi, non del tutto abbandonando le parole degli antichi, assumono un nuovo linguaggio, appunto propriamente detto apocalittico, che sposta l’adempimento delle promesse di Jahawe, in un futuro di Dio del tutto nuovo, dove le cose “vecchie saranno passate” e dove finalmente si potrà godere del loro adempimento. Allora il messaggio diventa apocalittico, in quanto non è più fondato sulle promesse fatte dagli antichi, anzi esse vengono sostituite da un’azione futura di Dio. Ma in questo nuovo futuro di Dio, vengono inserite tutte le nazioni, soprattutto quelle che sono servite per il giudizio ad Israele. Essa a loro volta saranno giudicate, nel giorno del Signore, come Israele. Allora se tutte le nazioni, attraverso il giudizio finale, avranno un “pari trattamento” come Israele, anche la salvezza in questo senso diventa universale, per Israele e per le altre. La differenza è nel fatto, che Israele sarà salvato attraverso il giudizio che vedrà come strumento le nazioni, mentre le altre nazioni saranno salvate attraverso Israele. Allora la visione glorificatrice del futuro di Jahawe si sviluppa sotto l’impulso delle nuove esperienze di giudizio, la gloria di Dio si dimostra nel superare il giudizio stesso, Dio che supera Dio. Cioè, il giudizio diventa lo strumento affinché la gloria di Dio dopo il giudizio si manifesti, dando la vita, trasformando il giudizio in benedizione. In questa prospettiva allora i profeti “apocalittici” vivono la speranza, fiducia in colui che trasformerà il giudizio in benedizione. La speranza allora ancora una volta parla in modo universale, in quanto un unico giudizio e allora un'unica benedizione, per Israele e per tutte le nazioni. Anche la morte viene vista sotto questa prospettiva: “ essa appare come l’atto di subire il giudizio divino, e la salvezza messianica in cui il giudizio è annullato si semplifica con la vittoria sul morire e sulla morte.

Per quanto riguarda alla figura di Cristo, è necessario precisare chi è il Dio di Gesù. Infatti, il Dio di Gesù non è, la divinità greca, cioè quel motore immobile perfetto che poteva essere per Aristotele, o la suprema idea di Platone o il “presente eterno di Parmenide. Il Dio di Gesù è il Padre Eterno, il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe. Colui che si rivela nell’antico Testamento, e quindi si rivela nella promessa. Cioè colui che non si rivela in tutta la sua totalità, ma si fa conoscere nella storia di Israele, una storia che assume una dimensione universale, proprio attraverso le parole e l’annuncio delle sue promesse.

La parola di Dio ha il carattere della promessa, in quanto colloca colui che la riceve in un sentiero che sta ad indicargli la meta, ma nello stesso tempo si trova in antitesi con la realtà vigente. Questo la rende escatologica, ma fondata sulla fedeltà di Dio. Gli evangeli hanno in sé tale rivelazione, la quale li rende non un evento storico ma portatori di una promessa e annuncio di speranza. In essi ritroviamo per prima, la promessa che ritroviamo anche nell’antico Testamento, la re numerazione dei “giusti”, secondo le regole della “Torah”, ma poi ciò viene superato attraverso la promessa, di dare ai giusti attraverso un “nuovo” mondo, quello che nel mondo non potrebbero mai ricevere e trovare. Per il mondo rabbinico, Abramo diventa l’elemento fondante dove le promesse di Dio hanno avuto inizio, e trovano in esso la loro validità. Anche Paolo si rifà ad esso, scegliendolo a Mosè, ma per illustrare che la promessa, no si basa sulla legge e nemmeno sulla continuazione di ciò, che già ci è stato dato, ma per introdurre la speranza del “nuovo” mondo in un futuro promesso, però completamente diverso da quello che empiricamente possiamo conoscere. In questo nuovo mondo, ritroviamo un nuovo popolo, formato da ebrei e gentili.

MA in Paolo i presupposti, sono diversi, in quanto la “certezza della propria speranza”, no è in Abramo o nella legge, ma proprio nell’evento pasquale. Se Dio ha risorto Cristo dai morti, così chiamerà a vita tutte le cose. Infatti, se la promessa di Dio, dipendesse dalla legge, il suo adempimento non dipendesse dalla potenza di Dio, ma dalla capacità dell’uomo nell’adempiere la legge. Allora con questo presupposto, la promessa diventa non esclusiva, ma inclusiva. Perché se il suo fondamento è il Cristo risorto, allora è stata liberata dalla legge e dall’elezione di Israele. La promessa è allora per “tutti”. Essa è incondizionata, per “la giustificazione degli empi”. Con questi presupposti, possiamo affermare, che l’evento del Cristo ha rovesciato la storia. “I primi saranno gli ultimi”, in quanto Israele scoprirà l’adempimento della promessa, quando i “gentili” riceveranno il compimento della loro speranza, partecipi delle promesse fatte in Cristo. Allora, l’evangelo non liquida le promesse fatte ad Israele, ne li rende obsolete, ma fa in modo che esse possono essere parte di un unico grande adempimento escatologico, che trova il suo centro nel Cristo crocifisso e risorto.

Solo appoggiandosi alle scrittura dell’antico Testamento, il nuovo può essere una continuazione e un adempimento delle promesse veterotestamentarie, ma anche soltanto l’antico quando si appoggia al nuovo, può scoprire una speranza escatologica nelle stesse promesse, che gli sono state annunciate. Soltanto guardando il primo Testamento, noi possiamo comprendere in chiave salvifica, la figura del Cristo e con lui l’adempimento di ogni promessa. Infatti, alla luce di ciò “il paese diventa il mondo e la progenie, tutti i popoli”.

Questo processo, è molto forte in Paolo; in quanto la promessa fatta ad Abramo esiste soltanto in un valore escatologica. Un valore però, che può essere ritrovato soltanto se viene vista e accertata dall’evento Cristo. Egli introduce la promessa in una nuova storia, quella che segue l’evento “finale”, cioè il futuro del Risorto. Allora, nel nuovo Testamento, la promessa assume un valore nuovo: il proprio futuro escatologico; mentre la legge il suo “compimento”. L’evangelo annuncia e conduce gli uomini verso un unico futuro; quello del Risorto. Non c’è più una differenza di promessa fatta a differenti popoli, ma tutto viene assorbito dall’unica promessa del futuro di Dio, in Cristo. Allora le promesse dell’antico Patto, diventano storia, racconto di un'unica promessa che vede il suo adempimento in unico evento, universalmente inteso. Ciò che è stato annunciato ad Israele, ora è integrato completamente nell’unico annuncio a tutta l’umanità, il non-ancora di Cristo. Un'unica speranza, perché tutto ormai ha assunto un'unica forma ed un’unica “Parola”, la promessa dell’evangelo.

Purtroppo il ritardo della “parusia”, e il contatto e il calarsi del cristianesimo nella realtà ellenistica, fanno in modo che il mondo religioso, soprattutto attraverso il culto, si cali quasi in un “eterno presente”, come se l’adempimento fosse avvenuto nel momento storico del Cristo risorto. Un adempimento che si riscopre presente attraverso la celebrazione del culto e dei sacramenti. Questo in realtà è un dualismo metafisico, dove troviamo una realtà epifanica che si cala nella realtà empirica. Una ferita nella storia che si ripete nelle occasioni del culto e delle “manifestazioni” del sacro. Un, dualismo che cerca di rispondere alla tensione di un altro dualismo, ma questa volta storico cioè: tra il tempo presente, l’ora e il non-ancora. Ma questo ci porta a stare fuori dal mondo e dalla vera realtà del Regno di Dio. Esso è un regno che non ha niente a che fare con il nostro. Un mondo nuovo che si trova nel futuro che ancora ha da venire. Cristo è certamente presente con e nella chiesa, ma come colui che è il “veniente”. Il Signore che sta ritornando. Questo in Paolo è molto chiaro; infatti, sottolinea che il battesimo non è l’adempimento del regno ma è la partecipazione alla morte del Cristo. “Essi ottengono di partecipare alla resurrezione di Cristo, mediante una nuova obbedienza,che si esplica nel campo della speranza della resurrezione.” Cristo è risorto ed è fuori dalla portata della morte, ma i suoi discepoli, non lo sono ancora. Ma mediante la speranza hanno la possibilità di partecipare alla sua resurrezione, una resurrezione presente in loro in quanto speranza nella promessa. Pertanto noi siamo chiamati all’obbedienza non per quello che”siamo”, ma per quello che “saremo.”, questo ci porta a considerare la nostra “conversione” sotto un presupposto escatologico, ma tale presupposto ci spinge verso il futuro, che diviene certezza, perché mediante la resurrezione di Cristo è tenuto certo.

L’eterno presente non è l’adempimento metafisico, che irrompe nel nostro tempo, ma è “la meta escatologica”, futura della storia. Dio non è in qualche parte nell’al-di là, ma è presente in quanto veniente.

Egli promette un nuovo mondo, una nuova vita che mette in discussione questo mondo, il quale per colui che spera, esso non è una nullità, ma per la speranza, esso è un non- ancora nella prospettiva di diventare.

Non ci può essere escatologia senza la croce di Cristo. Non si può sperare nel futuro di Dio senza prima passare per la croce di Cristo. Alla croce di Cristo bisogna realizzare, che il venerdì santo è l’evento della morte di Dio stesso, e con lui muoiono tutte le nostre speranze e la nostra fede. In questa prospettiva, guardando alla croce , non soltanto come l’abbandono del Figlio, ma anche Dio che abbandona se stesso, e in Lui tutto è abbandonato a se stesso. Tutto muore, sulla croce. Solo attraverso questa prospettiva, in una dimensione di questo tipo, cioè la fine di ogni promessa e speranza, noi possiamo attraverso la resurrezione di Cristo, ritrovare una “nuova escatologia”. Una nuova speranza che reinterpreta le promesse, che sulla croce credevamo irrealizzate. L’umanità abbandonata, ritrova ora un “nuovo” presente, dove la presenza di Dio è come il Risorto, che in Lui prende il nostro presente e lo accompagna verso il futuro di Dio, che si pone ora, come il Risorto, davanti a noi. In questa prospettiva, allora la resurrezione non è un evento passato, ma un evento futuro. Essa diventa escatologia di tutti gli uomini. Come la croce è la vera fine di ogni cosa; così la resurrezione è l’inizio del futuro della “vita”.

La resurrezione però non và intesa come fatto storico, come noi possiamo intendere la storia, cioè una ricerca della verità oggettiva, certificata da fonti così dette “storiche”. La ricerca storica cerca di trarre dalla narrazione il “nocciolo”, cioè quello che sostanzialmente è verificabile oggettivamente, attraverso le fonti. In questo senso la resurrezione non può essere un fatto storico, in quanto non possiamo trovare documenti o reperti, che possano in qualche modo verificare l’attendibilità dell’evento. Allora, la resurrezione vista in questa prospettiva, è nella categoria della “rivelazione”. Ma se abbandoniamo questa dimensione della storia, possiamo dire che la resurrezione ha una dimensione storica, non perché ha avuto luogo nella storia, ma perché indica la “via dei futuri eventi”. Essa è storia nella quale dobbiamo vivere. Essa è storia perché schiude un futuro escatologico. Il dato oggettivo della storicità della resurrezione, è la fede di ogni credente che si fonda in essa, in quanto evento; non storicamente detto, ma come annuncio e speranza di una vita che si muove attraverso una tale prospettiva. “I racconti della resurrezione, vanno letti sempre in chiave escatologica, ponendoci la domanda, che cosa posso sperare? Soltanto cercando di rispondere a tale domanda, possiamo trovare una conoscenza storica e il ricordo, che vengono collocati ad un orizzonte adeguato dalla cosa da ricordare. Soltanto in base a questa domanda la storicità dell’esistenza e la corrispondente comprensione di sé, trova un orizzonte adeguato alla storia, che offre la base e apre la via alla storicità dell’esistenza”.

