24 novembre 2009

TEOLOGIA DELLA SPERANZA di "Jurgen Moltmann"



TEOLOGIA DELLA SPERANZA


JURGEN MOLTMANN



-Il cristianesimo è escatologia dal principio alla fine, nonostante questo sia stato dimenticato. Il Dio cristiano ha come qualità dell’essere il futuro, ed è sempre davanti a noi. Per i greci la speranza è uno dei mali usciti dal vaso di pandora, ma per i cristiani è il fondamento della propria fede. Quella che la differenzia dall’utopia è il suo fondamento, cioè quello di Cristo. Questo futuro è ancora nascosto ma si rivela nel nostro presente attraverso le promesse. Allora bisogna considerare la speranza l’incipit, il motore della fede e della teologia cristiana. La speranza che si fonda sulla resurrezione di Cristo. La speranza è il compagno inseparabile della fede, in quanto mantiene aperto quel futuro onnicomprensivo di Cristo. Un futuro completamente nuovo e diverso da questo mondo con le sue prospettive, una speranza che diventa addirittura causa di disturbo per questo mondo che cerca una propria e diversa stabilità. Un disturbo che fa in modo che la chiesa di Dio si trovi sempre in contraddizione tra la propria speranza e le aspettative del mondo stesso. Ma non si isola, ma proprio per la speranza in un mondo nuovo e completamente diverso, si sforza di rendere il passaggio per il mondo, una realtà quanto migliore sia possibile, cercando di vivere nel mondo conosciuto ma avendo la propria vita e visione proiettata a ciò che ancora non si conosce. Il Dio di Israele è un Dio che promette, ed anche se attraverso l’esodo si manifesta con la sua gloria e rivela il suo nome, esso diviene un mezzo per proiettare il popolo verso le promesse future. Il suo nome non definisce una entità statica, ma in esso è rinchiuso un progetto, fatto di promesse che si muove in avanti verso il futuro. La sua parola, anche se detta al presente, ma in essa nasconde la rivelazione che si rivela non nel momento, ma nella promessa. Una rivelazione, che ancora una volta apre le porte al “non-ancora” ma che trova forza proprio nella promessa. Una speranza che produce attesa, ma un’attesa che rende la vita mondana “buona”, in quanto l’uomo accetta tutto il suo presente , anche quello negativo, proprio perché vede la propria parusia nell’avvento del regno. Infatti, la parusia del Cristo Risorto, anche se si è manifestato nel tempo, non lo ferma al momento della sua epifania, ma attraverso l’avvento schiude il suo futuro, dando la possibilità di vivere nel tempo, perché la vita nel tempo è speranza. Allora il credente viene collocato all’alba di un nuovo giorno, quando il buio lascia il posto alla luce, vive così la sua attesa, in un tempo, che è in movimento verso il “non-ancora”, che travalica il momento presente. La speranza diviene anche la forza che sostiene la fede.” La fede spera per conoscere ciò che crede”. Essa si muove non sulla visione di un mondo rinnovato, ma in un novum ultimum, che non conosce ma si muove sulle promesse, sapendo che “nulla è molto buono se non sia nuova” . La differenza tra il logos greco e la promessa giudaico-cristiana, è proprio nella parola di speranza. In quanto il logos greco è legato alla manifestazione dell’evento ei un eterno presente. Un’eternità che tange il presente in un punto preciso, rendendo il momento eterno; mentre la rivelazione per giudeo-cristiani è proprio nella promessa, un’epifania che si dimostra al fianco dell’uomo, ma nello stesso momento lo sospinge verso la ricerca di quel futuro atteso dalla parola rivelata dalla promessa. La fede è poggiata sulla parola della promessa in quanto Dio è fedele a mantenere la parola data. Una parola che non sempre storicamente ritrova l’esatto riscontro, ma ritrova nel futuro che dovrà venire, il suo completo adempimento. Allora la speranza cristiana della promessa rivelata, è ancora una volta proiettata nel futuro di Dio e non in un momentaneo adempimento. Dio non si può dimostrare, ne partendo dal cosmo e tanto meno dall’esistenza umana, ma la dimostrazione di Dio è la sua rivelazione stessa. Ma se la sua rivelazione si ha nella promessa e il suo topos è il futuro, proprio la speranza, che non è soltanto una fatto ontologico, diventa anche in quanto cristiana, una dimostrazione di Dio stesso, proprio nella promessa e attraverso la speranza Dio rivela se stesso. Nel momento della predicazione, l’uomo scopre una realtà che gli viene rivelata al momento, ma nello stesso tempo, attraverso Cristo, scopre ciò che non è ancora. La rivelazione ricevuta in un determinato presente, diventa promessa di un suo divenire, che riscopre non nel suo io-sono, ma in quello che io-sarò. In questa prospettiva cambia anche la concezione del mondo, il quale non viene più visto come semplicemente il “bacino della corruzione “ destinato a