13 ottobre 2009

CONOSCERETE LA VERITA' E LA VERITA' VI FARA' LIBERI (4^ PARTE)


Attraverso le prime tre parti dell'argomento
trattato, abbiamo presentato la libertà, "quasi" come una scelta, come se il principio
libertà fosse l'assioma della nuova vita.
In realtà la scelta di libertà è un desiderio che è in dicotomia con quello della vita stessa di ogni creatura. Diversi ma si completano entrambi e senza l'uno non sussiste l'altro.
Ma sappiamo che la libertà non è solo uno stato "politico" dell'uomo, ma riguarda anche il suo stato ontologico e la sfera dei sentimenti e del suo essere. La libertà politica ha le sue "leggi" e "regole" che fin quando ci si rispettano, ogni cittadino gode della cosiddetta librtà. Le leggi sono emanate, proprio per garantire la libertà di tutti. In realtà i termini "legge" e "libertà" sembrano quasi un'ossimoro, ma in realtà per sussistere
una "libertà politica" dell'uomo non possono essere separati l'una dall'altra. Il principio per le leggi di una vera libertà in una "polis" o in qualsiasi società, è bene sintetizzata in uni scritto di Lutero:" La mia libertà finisce dove comincia la tua". Credo che in queste parole troviamo espresso il vero" principio di libertà", che ogni stato dichiarandosi garante di esso, dovrebbe realizzare.
Ma nell'individuo esiste un'altro tipo di libertà, che trascende quella politica e religiosa, quella che noi abbiamo definita ontologica, cioè dell'essere. Un uomo è davvero libero nella consapevolezza di se stesso? Se la scelta di essere libero, è comunque una scelta, essa non ci porterà poi a scegliere di essere legati ad un'altro? Inoltre, le passioni e la coscienza dell'uomo, quello che poi ci portano a scegliere di sclegarci da qualcuno o da qualcosa, nel loro essere non sono forse anche loro dei "lacci" in quanto cercano di condizionare l'uomo?
Allora l'uomo in quanto essere, può essere veramente libero? O può solo godere di una "libertà condizionata"?
Il mondo antico proponeva come assioma metafisico il concetto di "aphàtheia". In esso si condensavano la venerazione per la divinità di Dio e l'aspirazione per la libertà dell'uomo. Con esso si esprimeva non solo la libertà dagli agenti esterni, ma anche quella dello "spirito" dai bisogni interiori . In senso fisico significava immutabilità, in senso psichico insensibilità e in senso etico "libertà"( Jurgen Moltmann, Dio crocifisso, Queriniana pg: 314). Allora chi vuole essere libero, dovrà essere simile a Dio trionfando sui bisogni e sugli istinti e condurre una vita nell'"apatheia". Di questo tipo di riflessione, il cristianesimo primitivo ne era fortemente impregnato. In realtà essa è smentita, proprio nel scegliere come esempio Dio. Infatti il dio di Aristotele, qule motore immobbile e nello stesso tempo dove tutte le cose tendono, certamente non è il Dio cristiano. Infatti, Egli il Dio cristiano,  è vittima dello stesso suo "pathos". Nel Crocifisso,  possiamo intravedere proprio questo in Dio. Un Dio non certamente apatico e immutabile, ma che partecipa interamente alla sofferenza, in quanto sceglie di "darsi" privandosi volontariamente della propria gloria. Il "pahos divino si esprime nella relazione che stringe Dio al suo popolo, quindi nessuna possibilità di concepire un Dio apatico.  L'apàtheia, poteva essere accettata solo come forma di rifiuto e di  liberazione degli agenti, che inpedivano nell'uomo la liberazione e l'espressione dell'amore vero quello agapico.  Allora al concetto di "apàtheia" bisogna sostituire quello di "simpathia". Cioè,  con un concetto di un espressione relazionale. L'apertura di uno verso l'altro. Nel pathos divino l'uomo è riempito dallo Spirito di Dio e diventa amico di Dio, sente simphatia per Dio e con Dio. Allora solo attraverso questo tipo di relazione nasce per l'individuo "l'essere libero". Una libertà non assoluta e immutabile, senza fine "inutile". MA una libertà, legata a quella relazione, che si ha con chi è garante per noi della stressa medesima. Disse Socrate:" l'uomo è un animale sociale e non è fatto per vivere da solo".  Allora solo nella relazione con gli altri e nel confronto e non nell'isolamento, ritroviamo l'unica libertà possibile, in cui un uomo possa vivere. Una Libertà di relazioni e condivisione.  L'uomo è libero solo quando riesce a vivere con gli altri e per gli altri. Paul Valery dice bene, che:" un uomo da solo è sempre in cattiva compagnia ". Infatti, chi è solo vive della più grande schiavitù e cioè, quella di essere prigioniero di se stessi e del proprio egoismo e delle proprie passioni.  Il racconto della Genesi ci parla in tal senso. Infatti, l'uomo solo non si sentiva veramente libero di essere felice, fin quando attraverso la  libertà, che gli fù donata,  non potè stabilire una qualche relazione con un'altra. La disobbedienza di Adamo fece in modo, che l'uomo perdessa la vera libertà, quella da cui ne derivano le altre, cioè la libertà che nasce non più dalla relazione con un'altro ma quella "suprema" che nasce dalla relazione con Dio. La più grande libertà è quella condizionata dalla Parola di Dio. Gesù nel nostro verso di riferimento, stà senz'altro ad indicare anche questo. Il vivere senza guida è una tremenda schiavitù, la quale chiamiamo "anarchia", ma solo relazionandosi con Essa, ritroviamo la "libertà" perduta un giorno dall'antico "progenitore". Anche la meravigliosa parabola del figliuol prodigo, che troviamo nell'evangelo di Luca al cap. 15, si muove in tal senso. Il giovane e incosciente figlio,comprende a sue spese, che la vera libertà è stare proprio "nella casa del Padre" e non allontanarsi da essa. La vera libertà è essere "legati al Padre e non sciogliersi da Esso. La vera libertà è nell' essere liberi di darsi e di donarsi per gli altri; solo in questo "darsi" noi possiamo sentirci veramente liberi. Gesù fù un uomo tanto libero, di morire in croce per gli altri(che siamo noi), senza alcun ripensamento, ne indecisione. Liberi perchè possiamo comunicare e quindi relazionarci con gli altri. Liberi perchè possiamo amare gli altri. Liberi di potersi riunire in comunione con gli altri.
La libertà, allora non è nell'io sono, ma in quello che sarò. La libertà allora non è più un possesso e solamente un diritto, ma un percorso, un divenire che si scviluppa attraverso la correlazione ,che abbiamo noi e gli altri.Siamo delle persone libere se  viviamo in   questo divenire, una ricerca continua di libertà,  non uno stato assoluto del nostro sentire. Noi ci sentiamo lliberi, solo quando la nostra libertà viene messa in discussione, solo quando essa diventa una meta da raggiungere e non una certezza assoluta. Allora credo che la speranza di essere liberi è piu vera, che del credere di esserlo per davvero.
Voglio ora concludere queste mie brevi e semplici riflessioni, sull'argomento in questione con una note di costume, oserei dire. Altri credono che la vera libertà stà nel non far niente, per alcuni l'ozio è sinonimo di libertà. Diceva Cicerone " Un uomo libero si misura da quanto non ozia". Allora solo un uomo veramente libero riesce a darsi da fare, mentre chi ozia è schiavo della sua stessa pigrizia. La libertà è nella scelta di cambiare e non nella muta e vuota accondiscendenza o rassegnazione. La libertà è nel costruire o nel demolire, certamente non è nel farsi crollare a dosso le macerie, altrimenti si rimane schiacciati. 
Nella prassi cristiana è molto importante questa Libertà, la libertà di scegliere di santificarsi. Attraverso la santificazione il cristiano, liberato dalle opere del peccato, riuscendo a non soddisfare la sua (sarx) carne , riscopre la vera libertà. Questa è la riflessione che ne fa Paolo, contrapponendo la libertà di Cristo con la schiavitù del peccato. Infatti, scrive:"Rm 6:16 Non sapete voi che se vi offrite a qualcuno come schiavi per ubbidirgli, siete schiavi di colui a cui ubbidite: o del peccato che conduce alla morte o dell'ubbidienza che conduce alla giustizia? Ancora una volta la libertà ci viene presentata come relazione e soprattutto scelta di obbedienza. Per Paolo l'unica vera libertà e di scegliere di obbedire alla "legge di Dio". L'obbedienza alla legge di Dio è una conquista, l'unica vera conquista di libertà. Per l'apostolo chi non sceglie Cristo nella sua vita è già schiavo. Allora l'unico modo per liberarsi dallo scoglio è tuffarsi in questo mare che è "La Parola di Dio vivente".