I racconti della resurrezione non ci forniscono risposte, che riguardano alle origini del mondo o al significato della sua essenza. Essi ci forniscono un orizzonte, che deve essere visto dalle aspirazioni profetiche ed apocalittiche; speranze e interrogativi che secondo le promesse di Dio devono avvenire. L’escatologia cristiana prende inizio dalle promesse pasquali e le promesse pasquali prendono spunto dall’escatologia cristiana. Un binomio inscindibile, un movimento circolare che si muove attraverso la fede e la speranza nell’annuncio. Promesse che riprendono quelle precedenti, ma interpretate alla luce del Risorto e del Crocifisso, che ha sua volta riprende quello che precedentemente è stato proclamato. L’escatologia cristiana si differenzia dall’apocalittica veterotestamentaria, in quanto parla del futuro di Cristo è in esso ha la sua essenza. Non si preoccupa di fornire un futuro storicamente possibile, che in qualche modo si possa avvicinare alle aspettative di chi spera “nella terra promessa”. Essa parte dall’evento di Gesù di Nazareth, per arrivare alla sua resurrezione, che trova in quest’ultimo il “topos” del futuro di Dio. In esso si trova l’adempimento delle attese cristiane e ci si fonda la speranza del credente; non preoccupandosi di fornire una possibilità di futuro per la storia, ma attraverso il risorto la speranza diventa attesa in qualcosa di “veramente nuovo”, proprio perché storicamente non del tutto possibile. Un’altra sostanziale differenza dall’apocalittica del tardo giudaismo, è che Cristo occupa il posto che in essa occupa la Torah. Il Risorto è anche il Crocifisso, per tanto il futuro di Dio, non è frutto dell’adempimento della legge ma della giustificazione che si ottiene attraverso la croce. Scrive l’Apostolo, che “Gesù è la primizia dei morti”, se nel Risorto vi è il “principio”, allora questo è già avvenuto e non si ha il bisogno di conquistarlo attraverso meriti e demeriti legati alla “Torah”. Le apparizione pasquali, contrariamente ad una visione apocalittica, non ci rivelano eventi cosmici, ma soltanto la signoria del Cristo risorto e del futuro universale che la sua signoria eserciterà in quanto Cristo crocifisso.

Israele riconosce nella giustizia di Dio e nel suo adempimento, il vero motivo portante del futuro e della storia. Egli ricorda la fedeltà di Jahwe, in quanto fedele alla sua giustizia e al patto che si dimostra in tutta la storia di Israele. Un motivo che non cambia ma conduce il popolo eletto fino al “giorno del Signore”. Allora come la prova dell’elezione di Dio si manifesta attraverso il “dono della Torah”, la sua giustizia ne rende l’adempimento, per condurre il popolo ad un futuro storicamente possibile ma non-ancora. Bisogna considerare, sotto questa luce, che è questa giustizia a regolare e a tenere insieme l’intera creazione. “Senza la sua giustizia la creazione di Dio precipita nel nulla, in quanto priva della fedeltà di Dio”. la giustizia di Dio, però non si riferisce soltanto all’ordine di cose esistenti, ma anche alle cose che attendiamo. Quelle cose che fanno parte del nuovo ordine delle cose. Così, come sottolinea anche l’Apostolo, la venuta della giustizia di Dio porta con sé una nuova creazione, avendo lo stesso fondamento della prima ma in e con un ordine diverso. Un ordine nuovo che ci viene rivelato nell’evangelo, in quanto il motivo non è l’adempienza della legge, o il dono della stessa, ma è il dono della grazia in Cristo crocifisso; in lui si manifesta e si adempie la giustizia di Dio, nel Risorto essa trova il suo nuovo ordine di cose, in un nuovo che ha da venire. Questa giustizia nella vita del credente, assume la dimensione della promessa in quanto, il Cristo risorto nella sua signoria và in contro alla giustizia di Dio, allora così il credente, nel battesimo riceve questa giustizia che lo giustifica in vista del “sole di giustizia” che ha da venire, cioè un processo che si concluderà nella parusia di Cristo. Essa è sempre un dono, ma che spinge il credente verso il giorno che ha da venire. Certamente nel presente si ricevono i benefici di questo dono, ma questo bene può essere solo afferrato mediante la speranza della fede , che rende l’uomo pronto a servire il futuro della giustizia di Dio.

La fede di Israele, si è sempre opposta in maniera radicale al culto dei morti. Questo trova la sua importanza se consideriamo come, il popolo eletto si trovasse a stare tra gente, dove il culto dei morti era molto sentito. Il culto di Jahawe non ha mai risentito di questo sincretismo religioso, almeno per la maggior parte della sua storia. Questo è conseguenza della forte fede nelle promesse di Dio che il popolo ascoltava. Per il popolo di Israele, la morte non era soltanto la cessazione di una vita, ma era l’abbandono completo di Dio. il morto era “impuro”. Abbandonato da Dio, perché “i morti non lodano Dio”. Solo partendo da questa prospettiva riusciamo a comprendere la vera essenza della morte di Cristo, e dell’ abbandono di Dio. Per un giudeo, la resurrezione non è rinascita da uno stato di morte ad un altro di vita, ma è la testimonianza che Dio ha mantenuto la sua promessa cioè, che la morte non ha più potere ed è stata vinta. Un passaggio da una vita ad un’altra, perché solo così, attraverso questo tipo di promessa, si continua a lodare il Signore. Questo pensiero investe non solo la morte ma tutto quello che separa l’uomo da Dio: l’esilio , la malattia ecc. Ma il popolo ritrova il suo ristabilimento non attraverso una “cura ricostituente”, ma attraverso una nuova creazione, che Dio attua per l’adempimento delle sue promesse.

La speranza della vita dopo la morte non lascia indifferente l’uomo a tale realtà, tanto meno non può far a meno di parlare all’uomo della brevità della vita, ma essa si fonda sul fatto che anche se la morte è in contrapposizione alla vita, la morte è stata vinta in cambio di una vita che loda Dio. Anche il Crocifisso, rappresenta non solo l’abbandono di Dio, ma anche la morte di Dio stesso, in quanto mandato da Dio come messia, muoiono con lui tutte le promesse messianiche di Dio. Ma il Risorto, non torna alla vita, ma è la dimostrazione della vittoria sulla morte; essa è stata sconfitta dove proprio sul campo del suo trionfo. Vittoria su quello che la morte rappresenta, non solo la cessazione della vita, ma vittoria sull’abbandono di Dio e soprattutto sulle sue promesse che ora ci ricordano che Dio rimane fedele è per questo la nostra speranza non può essere delusa, in quanto le sue promesse certamente saranno compiute nel futuro di Dio. Ad operare questa vittoria è lo Spirito, se la sarx ci ha tenuti legati al terreno, il pneuma ci schiude il futuro liberandoci dalla schiavitù della sarx e ridando la vita, che non è più legata al terreno e al vano, ma una vita libera, perché lo Spirito gli concede la libertà schiudendogli il futuro e in esso pone la sua sostanza. La risurrezione e la vita eterna sono il futuro che è stato promesso e grazie allo Spirito, rende nel corpo latente quello che stato promesso. In questo modo è possibile l’obbedienza, in vista di tale traguardo. Allora anche l’amore e l’obbedienza diventano seminagione della speranza nella vivificazione della vita futura. Tra la realtà corporea e quella che si spera c’è una grande differenza, ma propria questa differenza si apre al carattere futuro della speranza. In questo spazio aperto, si vanno ad inserire le raffigurazioni cosmiche dell’escatologia. Esse non sono mitologie ma esprimono l’attesa della creazione per una nuova creazione. Così pure le rappresentazioni di Dio nella sua gloria, sono rappresentazioni che alimentano la speranza in contrasto con il presente negativo.

Fin dagli antipodi della sua storia, il popolo di Israele fondava la sua speranza sulla signoria di Jahawe. Ma una signoria che non lo vedeva come dominatore di tutti i popoli della terra, ma come Signore e guida di Israele. Una guida che ritroviamo soprattutto nel suo nomadismo, ma una guida, che ancora una volta si poggia nella promessa, in quanto guida verso la terra promessa. Per Israele vivere sotto la sua signoria è vivere come pellegrini, obbedienti pronti per affrontare il futuro. Una vita ricevuta come promessa e aperta alla promessa. In seguito la sua signoria fu rilegata alla teologia rabbinica del giusto che osserva la torah. Inoltre nell’esilio, assume carattere apocalittico, futurizzata in sviluppi storici che coinvolgono con la sua venuta l’intera storia dell’umanità. Nel nuovo Testamento, Gesù diventa il predicatore del Regno di Dio, un regno che sta per venire; e tutti i miracoli e le potenti operazioni che Egli compie sono una dimostrazione di questo regno e soprattutto della signoria del Regno, che attraverso Gesù esercita Dio. Gesù non annuncia soltanto il Regno che viene, ma attraverso di lui il regno è già venuto, in quanto l’ingresso in esso è reso possibile attraverso la posizione, che veniva presa dagli uditori verso la sua persona. La signoria di Dio veniva esercitata direttamente da Gesù ed era legata al segreto della sua persona. Il messaggio escatologico consisteva che il Regno di Dio era vicino in quanto per l’uditore era giunto l’ora della decisione. In realtà la comprensione di tale Regno si ottiene soltanto attraverso il suo futuro, che viene testimoniato attraverso le apparizioni pasquali, che a loro volta rendono credibile l’annuncio del Regno, il quale è il futuro di Dio. Le apparizioni pasquali, non solo rendono comprensibile il kerigma del Regno, ma lo trasformano, in quanto attraverso di esse si ha l’inizio della venuta del Regno stesso. Il Signore del Regno è il Dio che ha resuscitato Gesù dai morti, per tanto se ha resuscitato Gesù, il suo regno non è una continuazione storica di quello terreno ma è una nuova creazione ,”creator ex nihilo”. Il suo governo consiste nel resuscitare i morti, quindi a chiamare all’essere le cose che non sono.

Per quanto riguarda alla manifestazione dello Spirito, il dono di esso, non è certamente l’adempimento nel presente del Regno promesso, come qualcuno crede, ma in realtà il dono dello spirito è in linea con il futuro di Dio e del Regno che ha da venire, per questo esso diventa “caparra” di un’eredità che attende il credente. Una caparra che si pone come speranza nella promessa dell’adempimento di un futuro che per certo è garantito dalla Signoria di Dio. Un futuro che trova nell’evento del Crocifisso e del Risorto, non il suo compimento una volta e per sempre, ma il fondamento di una fiduciosa speranza che diventa certezza nel momento, che si crede per fede che Gesù è il Cristo. Un Regno che il credente realizza soltanto con questo presupposto, ma non perdendo la dimensione della sua vita terrena. Questa vita in prospettiva del Regno, assume una dimensione di missione, in quanto il presente si trasforma in un evento passato, in quanto preparatorio per il futuro Regno. Esso è nello stesso tempo campo di missione, per alimentare la speranza nella promessa di Dio attraverso la croce e la resurrezione del Cristo. Questo ci permettere guardare il presente in modo critico, non certamente guardando il passato, ma proiettandoci nel futuro. Un futuro del tutto diverso dal presente, ma proprio per questo ci permette di analizzare il presente cercando di avvicinare questo tempo alla rivelazione che attraverso la promessa di Dio ci viene data del futuro. Una missione che diventa quasi rivoluzione, in quanto in vista di una prospettiva del tutto nuova e mai realizzata, si cerca di stravolgere la stato attuale delle cose.

Questa concezione del presente, cambia anche la concezione di fare la storia, che non diventa più la storia di un singolo popolo, ma proprio perché, è fatta in vista del futuro, diventa la storia di tutti gli uomini, in quanto il futuro in prospettiva non è la veduta delle guide di una nazione, ma è il futuro realizzato per tutti da Dio. Allora soltanto quando la storia viene fatta conservando questo orizzonte universale, è possibile conservare il concetto di divenire anche nel tempo storico. Infatti, il concetto di storia stesso è legato al’idea del divenire, in quanto se già ci fosse un mondo perfetto non ci fosse motivo di fare la storia, in quanto è lo sforzo di migliorare ciò, che ha da essere migliorato che fa la storia. In questa dimensione storica si muove la missione cristiana , che cerca di fornire al proprio tempo, questa chiave di interpretazione della storia, un’interpretazione escatologica del mondo e non solo della religione.