finire, ma nella prospettiva escatologica di fede, anche esso aspetta l’avvento di un futuro che ha da venire, in quanto parte delle promesse di Dio. Allora, anche il mondo si muove o si dovrebbe muovere nel tempo in una prospettiva simile. Il credente attraverso la speranza, che diventa la forza dell’azione, deve far in modo che le cose possano tendere verso un futuro e non morire in un “eterno presente”. L’apocalittica, rende il futuro come l’avvento che deve sostituire il presente. L’attesa allora non diventa una speranza, ma soltanto un momento di passaggio tra uno “ione” ad un altro. Questo fa della rivelazione un predicato della storia, cercando nella progressione escatologica della storia della salvezza in “altri segni dei tempi”, che non fossero la croce e la resurrezione di Cristo, cioè intendere la storia deisticamente, facendola quasi un sostituto di Dio. In realtà, se la rivelazione che è nella promessa e quindi si muove verso il futuro, allora la storia diventa un predicato della rivelazione, cioè essa si muove verso la direzione della speranza di un futuro, che si trova davanti, verso il raggiungimento di quel tempo che ha da venire. Poiché ogni singolo atto di Dio illumina solo parzialmente l’essenza di Dio, non è possibile la piena rivelazione in un solo momento, ma la piena rivelazione si otterrà soltanto nella totalità della storia. Ma essa è possibile riconoscerla come rivelazione soltanto se viene guardata dalla fine. Gli scrittori apocalittici del tardo giudaismo, hanno contemplato in anticipo questa fine, al di là delle loro visione, hanno visto la fine della storia nella resurrezione dei morti. Allora Gesù ha anticipato questa fine, attraverso la sua resurrezione è accaduto quello che ancora deve accadere a tutti gli uomini. Se la resurrezione è la prolessi della fine universale, nella sua sorte, Dio stesso si rivela come Dio di tutti gli uomini. Ma tra le aspettazioni apocalittiche del tardo giudaismo e quelle cristiane si pone la croce. Questa non è semplice cesura nello svolgere i fatti storici, ma da essa dipende una visione completamente diversa del mondo e del presente. Una visione che sposta il raggio e la forza della nostra attesa. Essa nella sua contraddizione compenetra tutta l’esistenza e il pensiero teologico “della comunità nel mondo”. Questo fa si che la rivelazione di Dio non è dimostrazione della storia di questa società, ma aprirebbe il processo escatologico della storia, cioè la trasformazione del mondo e della storia in una attesa divina. Il Cristo risorto allora non è epifania di un eterno presente, ma rivelazione di promesse di un futuro completamente nuovo. Le apparizioni pasquali non sono altro, sotto questa prospettiva, che caparra, annuncio di tali promesse. Infatti, per coloro che assistettero alle apparizioni pasquali, il Risorto non compare come colui che è giunto nella sua gloria, ma come colui che annuncia il suo “andare” verso la gloria. Allora Egli non è “l’immortalato” ma il “veniente”, cioè come colui che deve ancora venire. In questo la fede nel Risorto trova un senso, in quanto riconosce in esso una rivelazione nascosta, ma ha fiducia nelle sue promesse, dimostrate e annunciate attraverso la sua resurrezione. Allora non un ’epifanico compimento, ma qualcosa di incompiuto e di non-ancora accaduto, la rivelazione ancora una volta trova la sua forza nella speranza, che si fonda in quello che è stato promesso ma non è ancora venuto. Allora come si diceva prima, la rivelazione non diventa un avvenimento storico, ma un”primum movens”, che si trova alla testa del fatto storico. Il credente che viene raggiunto da questa promessa, diventa essenzialmente uno “sperante”, in quanto riconosce se stesso, ma si differenzia per quello che sarà. La sua via è nascosta nel futuro di Cristo, promesso ma non ancora apparso, affidando l’esito di questo futuro completamente nell’azione del Risorto. La rivelazione allora raggiunge l’uomo, che attraverso la resurrezione lo conduce alla rinuncia estrema di se stesso, in quanto legato a ciò che” sarà”. Questo non lo allontana dal presente del mondo, anzi lo rende partecipe tanto da calarsi completamente in esso, in quanto la promessa si rivolge a lui attraverso il mondo. Un mondo che non è stabile, tanto da portsrlo a credere di aver raggiunto l’adempimento, ma esso è in continuo cambiamento; solo davanti a questo tipo di suscettibilità trova il suo senso la speranza, in quanto essa non si adempie, ma davanti ai continui cambiamenti “spera”. Con questo possiamo dire che in una dimensione cristiana “storia” non significa annunziare la verità di Dio in combinazione con vecchie esperienze del destino e della casualità, ma significa inserire questo mondo nel processo della promessa che è tenuto in movimento dalla speranza.