6 ottobre 2009

      
RIVELAZIONE E ISPIRAZIONE


RECENZIONE CRITICA DELL’OMONIMO TESTO DÌ:”BENJAMIN B. WARFIELD”


                                                                                                                              PALMIERI NICOLA



“In ogni disciplina succede che di tanto in tanto facciano la loro comparsa libri la cui eco duri per decenni” ; “rivelazione e ispirazione” è uno di questi .Un testo che certamente non lascia indifferente il lettore, ma nel bene o nel male, alimenta nel cuore o nelle menti di chi ne fa oggetto di riflessione, un desiderio di ricerca su argomenti come: la rivelazione e l’ispirazione della Bibbia. Una ricerca perché, forse anche involontariamente, l’autore credendo di esaurire la riflessione con argomentazioni precise e ben ragionate, finisce per aprire nuovi orizzonti di riflessione; lasciando poi ad un lettore attento il compito di aggiungere o magari indirizzare la propria scoperta in una nuova “rivelazione”, affidando la propria guida all’”ispirazione “dello Spirito. Lo stesso che ha ispirato l’autore, ma come sappiamo:”Lo Spirito è sempre avanti, anche a quello che ci ha appena detto.”

Il testo non è uno scritto unico, ma è una redazione di articoli, pubblicati e scritti in momenti diversi dal “nostro autore”, ma tutti sull’argomento in questione. Una raccolta di testi, che messi insieme da un attento e appassionato redattore (in realtà questo volume vede la collaborazione di più persone) , danno l’idea di un’opera unica.

Una prima lettura al testo ci dà l’idea di un testo apologetico. Infatti, l’autore non rinuncia nel riflettere su questi due argomenti a difendere le proprie convinzione, che trova in alcuni studiosi, figli di un approccio diverso dal suo al “Testo Sacro” , dei “nemici” della vera “rivelazione” e “ispirazione”.



Warfield, senz’altro non era uno sprovveduto; leggendo il libro si può facilmente comprendere il livello di conoscenza tecnica e teologica dell’autore. Una padronanza dell’argomento e una conoscenza che, in alcuni passaggi incanta il lettore per la profondità nell’ esporre le proprie tesi, mentre a volte può essere meno coinvolgente, per l’eccessivo accanimento sui termini trattati dai testi originali, che ancora dimostrano il grande spessore tecnico, ma un lettore meno preparato può perdersi.

Non si può dimenticare che è stato professore di teologia didattica e polemica presso il seminario teologico di Princeton , occupando il posto di Charles Hodge , un altro esponente del fondamentalismo( una corrente teologica, che reagisce al metodo-storico critico ritornando alla lettura del “Testo sacro” così come lo abbiamo nelle mani e ai primi principi della riforma del 500 ) che l’autore definisce il suo “Elia” . Professore di teologia dal 1887 fino alla sua morte, avvenuta nel 1921, fu un uomo di notevole statura e non soltanto, per le sue conoscenze bibliche e per le sue capacità intellettuali, ma anche come esempio di etica e di moralità. Infatti, nonostante fosse molto impegnato in qualità di insegnante, di conferenziere e di scrittore, si prese cura fedelmente della propria moglie che, dopo pochi anni dal loro matrimonio, a causa di uno shock, visse una vita reclusa e negli ultimi due anni di vita fu completamente invalida.

Molto illuminante è a parer mio, molto condivisibile la sua riflessione sulla rivelazione. Egli scrive di due tipi di rivelazione: Generale e Speciale. Dopo aver definito la rivelazione come.”il sovrannaturale che si rivela, cioè l’atto di Dio che comunica all’uomo la verità su se stesso”; presenta nel primo caso, una rivelazione che è comunicata mediante fenomeni naturali che si verificano nel corso della natura e della storia . Nel secondo caso essa è nel corso naturale delle cose e della vita. La rivelazione interviene implicitamente volendo incidere in maniera determinante sulle vite degli uomini, in maniera soprannaturale. La prima è rivolta a tutte le creature, mentre la seconda ai peccatori per portarli alla salvezza. La prima soddisfa il bisogno di tutte le creature di intravedere Dio, mentre l’altra salva i peccatori. La rivelazione generale prepara l’uomo a quella speciale, perché lo pone davanti ad una realtà del divino, che lo spinge alla ricerca di un tesoro che parli ad altri, ma soprattutto parli a se stesso. Sicuramente questa riflessione trova consensi tra gli studiosi, anche se viene esposta con parole diverse, molti concordano con questa “idea” della “rivelazione” .

La modalità principale per cui si manifesta la rivelazione all’uomo è la Parola. L’autore quanto parla della parola intende la “Scrittura”. In essa la rivelazione di Dio passa dalle narrazioni, ai racconti, dai passaggi di natura normativa a quelli dove è il profeta è a parlare. Una rivelazione che parla attraverso diversi strumenti, ma confluisce tutta in un unico punto, dove finisce e da dove a inizia tutta la rivelazione. Finisce e ad inizio in Gesù Cristo, in maniera e in modi diversi ma ci parla sempre del Cristo. Personalmente concordo con questo pensiero ma in parte, con una modalità diversa e cioè:” Cristo ci rivela la Scrittura e solo allora la scrittura ci parla di Cristo”.

La rivelazione per Warfield è una necessità per l’uomo, il quale dopo il peccato nell’Eden ha perso la comunione con Dio. Il peccato ha posto un velo tra l’uomo e il suo Creatore, allora la rivelazione è “il velo scoperto” , finalmente la creatura può nuovamente trovare il suo creatore.

La rivelazione che è stata rivolta prima ad Israele, attraverso tutto quello che leggiamo nel 1°Testamento , poi diventa progressiva, fino ad arrivare a quella della Grazia, che attraverso Cristo è per tutti gli uomini. Ma l’uomo non è mai stato abbandonato completamente dalla rivelazione di Dio. Infatti come mette in luce l’autore, possiamo trovare nella Parola testimonianze di uomini e donne che non appartenevano al popolo eletto e pure in qualche modo si sono avvicinati alla “rivelazione” . Infatti, Dio ha sempre agito verso l’uomo, conducendolo alla salvezza attraverso una rivelazione che lo ha portato a farsi conoscere sempre in un modo più adeguato.

“La rivelazione di Dio per l’uomo è sempre soprannaturale, afferma Lo scrittore; ed essa può essere solo ricercata nella Bibbia, perché è l’unico libro “Ispirato” da Dio. Infatti, da questo pensiero parte la seconda parte del volume, che riflette proprio sull’ispirazione divina della Bibbia( questa seconda parte, su questo terreno, troviamo il Warfield più apologeta, contro chi non concorda completamente con il suo pensiero).

Il suo pensiero è quello dell’”ispirazione plenaria” della Bibbia . Cioè che la scrittura è ispirata da Dio in ogni sua parte, nelle cose che può comprendere la ragione, come in quelle che rimangono misteri, nelle parole come anche nei pensieri. Di questa riflessione ne diventa acceso sostenitore, dimostrando attraverso la storia del cristianesimo che: “ la chiesa ha avuto sempre questo concetto per quanto riguarda l’ Ispirazione”. Infatti, per i riformatori questo era il loro modo di intendere l’ispirazione; uno su tutti ad esempio Calvino . Fa riferimenti ai concili che sono stati fatti nel corso di tutta la cristianità, compresa la confessione agostiniana di Westminster . Dopo questa testimonianza storica, dove ancora rimaniamo colpiti dalla sua grande conoscenza e competenza, attacca gli avversari su un terreno comune, riportando riflessioni di alcuni studiosi non in linea con le sue teorie. Dopo un attento esame di alcuni loro scritti, dimostra attraverso una serie di riflessioni l’inesattezza di tali conclusioni. Infine attraverso dei testi della Scrittura, dimostra che non solo i primi cristiani credevano all’ispirazione plenaria, ma gli apostoli stessi. Infatti l’attacco da cui la difende è proprio la posizione di alcuni studiosi, i quali affermano che nella Bibbia ci sono parti storiche e parti ispirate. La sua conclusione è: se si mette in dubbio anche l’insegnamento degli apostoli si mette in dubbio quello di Cristo perché non si possono scindere gli insegnamenti; e se si mette in discussione quello di Cristo si mette in dubbio tutta la scrittura.”Colui che ha smesso di credere nella Bibbia di Gesù, se messo alla prova, paleserà altresì di aver smesso di credere nel Gesù della Bibbia” .

Personalmente io concordo con l’ispirazione olistica della Scrittura. Condivisa anche da una recente riunione di ministri . Ma il segno più “coinvolgente” dell’ispirazione della scrittura, secondo me è da ricercare primariamente nella “comunità dei credenti”. Cioè: è la comunità stessa che “attraverso l’opera persuasiva dello Spirito” ad attestare “al nostro Spirito” l’ispirazione della “Scrittura. In quanto gli viene riconosciuta un’autorità speciale, al di sopra di qualsiasi scritto, perché appunto “ispirata da Dio”. Pertanto Essa diventa per la comunità, fatta da coloro che condividono la stessa Fede in Dio: “Parola normativa ed Performativa.”