Una chiave interpretativa non solo della storia del mondo ma anche della storicità della bibbia. Infatti, soltanto l’escatologia cristiana ci fornisce la chiave ermeneutica per comprendere la storicità dei due Testamenti. Soltanto attraverso le promesse future noi possiamo ritrovare in essi un valore storico universalmente comprensibile e attuabile a tutti. Tutti gli scritti biblici sono aperti al futuro, allora per comprenderli veramente, occorre guardare nella stessa direzione. Come per la storia, anche per l’uomo, il quale ha conoscenza di se soltanto nella scoperta di questo futuro. Egli ha consapevolezza del peccato delle sue debolezze e fragilità, solo attraverso la missione, che come palesa il presente completamente diverso alla rivelazione del “nuovo”, così mette alla luce tutto ciò che si trova in contraddizione nell’uomo, con l’uomo nuovo, cioè quello che sarà nel futuro di Dio. La vocazione dà all’uomo la prospettiva di un nuovo poter essere, ed impara cosa è e cosa può fare attraverso la missione, che si muove verso il non-ancora di Dio. Per questo, nei due Testamenti gli uomini insieme alla vocazione ricevano un nuovo nome, in quanto ricevono una nuova natura è un nuovo futuro. La vocazione è rivolta a tutti gli uomini proprio grazie al suo carattere escatologico, in quanto l’escatologia ha valore universale ed è il futuro che ha da venire per tutti, come scrive l’Apostolo: “ Dio in tutti”.

Sotto la luce escatologica della trasmissione della fede o della tradizione, possiamo già in Israele notare una differenza con il modo di intendere la tradizione dei popoli vicini. Infatti, contrariamente in Israele non c’era la semplice trasmissione di fatti e di miti, ma soprattutto ci si trasmetteva le promesse di Jahawe. Il Dio di Israele non è il Dio del cosmo, ma il Dio di Abramo Isacco e Giacobbe. Egli veniva trasmesso nella formula promissoria, ricordando coloro che per primi hanno ricevuto le promesse. Questo avviene anche nel nuovo Testamento, infatti la tradizione cristiana non è una trasmissione di regole o precetti, ma è l’annuncio del Cristo, morto e risorto e in quanto tale, del futuro di Dio. Attraverso lui si sono adempiute tutte le promesse, in quanto egli è il futuro di Dio. la tradizione cristiana non è altro che l’annuncio della speranza viva, che si volge verso l’evento creativo di Dio, che dal Risorto crea una creatio nihilo.

L’invio missionario che si muove nella prospettiva escatologica, non sta a guardare il mondo che passa, non è indifferente al tempo che è in contrasto con il Regno di Dio. “la cristianità non ha a servire l’umanità affinché il mondo rimanga nello stato in cui si trova, ma è chiamata affinché il mondo si trasformi e diventi ciò che gli è promesso che diventerà”. Questo vuol dire che è ora che la chiesa inserisca nel proprio orizzonte di aspettazione la società in cui vive, per fare in modo che essa possa essere per quanto sia possibile, annuncio di quello che sta “venendo”.

La missione cristiana è chiamata ad adempiere le promesse veterotestamentarie, soprattutto quelle che riguardano alla salvezza di tutti i popoli, una salvezza che non solo attraverso Cristo assume il suo carattere escatologico, ma che nel nostro tempo si manifesta attraverso quello shalom che unisce tutti i popoli, potendo così insieme, guardare all’adempimento di un’unica speranza. Il mondo non è ancora concluso ma è quello che si impegna nella storia. Esso è il mondo delle cose possibili, dove si può essere a servizio delle cose future. Oggi è il tempo di seminare speranza è del dono del nuovo futuro.” Dischiudere a questo mondo l’orizzonte del futuro del Cristo crocifisso è il compito della comunità cristiana.”

19 novembre 2009

SERVI CHE SERVONO




Atti 6:1a7” Or in que' giorni, moltiplicandosi il numero dei discepoli, sorse un mormorio degli Ellenisti contro gli Ebrei, perché le loro vedove erano trascurate nell'assistenza quotidiana. E i dodici, radunata la moltitudine dei discepoli, dissero: Non è convenevole che noi lasciamo la parola di Dio per servire alle mense. Perciò, fratelli, cercate di trovar fra voi sette uomini, de' quali si abbia buona testimonianza, pieni di Spirito e di sapienza, e che noi incaricheremo di quest'opera. Ma quant'è a noi, continueremo a dedicarci alla preghiera e al ministerio della Parola. E questo ragionamento piacque a tutta la moltitudine; ed elessero Stefano, uomo pieno di fede e di Spirito Santo, Filippo, Procoro, Nicanore, Timone, Parmena e Nicola, proselito di Antiochia; e li presentarono agli apostoli, i quali, dopo aver pregato, imposero loro le mani. E la parola di Dio si diffondeva, e il numero dei discepoli si moltiplicava grandemente in Gerusalemme; e anche una gran quantità di sacerdoti ubbidiva alla. fede.”



Nicolas Tom Wright, vescovo anglicano e uno dei più noti teologi cristiani scrive: La chiesa esiste essenzialmente per due scopi strettamente correlati: per adorare Dio e per lavorare per il suo regno nel mondo. Adorazione e servizio in questa maniera viene descritta l’opera della chiesa dal teologo. Una definizione non del tutto nuova per le nostre orecchie, ma l’originalità è nel porre entrambi i ministeri sullo stesso piano e uno legato all’altro. In effetti la sfera dell’adorazione, non limitata alla semplice lode o alla preghiera, ma a tutte quelle attività che noi definiremmo forse in maniera non propriamente esatta” spirituali”, è correlata, cioè legata a quella del servizio, non più squisitamente “spirituale”(bisognerebbe chiarire quello che intendiamo dire con spirituale) ma legata alla sfera dei problemi vigenti dell’essere uomo, manifesti nel mondo e per il mondo. Ritornando al nostro testo, gli apostoli non sono chiamati ad intervenire a riguardo di un problema di natura dottrinale o che riguarda la sfera spirituale, ma puramente riguardante la sfera sociale. Un’esigenza o meglio un’emergenza di un bisogno impellente che riguarda una dimensione pratica della vita comunitaria. La critica mossa dagli ellenisti verso gli apostoli, non doveva essere una critica di tipo pregiudizievole o preferenziale, in quanto in qualche maniera si privilegiava le vedove e gli orfani dell’aria giudaica , ma un’osservazione di tipo oserei dire logistico. Cioè il loro impegno era diventato insostenibile per il numero di credenti. Cresciuta la chiesa aumentano i problemi, vedi il consiglio del suocero di Mosè (un problema non soltanto per gli apostoli ma dove c’è una comunità numerosa si riscontriamo le stesse problematiche). Gli apostoli si trovarono a dover gestire il patrimonio che gli veniva messo a disposizione dai neofiti. Il loro compito era soddisfare esigenze non soltanto dell’anima ma anche del corpo della comunità dei credenti. Possiamo pensare che perdevano un po’ di vista le vedove ellenistiche per una ragione logistica, perché queste ultime vivevano più lontano da dove gli apostoli avevano fatto la loro “centrale operativa” . Comunque il problema viene risolto scegliendo i sette “diaconi” a loro volta ellenisti. Finalmente altri gruppi di persone, non propriamente della cerchia degli apostoli, cominciano a emergere. Infatti, questa difficoltà apre le porte a nuove possibilità di impegno ad alcuni che altrimenti dovevano continuare a stare in sordina. La chiesa è un corpo sempre in crescita, e in essa c’è posto per una giusta collocazione per chiunque desidera farvi parte. Un’ottima soluzione, ma personalmente credo, che una lettura superficiale e permettetemi di dire “tradizionalista”, può deviare il messaggio e l’intenzione dello scrittore, verso una concezione ecclesiologi ca, piramidale, così rilegando alcuni “diaonie” a “servizi o ministeri di serie b”.

L’istituzionalizzazione del diaconato, che ripeto è qualcosa di buono e necessaria per la chiesa, portò ed ha portato nelle menti e nei cuori di alcuni credenti una divisione tra predicazione e servizio. Quello che è peggio è il pensiero di giudicare come una leadership i predicatori, mentre chi si dedica a lavori pratici : delle povere Marte che devono guardare le Marie dal basso verso l’alto.

Esaminando l’insegnamento del Maestro ci accorgiamo che le cose non sono proprio così. Gesù spinge all’azione, anzi i un verso del vangelo afferma che siamo felici se ci dedichiamo più alla pratica che alle parole. Gesù è stato il più grande tra i predicatori, anzi il vero predicatore del regno di Dio, me Egli afferma di essere venuto tra noi come colui che serve. In Gesù certamente ,non troviamo la netta separazione tra il predicatore e il diacono. Anzi sul piano della valorizzazione Gesù più volte a dato l’importanza a chi serve a discapito di chi predica.

Questo messaggio fu recepito anche da Paolo, infatti egli invita i credenti di Filippi, che se volevano consolarlo dovevano avere in loro lo stesso sentimento di Cristo, cioè quello di Servo . Anche parlando dei doni dello Spirito, indica la via per i doni maggiori ed è quella dell’amore , non c’è amore più grande di servire i propri fratelli. L' apostolo non lo ha dimostrato solo a parole, ma come Gesù ,anche a fatti, predicava l’evangelo e poi provvedeva lavorando ai suoi bisogni e a quelli dei suoi collaboratori . Inoltre nei suoi viaggi missionari non dimenticava la sua parte diaconale, infatti contemporaneamente alla predicazione egli si faceva portavoce dei bisogni della chiesa di Gerusalemme . I servitori di Dio nel 1° testamento, non erano da meno, profeti ma anche diaconi cioè servi del popolo di Dio. Gedeone che non si è mai abbandonato alla pura meditazione, ma egli a sempre cercato di contribuire con il proprio lavoro al benessere del popolo, Nehemia che con una mano teneva la spada e l’altra la cazzuola . Cioè con una mano lavoravano e con l’altra tenevano la spada .

Senza ombra di dubbio la scelta dei diaconi fu non casuale, ma guidata dallo Spirito Santo. Sicuramente l’unzione dello Spirito era riconosciuta in loro, tanto che gli apostoli usarono per loro la stessa forma liturgica che avrebbero usato per un ministro o un predicatore , ereditata addirittura dall’Antico Testamento quando venivano scelti i sacerdoti . Ma quello che si può prestare ad una cattiva interpretazione è il fatto che: gli apostoli ” potevano essere sostituiti nel diaconato, ma non nella predicazione”. Questo cede il fianco, di nuovo ad una separazione netta di ruoli ed uno superiore all’altro. Ma il Signore la pensava proprio così? Stefano un po’ smentisce questa idea, infatti fu scelto tra i diaconi, serviva le mense ma nel momento opportuno si dimostrò un ottimo predicatore, capace di tener testa ai religiosi più preparati. Anche Filippo si rivelerò un ottimo evangelista e protagonista di un risveglio di grandi proporzioni in Samaria . Allora chi è il servo e chi il predicatore?.

Allora impariamo da Gesù, non dividiamo mai il diaconato e la predicazione nella nostra vita. Certamente ognuno di noi è chiamato a delle specificità. Alcuni hanno una specificità nella predicazione, altri una benedizione particolare nelle arti pratiche e sociali . Ma non ci sono servi di seria A e quelli di sere B. Non ci sono ministeri e doni più importanti rispetto ad altri, ma soprattutto tutti siamo chiamati al diaconato e tutti siamo chiamati alla predicazione dell’evangelo. RI peto con specificità diverse e con accentuazioni diverse. Ma lo Spirito è uno , il premio è uno la benedizione e la stessa. Inoltre per il predicatore che non ha un servizio di diaconato anche minimo, non è un cristiano completo, così un diacono che non predica mai l’evangelo e non legge mai la Bibbia, non è degno di chiamarsi tale.