Nell’Israele palestinese avviene la tensione e lo scontro tra l’antica religione dei nomadi e quella agricola cananea. Cioè, tra un modello di religione, basato sulle promesse e la ricerca di un futuro, un dio che cammina con il popolo in movimento e con quella agricola, di una divinità che si manifesta nel presente per benedire la terra. La particolarità di Israele è, che nel suo insediamento non ha abbandonato l’aspetto promissorio di Dio, ma ha continuato a credere alle promesse di Dio. Anzi, il suo insediamento nella terra “promessa”, questo passaggio da popolo nomade a un popolo agricolo e cittadino, ha fatto si che questa realtà sia stata vista proprio alla luce del Dio della promessa. Non un abbandono al Dio che “camminava con loro”, ma l’aspetto promissorio di Dio diventa la chiave di interpretazione del presente. Allora per Israele la rivelazione di Dio non è nella sua epifania, ma nella promessa, in essa si manifesta la sua parola. Una promessa che sempre si richiama a quelle fatte nel deserto al popolo nomade. Quindi si assicura della propria esistenza non in base al momento presente, ma attraverso quelle promesse fatte ai padri nomadi nel deserto.” La promessa mantiene la coscienza di colui che spera nell’atmosfera di un “non-ancora”, che trascende tutta l’esperienza e la storia. In essa troviamo il motivo fondamentale della rottura dei rapporti di corrispondenza mitici e magici, della storicizzazione delle festività e della natura in riferimento alle date della storia della promessa, e della futurizzazione dei loro contenuti, in vista del futuro della promessa.