Ma prima ancora di affrontare il problema dell’ispirazione, bisogna capire(per quello che sia possibile) cosa si intende quando parliamo di ispirazione. Credo che Warfield ci abbia trasmesso attraverso questi scritti, una delle più profonde e appassionate riflessioni su tale argomento. Egli parte dal significato letterale del termine. Il termine in greco ha il significato di “spirare o “espirazione” . Allora alla luce di ciò, essa è stata “alitata da Dio” ; essa è il prodotto del soffio creativo di Dio. Il soffio di Dio è la potenza di Dio(l’autore aggiunge), allora la Scrittura è il prodotto di una determinata azione divina. Warfield anche in questa definizione non è solo, ma( anche a chi scrive) ha infiammato tanti cuori. Molto felice è anche la sua riflessione sullo Spirito creativo, infatti lo Spirito che ha ispirato la Scrittura è lo Spirito Santo, è concordo con “Moltmann” quando afferma che lo Spirito è principalmente quello della vita, cioè “Lo Spirito creatore”. Creatore, nel creare la Scrittura per contenere “La Parola di Dio” . Infatti credo che la Scrittura è Parola di Dio perché la contiene e né pervasa in ogni sua parte.

Il problema nasce, però nella modalità di tale ispirazione. Il teologo parte da questo tipo di riflessione per poi arrivare a dire, che se la Scrittura è alitata da Dio. Essa prende la sua forma come oggi l’abbiamo nelle mani, attraverso sì uomini, ma “completamente sotto l’ispirazione divina”. In breve scrive che: gli scrittori della Bibbia erano uomini come noi, con le loro debolezze ed errori, ma nel momento del “Componimento Sacro” erano completamente sotto la guida “del soffio creativo di Dio. Egli afferma che addirittura prima ancora che fossero nati e di avere un’incontro con” l’Onnipotente”; il Signore conosceva le loro vite e li indirizzava, li formava , li preservava, perché dovevano essere poi gli scrittori del Testo sacro” .

Questo tipo di riflessione(soprattutto l’ultima parte), apre il campo ad un’”eziologia” delle scritture; che a parer mio è molto coinvolgente, ma poco rispecchia l’esperienza dell’individuo e soprattutto il rapporto che si stabilisce tra uomo-scrittura. Credo che l’Ispirazione di Dio nell’uomo va al di là di un “rigore letterista”. IL “soffio”(cioè l’ispirazione) di Dio è “la sua testimonianza nelle vite di coloro che si sono avvicinati ad essa.” Cos’ì anche per gli scrittori della Bibbia. In essa vi troviamo espressa questa “verità”, che ha preso forma attraverso le loro vite. Un’ispirazione che non è stata condizionata dagli uomini, ma che ha ispirato gli uomini verso la rivelazione di Dio. Essa si è completamente calata in tutta la loro umanità . Una rivelazione che non passa solo attraverso il singolo, ma si manifesta nella storia di un’intera comunità, che scopre il proprio Dio attraverso la narrazione della propria identità nella storia e nel tempo. Una rivelazione che si cala nella storia ma la supera, trasformando spesso il presente in un momento già passato e il futuro in un imminente certezza, fatta di speranza che nei cuori dei credenti si trasforma in certezza. Infine gli ultimi due capitoli contenuti nel volume: “La Scrittura: ispirata da Dio”, dedicato all’analisi filologica del testo di Timoteo 3:16 e “«Dio dice», «essa dice», «la Scrittura dice»”, dedicato all’analisi filologica e teologica delle formule di introduzione delle citazioni dell’Antico Testamento nel Nuovo . In essi troviamo una ben organizzata disquisizione sul come, ogni volta il testo è introdotto con queste parole, anche se diverso nella forma, ma nella sostanza sta sempre ad indicare una “scrittura” direttamente pronunciata “ dalla bocca di Dio”, sottolineando come in questi testi, l’autore biblico sempre ha trasmesso delle parole direttamente dalla “bocca di Dio” , proprio come i profeti dell’Antico Testamento.

4 ottobre 2009



IL SOGNO E LA STORIA: IL PENSIERO E L’ATTUALITA’ DÌ: MARTIN LUTHER KING




Un pomeriggio mi trovavo con mia moglie in un rinomato centro commerciale. Mentre ci incamminavamo verso la porta di uscita, notavo tante persone, che come me erano lì intende nelle loro faccende. Ciò che attirò la mia attenzione fu quando mi accorsi, che la maggior parte di loro avevano il colore della pelle diverso dal mio. In quel momento, quasi d’improvviso, sentii una sensazione particolare, che non avevo mai provato prima. Nell’osservare quella scena, provavo un senso di “piacere e contentezza”. Questa sensazione mi costrinse a fermarmi per un attimo, per godere in quel momento tutto il piacere di quell’ esperienza, che mi piace chiamare (credere) “Benedizione” . Una benedizione nata dalla consapevolezza “ nell’immediato” di vivere finalmente in una società pluralista .

Questa “benedizione”, poi però mi ha portato a riflettere sui rapporti di convivenza, con i quali vivono i “cittadini del mondo”.

La diversità vien molte volte vista, non come un benedizione ma come un problema; per tanti addirittura, un problema da “risolvere”con ogni mezzo. Gli “altri” non sono come “noi”, qualcuno ha detto: “hanno il colore della pelle diverso”. Questo basta tante volte a convincerci, che “gli altri” quelli colorati in modo diverso, sono cittadini di serie B. Non comprendo, come si possa pensare, che un colore diverso basti a dividere la nostra società in livelli “alti” e “bassi”. Personalmente credo che questo sia assurdo, addirittura inspiegabile, per chi come me riconosce nel “colore” un valore “terapeutico”, cioè vivere tra colori diversi mi fa sentire meglio.

Pensare che, la storia ci racconta di questi strani “individui”, che non amando il colore, desiderano un mondo “monocromatico”, reputando gli altri, quelli di un colore diverso, una “razza inferiore”. A volte questi ,“ i bianchi” si definiscono anche dei cristiani. Ma mi chiedo come si può essere seguace di Cristo, se per primo Gesù, ha tanto amato la diversità. Certamente Egli non era un monocromatico, anzi valorizzava “il colore” di chi incontrava.

Oggi viviamo in una città pluralistica, possiamo dire in una società “colorata”, sembrerebbe che l’infezione del razzismo sia ormai debellata. Invece, ancora oggi tristemente si legge, che proprio la nostra bella Italia è a rischio razzismo .

E’ strano che proprio degli italiani siano contagiati da questo “virus” , da questa vera e propria malattia che viene chiamata xenofobia . Strano perché fino a qualche anno fa “gli altri”, eravamo noi. Anche noi eravamo tra i “colorati”. Emigravamo anche noi in paesi lontani in cerca di una vita migliore . Ma la memoria delle nuove generazione è assuefatta da una società, che dimentica le sue origini e crede che tutto sia nato “oggi”. Forse una cura per questa infezione sia proprio rinnovare la memoria storica di questi avvenimenti,che hanno segnato profondamente il nostro paese, nella memoria delle nuove generazioni e non solo . Rivalutare gli uomini e le donne che realmente sono “diversi”, perché di una qualità di persone che diventa sempre più raro trovare. Persone speciali, perché con la loro vita hanno reso il “mondo” di oggi, migliore di quanto lo sia stato il loro. Singoli individui ma a volte comunità, animate da quello Spirito che ama il “mondo” e i suoi “colori”.

Uno di questi è il pastore battista Martin Luther King jr.