Faccio un inciso cioè: “c’è la corsa alla predicazione dai pulpiti, perché forse crediamo che Stefano era un cristiano inferiore a Pietro perché diacono, oppure perché non abbiamo mai scoperto quanta sapienza e quanta benedizione c’è nel servire alle mense”.

Possa lo Spirito di Dio aprire gli occhi ma soprattutto le orecchie , e farci ascoltare la sua chiamata al servizio e considerare quanto onore e quanta benedizione e quale grazia ci è stata data di essere dei collaboratori del regno dei cieli. Servitori che servono, e non professionisti che sono nella piazza scioperanti.

PREDICATORI DISPOSTI AL SERVIZIO, DIAKONI PRONTI A PREDICARE.

Non dimentichiamo, come possiamo dedurre dalle stesse parole di Gesù:” prendi la tua croce e segui ME”,che la croce crea il servizio. Cioè, le difficoltà che incontriamo nel nostro cammino di fede sono le stesse che ci danno l'imput, per il nostro diaconato. Esse non sono uno stop,ma un via per il nostro stesso servizio cristiano.

A questo punto però è necessario un chiarimento, che secondo me è importante, e cioè: “ la diaconia senza la prospettiva del regno di Dio, è solo una filantropia, un amore senza idee, come la prospettiva del regno senza diakonia, è un utopia senza amore.”

Il nostro servizio deve essere svolto, nella speranza di ciò che non è-ancora, nella speranza del regno di Dio. Sapendo che, nel nuovo riceveremo il premio. Un premio senz'altro molto più grande di quello che realmente abbiamo fatto. Gesù stesso sta a dire. “se avete dato un bicchiere di acqua fresca ad un profeta riceverete premio di profeta.”in questa dimensione scopriamo che la differenza qualitativa tra noi e Dio, nel novo diventa un nostro beneficio,perché le cose che abbiamo fatto, vivono e si collocano nell'eternità di Dio, avendo un tale valore.

Inoltre la prospettiva del regno, ci apre le porte ad un tipo di “diakonia”, che si muove non soltanto nella chiesa ma nel mondo. Questo perché in realtà,dobbiamo renderci conto che il mondo è il campo di sperimentazione del regno di Dio”. In effetti, la speranza cristiana ci mostra il nostro mondo che in qualche modo possa tendere, come noi, verso tale speranza. Allora la diakonia diventa uno strumento, affinché questa speranza possa diventare anche la speranza di parte del nostro mondo. Allora la prospettiva del nuovo, non ci porta a chiuderci a mo di recinto al mondo, ma allarga i nostri orizzonti, gli orizzonti del nostro servizio, sapendo che migliorando per quello che siamo chiamati a fare nella parte del nostro mondo, possiamo contribuire ,a far convergere molti lo sguardo verso questa speranza, quella della vita terna.

Lo stesso Gesù nella preghiera del padre nostro, sta a dire “Venga il tuo regno”. Lui più di tutti è stato “il predicatore e il testimone di tale speranza”, ma dimostrando che la speranza cristiana, non si esaurisce in una semplice utopia,ma è una realtà concreta di una vita di fede, che con passione vive e serve affinché essa si adempi.

13 ottobre 2009

CONOSCERETE LA VERITA' E LA VERITA' VI FARA' LIBERI (4^ PARTE)


Attraverso le prime tre parti dell'argomento
trattato, abbiamo presentato la libertà, "quasi" come una scelta, come se il principio
libertà fosse l'assioma della nuova vita.
In realtà la scelta di libertà è un desiderio che è in dicotomia con quello della vita stessa di ogni creatura. Diversi ma si completano entrambi e senza l'uno non sussiste l'altro.
Ma sappiamo che la libertà non è solo uno stato "politico" dell'uomo, ma riguarda anche il suo stato ontologico e la sfera dei sentimenti e del suo essere. La libertà politica ha le sue "leggi" e "regole" che fin quando ci si rispettano, ogni cittadino gode della cosiddetta librtà. Le leggi sono emanate, proprio per garantire la libertà di tutti. In realtà i termini "legge" e "libertà" sembrano quasi un'ossimoro, ma in realtà per sussistere
una "libertà politica" dell'uomo non possono essere separati l'una dall'altra. Il principio per le leggi di una vera libertà in una "polis" o in qualsiasi società, è bene sintetizzata in uni scritto di Lutero:" La mia libertà finisce dove comincia la tua". Credo che in queste parole troviamo espresso il vero" principio di libertà", che ogni stato dichiarandosi garante di esso, dovrebbe realizzare.
Ma nell'individuo esiste un'altro tipo di libertà, che trascende quella politica e religiosa, quella che noi abbiamo definita ontologica, cioè dell'essere. Un uomo è davvero libero nella consapevolezza di se stesso? Se la scelta di essere libero, è comunque una scelta, essa non ci porterà poi a scegliere di essere legati ad un'altro? Inoltre, le passioni e la coscienza dell'uomo, quello che poi ci portano a scegliere di sclegarci da qualcuno o da qualcosa, nel loro essere non sono forse anche loro dei "lacci" in quanto cercano di condizionare l'uomo?
Allora l'uomo in quanto essere, può essere veramente libero? O può solo godere di una "libertà condizionata"?
Il mondo antico proponeva come assioma metafisico il concetto di "aphàtheia". In esso si condensavano la venerazione per la divinità di Dio e l'aspirazione per la libertà dell'uomo. Con esso si esprimeva non solo la libertà dagli agenti esterni, ma anche quella dello "spirito" dai bisogni interiori . In senso fisico significava immutabilità, in senso psichico insensibilità e in senso etico "libertà"( Jurgen Moltmann, Dio crocifisso, Queriniana pg: 314). Allora chi vuole essere libero, dovrà essere simile a Dio trionfando sui bisogni e sugli istinti e condurre una vita nell'"apatheia". Di questo tipo di riflessione, il cristianesimo primitivo ne era fortemente impregnato. In realtà essa è smentita, proprio nel scegliere come esempio Dio. Infatti il dio di Aristotele, qule motore immobbile e nello stesso tempo dove tutte le cose tendono, certamente non è il Dio cristiano. Infatti, Egli il Dio cristiano,  è vittima dello stesso suo "pathos". Nel Crocifisso,  possiamo intravedere proprio questo in Dio. Un Dio non certamente apatico e immutabile, ma che partecipa interamente alla sofferenza, in quanto sceglie di "darsi" privandosi volontariamente della propria gloria. Il "pahos divino si esprime nella relazione che stringe Dio al suo popolo, quindi nessuna possibilità di concepire un Dio apatico.  L'apàtheia, poteva essere accettata solo come forma di rifiuto e di  liberazione degli agenti, che inpedivano nell'uomo la liberazione e l'espressione dell'amore vero quello agapico.  Allora al concetto di "apàtheia" bisogna sostituire quello di "simpathia". Cioè,  con un concetto di un espressione relazionale. L'apertura di uno verso l'altro. Nel pathos divino l'uomo è riempito dallo Spirito di Dio e diventa amico di Dio, sente simphatia per Dio e con Dio. Allora solo attraverso questo tipo di relazione nasce per l'individuo "l'essere libero". Una libertà non assoluta e immutabile, senza fine "inutile". MA una libertà, legata a quella relazione, che si ha con chi è garante per noi della stressa medesima. Disse Socrate:" l'uomo è un animale sociale e non è fatto per vivere da solo".  Allora solo nella relazione con gli altri e nel confronto e non nell'isolamento, ritroviamo l'unica libertà possibile, in cui un uomo possa vivere. Una Libertà di relazioni e condivisione.  L'uomo è libero solo quando riesce a vivere con gli altri e per gli altri. Paul Valery dice bene, che:" un uomo da solo è sempre in cattiva compagnia ". Infatti, chi è solo vive della più grande schiavitù e cioè, quella di essere prigioniero di se stessi e del proprio egoismo e delle proprie passioni.  Il racconto della Genesi ci parla in tal senso. Infatti, l'uomo solo non si sentiva veramente libero di essere felice, fin quando attraverso la  libertà, che gli fù donata,  non potè stabilire una qualche relazione con un'altra. La disobbedienza di Adamo fece in modo, che l'uomo perdessa la vera libertà, quella da cui ne derivano le altre, cioè la libertà che nasce non più dalla relazione con un'altro ma quella "suprema" che nasce dalla relazione con Dio. La più grande libertà è quella condizionata dalla Parola di Dio. Gesù nel nostro verso di riferimento, stà senz'altro ad indicare anche questo. Il vivere senza guida è una tremenda schiavitù, la quale chiamiamo "anarchia", ma solo relazionandosi con Essa, ritroviamo la "libertà" perduta un giorno dall'antico "progenitore". Anche la meravigliosa parabola del figliuol prodigo, che troviamo nell'evangelo di Luca al cap. 15, si muove in tal senso. Il giovane e incosciente figlio,comprende a sue spese, che la vera libertà è stare proprio "nella casa del Padre" e non allontanarsi da essa. La vera libertà è essere "legati al Padre e non sciogliersi da Esso. La vera libertà è nell' essere liberi di darsi e di donarsi per gli altri; solo in questo "darsi" noi possiamo sentirci veramente liberi. Gesù fù un uomo tanto libero, di morire in croce per gli altri(che siamo noi), senza alcun ripensamento, ne indecisione. Liberi perchè possiamo comunicare e quindi relazionarci con gli altri. Liberi perchè possiamo amare gli altri. Liberi di potersi riunire in comunione con gli altri.
La libertà, allora non è nell'io sono, ma in quello che sarò. La libertà allora non è più un possesso e solamente un diritto, ma un percorso, un divenire che si scviluppa attraverso la correlazione ,che abbiamo noi e gli altri.Siamo delle persone libere se  viviamo in   questo divenire, una ricerca continua di libertà,  non uno stato assoluto del nostro sentire. Noi ci sentiamo lliberi, solo quando la nostra libertà viene messa in discussione, solo quando essa diventa una meta da raggiungere e non una certezza assoluta. Allora credo che la speranza di essere liberi è piu vera, che del credere di esserlo per davvero.
Voglio ora concludere queste mie brevi e semplici riflessioni, sull'argomento in questione con una note di costume, oserei dire. Altri credono che la vera libertà stà nel non far niente, per alcuni l'ozio è sinonimo di libertà. Diceva Cicerone " Un uomo libero si misura da quanto non ozia". Allora solo un uomo veramente libero riesce a darsi da fare, mentre chi ozia è schiavo della sua stessa pigrizia. La libertà è nella scelta di cambiare e non nella muta e vuota accondiscendenza o rassegnazione. La libertà è nel costruire o nel demolire, certamente non è nel farsi crollare a dosso le macerie, altrimenti si rimane schiacciati. 
Nella prassi cristiana è molto importante questa Libertà, la libertà di scegliere di santificarsi. Attraverso la santificazione il cristiano, liberato dalle opere del peccato, riuscendo a non soddisfare la sua (sarx) carne , riscopre la vera libertà. Questa è la riflessione che ne fa Paolo, contrapponendo la libertà di Cristo con la schiavitù del peccato. Infatti, scrive:"Rm 6:16 Non sapete voi che se vi offrite a qualcuno come schiavi per ubbidirgli, siete schiavi di colui a cui ubbidite: o del peccato che conduce alla morte o dell'ubbidienza che conduce alla giustizia? Ancora una volta la libertà ci viene presentata come relazione e soprattutto scelta di obbedienza. Per Paolo l'unica vera libertà e di scegliere di obbedire alla "legge di Dio". L'obbedienza alla legge di Dio è una conquista, l'unica vera conquista di libertà. Per l'apostolo chi non sceglie Cristo nella sua vita è già schiavo. Allora l'unico modo per liberarsi dallo scoglio è tuffarsi in questo mare che è "La Parola di Dio vivente".