La parola promessa porta con se sempre un carico di tensione tra il presente e il non-ancora. Questa tensione si manifesta proprio nel fatto che se è un parola promessa non ha ancora trovato il suo perfetto habitat nella realtà, essa si proietta in un futuro diverso dal presente. Ma allora la domanda è se con l’adempimento, la promessa possa cessare di esistere? Questo interrogativo è rivolto anche ad Israele, ed esso è la dimostrazione di come la promessa di Dio continui ad esistere anche dopo il suo adempimento. Cioè , la promessa è al di sopra e più grande dello stesso suo adempimento. Infatti, ci si chiede come mai Israele, una volta insediatosi nella “terra promessa” come mai non ha cambiato Dio? cioè non ha rinunciato al Dio della promessa per soppiantarlo con quello epifanico dei popoli agricoli e sedentari? Questo perché l’adempimento di una promessa non chiude la storia, ma ne diventa l’inizio di una più grande. Infatti, la promessa del dono di una terra è stata adempiuta, ma quella di protezione e presenza continua a vivere come tale. Poi Israele più di ogni altro popolo coglie la tensione della promessa nella storia, nella sua incongruenza con il presente; ma la soluzione per Israele è proprio nella promessa stessa, cioè la sua incongruenza e tensione viene risolta proprio dal fatto stesso che essa deve ancora completarsi in un futuro e nel non-ancora. Il non-ancora dell’attesa, supera qualsiasi adempimento che già ora si realizzi. Perciò qualsiasi realtà che abbia il valore dell’adempimento, diventa occasione per confermare, ma anche per lasciar il via libera ad altre più grandi speranze. Per Israele vi è storia soltanto quando Yawe ha parlato. Ma se la sua parola e soprattutto la sua rivelazione è nella promessa, la storia di Israele è vissuta in questa nuova dimensione cioè quella della promessa. Il presente allora diventa il risultato di quello che è stato promesso nel passato. La lettura della storia non diventa, come nelle mitologie greche , il passato che viene reso presente, ma una specie di profezia inversa. Gli avvenimenti storici, non hanno il carattere di casualità o di circostanza, ma di incompiutezza, in quanto prodotti dalla promessa, che non si esaurisce solo nel momento del suo ora, ma ancora proietta il vissuto presente verso la visione del non-ancora. Tutto assume un carattere di provvisorietà, alla luce del futuro di Dio. Bisogna però tener conto del fatto che molte promesse, soprattutto quelle fatte per bocca dei profeti, non si sono avverate nel modo in cui erano state intese originariamente, così che la storia li ha rese antiquate superandole. Ma in realtà bisogna tener presente il fatto, che le promesse non sono quelle che si perdono per la strada della storia, ma sono quelle che attraverso la loro “interpretazione” hanno dato identità ad Israele. Un’interpretazione che supera il momento storico di quando sono state date, ma si cala nel tempo in cui ad esse si guarda. Una rivelazione che non ci dà la chiara e inequivocabile susseguirsi di fatti, ma c’è né dà “il senso”. Un senso che ci proietta nuovamente verso il futuro di un presente, che và avanti e che trova in esso il suo ”senso”. Allora Israele non si preoccupa di dare validità alla promessa attraverso i fatti storici, tanto meno di prendere le promesse come semplice interpretazione della storia. Tra la promessa e l’adempimento, si estende il processo della storia di come agisce la parola; il quale diventa tradizione in quanto la promessa viene trasmessa alle generazione future interpretata e attualizzata. Allora la storia diventa uno strumento nelle mani di Dio, che Egli nella sua sovrana libertà modella in base alle sue promesse. Essa allora è il topos dove lo stesso Dio si rivela, nell’interpretazione della promessa che illumina la storia. Ma se Egli si rivela nella promessa, possiamo dire che il futuro stesso è Dio, cioè colui che si rivela nel futuro di Israele. Come lo stesso suo nome non è un’auto rivelazione di un’epifania di un momento storico, ma è un’indicazione che ci apre l’orizzonte verso il futuro di Dio ma ancora di più è Dio stesso. In questa direzione e dimensione si muove il messaggio profetico per Israele. La conoscenza di Jahawe non è limitata al momento presente ma è sempre rilegata a ciò che ci si pone all’orizzonte. Conoscere Dio significa riconoscerlo nella sua realtà storica e nelle sue promesse, questo ci parla della fedeltà di Dio, cioè riconoscere nel trascorrere della storia che Egli è fedele alle sue promesse. Non solo nel futuro si riconosce Dio ma anche nel tempo presente, proprio attraverso il conoscere la sua fedeltà alle sue stesse promesse. La conoscenza di Dio è una conoscenza che ci spinge in avanti e non in alto, essa ci anticipa il futuro di Dio, non come adempimento ma come caparra di quello che è non-ancora. Le promesse non sono parole che interpretano la realtà in quanto tale, ma sono parole dinamiche che si muovono in avanti, ci trascinano verso il futuro di Dio. La speranza di Israele è poggiata su tali parole, la “Parola di Dio”, la quale ha in se e la usa. La speranza non è poggiata sull’essere di Dio, in quanto futuro ci si pone davanti, ma proprio sulle parole della promessa, che ci parlano della sua fedeltà. Quest’ultima interviene nel’oggi di Israele, per proiettarlo attraverso la fede(fiducia), nella fedeltà di Dio, al domani di Dio. Le promesse non possono essere dimostrate attraverso le realtà storiche, anzi esse sono in contraddizione con tali realtà, in quanto ci parlano di cose che devono ancora avvenire. Ma attraverso la fede nella fedeltà di Dio, tali parole diventano “una speranza certa”, in quanto la sua fedeltà è manifestata nel nostro tempo. Una speranza che si poggia proprio sul dato di riconoscere che Dio in quanto fedele nel nostro momento, lo sarà anche nelle sue promesse. “ non sono le esperienze che fanno la fede e la speranza, bensì la fede e la speranza che fanno esperienze e conducono la mente umana ad un sempre ed inquieto trascendersi”. Se le promesse aprono un intervallo di tensione tra promessa e adempimento, aprono in questa maniera uno spazio di libertà per l’obbedienza. In questo spazio va ad inserirsi la “legge”. Essa diventa etica della promessa, in quanto regola il comportamento di colui che riceve e vive la promessa, in attesa del suo adempimento. I comandamenti allora non regolano la promessa ma il modo di attendere essa; allora in questa prospettiva vengono anche loro inglobati nella promessa stessa, in quanto contribuiscono all’obiettivo comune. In realtà l’obbedienza a tali leggi, per il tardo giudaismo, soprattutto in periodi di crisi, viene visto come causa primaria per l’adempimento delle promesse. Messa in questa maniera, ci accorgiamo che l’obbedienza dell’uomo diventa la “conditio sine qua non”, senza la quale le promesse non possono essere adempiute. Questo comporta che il loro adempimento non dipendi più dalla fedeltà di Dio, ma dalla capacità dell’uomo. Questo problema è posto anche dall’apostolo Paolo nel suo rapporto con la legge, ma si comprende come egli in questa diatriba tra fede e legge, quello che gli interessa e salvaguardare proprio l’aspetto della promessa, che non è condizionata dalla legge, ma essa la rende necessaria. L’adempimento della legge allora, diventa non più una condizione per la quale la promessa si adempi, ma una partecipazione alla promessa stessa. Cioè, la fedeltà alle promesse di Dio, ci rende gioiosi nel obbedire ai comandamenti, che diventano correlati alla parola rivelata nella promessa. Una parola che come la rivelazione e la speranza, progredisce nella storia e come la storia viene interpretata attraverso tale rivelazione, così i comandamenti, calati nell’oggi di Israele, vengono interpretati alla luce di tale rivelazione.