Martin Luther King nasce dopo un parto difficile ad Atlanta, Georgia, nel sud degli Stati Uniti, dove il problema razziale è sentito con angoscia e urgenza particolare. Figlio e nipote di pastori battisti. Egli nel 1954 si insedia alla Baptist Church di Montgomery, Alabama, dopo una brillante carriera accademica presso il Crozer Seminary di Chester, in Pennsylvenia e poi nella Boston University che poi conseguirà la PhD. Dopo la nascita della sua prima figlia egli rifiutò la presidenza della NAACP (National Association for Advancement of Colored People), questo fece sembrare che, King avesse un ripensamento nella lotta alla segregazione razziale. Invece quando nel 1955 nasce il movimento dei diritti civili, egli ne diventa leader e bandiera. La scintilla si ha a Montgomery, quando Rosa Parks una donna afroamericana , salita sull’autobus come ogni mattina, alla pretesa di un bianco di occupare il suo posto, ella si rifiuta. Allora viene arrestata e poi multata. Da questo si organizza un boicottaggio dei mezzi pubblici da parte delle persone di colore, tanto da costringere la compagnia dei trasporti pubblici a scendere a condizione per le grosse perdite economiche che avevano avuto. Il 13 novembre 1956 la corte Suprema dichiara incostituzionale la discriminazione che si faceva sugli autobus . Dopo questa vittoria King punta a delle altre, in cima alle sue richieste c’è il diritto di voto. Esso fu ottenuto nel 1965 e l’anno prima veniva approvata la carta dei “Diritti civili”. Nel 1957 si apre per King il fronte dei contatti politici ufficiali e nello stesso anno il Times lo dichiara uomo dell’anno. Inoltre si reca in India dove approfondisce il “metodo della non violenza di Gandhi”, apprendendo che, sulla base di una disciplina interiore e da una chiara strategia, ma sempre non violenta, ci si poteva ottenere giustizia . Nel 1960 viene trasferito ad Atlanta, la città più grande del Sud. Intanto emergeva al nord un nuovo punto di riferimento per la lotta contro la segregazione razziale: Malcom X , che non condivideva con King il metodo della non violenza. Infatti, proprio quando King decise nel 1966 di esportare al nord le sue idee e il suo metodo, lì ebbe le maggiori difficoltà. Egli si ritrovò a scontrarsi, da un lato con le componenti sindacali radicali e dall’altro con le frange interne al movimento, che avrebbero preferito alla non violenza un intervento più deciso contro il potere vigente. Il 28 agosto del 1963 si tenne a Washington davanti a una grande moltitudine di persone, il suo discorso più famoso, che ebbe come slogan: “ I have a dream”. Esso rimane scolpito nei cuori di tutti coloro che sperano in un “mondo migliore”. In questa occasione Malcom X commenta: “ il dr. King aveva un sogno mentre tutti i nostri negri vivono un incubo”. Nel 1964 gli viene assegnato il Nobel per la pace. Nel febbraio del 1965 ci fu l’assassinio di Malcom X e questo fece esplodere nei ghetti delle violente rappresaglie, tanto che King alla luce dei fatti ebbe una brusca battuta di arresto.

Quello degli ultimi anni sembra essere un altro King, non abbandona mai il metodo della non violenza, ma ne sembra sempre meno convinto. Negli ultimi anni si occupò del problema della povertà e in questo senso concentrò i suoi sforzi. Egli si convince che l’America è una “società malata”, che deve essere risanata. Nel 1967 partecipa a Chicago ad una marcia contro la guerra del Vietnam, denunciando inoltre, che i soldati di colore erano trattati in modo discriminante rispetto a quelli bianchi. Nell’ultimo anno della sua vita egli cerca di rafforzare i temi sociali in favore dei poveri. Pensa di organizzare una marcia dei “poveri” su Washington. Ma il 4 aprile 1968 a Memphis, King viene colpito mentre è affacciato al balcone di un albergo. Si interrompe la vita di un uomo “speciale” che aveva un sogno speciale. La sua vita è stata interrotta ma il suo sogno continua nelle vite di coloro che amano i suoi stessi ideali. Se fosse ancore in vita avrebbe visto, parte di quel sogno realizzarsi.

Un giorno disse King:” Cristo mi ha dato lo Spirito e le motivazioni, Gandhi il metodo”. In queste parole è sintetizzato tutto il suo pensiero sia teologico che ideologico. In primo luogo egli diede ai neri il diritto di partecipare al “sogno americano” ma contemporaneamente, di continuo faceva appello ai più alti valori cristiani. La sua arma preferita era la predicazione che dai pulpiti delle chiese o da quelli allestiti nelle piazze, anche attraverso il testo biblico, infiammava e incoraggiava i cuori. La sua predicazione così divenne uno strumento per guidare il “cambiamento sociale” che stava avvenendo attraverso la rivendicazione dei diritti civili. King aveva una grossa fiducia nella costituzione Americana. La sua rivendicazione era proprio di applicare la costituzione per tutti, anche per i neri. Quindi il movimento dei diritti civili non diventa in realtà un movimento di dissenso ma un movimento di consenso più alto; infatti esso cercava di superare le amministrazioni locali e anche quelle federative. Esso puntava a realizzare i principi costituzionali in ogni cittadino . Un movimento, come si è detto fondato sulla non violenza. Questo principio era molto forte in King, tanto da diventare in lui una vera e propria “fede”. Disse una volta: ”Se applichiamo la legge occhio per occhio e dente per dente, tutti rimaniamo ciechi e sdentati.” L’impegno per la liberazione dei neri dalla segregazione razziale passa per il cuore oltre che per la mente e sconfigge le ragioni del risentimento e della vendetta, le quali complicano solo le cose. Pertanto la sua scelta è quella dell’amore per il prossimo e la riabilitazione del prossimo. Da Gandhi aveva appreso che l’amore per i nemici poteva essere uno strumento potente per la trasformazione collettiva. Inoltre, sceglie la via della non violenza, anche perché sa bene che da un punto di vista empirico, lo scontro tra un gruppo di dimostranti e le forze di uno stato, pronto a schierare l’esercito, farebbe pendere la bilancia a favore di quest’ultimo; senza contare i morti e i feriti che lascerebbe sul campo. Egli vuole lottare contro le strutture ingiuste e non contro le singole persone.

Sicuramente le chiese afroamericane hanno costituito il terreno fertile da dove attingere e iniziare le battaglie per i diritti civili e il superamento della discriminazione razziale.

Da un punto di vista biblico sono chiari nella sua predicazione, atta come si è detto ad essere uno strumento per portare avanti il suo movimento , i riferimenti ad alcuni passi della scrittura: il Sermone sul monte, con il suo messaggio di conforto per i disagiati e di affermazione della non violenza; quello della profezia che Gesù applica a se stesso e cioè: sono venuto a per bandire l’anno di liberazione; infine la parabola del buon samaritano, per la solidarietà con le vittime e l’abbattimento delle barriere etniche e razziali.

Invece per quello che riguarda la sua teologia, essa non fu accademica, ma nel corso drammatico della storia ha imparato a fare teologia . Ma certamente ha avuto nella sua formazione delle basi teologiche, che hanno influenzato le sue scelte e la sua visione della vita. Dal vangelo sociale trasse la visione del Regno di Dio, che pone il cristiano al di sopra del semplice valore individuale, proiettando la sua responsabilità verso la società. Dalla teologia della crisi, si convinse che il peccato è una categoria teologica che spiega la discriminazione, la schiavitù e anche alla guerra. Dalla teologia personalista trasse il concetto che l’essere umano anche se è un tuo nemico, deve essere rispettato. Infine come abbiamo detto da quella gandiana, che l’amore può essere utilizzabile anche come strumento contro l’ingiustizia .

Come abbiamo detto il suo impegno non si limita soltanto ai diritti civili, ma intraprende una serie di iniziative miranti a destabilizzare il potere economico dei bianchi. In quanto si rende conto che tra i poveri del paese la maggior parte sono neri. Questo perché la classe politica fornisce vantaggi e opportunità di lavoro e di guadagno ai bianchi a discapito dei neri. King non ama l’assistenzialismo ma lotta per una maggiore equità economica; per una migliore distribuzione delle ricchezze, proponendo al governo americano notevoli investimenti in questo senso. Investimenti di denaro ma anche di disciplinare il mondo del lavoro, colpendo lì dove c’è discriminazione.

Certamente bisogna dire, che la buona riuscita delle imprese del movimento non è dipeso solo da King, ma certamente dal fatto di avere al proprio fianco altre persone speciali come lui. Un esempio è proprio Rosa Parks. Certamente prima di lei tanti e tante altre hanno avuto una reazione davanti ad una tale imposizione; ma la reazione di Rosa, determinata ma nello stesso tempo composta e la sua testimonianza di una donna assennata e corretta, hanno fatto si, che questa volta potesse accendersi quella scintilla, che poi divampa in quel giusto fuoco destinato a perdurare e a coinvolgere gli altri. Lo stesso King dice di lei, come una cristiana vera e una donna da prendere da esempio .

Oggi a distanza d’anni ricordiamo un uomo che attraverso la sua breve vita ha creduto in un sogno che per tanti era o per alcuni lo è ancora irrealizzabile. Un sogno che ha pagato con la vita, ma come lui stesso disse il giorno prima di morire: “ Vivere a lungo a i suoi aspetti positivi. Ma la cosa non mi interessa . voglio fare la volontà di Dio”

3 ottobre 2009



LA”GIUSTIFICAZIONE NELLE LETTERE PAOLINE




La giustificazione è una questione molto sentita in tutta la storia del cristianesimo. Dopo la consapevolezza di essere dei peccatori, cioè: partendo dal presupposto biblico, che la creatura umana così com’è, non è “a posto” rispetto ai criteri di giustizia stabiliti e rivelati da Dio , ci si chiede: il come stabilire “comunione” con Dio, ritornando ad essere giusti agli occhi Suoi. Sicuramente dall’ebraismo il cristianesimo ha ereditato questo tipo di “problema”, che per quanto riguarda il primo Testamento trova la sua complessità nei sacrifici di espiazione e nelle varie norme per la purificazione . Anche in ambiente ellenistico ci sono varie proposte , ma possiamo dire che, chi più di ogni altro protagonista della Bibbia, ha cercato di trovare una risposta a questo tipo di riflessione è stato, attraverso le sue epistole, l’apostolo Paolo. Partendo dall’eredità dei suoi padri ha confrontato la sua riflessione ed esperienza con il Cristo, con l’ambiente in cui veniva calata tale proposta, dando una risposta che, in qualche modo coinvolgesse tutti gli uomini, facendo della giustificazione una colonna portante di tutto il suo pensiero e del suo messaggio. Il significato biblico di tale parola è: (in ebraico יכח yâkach; in greco δικαιόω dikaioō) di dichiarare, accettare e trattare come giusto un imputato. Da un lato non penalmente perseguibile e, dall'altro, avente titolo a tutti i privilegi che possiedono coloro che osservano la legge di Dio. Si tratta quindi di un termine giuridico, forense, denotando un atto amministrativo della legge - in questo caso, un verdetto di non colpevolezza e quindi, escludendo ogni possibilità di condanna.