6 ottobre 2009

      
RIVELAZIONE E ISPIRAZIONE


RECENZIONE CRITICA DELL’OMONIMO TESTO DÌ:”BENJAMIN B. WARFIELD”


                                                                                                                              PALMIERI NICOLA



“In ogni disciplina succede che di tanto in tanto facciano la loro comparsa libri la cui eco duri per decenni” ; “rivelazione e ispirazione” è uno di questi .Un testo che certamente non lascia indifferente il lettore, ma nel bene o nel male, alimenta nel cuore o nelle menti di chi ne fa oggetto di riflessione, un desiderio di ricerca su argomenti come: la rivelazione e l’ispirazione della Bibbia. Una ricerca perché, forse anche involontariamente, l’autore credendo di esaurire la riflessione con argomentazioni precise e ben ragionate, finisce per aprire nuovi orizzonti di riflessione; lasciando poi ad un lettore attento il compito di aggiungere o magari indirizzare la propria scoperta in una nuova “rivelazione”, affidando la propria guida all’”ispirazione “dello Spirito. Lo stesso che ha ispirato l’autore, ma come sappiamo:”Lo Spirito è sempre avanti, anche a quello che ci ha appena detto.”

Il testo non è uno scritto unico, ma è una redazione di articoli, pubblicati e scritti in momenti diversi dal “nostro autore”, ma tutti sull’argomento in questione. Una raccolta di testi, che messi insieme da un attento e appassionato redattore (in realtà questo volume vede la collaborazione di più persone) , danno l’idea di un’opera unica.

Una prima lettura al testo ci dà l’idea di un testo apologetico. Infatti, l’autore non rinuncia nel riflettere su questi due argomenti a difendere le proprie convinzione, che trova in alcuni studiosi, figli di un approccio diverso dal suo al “Testo Sacro” , dei “nemici” della vera “rivelazione” e “ispirazione”.



Warfield, senz’altro non era uno sprovveduto; leggendo il libro si può facilmente comprendere il livello di conoscenza tecnica e teologica dell’autore. Una padronanza dell’argomento e una conoscenza che, in alcuni passaggi incanta il lettore per la profondità nell’ esporre le proprie tesi, mentre a volte può essere meno coinvolgente, per l’eccessivo accanimento sui termini trattati dai testi originali, che ancora dimostrano il grande spessore tecnico, ma un lettore meno preparato può perdersi.

Non si può dimenticare che è stato professore di teologia didattica e polemica presso il seminario teologico di Princeton , occupando il posto di Charles Hodge , un altro esponente del fondamentalismo( una corrente teologica, che reagisce al metodo-storico critico ritornando alla lettura del “Testo sacro” così come lo abbiamo nelle mani e ai primi principi della riforma del 500 ) che l’autore definisce il suo “Elia” . Professore di teologia dal 1887 fino alla sua morte, avvenuta nel 1921, fu un uomo di notevole statura e non soltanto, per le sue conoscenze bibliche e per le sue capacità intellettuali, ma anche come esempio di etica e di moralità. Infatti, nonostante fosse molto impegnato in qualità di insegnante, di conferenziere e di scrittore, si prese cura fedelmente della propria moglie che, dopo pochi anni dal loro matrimonio, a causa di uno shock, visse una vita reclusa e negli ultimi due anni di vita fu completamente invalida.

Molto illuminante è a parer mio, molto condivisibile la sua riflessione sulla rivelazione. Egli scrive di due tipi di rivelazione: Generale e Speciale. Dopo aver definito la rivelazione come.”il sovrannaturale che si rivela, cioè l’atto di Dio che comunica all’uomo la verità su se stesso”; presenta nel primo caso, una rivelazione che è comunicata mediante fenomeni naturali che si verificano nel corso della natura e della storia . Nel secondo caso essa è nel corso naturale delle cose e della vita. La rivelazione interviene implicitamente volendo incidere in maniera determinante sulle vite degli uomini, in maniera soprannaturale. La prima è rivolta a tutte le creature, mentre la seconda ai peccatori per portarli alla salvezza. La prima soddisfa il bisogno di tutte le creature di intravedere Dio, mentre l’altra salva i peccatori. La rivelazione generale prepara l’uomo a quella speciale, perché lo pone davanti ad una realtà del divino, che lo spinge alla ricerca di un tesoro che parli ad altri, ma soprattutto parli a se stesso. Sicuramente questa riflessione trova consensi tra gli studiosi, anche se viene esposta con parole diverse, molti concordano con questa “idea” della “rivelazione” .

La modalità principale per cui si manifesta la rivelazione all’uomo è la Parola. L’autore quanto parla della parola intende la “Scrittura”. In essa la rivelazione di Dio passa dalle narrazioni, ai racconti, dai passaggi di natura normativa a quelli dove è il profeta è a parlare. Una rivelazione che parla attraverso diversi strumenti, ma confluisce tutta in un unico punto, dove finisce e da dove a inizia tutta la rivelazione. Finisce e ad inizio in Gesù Cristo, in maniera e in modi diversi ma ci parla sempre del Cristo. Personalmente concordo con questo pensiero ma in parte, con una modalità diversa e cioè:” Cristo ci rivela la Scrittura e solo allora la scrittura ci parla di Cristo”.

La rivelazione per Warfield è una necessità per l’uomo, il quale dopo il peccato nell’Eden ha perso la comunione con Dio. Il peccato ha posto un velo tra l’uomo e il suo Creatore, allora la rivelazione è “il velo scoperto” , finalmente la creatura può nuovamente trovare il suo creatore.

La rivelazione che è stata rivolta prima ad Israele, attraverso tutto quello che leggiamo nel 1°Testamento , poi diventa progressiva, fino ad arrivare a quella della Grazia, che attraverso Cristo è per tutti gli uomini. Ma l’uomo non è mai stato abbandonato completamente dalla rivelazione di Dio. Infatti come mette in luce l’autore, possiamo trovare nella Parola testimonianze di uomini e donne che non appartenevano al popolo eletto e pure in qualche modo si sono avvicinati alla “rivelazione” . Infatti, Dio ha sempre agito verso l’uomo, conducendolo alla salvezza attraverso una rivelazione che lo ha portato a farsi conoscere sempre in un modo più adeguato.

“La rivelazione di Dio per l’uomo è sempre soprannaturale, afferma Lo scrittore; ed essa può essere solo ricercata nella Bibbia, perché è l’unico libro “Ispirato” da Dio. Infatti, da questo pensiero parte la seconda parte del volume, che riflette proprio sull’ispirazione divina della Bibbia( questa seconda parte, su questo terreno, troviamo il Warfield più apologeta, contro chi non concorda completamente con il suo pensiero).

Il suo pensiero è quello dell’”ispirazione plenaria” della Bibbia . Cioè che la scrittura è ispirata da Dio in ogni sua parte, nelle cose che può comprendere la ragione, come in quelle che rimangono misteri, nelle parole come anche nei pensieri. Di questa riflessione ne diventa acceso sostenitore, dimostrando attraverso la storia del cristianesimo che: “ la chiesa ha avuto sempre questo concetto per quanto riguarda l’ Ispirazione”. Infatti, per i riformatori questo era il loro modo di intendere l’ispirazione; uno su tutti ad esempio Calvino . Fa riferimenti ai concili che sono stati fatti nel corso di tutta la cristianità, compresa la confessione agostiniana di Westminster . Dopo questa testimonianza storica, dove ancora rimaniamo colpiti dalla sua grande conoscenza e competenza, attacca gli avversari su un terreno comune, riportando riflessioni di alcuni studiosi non in linea con le sue teorie. Dopo un attento esame di alcuni loro scritti, dimostra attraverso una serie di riflessioni l’inesattezza di tali conclusioni. Infine attraverso dei testi della Scrittura, dimostra che non solo i primi cristiani credevano all’ispirazione plenaria, ma gli apostoli stessi. Infatti l’attacco da cui la difende è proprio la posizione di alcuni studiosi, i quali affermano che nella Bibbia ci sono parti storiche e parti ispirate. La sua conclusione è: se si mette in dubbio anche l’insegnamento degli apostoli si mette in dubbio quello di Cristo perché non si possono scindere gli insegnamenti; e se si mette in discussione quello di Cristo si mette in dubbio tutta la scrittura.”Colui che ha smesso di credere nella Bibbia di Gesù, se messo alla prova, paleserà altresì di aver smesso di credere nel Gesù della Bibbia” .

Personalmente io concordo con l’ispirazione olistica della Scrittura. Condivisa anche da una recente riunione di ministri . Ma il segno più “coinvolgente” dell’ispirazione della scrittura, secondo me è da ricercare primariamente nella “comunità dei credenti”. Cioè: è la comunità stessa che “attraverso l’opera persuasiva dello Spirito” ad attestare “al nostro Spirito” l’ispirazione della “Scrittura. In quanto gli viene riconosciuta un’autorità speciale, al di sopra di qualsiasi scritto, perché appunto “ispirata da Dio”. Pertanto Essa diventa per la comunità, fatta da coloro che condividono la stessa Fede in Dio: “Parola normativa ed Performativa.”

Ma prima ancora di affrontare il problema dell’ispirazione, bisogna capire(per quello che sia possibile) cosa si intende quando parliamo di ispirazione. Credo che Warfield ci abbia trasmesso attraverso questi scritti, una delle più profonde e appassionate riflessioni su tale argomento. Egli parte dal significato letterale del termine. Il termine in greco ha il significato di “spirare o “espirazione” . Allora alla luce di ciò, essa è stata “alitata da Dio” ; essa è il prodotto del soffio creativo di Dio. Il soffio di Dio è la potenza di Dio(l’autore aggiunge), allora la Scrittura è il prodotto di una determinata azione divina. Warfield anche in questa definizione non è solo, ma( anche a chi scrive) ha infiammato tanti cuori. Molto felice è anche la sua riflessione sullo Spirito creativo, infatti lo Spirito che ha ispirato la Scrittura è lo Spirito Santo, è concordo con “Moltmann” quando afferma che lo Spirito è principalmente quello della vita, cioè “Lo Spirito creatore”. Creatore, nel creare la Scrittura per contenere “La Parola di Dio” . Infatti credo che la Scrittura è Parola di Dio perché la contiene e né pervasa in ogni sua parte.

Il problema nasce, però nella modalità di tale ispirazione. Il teologo parte da questo tipo di riflessione per poi arrivare a dire, che se la Scrittura è alitata da Dio. Essa prende la sua forma come oggi l’abbiamo nelle mani, attraverso sì uomini, ma “completamente sotto l’ispirazione divina”. In breve scrive che: gli scrittori della Bibbia erano uomini come noi, con le loro debolezze ed errori, ma nel momento del “Componimento Sacro” erano completamente sotto la guida “del soffio creativo di Dio. Egli afferma che addirittura prima ancora che fossero nati e di avere un’incontro con” l’Onnipotente”; il Signore conosceva le loro vite e li indirizzava, li formava , li preservava, perché dovevano essere poi gli scrittori del Testo sacro” .

Questo tipo di riflessione(soprattutto l’ultima parte), apre il campo ad un’”eziologia” delle scritture; che a parer mio è molto coinvolgente, ma poco rispecchia l’esperienza dell’individuo e soprattutto il rapporto che si stabilisce tra uomo-scrittura. Credo che l’Ispirazione di Dio nell’uomo va al di là di un “rigore letterista”. IL “soffio”(cioè l’ispirazione) di Dio è “la sua testimonianza nelle vite di coloro che si sono avvicinati ad essa.” Cos’ì anche per gli scrittori della Bibbia. In essa vi troviamo espressa questa “verità”, che ha preso forma attraverso le loro vite. Un’ispirazione che non è stata condizionata dagli uomini, ma che ha ispirato gli uomini verso la rivelazione di Dio. Essa si è completamente calata in tutta la loro umanità . Una rivelazione che non passa solo attraverso il singolo, ma si manifesta nella storia di un’intera comunità, che scopre il proprio Dio attraverso la narrazione della propria identità nella storia e nel tempo. Una rivelazione che si cala nella storia ma la supera, trasformando spesso il presente in un momento già passato e il futuro in un imminente certezza, fatta di speranza che nei cuori dei credenti si trasforma in certezza. Infine gli ultimi due capitoli contenuti nel volume: “La Scrittura: ispirata da Dio”, dedicato all’analisi filologica del testo di Timoteo 3:16 e “«Dio dice», «essa dice», «la Scrittura dice»”, dedicato all’analisi filologica e teologica delle formule di introduzione delle citazioni dell’Antico Testamento nel Nuovo . In essi troviamo una ben organizzata disquisizione sul come, ogni volta il testo è introdotto con queste parole, anche se diverso nella forma, ma nella sostanza sta sempre ad indicare una “scrittura” direttamente pronunciata “ dalla bocca di Dio”, sottolineando come in questi testi, l’autore biblico sempre ha trasmesso delle parole direttamente dalla “bocca di Dio” , proprio come i profeti dell’Antico Testamento.