I profeti classici non hanno profetizzato a riguardo del futuro di Israele, ma principalmente, erano proiettati all’esortare Israele ad avere fiducia in Dio. Allora le loro parole non hanno un valore propriamente escatologico, ma un messaggio dove Dio presenta ad Israele la propria speranza. I Profeti posteriori, davanti alla crisi politica e alla minaccia Caldea, vedendo in questo le promesse di Dio frantumarsi in sul presente avverso, assumono un messaggio puramente apocalittico. In effetti, le promesse degli antichi profeti sembrano dissolversi davanti alla realtà. Allora essi, non del tutto abbandonando le parole degli antichi, assumono un nuovo linguaggio, appunto propriamente detto apocalittico, che sposta l’adempimento delle promesse di Jahawe, in un futuro di Dio del tutto nuovo, dove le cose “vecchie saranno passate” e dove finalmente si potrà godere del loro adempimento. Allora il messaggio diventa apocalittico, in quanto non è più fondato sulle promesse fatte dagli antichi, anzi esse vengono sostituite da un’azione futura di Dio. Ma in questo nuovo futuro di Dio, vengono inserite tutte le nazioni, soprattutto quelle che sono servite per il giudizio ad Israele. Essa a loro volta saranno giudicate, nel giorno del Signore, come Israele. Allora se tutte le nazioni, attraverso il giudizio finale, avranno un “pari trattamento” come Israele, anche la salvezza in questo senso diventa universale, per Israele e per le altre. La differenza è nel fatto, che Israele sarà salvato attraverso il giudizio che vedrà come strumento le nazioni, mentre le altre nazioni saranno salvate attraverso Israele. Allora la visione glorificatrice del futuro di Jahawe si sviluppa sotto l’impulso delle nuove esperienze di giudizio, la gloria di Dio si dimostra nel superare il giudizio stesso, Dio che supera Dio. Cioè, il giudizio diventa lo strumento affinché la gloria di Dio dopo il giudizio si manifesti, dando la vita, trasformando il giudizio in benedizione. In questa prospettiva allora i profeti “apocalittici” vivono la speranza, fiducia in colui che trasformerà il giudizio in benedizione. La speranza allora ancora una volta parla in modo universale, in quanto un unico giudizio e allora un'unica benedizione, per Israele e per tutte le nazioni. Anche la morte viene vista sotto questa prospettiva: “ essa appare come l’atto di subire il giudizio divino, e la salvezza messianica in cui il giudizio è annullato si semplifica con la vittoria sul morire e sulla morte.