Per comodità dividerò la mia breve riflessione sull’argomento in capitoli. Così cercando di non perdermi nell’immenso mare di pensieri, ma cercando di dare al mio lettore una riflessione, per quanto mi sia possibile, organizzata con uno schema semplice e sperando di rendere i miei pensieri chiari e ordinati.

1^parte -Concetto di Giustifucazione


La giustificazione è una dottrina, che esprime un’azione, nel nostro caso di Dio verso l’uomo; una riflessione intorno a quello che riguarda esclusivamente il rapporto tra Dio è la sua creatura. Pensiero che troviamo nella Scrittura, in tutti e due i Testamenti, ma che a poco a che vedere con le idee e i concetti degli uomini. Infatti, la nostra riflessione ha come sua base principalmente quello che troviamo scritto “nella Sua Parola”. La giustificazione è necessaria in quanto Dio è santo e l’uomo per la sua colpa è ingiusto. La colpa è il peccato in quanto disobbedienza a Dio. Ingiusto perché, trasgressore della “giustizia”, considerando quest’ultima come: conformità della vita dell’uomo alla volontà di Dio e alle prescrizioni della legge . Allora giustificare è rendere giusto l’uomo. Essa è necessaria per stabilire la comunione con Dio . Allora essa coincide con l’azione salvifica di Dio mediante la quale Dio crea la sua famiglia e la nuova società di credenti in lui, rendendoli giusti, cioè giustificati, ossia capaci di avere comunione con Lui e liberandoli dal peccato. Allora la giustificazione è un miracolo della grazia misericordiosa e liberante di Dio. L’attuazione di questo “dono” di Dio, si ha solo attraverso la fede in Cristo. Soltanto attraverso il suo sacrificio, si compie l’opera di giustificazione per l’uomo e il mondo. I cristiani da parte loro si impegnano ad attuare la giustizia e ad essere per il mondo, testimonianza di giustizia; costituendo la “chiesa” come segno e luogo della presenza del “Dio giusto” e donatore di libertà per tutti gli uomini. In tutte e due i Testamenti è forte il presupposto della santità di Dio, e questo diventa il presupposto anche della dottrina della giustificazione, che non altera la sua santità né abolisce in qualche modo la legge, ma viene adempiuto ogni cosa attraverso Gesù Cristo, che agisce in nome dei peccatori che si affidano a Lui.

2^Parte- La Giustificazione in Paolo

L’apostolo elabora la sua riflessione sulla giustificazione, non certamente partendo dalla posizione, come molti hanno pensato, di inattuabilità della legge. Egli afferma di essere irreprensibile in quanto alla “giustizia e nell’osservanza della legge” . Ma dopo la sua conversione al cristianesimo(soprattutto dopo l’esperienza fatta con il Signore sulla via di Damasco), acquista una nuova consapevolezza di se stesso e di tutto il suo bagaglio giudaico. Da ciò, anche il suo essere giusto secondo la legge, diventa qualcosa da mettere ormai da parte , per accogliere nella propria vita una giustizia migliore della propria, quella di Cristo, che è superiore a qualsiasi giustizia umana, perché l’unica capace di giustificare l’uomo.

Egli presenta l’evangelo come rivelazione di tale giustizia. Questa vale per tutto il mondo, ma solo nel momento che gli uomini rinunciano alla propria e fanno valere quella di Cristo.

Il presupposto di Paolo e quello veterotestamentario; la persuasione ebraica che sarebbe giunto il giorno del giudizio(il giorno del Signore) e Dio avrebbe condannato tutti coloro che hanno infranto la “Legge”. Per coloro che il Signore giudica degni si apriranno le porte di un “nuovo mondo”. A questa prospettiva aggiunge, che Cristo sarà delegato da Dio a giudicare il mondo con Giustizia . Allora chi sono i “degni” o meglio dire “i giusti”? Fondamentale in lui il discorso in cui Dio si dimostra “Giusto”. Per questo egli si rifà ad esempi come quello di Abramo; ma diversamente al pensiero dei “maestri ebraici”, che per loro Abramo diventa paradigmatico per la sua ubbidienza a Dio e per le sue “opere” di ubbidienza è stato giustificato. Per l’Apostolo il patriarca ottenne giustizia perché ebbe fiducia nella promessa di Dio. lasciò operare la giustizia di Dio(quella che poi sarà rivelata attraverso Cristo) nella sua vita, perché la sua fiducia era nel Dio giusto. Allora riportando le parole del profeta “il giusto vivrà per fede” , la giustizia di Dio si realizza nelle vita di coloro che si affidano alla fedeltà di Dio, questo li giustifica non certo per le loro opere, ma perché Egli si dimostra giusto e fedele a se stesso . Allora l’opera di giustizia è la condotta di grazia di Dio, con la quale resta fedele a se stesso, ma rendendo il peccatore oggetto di questa grazia, lo accoglie in un rapporto di comunione, che il peccatore riconosce e accetta Dio come sua giustizia e fondamento della sua salvezza. Una misericordia che può essere ottenuta soltanto attraverso la fede, una fede che trova il suo centro vitale nella riflessione cristologica dell’apostolo, che in realtà trova riscontro con quella della prima cristianità. Una cristologia che ha come essenza : la croce e la resurrezione del “Signore”. Infatti, anche nella sua riflessione riguardante la giustificazione, egli arriva a dire che: “per mezzo della croce e della resurrezione di Gesù, noi otteniamo il perdono dei peccati, per poi essere giustificati.” In questi due eventi si manifesta la “giustizia di Dio”. Infatti, nel pensiero dell’apostolo, giustificazione diventa sinonimo di purificazione dai peccati , legata sempre e unicamente all’evento pasquale.

Allora ci rendiamo conto che la giustificazione non è per Paolo solo una pura riflessione teologica, ma soprattutto “Kerygma” della buona novella, annuncio a tutti gli uomini della misericordia di Dio. Essa è a disposizione di chiunque, ma è afferrata soltanto da coloro, che attraverso la predicazione dell’evangelo l’accolgono nelle loro vite attraverso la fede. Quindi ancora una volta la “legge mosaica” e quella degli uomini è messa da parte, per lasciare spazio alla giustizia di Dio, che come un dono attraverso Gesù sulla croce, prende il posto della nostra “peccaminosa e fallace giustizia, facendosi Lui peccato, per giustificarci presso Dio .

Ora la fede nella giustificazione diviene, non soltanto un evento da vivere nel presente, ma anche una speranza, che attraverso la fede si trasforma in certezza, in un futuro certo nelle mani di Dio. Un futuro escatologico, che essendo giustificati, garantirà un eternità con Cristo.

La “buona novella” è per tutti gli uomini, anche per Israele. La soluzione per gli ebrei è la stessa come per gli altri, mettere da parte la loro giustizia e avere fede accettando quella del “Signore Gesù il Cristo”.

Allora avendo come punto di partenza una prospettiva pessimistica, cioè:”tutti hanno peccato” , l’apostolo proclama la giustificazione di ogni creatura umana, per grazia e non per meriti o opere giuste, mediante la fede in Gesù Cristo. Una giustificazione collocata nel punto del tempo in cui la persona crede a questo annuncio. Essa allora diventa un atto di Dio, che proietta il giudizio finale nel presente. In relazione con l’esperienza di fede che il singolo fa nella propria persona attraverso la fede nell’opera “giustificatrice” e “liberatrice” del sangue di Gesù.

3^ Parte- Piccola Esegesi di alcuni testi paolini

Come dice l’ intestazione ora proverò a prendere in esame dei testi, tratti dall’epistole proto paoline(quelle attribuite dalla maggior parte degli studiosi a Paolo tesso) in cui l’apostolo esprime il suo pensiero sulla giustificazione:



Rm 5:18 “Dunque, come con una sola trasgressione la condanna si è estesa a tutti gli uomini, così pure, con un solo atto di giustizia, la giustificazione che dà la vita si è estesa a tutti gli uomini.”