4 ottobre 2009



IL SOGNO E LA STORIA: IL PENSIERO E L’ATTUALITA’ DÌ: MARTIN LUTHER KING




Un pomeriggio mi trovavo con mia moglie in un rinomato centro commerciale. Mentre ci incamminavamo verso la porta di uscita, notavo tante persone, che come me erano lì intende nelle loro faccende. Ciò che attirò la mia attenzione fu quando mi accorsi, che la maggior parte di loro avevano il colore della pelle diverso dal mio. In quel momento, quasi d’improvviso, sentii una sensazione particolare, che non avevo mai provato prima. Nell’osservare quella scena, provavo un senso di “piacere e contentezza”. Questa sensazione mi costrinse a fermarmi per un attimo, per godere in quel momento tutto il piacere di quell’ esperienza, che mi piace chiamare (credere) “Benedizione” . Una benedizione nata dalla consapevolezza “ nell’immediato” di vivere finalmente in una società pluralista .

Questa “benedizione”, poi però mi ha portato a riflettere sui rapporti di convivenza, con i quali vivono i “cittadini del mondo”.

La diversità vien molte volte vista, non come un benedizione ma come un problema; per tanti addirittura, un problema da “risolvere”con ogni mezzo. Gli “altri” non sono come “noi”, qualcuno ha detto: “hanno il colore della pelle diverso”. Questo basta tante volte a convincerci, che “gli altri” quelli colorati in modo diverso, sono cittadini di serie B. Non comprendo, come si possa pensare, che un colore diverso basti a dividere la nostra società in livelli “alti” e “bassi”. Personalmente credo che questo sia assurdo, addirittura inspiegabile, per chi come me riconosce nel “colore” un valore “terapeutico”, cioè vivere tra colori diversi mi fa sentire meglio.

Pensare che, la storia ci racconta di questi strani “individui”, che non amando il colore, desiderano un mondo “monocromatico”, reputando gli altri, quelli di un colore diverso, una “razza inferiore”. A volte questi ,“ i bianchi” si definiscono anche dei cristiani. Ma mi chiedo come si può essere seguace di Cristo, se per primo Gesù, ha tanto amato la diversità. Certamente Egli non era un monocromatico, anzi valorizzava “il colore” di chi incontrava.

Oggi viviamo in una città pluralistica, possiamo dire in una società “colorata”, sembrerebbe che l’infezione del razzismo sia ormai debellata. Invece, ancora oggi tristemente si legge, che proprio la nostra bella Italia è a rischio razzismo .

E’ strano che proprio degli italiani siano contagiati da questo “virus” , da questa vera e propria malattia che viene chiamata xenofobia . Strano perché fino a qualche anno fa “gli altri”, eravamo noi. Anche noi eravamo tra i “colorati”. Emigravamo anche noi in paesi lontani in cerca di una vita migliore . Ma la memoria delle nuove generazione è assuefatta da una società, che dimentica le sue origini e crede che tutto sia nato “oggi”. Forse una cura per questa infezione sia proprio rinnovare la memoria storica di questi avvenimenti,che hanno segnato profondamente il nostro paese, nella memoria delle nuove generazioni e non solo . Rivalutare gli uomini e le donne che realmente sono “diversi”, perché di una qualità di persone che diventa sempre più raro trovare. Persone speciali, perché con la loro vita hanno reso il “mondo” di oggi, migliore di quanto lo sia stato il loro. Singoli individui ma a volte comunità, animate da quello Spirito che ama il “mondo” e i suoi “colori”.

Uno di questi è il pastore battista Martin Luther King jr.

Martin Luther King nasce dopo un parto difficile ad Atlanta, Georgia, nel sud degli Stati Uniti, dove il problema razziale è sentito con angoscia e urgenza particolare. Figlio e nipote di pastori battisti. Egli nel 1954 si insedia alla Baptist Church di Montgomery, Alabama, dopo una brillante carriera accademica presso il Crozer Seminary di Chester, in Pennsylvenia e poi nella Boston University che poi conseguirà la PhD. Dopo la nascita della sua prima figlia egli rifiutò la presidenza della NAACP (National Association for Advancement of Colored People), questo fece sembrare che, King avesse un ripensamento nella lotta alla segregazione razziale. Invece quando nel 1955 nasce il movimento dei diritti civili, egli ne diventa leader e bandiera. La scintilla si ha a Montgomery, quando Rosa Parks una donna afroamericana , salita sull’autobus come ogni mattina, alla pretesa di un bianco di occupare il suo posto, ella si rifiuta. Allora viene arrestata e poi multata. Da questo si organizza un boicottaggio dei mezzi pubblici da parte delle persone di colore, tanto da costringere la compagnia dei trasporti pubblici a scendere a condizione per le grosse perdite economiche che avevano avuto. Il 13 novembre 1956 la corte Suprema dichiara incostituzionale la discriminazione che si faceva sugli autobus . Dopo questa vittoria King punta a delle altre, in cima alle sue richieste c’è il diritto di voto. Esso fu ottenuto nel 1965 e l’anno prima veniva approvata la carta dei “Diritti civili”. Nel 1957 si apre per King il fronte dei contatti politici ufficiali e nello stesso anno il Times lo dichiara uomo dell’anno. Inoltre si reca in India dove approfondisce il “metodo della non violenza di Gandhi”, apprendendo che, sulla base di una disciplina interiore e da una chiara strategia, ma sempre non violenta, ci si poteva ottenere giustizia . Nel 1960 viene trasferito ad Atlanta, la città più grande del Sud. Intanto emergeva al nord un nuovo punto di riferimento per la lotta contro la segregazione razziale: Malcom X , che non condivideva con King il metodo della non violenza. Infatti, proprio quando King decise nel 1966 di esportare al nord le sue idee e il suo metodo, lì ebbe le maggiori difficoltà. Egli si ritrovò a scontrarsi, da un lato con le componenti sindacali radicali e dall’altro con le frange interne al movimento, che avrebbero preferito alla non violenza un intervento più deciso contro il potere vigente. Il 28 agosto del 1963 si tenne a Washington davanti a una grande moltitudine di persone, il suo discorso più famoso, che ebbe come slogan: “ I have a dream”. Esso rimane scolpito nei cuori di tutti coloro che sperano in un “mondo migliore”. In questa occasione Malcom X commenta: “ il dr. King aveva un sogno mentre tutti i nostri negri vivono un incubo”. Nel 1964 gli viene assegnato il Nobel per la pace. Nel febbraio del 1965 ci fu l’assassinio di Malcom X e questo fece esplodere nei ghetti delle violente rappresaglie, tanto che King alla luce dei fatti ebbe una brusca battuta di arresto.

Quello degli ultimi anni sembra essere un altro King, non abbandona mai il metodo della non violenza, ma ne sembra sempre meno convinto. Negli ultimi anni si occupò del problema della povertà e in questo senso concentrò i suoi sforzi. Egli si convince che l’America è una “società malata”, che deve essere risanata. Nel 1967 partecipa a Chicago ad una marcia contro la guerra del Vietnam, denunciando inoltre, che i soldati di colore erano trattati in modo discriminante rispetto a quelli bianchi. Nell’ultimo anno della sua vita egli cerca di rafforzare i temi sociali in favore dei poveri. Pensa di organizzare una marcia dei “poveri” su Washington. Ma il 4 aprile 1968 a Memphis, King viene colpito mentre è affacciato al balcone di un albergo. Si interrompe la vita di un uomo “speciale” che aveva un sogno speciale. La sua vita è stata interrotta ma il suo sogno continua nelle vite di coloro che amano i suoi stessi ideali. Se fosse ancore in vita avrebbe visto, parte di quel sogno realizzarsi.

Un giorno disse King:” Cristo mi ha dato lo Spirito e le motivazioni, Gandhi il metodo”. In queste parole è sintetizzato tutto il suo pensiero sia teologico che ideologico. In primo luogo egli diede ai neri il diritto di partecipare al “sogno americano” ma contemporaneamente, di continuo faceva appello ai più alti valori cristiani. La sua arma preferita era la predicazione che dai pulpiti delle chiese o da quelli allestiti nelle piazze, anche attraverso il testo biblico, infiammava e incoraggiava i cuori. La sua predicazione così divenne uno strumento per guidare il “cambiamento sociale” che stava avvenendo attraverso la rivendicazione dei diritti civili. King aveva una grossa fiducia nella costituzione Americana. La sua rivendicazione era proprio di applicare la costituzione per tutti, anche per i neri. Quindi il movimento dei diritti civili non diventa in realtà un movimento di dissenso ma un movimento di consenso più alto; infatti esso cercava di superare le amministrazioni locali e anche quelle federative. Esso puntava a realizzare i principi costituzionali in ogni cittadino . Un movimento, come si è detto fondato sulla non violenza. Questo principio era molto forte in King, tanto da diventare in lui una vera e propria “fede”. Disse una volta: ”Se applichiamo la legge occhio per occhio e dente per dente, tutti rimaniamo ciechi e sdentati.” L’impegno per la liberazione dei neri dalla segregazione razziale passa per il cuore oltre che per la mente e sconfigge le ragioni del risentimento e della vendetta, le quali complicano solo le cose. Pertanto la sua scelta è quella dell’amore per il prossimo e la riabilitazione del prossimo. Da Gandhi aveva appreso che l’amore per i nemici poteva essere uno strumento potente per la trasformazione collettiva. Inoltre, sceglie la via della non violenza, anche perché sa bene che da un punto di vista empirico, lo scontro tra un gruppo di dimostranti e le forze di uno stato, pronto a schierare l’esercito, farebbe pendere la bilancia a favore di quest’ultimo; senza contare i morti e i feriti che lascerebbe sul campo. Egli vuole lottare contro le strutture ingiuste e non contro le singole persone.

Sicuramente le chiese afroamericane hanno costituito il terreno fertile da dove attingere e iniziare le battaglie per i diritti civili e il superamento della discriminazione razziale.

Da un punto di vista biblico sono chiari nella sua predicazione, atta come si è detto ad essere uno strumento per portare avanti il suo movimento , i riferimenti ad alcuni passi della scrittura: il Sermone sul monte, con il suo messaggio di conforto per i disagiati e di affermazione della non violenza; quello della profezia che Gesù applica a se stesso e cioè: sono venuto a per bandire l’anno di liberazione; infine la parabola del buon samaritano, per la solidarietà con le vittime e l’abbattimento delle barriere etniche e razziali.

Invece per quello che riguarda la sua teologia, essa non fu accademica, ma nel corso drammatico della storia ha imparato a fare teologia . Ma certamente ha avuto nella sua formazione delle basi teologiche, che hanno influenzato le sue scelte e la sua visione della vita. Dal vangelo sociale trasse la visione del Regno di Dio, che pone il cristiano al di sopra del semplice valore individuale, proiettando la sua responsabilità verso la società. Dalla teologia della crisi, si convinse che il peccato è una categoria teologica che spiega la discriminazione, la schiavitù e anche alla guerra. Dalla teologia personalista trasse il concetto che l’essere umano anche se è un tuo nemico, deve essere rispettato. Infine come abbiamo detto da quella gandiana, che l’amore può essere utilizzabile anche come strumento contro l’ingiustizia .