Per quanto riguarda alla figura di Cristo, è necessario precisare chi è il Dio di Gesù. Infatti, il Dio di Gesù non è, la divinità greca, cioè quel motore immobile perfetto che poteva essere per Aristotele, o la suprema idea di Platone o il “presente eterno di Parmenide. Il Dio di Gesù è il Padre Eterno, il Dio di Abramo, Isacco e Giacobbe. Colui che si rivela nell’antico Testamento, e quindi si rivela nella promessa. Cioè colui che non si rivela in tutta la sua totalità, ma si fa conoscere nella storia di Israele, una storia che assume una dimensione universale, proprio attraverso le parole e l’annuncio delle sue promesse.

La parola di Dio ha il carattere della promessa, in quanto colloca colui che la riceve in un sentiero che sta ad indicargli la meta, ma nello stesso tempo si trova in antitesi con la realtà vigente. Questo la rende escatologica, ma fondata sulla fedeltà di Dio. Gli evangeli hanno in sé tale rivelazione, la quale li rende non un evento storico ma portatori di una promessa e annuncio di speranza. In essi ritroviamo per prima, la promessa che ritroviamo anche nell’antico Testamento, la re numerazione dei “giusti”, secondo le regole della “Torah”, ma poi ciò viene superato attraverso la promessa, di dare ai giusti attraverso un “nuovo” mondo, quello che nel mondo non potrebbero mai ricevere e trovare. Per il mondo rabbinico, Abramo diventa l’elemento fondante dove le promesse di Dio hanno avuto inizio, e trovano in esso la loro validità. Anche Paolo si rifà ad esso, scegliendolo a Mosè, ma per illustrare che la promessa, no si basa sulla legge e nemmeno sulla continuazione di ciò, che già ci è stato dato, ma per introdurre la speranza del “nuovo” mondo in un futuro promesso, però completamente diverso da quello che empiricamente possiamo conoscere. In questo nuovo mondo, ritroviamo un nuovo popolo, formato da ebrei e gentili.

MA in Paolo i presupposti, sono diversi, in quanto la “certezza della propria speranza”, no è in Abramo o nella legge, ma proprio nell’evento pasquale. Se Dio ha risorto Cristo dai morti, così chiamerà a vita tutte le cose. Infatti, se la promessa di Dio, dipendesse dalla legge, il suo adempimento non dipendesse dalla potenza di Dio, ma dalla capacità dell’uomo nell’adempiere la legge. Allora con questo presupposto, la promessa diventa non esclusiva, ma inclusiva. Perché se il suo fondamento è il Cristo risorto, allora è stata liberata dalla legge e dall’elezione di Israele. La promessa è allora per “tutti”. Essa è incondizionata, per “la giustificazione degli empi”. Con questi presupposti, possiamo affermare, che l’evento del Cristo ha rovesciato la storia. “I primi saranno gli ultimi”, in quanto Israele scoprirà l’adempimento della promessa, quando i “gentili” riceveranno il compimento della loro speranza, partecipi delle promesse fatte in Cristo. Allora, l’evangelo non liquida le promesse fatte ad Israele, ne li rende obsolete, ma fa in modo che esse possono essere parte di un unico grande adempimento escatologico, che trova il suo centro nel Cristo crocifisso e risorto.

Solo appoggiandosi alle scrittura dell’antico Testamento, il nuovo può essere una continuazione e un adempimento delle promesse veterotestamentarie, ma anche soltanto l’antico quando si appoggia al nuovo, può scoprire una speranza escatologica nelle stesse promesse, che gli sono state annunciate. Soltanto guardando il primo Testamento, noi possiamo comprendere in chiave salvifica, la figura del Cristo e con lui l’adempimento di ogni promessa. Infatti, alla luce di ciò “il paese diventa il mondo e la progenie, tutti i popoli”.

Questo processo, è molto forte in Paolo; in quanto la promessa fatta ad Abramo esiste soltanto in un valore escatologica. Un valore però, che può essere ritrovato soltanto se viene vista e accertata dall’evento Cristo. Egli introduce la promessa in una nuova storia, quella che segue l’evento “finale”, cioè il futuro del Risorto. Allora, nel nuovo Testamento, la promessa assume un valore nuovo: il proprio futuro escatologico; mentre la legge il suo “compimento”. L’evangelo annuncia e conduce gli uomini verso un unico futuro; quello del Risorto. Non c’è più una differenza di promessa fatta a differenti popoli, ma tutto viene assorbito dall’unica promessa del futuro di Dio, in Cristo. Allora le promesse dell’antico Patto, diventano storia, racconto di un'unica promessa che vede il suo adempimento in unico evento, universalmente inteso. Ciò che è stato annunciato ad Israele, ora è integrato completamente nell’unico annuncio a tutta l’umanità, il non-ancora di Cristo. Un'unica speranza, perché tutto ormai ha assunto un'unica forma ed un’unica “Parola”, la promessa dell’evangelo.