In questo verso l’apostolo mette in relazione la disobbedienza di Adamo con l’ubbidienza di Cristo alla morte della croce. Il primo portò la condanna per tutti gli uomini , il secondo la giustizia di Dio per tutti gli uomini attraverso la fede in colui che ci giustifica. Come allora il peccato riguarda tutta l’umanità così il messaggio salvifico e liberatore di Dio attraverso la croce di Gesù Cristo è rivolto ad ogni uomo.



Fili 3:7 “Ma le cose che mi erano guadagno, le ho ritenute una perdita per Cristo.

Fili 3:8 Anzi, ritengo anche tutte queste cose essere una perdita di fronte all'eccellenza della conoscenza di Cristo Gesù mio Signore, per il quale ho perso tutte queste cose e le ritengo come tanta spazzatura per guadagnare Cristo,

Fili 3:9 e per essere trovato in lui, avendo non già la mia giustizia che deriva dalla legge, ma quella che deriva dalla fede di Cristo: giustizia che proviene da Dio mediante la fede”.



Paolo avuto conoscenza della giustizia di Dio attraverso l’esperienza con Cristo, ha messo da parte la sua vecchia giustizia della legge, per sostituirla con quella di Dio attraverso la fede nel Cristo. Così gli uomini che hanno conosciuto la propria giustizia, incapace nello stabilire comunione con Dio, rinunciando alla loro ricevono quella di Dio che li giustifica attraverso la fede in Cristo. Il mezzo per cui si arriva alla vera giustizia è dunque la fede, l’origine di questa giustizia è in Dio.


Gal 3:6 “Siccome Abramo credette a Dio e ciò gli fu messo in conto di giustizia.

Ponendo ora il Patriarca, non più come un esempio di giustizia secondo le opere, ma di giustizia secondo la fede. In quanto ebbe fiducia in colui che gli aveva fatto la promessa. Fiducia in Dio giusto e per questo fedele a se stesso. Questo è il paradosso della fede, vero per noi tanto quanto per Abrahamo. Smettendo di fare qualcosa da se, accettando una posizione di umiltà e completa dipendenza fu “giustificato”. Questo è l’unico modo di “stare da giusto”, con Dio. Ogni altro modo è orgoglio perché è farsi giusti da soli.



Gal 2:16 “Sapendo che l'uomo non è giustificato per le opere della legge ma per mezzo della fede in Gesù Cristo, abbiamo creduto anche noi in Cristo Gesù, affinché fossimo giustificati mediante la fede di Cristo e non mediante le opere della legge, poiché nessuna carne sarà giustificata per mezzo della legge”

Infatti in questo testo viene ribadita l’inefficacia della legge nel giustificare gli uomini. Solo Dio può giustificarci, questo è un dono di Dio, che noi possiamo ricevere se crediamo nel Figlio. Queste sono le opere della grazia che ci libera e ci salva contrariamente alle opere della legge che sono opere morte, perché incapaci di agire e di far alcun bene per l’uomo ingiusto. Qui vediamo che il discorso di Paolo parte da un’attestazione generale, poi riguarda anche lui con il pronome noi e infine tutti gli uomini. Molto particolare perché i termini usati sono quelli forensi , cioè fanno parte di quei termini di quando, un giudice reputava l’imputato innocente. Così giustificati dalla croce e resurrezione di Cristo noi tutti abbiamo comunione presso il Padre.


Rm 4:25 “il quale è stato dato a causa delle nostre offese ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione.”

Quindi qui vediamo che l’azione di Dio attraverso la morte di Gesù, non è una casualità, ma è stata necessaria per la nostra giustificazione. Non dobbiamo vedere i due momenti: quello della morte e della resurrezione come separati, ma come in tutto il pensiero paolino, l’uno è legato all’altro come un’ unica opera, che Gesù con amore si è dato affinché fossimo giustificai. Qui possiamo forse trovare una confessione di fede della chiesa prepaolina, con un richiamo ad Isaia 53. Da questo possiamo capire come il pensiero della giustificazione non è pura elaborazione paolina, ma già era esistente nelle prime comunità cristiane.



1Cor 6:11” Or tali eravate già alcuni di voi; ma siete stati lavati, ma siete stati santificati, ma siete stati giustificati nel nome del Signore Gesù e mediante lo Spirito del nostro Dio.”



Ora la giustificazione in Paolo, non rimane un’azione isolata nella vita del credente. Essa diventa parte di un’unica opera, quella della salvezza. Si lega tanto con l’opera di salvezza che: “lavati” inteso come purificazione e “santificati” come separati dal peccato vengono presentati insieme a “giustificati”, come se fossero sinonimi per annunciare l’opera della croce di Cristo . Infatti la giustificazione non resta semplicemente un pensiero speculativo, ma diviene soprattutto annuncio della “buona novella”. Dio che ci giustifica, darà la forza necessaria per portare a termine la santificazione.

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Rm 3:24” Ma sono gratuitamente giustificati per la sua grazia, mediante la redenzione che è in Cristo Gesù.

Rm 3:25 Lui ha Dio preordinato per far l'espiazione mediante la fede nel suo sangue, per dimostrare così la sua giustizia per il perdono dei peccati, che sono stati precedentemente commessi durante il tempo della pazienza di Dio,

Rm 3:26 per manifestare la sua giustizia nel tempo presente, affinché egli sia giusto e giustificatore di colui che ha la fede di Gesù”.



Affermando nei versi precedenti, che tutti gli uomini hanno bisogno di essere giustificati perché peccatori, sotto la condanna di Dio. Mediante l’opera giustificatrice di Cristo è stata data gratuitamente giustizia a tutti coloro che credono con fede alla sua opera di redenzione. La fede non costituisce un motivo di merito ma solo lo strumento per ricevere tale giustizia.

La redenzione dalla colpa è stata ottenuta mediante la morte espiatrice del Cristo, che era stata prestabilita come propiziazione dei peccati. In questo sacrificio propiziatorio Dio ha rivelato il suo atteggiamento verso il peccato, cioè di aspra condanna, tanto da far ricadere una tale condanna sul suo Figliuolo, per rendere possibile il perdono dai peccati. Il Padre attraverso la croce non è restato indifferente al peccato, manifestando non solo la sua condanna ma anche il suo giudizio. Ma attraverso di essa, Egli può “nel tempo presente” rendere giusti perché giustificati tutti coloro che hanno fede nel Figlio. Una giustizia che è stata manifestata anche per coloro che per un tempo sono vissuti senza “giustizia” vivendo nella “pazienza di Dio” cioè: nell’attesa che tale giustizia fosse compiuta sulla croce da Gesù il Cristo.



2Cor 5:21” Poiché egli ha fatto essere peccato per noi colui che non ha conosciuto peccato, affinché noi potessimo diventare giustizia di Dio in lui.”



In questo verso è molto chiaro il messaggio di Paolo, cioè: Cristo ha preso il nostro posto. Il Signore si è fatto peccato per noi, Lui che non ha mai conosciuto peccato; affinché fossimo riconciliati con il Padre. Questo non vuol dire che Gesù abbia peccato o che sia diventato un peccatore, ma assume al nostro posto quel normale rapporto con Dio, che è conseguenza del peccato. Come sempre l’apostolo non parla della giustizia morale ma del giusto rapporto con Dio.



Gal 2:17 “Ma se nel cercare d'esser giustificati in Cristo, siamo anche noi trovati peccatori, Cristo è egli un ministro di peccato? Così non sia.”



L’apostolo i questo verso si difende dall’accusa di alcuni, soprattutto giudei, che nella sua predicazione della giustificazione per fede, trascura l’importanza di una vita morale e lontana dal peccato. Questo non è certamente il pensiero di Paolo. Infatti afferma, che se noi siamo stati giustificati, il peccato non ha più motivo di esistere nella nostra vita. Altrimenti, se viviamo ancora nel peccato la giustificazione di Cristo è vana, perché renderemo l’opera del Signore un’opera al servizio non della salvezza ma del peccato.



Rm 11:6 “Ma se è per grazia, non è più per opere; altrimenti, grazia non è più grazia.”



Qui possiamo vedere introdotto il concetto di grazia. Essa è il mezzo scelto da Dio per la salvezza(giustificazione), la vita e il servizio del credente. Egli essendo salvato(giustificato) per grazia non è più sotto la legge. Per grazia Dio innalza il credente ad una posizione la più elevata che si possa immaginare e sempre per grazia che prosegue la sua opera in lui e largisce le sue benedizioni. Allora la grazia è legata al servizio, alla vita cristiana e alla sua libertà.


1Cor 1:18” Poiché la parola della croce è pazzia per quelli che periscono; ma per noi che siam sulla via della salvazione, è la potenza di Dio; poich'egli è scritto:

1Cor 1:19 Io farò perire la sapienza dei savî, e annienterò l'intelligenza degli intelligenti.

1Cor 1:20 Dov'è il savio? Dov'è lo scriba? Dov'è il disputatore di questo secolo? Iddio non ha egli resa pazza la sapienza di questo mondo?