Come abbiamo detto il suo impegno non si limita soltanto ai diritti civili, ma intraprende una serie di iniziative miranti a destabilizzare il potere economico dei bianchi. In quanto si rende conto che tra i poveri del paese la maggior parte sono neri. Questo perché la classe politica fornisce vantaggi e opportunità di lavoro e di guadagno ai bianchi a discapito dei neri. King non ama l’assistenzialismo ma lotta per una maggiore equità economica; per una migliore distribuzione delle ricchezze, proponendo al governo americano notevoli investimenti in questo senso. Investimenti di denaro ma anche di disciplinare il mondo del lavoro, colpendo lì dove c’è discriminazione.

Certamente bisogna dire, che la buona riuscita delle imprese del movimento non è dipeso solo da King, ma certamente dal fatto di avere al proprio fianco altre persone speciali come lui. Un esempio è proprio Rosa Parks. Certamente prima di lei tanti e tante altre hanno avuto una reazione davanti ad una tale imposizione; ma la reazione di Rosa, determinata ma nello stesso tempo composta e la sua testimonianza di una donna assennata e corretta, hanno fatto si, che questa volta potesse accendersi quella scintilla, che poi divampa in quel giusto fuoco destinato a perdurare e a coinvolgere gli altri. Lo stesso King dice di lei, come una cristiana vera e una donna da prendere da esempio .

Oggi a distanza d’anni ricordiamo un uomo che attraverso la sua breve vita ha creduto in un sogno che per tanti era o per alcuni lo è ancora irrealizzabile. Un sogno che ha pagato con la vita, ma come lui stesso disse il giorno prima di morire: “ Vivere a lungo a i suoi aspetti positivi. Ma la cosa non mi interessa . voglio fare la volontà di Dio”

3 ottobre 2009



LA”GIUSTIFICAZIONE NELLE LETTERE PAOLINE




La giustificazione è una questione molto sentita in tutta la storia del cristianesimo. Dopo la consapevolezza di essere dei peccatori, cioè: partendo dal presupposto biblico, che la creatura umana così com’è, non è “a posto” rispetto ai criteri di giustizia stabiliti e rivelati da Dio , ci si chiede: il come stabilire “comunione” con Dio, ritornando ad essere giusti agli occhi Suoi. Sicuramente dall’ebraismo il cristianesimo ha ereditato questo tipo di “problema”, che per quanto riguarda il primo Testamento trova la sua complessità nei sacrifici di espiazione e nelle varie norme per la purificazione . Anche in ambiente ellenistico ci sono varie proposte , ma possiamo dire che, chi più di ogni altro protagonista della Bibbia, ha cercato di trovare una risposta a questo tipo di riflessione è stato, attraverso le sue epistole, l’apostolo Paolo. Partendo dall’eredità dei suoi padri ha confrontato la sua riflessione ed esperienza con il Cristo, con l’ambiente in cui veniva calata tale proposta, dando una risposta che, in qualche modo coinvolgesse tutti gli uomini, facendo della giustificazione una colonna portante di tutto il suo pensiero e del suo messaggio. Il significato biblico di tale parola è: (in ebraico יכח yâkach; in greco δικαιόω dikaioō) di dichiarare, accettare e trattare come giusto un imputato. Da un lato non penalmente perseguibile e, dall'altro, avente titolo a tutti i privilegi che possiedono coloro che osservano la legge di Dio. Si tratta quindi di un termine giuridico, forense, denotando un atto amministrativo della legge - in questo caso, un verdetto di non colpevolezza e quindi, escludendo ogni possibilità di condanna.

Per comodità dividerò la mia breve riflessione sull’argomento in capitoli. Così cercando di non perdermi nell’immenso mare di pensieri, ma cercando di dare al mio lettore una riflessione, per quanto mi sia possibile, organizzata con uno schema semplice e sperando di rendere i miei pensieri chiari e ordinati.

1^parte -Concetto di Giustifucazione


La giustificazione è una dottrina, che esprime un’azione, nel nostro caso di Dio verso l’uomo; una riflessione intorno a quello che riguarda esclusivamente il rapporto tra Dio è la sua creatura. Pensiero che troviamo nella Scrittura, in tutti e due i Testamenti, ma che a poco a che vedere con le idee e i concetti degli uomini. Infatti, la nostra riflessione ha come sua base principalmente quello che troviamo scritto “nella Sua Parola”. La giustificazione è necessaria in quanto Dio è santo e l’uomo per la sua colpa è ingiusto. La colpa è il peccato in quanto disobbedienza a Dio. Ingiusto perché, trasgressore della “giustizia”, considerando quest’ultima come: conformità della vita dell’uomo alla volontà di Dio e alle prescrizioni della legge . Allora giustificare è rendere giusto l’uomo. Essa è necessaria per stabilire la comunione con Dio . Allora essa coincide con l’azione salvifica di Dio mediante la quale Dio crea la sua famiglia e la nuova società di credenti in lui, rendendoli giusti, cioè giustificati, ossia capaci di avere comunione con Lui e liberandoli dal peccato. Allora la giustificazione è un miracolo della grazia misericordiosa e liberante di Dio. L’attuazione di questo “dono” di Dio, si ha solo attraverso la fede in Cristo. Soltanto attraverso il suo sacrificio, si compie l’opera di giustificazione per l’uomo e il mondo. I cristiani da parte loro si impegnano ad attuare la giustizia e ad essere per il mondo, testimonianza di giustizia; costituendo la “chiesa” come segno e luogo della presenza del “Dio giusto” e donatore di libertà per tutti gli uomini. In tutte e due i Testamenti è forte il presupposto della santità di Dio, e questo diventa il presupposto anche della dottrina della giustificazione, che non altera la sua santità né abolisce in qualche modo la legge, ma viene adempiuto ogni cosa attraverso Gesù Cristo, che agisce in nome dei peccatori che si affidano a Lui.

2^Parte- La Giustificazione in Paolo

L’apostolo elabora la sua riflessione sulla giustificazione, non certamente partendo dalla posizione, come molti hanno pensato, di inattuabilità della legge. Egli afferma di essere irreprensibile in quanto alla “giustizia e nell’osservanza della legge” . Ma dopo la sua conversione al cristianesimo(soprattutto dopo l’esperienza fatta con il Signore sulla via di Damasco), acquista una nuova consapevolezza di se stesso e di tutto il suo bagaglio giudaico. Da ciò, anche il suo essere giusto secondo la legge, diventa qualcosa da mettere ormai da parte , per accogliere nella propria vita una giustizia migliore della propria, quella di Cristo, che è superiore a qualsiasi giustizia umana, perché l’unica capace di giustificare l’uomo.

Egli presenta l’evangelo come rivelazione di tale giustizia. Questa vale per tutto il mondo, ma solo nel momento che gli uomini rinunciano alla propria e fanno valere quella di Cristo.

Il presupposto di Paolo e quello veterotestamentario; la persuasione ebraica che sarebbe giunto il giorno del giudizio(il giorno del Signore) e Dio avrebbe condannato tutti coloro che hanno infranto la “Legge”. Per coloro che il Signore giudica degni si apriranno le porte di un “nuovo mondo”. A questa prospettiva aggiunge, che Cristo sarà delegato da Dio a giudicare il mondo con Giustizia . Allora chi sono i “degni” o meglio dire “i giusti”? Fondamentale in lui il discorso in cui Dio si dimostra “Giusto”. Per questo egli si rifà ad esempi come quello di Abramo; ma diversamente al pensiero dei “maestri ebraici”, che per loro Abramo diventa paradigmatico per la sua ubbidienza a Dio e per le sue “opere” di ubbidienza è stato giustificato. Per l’Apostolo il patriarca ottenne giustizia perché ebbe fiducia nella promessa di Dio. lasciò operare la giustizia di Dio(quella che poi sarà rivelata attraverso Cristo) nella sua vita, perché la sua fiducia era nel Dio giusto. Allora riportando le parole del profeta “il giusto vivrà per fede” , la giustizia di Dio si realizza nelle vita di coloro che si affidano alla fedeltà di Dio, questo li giustifica non certo per le loro opere, ma perché Egli si dimostra giusto e fedele a se stesso . Allora l’opera di giustizia è la condotta di grazia di Dio, con la quale resta fedele a se stesso, ma rendendo il peccatore oggetto di questa grazia, lo accoglie in un rapporto di comunione, che il peccatore riconosce e accetta Dio come sua giustizia e fondamento della sua salvezza. Una misericordia che può essere ottenuta soltanto attraverso la fede, una fede che trova il suo centro vitale nella riflessione cristologica dell’apostolo, che in realtà trova riscontro con quella della prima cristianità. Una cristologia che ha come essenza : la croce e la resurrezione del “Signore”. Infatti, anche nella sua riflessione riguardante la giustificazione, egli arriva a dire che: “per mezzo della croce e della resurrezione di Gesù, noi otteniamo il perdono dei peccati, per poi essere giustificati.” In questi due eventi si manifesta la “giustizia di Dio”. Infatti, nel pensiero dell’apostolo, giustificazione diventa sinonimo di purificazione dai peccati , legata sempre e unicamente all’evento pasquale.

Allora ci rendiamo conto che la giustificazione non è per Paolo solo una pura riflessione teologica, ma soprattutto “Kerygma” della buona novella, annuncio a tutti gli uomini della misericordia di Dio. Essa è a disposizione di chiunque, ma è afferrata soltanto da coloro, che attraverso la predicazione dell’evangelo l’accolgono nelle loro vite attraverso la fede. Quindi ancora una volta la “legge mosaica” e quella degli uomini è messa da parte, per lasciare spazio alla giustizia di Dio, che come un dono attraverso Gesù sulla croce, prende il posto della nostra “peccaminosa e fallace giustizia, facendosi Lui peccato, per giustificarci presso Dio .

Ora la fede nella giustificazione diviene, non soltanto un evento da vivere nel presente, ma anche una speranza, che attraverso la fede si trasforma in certezza, in un futuro certo nelle mani di Dio. Un futuro escatologico, che essendo giustificati, garantirà un eternità con Cristo.

La “buona novella” è per tutti gli uomini, anche per Israele. La soluzione per gli ebrei è la stessa come per gli altri, mettere da parte la loro giustizia e avere fede accettando quella del “Signore Gesù il Cristo”.

Allora avendo come punto di partenza una prospettiva pessimistica, cioè:”tutti hanno peccato” , l’apostolo proclama la giustificazione di ogni creatura umana, per grazia e non per meriti o opere giuste, mediante la fede in Gesù Cristo. Una giustificazione collocata nel punto del tempo in cui la persona crede a questo annuncio. Essa allora diventa un atto di Dio, che proietta il giudizio finale nel presente. In relazione con l’esperienza di fede che il singolo fa nella propria persona attraverso la fede nell’opera “giustificatrice” e “liberatrice” del sangue di Gesù.

3^ Parte- Piccola Esegesi di alcuni testi paolini

Come dice l’ intestazione ora proverò a prendere in esame dei testi, tratti dall’epistole proto paoline(quelle attribuite dalla maggior parte degli studiosi a Paolo tesso) in cui l’apostolo esprime il suo pensiero sulla giustificazione:



Rm 5:18 “Dunque, come con una sola trasgressione la condanna si è estesa a tutti gli uomini, così pure, con un solo atto di giustizia, la giustificazione che dà la vita si è estesa a tutti gli uomini.”

In questo verso l’apostolo mette in relazione la disobbedienza di Adamo con l’ubbidienza di Cristo alla morte della croce. Il primo portò la condanna per tutti gli uomini , il secondo la giustizia di Dio per tutti gli uomini attraverso la fede in colui che ci giustifica. Come allora il peccato riguarda tutta l’umanità così il messaggio salvifico e liberatore di Dio attraverso la croce di Gesù Cristo è rivolto ad ogni uomo.