1Cor 1:21 Poiché, visto che nella sapienza di Dio il mondo non ha conosciuto Dio con la propria sapienza, è piaciuto a Dio di salvare i credenti mediante la pazzia della predicazione.

1Cor 1:22 Poiché i Giudei chiedon de' miracoli, e i Greci cercan sapienza;

1Cor 1:23 ma noi predichiamo Cristo crocifisso, che per i Giudei è scandalo, e per i Gentili, pazzia;

1Cor 1:24 ma per quelli i quali son chiamati, tanto Giudei quanto Greci, predichiamo Cristo, potenza di Dio e sapienza di Dio;

1Cor 1:25 poiché la pazzia di Dio è più savia degli uomini, e la debolezza di Dio è più forte degli uomini.”

L’apostolo era particolarmente consapevole quanto la dottrina della giustificazione da lui presentata fosse sconcertante e paradossale, soprattutto per delle affermazioni non in linea con la tradizione dei padri e poco razionalizzanti con il pensiero e la filosofia greca. Ma per lui l’evangelo non è solo un buon consiglio da dare agli uomini , ma esso è “potenza di Dio”. Allora per lui ogni tipo di sapienza umana non può sussistere al cospetto di Dio. Dio non ha solo disprezzato questo tipo di sapienza ma la resa pazza, se paragonata o se usata per conoscere le cose di Dio. L’apostolo allora annuncia che l’unico modo per salvare e giustificare gli uomini, per la sapienza di Dio è la croce di Gesù. Consapevole che per la sapienza umana la croce non poteva che essere pazzia, o scandalo. Annuncia che attraverso di essa si rivela la potenza di Dio, potenza salvifica. Unica e sola capace di giustificare il peccatore. La sua conclusione è che: quello che l’uomo orgoglioso crede pazzia, è in realtà sapienza di Dio, certamente più savia di quella degli uomini. Il messia sofferente in croce rivela la debolezza di Dio, ma essa è più forte di qualsiasi potenza che gli uomini possano mostrare.

4^Parte- Conclusioni finali

Allora in conclusione possiamo dire che la giustificazione è l’atto mediante il quale Dio tre volte santo, rende il peccatore, che nel frattempo è diventato credente, giusto per stabilire comunione con Lui. Essa è gratuita e totalmente immeritata . Essa è giusta perché non solo Dio non risparmia il proprio figliuolo per giustificare i nostri peccati, ma attraverso di essa adempie “ogni giustizia” e la legge l’Antico Testamento. Essa è un atto sovrano di Colui che in Cristo ci ha chiamati, giustificati e glorificati, infatti, si riceve per fede e non per opere. Per il peccatore giustificato non c’è più nessuna condanna perché Dio la vede attraverso Cristo, rivestito della sua giustizia.

Un punto controverso della dottrina della giustificazione in Paolo è, se la sola fede può bastare o sono necessarie anche le opere. Su questo punto già nella prima cristianità c’erano tante controversie. Un esempio è nell’epistola di Giacomo, dove leggiamo che: “la fede senza le opere è morta” , usando per la sua riflessione il patriarca Abramo, lo stesso punto da dove parte Paolo, ma offre uno spunto di riflessione diverso cioè: Abramo giustificato non solo per fede, ma anche per le sue opere.

Nel corso del Medio-Evo, nella chiesa Cattolica e quella Greca-Ortodossa, la dottrina della giustificazione per fede, venne oscurata da quella delle opere meritorie. La croce di Gesù non bastava, ma l’uomo doveva attraverso una serie di opere buone come: i pellegrinaggi, i riti della chiesa e le proprie sofferenze in purgatorio, contribuire alla propria salvezza. I riformatori hanno riportato ai credenti la certezza della salvezza attraverso la fede, riscoprendo il luminoso insegnamento di Paolo, proprio riguardante la giustificazione per sola grazia attraverso la fede.
LO SPIRITO EXTRAECCLESIAM



DÌ PALMIERI NICOLA

Lo Spirito Santo è uno strumento della Chiesa, oppure la Chiesa è strumento dello Spirito?

Per molti anni ho creduto che lo Spirito fosse rinchiuso nella mia denominazione religiosa, ma mi sono accorto che fuori dalla “porta della mia chiesa”, Egli continua ad operare. Il problema “è” che non me ne sono mai accorto, forse perché non porta sempre la mia stessa “etichetta”.

Lo Spirito ci sorprende sempre, perché non è mai come pensiamo , né asseconda la nostra logica escludentista. Infatti, lo troviamo sempre all’opera; dovunque c’è un cuore “predisposto” desideroso di libertà e giustizia. Anche quando le strutture ecclesiastiche si fermano, Egli continua e non si ferma fin quanto non ha raggiunto il suo scopo.

La Storia(intesa con la S maiuscola, perché è quella dell’umanità) degli uomini è costellata di interventi dello Spirito. Tante volte l’uomo si è trovato ad interpretare un ruolo nella Storia più grande di lui. Ha raggiunto obiettivi e ha ottenuto conquiste che mai avrebbe sperato di raggiungere. Purtroppo, credendo a volte di essere l’unico fautore della Storia, non sempre riuscendo a comprendere e a scorgere in essa “l’opera dello Spirito”.

Il “mondo” che viviamo, è il progetto e la conquista di uomini e “situazioni”, davanti alle quali siamo portati a riflettere e a chiederci:” quale parte abbia avuto in essi Lo Spirito?”. Quando è apparso un clima di rassegnazione e tutto era destinato a sussistere al male e al disagio, improvvisamente degli uomini hanno “preso in mano “ le sorti del mondo, cambiando gli eventi, riportando la pace e la giustizia. Uomini che non facevano parte di nessuna chiesa costituita e di nessun circuito ecclesiastico, ma certamente guidati da qualcosa, oggi io dico:” da qualcuno”, che aveva per loro preparato la strada che dovevano percorrere.

Con “Nessuna chiesa”, voglio trasmettere il pensiero di : non appartenenti a nessuna struttura ecclesiastica stabilita. Nessuna comunità di credenti che si definiscono tali. Una parola convenzionale, per indicare uomini o movimenti che si trovano a vivere le loro vite al di fuori delle istituzioni religiose, che nella storia si sono formate. Non certamente la Chiesa, quella invisibile che solo Dio conosce . Perché dove c’è lo Spirito, lì c’è la chiesa .

A volte Lo Spirito è tanto discreto nel suo operare, che nemmeno ce ne accorgiamo. Perché?

Forse la causa principale è una mancata riflessione sullo scorgere i suoi “segni laici” nel mondo e nel tempo ; perché ci siamo abituati all’idea che Egli è:” un’esclusiva delle chiese”. Di questo ne sono convinti non solo gli ecclesiastici, ma la maggior parte dei “Ben pensanti”

Il mondo è fuori dall’opera dello Spirito, perché:” il suo interesse è solo di riempire le panche vuote della chiesa”. Forse questo è il pensiero di molti leader religiosi, che vogliono appropriarsi dello Spirito, non diventando loro suoi strumenti, ma credendo di trasformare Lui in un loro strumento, oserei dire di “successo”. Ma si sa “Lo Spirito è come il vento” soffia dove vuole, chi crede di catturarlo o di controllarlo si ritroverà a stringere delle mani vuote.

Lo Spirito soffia, nel mondo che ha bisogno di Lui. Suscita uomini a volte senza preoccuparsi della loro estradizione sociale o delle loro capacità, attraverso di loro trasforma le situazioni, dona la speranza di un mondo migliore, ma soprattutto cerca di rendere giustizia al povero e all’offeso, dona il diritto agli uomini dove è stato calpestato. Favorisce gli umili e non si dimentica dei deboli .

“Ogni cosa buona e ogni dono perfetto vengono dall’alto e discendono dal Padre” leggiamo nell’epistola di Giacomo . Allora, non c’è niente di migliore dello Spirito, che dal Padre viene mandato nel mondo per donare la vita, la giustizia e la pace.

Ogni cosa buona cioè:” tutto quello che migliora la vita dell’uomo”. Tutto quello che si riconosce utile e fa del bene . Tutto queste cose vengono dall’alto, sono doni dello Spirito. In questa prospettiva possiamo riflettere anche sulle conquiste scientifiche e tecnologiche dell’uomo. Tutte quelle scoperte che hanno aiutato l’uomo a preservare e a migliorare la vita in quanto tale, sono un dono di Dio, attraverso lo Spirito.

Lo Spirito i questo ultimo caso, forse intraprende nell’uomo un’opera più implicita. La capacità dell’uomo a migliorarsi e a migliorare l’ambiente che lo circonda, è data dal fatto di avere in sé una parte di “divino” cioè lo spirito. Quella scintilla o quel soffio di Dio che lo rende simile a Lui , ma Lo Spirito Santo non è del tutto indifferente all’opera “creatrice “ dell’uomo, Egli partecipa proprio alimentando quella scintilla che è in ogni uomo.

Non dimentichiamo che lo Spirito è principalmente lo Spirito della vita . Egli rende vivente l’inanimato. Allora il donatore della vita non può che amare la stessa e non può restare indifferente dove questa è calpestata. Nessuno ama la vita come il suo creatore.

L’uomo è nato libero e dove si cerca di limitare la libertà dell’individuo, si offende la vita stessa e quindi di riflesso, colui che la vita l’ha data.

Le chiese, a volte si dimenticano di tutto ciò e si limitano a veicolare l’opera dello Spirito in liturgie o soltanto nella predicazione della parola. Lo Spirito è abbandonato dalla chiesa istituzionale e allora per ristabilire la vita, la giustizia e la libertà spinge uomini che sono disposti ad andare al di là della situazione che stanno vivendo e cercano “una vita nuova”.

Lo Spirito per questo crea aggregazione, comunità e gruppi di individui, diversi tra di loro ma con uno scopo comune, un fine che li unisce, ed è quello dello Spirito.

Tanti gruppi nascono e sono nati, senza che le istituzioni ecclesiastiche neanche se ne accorgono( forse per il forte arroccamento nelle le loro posizioni), ma ascoltando le loro richieste ci accorgiamo che in realtà combaciano con quelle dello Spirito.

Comunità che non lottano soltanto per i diritti umani, ma gruppi di ambientalisti che cercano di salvaguardare la vita del nostro pianeta, che cercano di frenare l’egoismo dei capitalisti e lo sfruttamento senza controllo delle risorse naturali.

Lo Spirito di Dio, allora genera così il campo di forze dell’amore, nel quale gli uomini si sforzano di far si che tutte le cose giovino al bene del prossimo. Esso appare rivelatore di giudizio sulle potenze che dominano questo mondo. Nei contesti della vita umiliata e devastata, lo Spirito attesta che questa situazione non è sostenibile né giustificabile.

Questo allora ci fa rendere conto che in realtà, l’esperienza del divino è, non più legata esclusivamente all’istituzioni ecclesiali, ma anche in una “comunità” che è guidata dalla consapevolezza di aver scoperto una coscienza “sociale” , una comunione tra individui, un amore per la vita , soprattutto quella del prossimo. La loro religione è l’azione, la risposta agli stimoli dello Spirito, la loro chiesa è il mondo inteso come la società che ha bisogno di essere sempre migliorata per migliorare la vita.

Una “comunità” che non parla esclusivamente del Cristo, ma lo Spirito rende reali attraverso le loro vite i suoi insegnamenti e i suoi desideri. Infatti lo Spirito è anche lo Spirito di Cristo , proprio perché sono uniti da un unico sentimento ed unico fine, un unico amore, un unico scopo quello della salvezza.

Una salvezza che viene raggiunta non soltanto attraverso l’esperienza di un singolo, ma attraverso la storia di “persone” spinti dall’amore per la vita, combattendo per un mondo che deve essere salvato.

Allora la scoperta di una salvezza necessaria nella Storia dell’umanità, può portare il singolo individuo alla ricerca di una salvezza non più collettiva ma individuale, salvando la propria vita possiamo salvare quella parte di mondo che noi rappresentiamo.

Le chiese molte volte restano sempre ai margini della Storia, e permettono ad altri occupare il posto che forse lo Spirito aveva inizialmente desiderato per loro.

Se tali gruppi di solidarietà sono lontani dalla comunità cristiana, questo è per colpa dalla morale prodotta dalle tradizioni ecclesiastiche. Una tradizione che molte volte cerca di allontanare questi gruppi per una paura ancestrale, applicando verso loro dei criteri di discernimento che il più delle volte sono il frutto di interpretazioni umane e che poco hanno a che fare con lo Spirito e gli insegnamenti di Gesù.

Parlando dei criteri di discernimento, mi viene alla mente l’idea comune delle chiese riformate nel confinare la rivelazione dello Spirito unicamente nel singolo individuo. Quasi un ripiegamento dell’uomo su se stesso, per trovare la rivelazione dello Spirito. Il motto di molte chiese è”conosci te stesso e conosci Dio” . Questo certamente non è del tutto sbagliato, ma l’accentuazione di una tale posizione, può sfociare in un isolamento verso il “mondo” e verso le persone di cui è composta la società che ci circonda. Dimenticando, che lo Spirito si rivela anche attraverso la Storia e i suoi cambiamenti. Attraverso la comunità degli individui che ne fanno parte.

Se noi riconosciamo la” Parola di Dio” attraverso la narrazione di un popolo , Israele con i suoi cambiamenti e cadute, ma sempre alla ricerca della libertà e della giustizia; perché non vogliamo riconoscere nella Nostra Storia l’operare dello Spirito attraverso uomini, senza etichetta; ma spinti dalla stessa ricerca e in sostanza lo stesso fine, la preservazione della vita in quanto libertà e giustizia?

Infatti, un esempio è l’esodo di Israele e non solo. La narrazione di una liberazione, una lotta per avere la propria libertà, la propria dignità e indipendenza in quanto uomini liberi. Una liberazione dall’ingiustizia, da una schiavitù, in quanto la privazione della libertà corrispondeva alla privazione della vita stessa. Così è la lotta sostenuta da tanti uomini, che nel corso della Storia, si sono trovati a “combattere” fuori dalle chiese costituite.

Vogliamo ricordare, i movimenti pacifisti contro la guerra , quelli contro la discriminazione razziale , per la fame nel mondo, per la libertà degli schiavi d’America e non solo; il movimento femminista contro lo strapotere di un modello di famiglia patriarcale e tendente a una diversità di diritti tra l’uomo e la donna, i movimenti ecologisti e altri ancora. Non hanno tutti forse lo stesso scopo e “lo stesso Spirito”? Non desiderano tutti, quello che desideravano gli ebrei sotto la sferza degli egiziani?

Anzi quello che deve far riflettere le chiese è il fatto che: le conquiste che hanno ottenuto questi movimenti, sono poi diventate patrimonio delle chiese costituite. Cioè anche le chiese hanno beneficiato di ciò che è stato conquistato da coloro che sono “extra ecclesiam”. Altri hanno combattuto per poi ritrovare nelle chiese costituite le loro conquiste, che come hanno cambiato e migliorato soltanto la vita del mondo in quanto società di uomini, hanno migliorato anche la vita delle chiese . Lo Spirito allora riesce ad unire ciò che apparentemente è separato, in un'unica vittoria. Un esempio di questa unione è la teologia della “liberazione”.

Ma purtroppo ancora le chiese sono diffidenti verso gruppi spontanei impegnati nel sociale e in campo politico. Quasi mai vengono considerati come parte integrante delle chiese costituite. Essi si compongono di cristiani e non cristiani che sono impegnati completamente con la propria persona nelle loro attività, quasi sempre di protesta, ma vivendo sempre fuori dalle strutture ecclesiastiche.

Leggiamo dal profeta Gioele: “Io spanderò il mio Spirito su ogni carne”. Questa profezia viene ricordata il giorno della pentecoste da Pietro, affermandone l’adempimento. Ma se dice ogni carne, sta parlando degli ecclesiali e degli altri. Certamente Lo Spirito ha effuso per primo la Chiesa, ma per poi, dalla Chiesa continuare a spandersi su ogni carne, su tutti quelli che si fanno “bagnare”, indipendentemente dall’etichetta, del sesso, dell’età e della loro estradizione sociale.

Certamente questo non ci autorizza ad attribuire allo Spirito ogni movimento di protesta o qualsiasi rivendicazione sociale. Seguendo quello che scrive Welker possiamo, anche se con molta cautela, avere dei criteri di discernimento per quello che riguarda l’azione dello Spirito extra ecclesiam.

Possiamo riconoscere l’azione dello Spirito in base a tre punti: lo scopo, il modo e i suoi effetti.

-Dello scopo ne abbiamo già parlato e cioè quello di preservare la vita attraverso la giustizia la pace e la libertà. Ma soprattutto portare l’uomo alla salvezza.

-Il modo è,prendendo spunto dal capitolo del servo di Isaia : “non griderà e non farà udire la sua voce nelle piazze”. La sua rivendicazione sarà decisa ma non violenta. Non sarà causa di disordini e maltrattamenti. Non cercherà di convincere con una violenta campagna di persuasione, ma parlerà come ad uomini liberi.

-Gli effetti saranno: solidarietà e amore per il prossimo e dove è necessaria, una libera “autolimitazione” per non invadere la libertà degli altri.

Per concludere voglio lasciare al mio lettore un pensiero, che in qualche modo sintetizza ciò che ho desiderato trasmettere: “ Sono un uomo di speranza non per ragioni umane o per ottimismo naturale, ma semplicemente perché credo che lo Spirito santo è all’opera nella Chiesa e nel mondo, che questi lo sappia o no” L.J.Suenens.