Fili 3:7 “Ma le cose che mi erano guadagno, le ho ritenute una perdita per Cristo.

Fili 3:8 Anzi, ritengo anche tutte queste cose essere una perdita di fronte all'eccellenza della conoscenza di Cristo Gesù mio Signore, per il quale ho perso tutte queste cose e le ritengo come tanta spazzatura per guadagnare Cristo,

Fili 3:9 e per essere trovato in lui, avendo non già la mia giustizia che deriva dalla legge, ma quella che deriva dalla fede di Cristo: giustizia che proviene da Dio mediante la fede”.



Paolo avuto conoscenza della giustizia di Dio attraverso l’esperienza con Cristo, ha messo da parte la sua vecchia giustizia della legge, per sostituirla con quella di Dio attraverso la fede nel Cristo. Così gli uomini che hanno conosciuto la propria giustizia, incapace nello stabilire comunione con Dio, rinunciando alla loro ricevono quella di Dio che li giustifica attraverso la fede in Cristo. Il mezzo per cui si arriva alla vera giustizia è dunque la fede, l’origine di questa giustizia è in Dio.


Gal 3:6 “Siccome Abramo credette a Dio e ciò gli fu messo in conto di giustizia.

Ponendo ora il Patriarca, non più come un esempio di giustizia secondo le opere, ma di giustizia secondo la fede. In quanto ebbe fiducia in colui che gli aveva fatto la promessa. Fiducia in Dio giusto e per questo fedele a se stesso. Questo è il paradosso della fede, vero per noi tanto quanto per Abrahamo. Smettendo di fare qualcosa da se, accettando una posizione di umiltà e completa dipendenza fu “giustificato”. Questo è l’unico modo di “stare da giusto”, con Dio. Ogni altro modo è orgoglio perché è farsi giusti da soli.



Gal 2:16 “Sapendo che l'uomo non è giustificato per le opere della legge ma per mezzo della fede in Gesù Cristo, abbiamo creduto anche noi in Cristo Gesù, affinché fossimo giustificati mediante la fede di Cristo e non mediante le opere della legge, poiché nessuna carne sarà giustificata per mezzo della legge”

Infatti in questo testo viene ribadita l’inefficacia della legge nel giustificare gli uomini. Solo Dio può giustificarci, questo è un dono di Dio, che noi possiamo ricevere se crediamo nel Figlio. Queste sono le opere della grazia che ci libera e ci salva contrariamente alle opere della legge che sono opere morte, perché incapaci di agire e di far alcun bene per l’uomo ingiusto. Qui vediamo che il discorso di Paolo parte da un’attestazione generale, poi riguarda anche lui con il pronome noi e infine tutti gli uomini. Molto particolare perché i termini usati sono quelli forensi , cioè fanno parte di quei termini di quando, un giudice reputava l’imputato innocente. Così giustificati dalla croce e resurrezione di Cristo noi tutti abbiamo comunione presso il Padre.


Rm 4:25 “il quale è stato dato a causa delle nostre offese ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione.”

Quindi qui vediamo che l’azione di Dio attraverso la morte di Gesù, non è una casualità, ma è stata necessaria per la nostra giustificazione. Non dobbiamo vedere i due momenti: quello della morte e della resurrezione come separati, ma come in tutto il pensiero paolino, l’uno è legato all’altro come un’ unica opera, che Gesù con amore si è dato affinché fossimo giustificai. Qui possiamo forse trovare una confessione di fede della chiesa prepaolina, con un richiamo ad Isaia 53. Da questo possiamo capire come il pensiero della giustificazione non è pura elaborazione paolina, ma già era esistente nelle prime comunità cristiane.



1Cor 6:11” Or tali eravate già alcuni di voi; ma siete stati lavati, ma siete stati santificati, ma siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù e mediante lo Spirito del nostro Dio.”



Ora la giustificazione in Paolo, non rimane un’azione isolata nella vita del credente. Essa diventa parte di un’unica opera, quella della salvezza. Si lega tanto con l’opera di salvezza che: “lavati” inteso come purificazione e “santificati” come separati dal peccato vengono presentati insieme a “giustificati”, come se fossero sinonimi per annunciare l’opera della croce di Cristo . Infatti la giustificazione non resta semplicemente un pensiero speculativo, ma diviene soprattutto annuncio della “buona novella”. Dio che ci giustifica, darà la forza necessaria per portare a termine la santificazione.

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Rm 3:24” Ma sono gratuitamente giustificati per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù.

Rm 3:25 Lui ha Dio preordinato per far l'espiazione mediante la fede nel suo sangue, per dimostrare così la sua giustizia per il perdono dei peccati, che sono stati precedentemente commessi durante il tempo della pazienza di Dio,

Rm 3:26 per manifestare la sua giustizia nel tempo presente, affinché egli sia giusto e giustificatore di colui che ha la fede di Gesù”.



Affermando nei versi precedenti, che tutti gli uomini hanno bisogno di essere giustificati perché peccatori, sotto la condanna di Dio. Mediante l’opera giustificatrice di Cristo è stata data gratuitamente giustizia a tutti coloro che credono con fede alla sua opera di redenzione. La fede non costituisce un motivo di merito ma solo lo strumento per ricevere tale giustizia.

La redenzione dalla colpa è stata ottenuta mediante la morte espiatrice del Cristo, che era stata prestabilita come propiziazione dei peccati. In questo sacrificio propiziatorio Dio ha rivelato il suo atteggiamento verso il peccato, cioè di aspra condanna, tanto da far ricadere una tale condanna sul suo Figliuolo, per rendere possibile il perdono dai peccati. Il Padre attraverso la croce non è restato indifferente al peccato, manifestando non solo la sua condanna ma anche il suo giudizio. Ma attraverso di essa, Egli può “nel tempo presente” rendere giusti perché giustificati tutti coloro che hanno fede nel Figlio. Una giustizia che è stata manifestata anche per coloro che per un tempo sono vissuti senza “giustizia” vivendo nella “pazienza di Dio” cioè: nell’attesa che tale giustizia fosse compiuta sulla croce da Gesù il Cristo.



2Cor 5:21” Poiché egli ha fatto essere peccato per noi colui che non ha conosciuto peccato, affinché noi potessimo diventare giustizia di Dio in lui.”



In questo verso è molto chiaro il messaggio di Paolo, cioè: Cristo ha preso il nostro posto. Il Signore si è fatto peccato per noi, Lui che non ha mai conosciuto peccato; affinché fossimo riconciliati con il Padre. Questo non vuol dire che Gesù abbia peccato o che sia diventato un peccatore, ma assume al nostro posto quel normale rapporto con Dio, che è conseguenza del peccato. Come sempre l’apostolo non parla della giustizia morale ma del giusto rapporto con Dio.



Gal 2:17 “Ma se nel cercare d'esser giustificati in Cristo, siamo anche noi trovati peccatori, Cristo è egli un ministro di peccato? Così non sia.”



L’apostolo i questo verso si difende dall’accusa di alcuni, soprattutto giudei, che nella sua predicazione della giustificazione per fede, trascura l’importanza di una vita morale e lontana dal peccato. Questo non è certamente il pensiero di Paolo. Infatti afferma, che se noi siamo stati giustificati, il peccato non ha più motivo di esistere nella nostra vita. Altrimenti, se viviamo ancora nel peccato la giustificazione di Cristo è vana, perché renderemo l’opera del Signore un’opera al servizio non della salvezza ma del peccato.



Rm 11:6 “Ma se è per grazia, non è più per opere; altrimenti, grazia non è più grazia.”



Qui possiamo vedere introdotto il concetto di grazia. Essa è il mezzo scelto da Dio per la salvezza(giustificazione), la vita e il servizio del credente. Egli essendo salvato(giustificato) per grazia non è più sotto la legge. Per grazia Dio innalza il credente ad una posizione la più elevata che si possa immaginare e sempre per grazia che prosegue la sua opera in lui e largisce le sue benedizioni. Allora la grazia è legata al servizio, alla vita cristiana e alla sua libertà.


1Cor 1:18” Poiché la parola della croce è pazzia per quelli che periscono; ma per noi che siam sulla via della salvazione, è la potenza di Dio; poich'egli è scritto:

1Cor 1:19 Io farò perire la sapienza dei savî, e annienterò l'intelligenza degli intelligenti.

1Cor 1:20 Dov'è il savio? Dov'è lo scriba? Dov'è il disputatore di questo secolo? Iddio non ha egli resa pazza la sapienza di questo mondo?

1Cor 1:21 Poiché, visto che nella sapienza di Dio il mondo non ha conosciuto Dio con la propria sapienza, è piaciuto a Dio di salvare i credenti mediante la pazzia della predicazione.

1Cor 1:22 Poiché i Giudei chiedon de' miracoli, e i Greci cercan sapienza;

1Cor 1:23 ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo, e per i Gentili, pazzia;

1Cor 1:24 ma per quelli i quali son chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio;

1Cor 1:25 poiché la pazzia di Dio è più savia degli uomini, e la debolezza di Dio è più forte degli uomini.”

L’apostolo era particolarmente consapevole quanto la dottrina della giustificazione da lui presentata fosse sconcertante e paradossale, soprattutto per delle affermazioni non in linea con la tradizione dei padri e poco razionalizzanti con il pensiero e la filosofia greca. Ma per lui l’evangelo non è solo un buon consiglio da dare agli uomini , ma esso è “potenza di Dio”. Allora per lui ogni tipo di sapienza umana non può sussistere al cospetto di Dio. Dio non ha solo disprezzato questo tipo di sapienza ma la resa pazza, se paragonata o se usata per conoscere le cose di Dio. L’apostolo allora annuncia che l’unico modo per salvare e giustificare gli uomini, per la sapienza di Dio è la croce di Gesù. Consapevole che per la sapienza umana la croce non poteva che essere pazzia, o scandalo. Annuncia che attraverso di essa si rivela la potenza di Dio, potenza salvifica. Unica e sola capace di giustificare il peccatore. La sua conclusione è che: quello che l’uomo orgoglioso crede pazzia, è in realtà sapienza di Dio, certamente più savia di quella degli uomini. Il messia sofferente in croce rivela la debolezza di Dio, ma essa è più forte di qualsiasi potenza che gli uomini possano mostrare.

4^Parte- Conclusioni finali

Allora in conclusione possiamo dire che la giustificazione è l’atto mediante il quale Dio tre volte santo, rende il peccatore, che nel frattempo è diventato credente, giusto per stabilire comunione con Lui. Essa è gratuita e totalmente immeritata . Essa è giusta perché non solo Dio non risparmia il proprio figliuolo per giustificare i nostri peccati, ma attraverso di essa adempie “ogni giustizia” e la legge l’Antico Testamento. Essa è un atto sovrano di Colui che in Cristo ci ha chiamati, giustificati e glorificati, infatti, si riceve per fede e non per opere. Per il peccatore giustificato non c’è più nessuna condanna perché Dio la vede attraverso Cristo, rivestito della sua giustizia.

Un punto controverso della dottrina della giustificazione in Paolo è, se la sola fede può bastare o sono necessarie anche le opere. Su questo punto già nella prima cristianità c’erano tante controversie. Un esempio è nell’epistola di Giacomo, dove leggiamo che: “la fede senza le opere è morta” , usando per la sua riflessione il patriarca Abramo, lo stesso punto da dove parte Paolo, ma offre uno spunto di riflessione diverso cioè: Abramo giustificato non solo per fede, ma anche per le sue opere.

Nel corso del Medio-Evo, nella chiesa Cattolica e quella Greca-Ortodossa, la dottrina della giustificazione per fede, venne oscurata da quella delle opere meritorie. La croce di Gesù non bastava, ma l’uomo doveva attraverso una serie di opere buone come: i pellegrinaggi, i riti della chiesa e le proprie sofferenze in purgatorio, contribuire alla propria salvezza. I riformatori hanno riportato ai credenti la certezza della salvezza attraverso la fede, riscoprendo il luminoso insegnamento di Paolo, proprio riguardante la giustificazione per sola grazia attraverso la fede.