Purtroppo il ritardo della “parusia”, e il contatto e il calarsi del cristianesimo nella realtà ellenistica, fanno in modo che il mondo religioso, soprattutto attraverso il culto, si cali quasi in un “eterno presente”, come se l’adempimento fosse avvenuto nel momento storico del Cristo risorto. Un adempimento che si riscopre presente attraverso la celebrazione del culto e dei sacramenti. Questo in realtà è un dualismo metafisico, dove troviamo una realtà epifanica che si cala nella realtà empirica. Una ferita nella storia che si ripete nelle occasioni del culto e delle “manifestazioni” del sacro. Un, dualismo che cerca di rispondere alla tensione di un altro dualismo, ma questa volta storico cioè: tra il tempo presente, l’ora e il non-ancora. Ma questo ci porta a stare fuori dal mondo e dalla vera realtà del Regno di Dio. Esso è un regno che non ha niente a che fare con il nostro. Un mondo nuovo che si trova nel futuro che ancora ha da venire. Cristo è certamente presente con e nella chiesa, ma come colui che è il “veniente”. Il Signore che sta ritornando. Questo in Paolo è molto chiaro; infatti, sottolinea che il battesimo non è l’adempimento del regno ma è la partecipazione alla morte del Cristo. “Essi ottengono di partecipare alla resurrezione di Cristo, mediante una nuova obbedienza,che si esplica nel campo della speranza della resurrezione.” Cristo è risorto ed è fuori dalla portata della morte, ma i suoi discepoli, non lo sono ancora. Ma mediante la speranza hanno la possibilità di partecipare alla sua resurrezione, una resurrezione presente in loro in quanto speranza nella promessa. Pertanto noi siamo chiamati all’obbedienza non per quello che”siamo”, ma per quello che “saremo.”, questo ci porta a considerare la nostra “conversione” sotto un presupposto escatologico, ma tale presupposto ci spinge verso il futuro, che diviene certezza, perché mediante la resurrezione di Cristo è tenuto certo.

L’eterno presente non è l’adempimento metafisico, che irrompe nel nostro tempo, ma è “la meta escatologica”, futura della storia. Dio non è in qualche parte nell’al-di là, ma è presente in quanto veniente.

Egli promette un nuovo mondo, una nuova vita che mette in discussione questo mondo, il quale per colui che spera, esso non è una nullità, ma per la speranza, esso è un non- ancora nella prospettiva di diventare.

Non ci può essere escatologia senza la croce di Cristo. Non si può sperare nel futuro di Dio senza prima passare per la croce di Cristo. Alla croce di Cristo bisogna realizzare, che il venerdì santo è l’evento della morte di Dio stesso, e con lui muoiono tutte le nostre speranze e la nostra fede. In questa prospettiva, guardando alla croce , non soltanto come l’abbandono del Figlio, ma anche Dio che abbandona se stesso, e in Lui tutto è abbandonato a se stesso. Tutto muore, sulla croce. Solo attraverso questa prospettiva, in una dimensione di questo tipo, cioè la fine di ogni promessa e speranza, noi possiamo attraverso la resurrezione di Cristo, ritrovare una “nuova escatologia”. Una nuova speranza che reinterpreta le promesse, che sulla croce credevamo irrealizzate. L’umanità abbandonata, ritrova ora un “nuovo” presente, dove la presenza di Dio è come il Risorto, che in Lui prende il nostro presente e lo accompagna verso il futuro di Dio, che si pone ora, come il Risorto, davanti a noi. In questa prospettiva, allora la resurrezione non è un evento passato, ma un evento futuro. Essa diventa escatologia di tutti gli uomini. Come la croce è la vera fine di ogni cosa; così la resurrezione è l’inizio del futuro della “vita”.

La resurrezione però non và intesa come fatto storico, come noi possiamo intendere la storia, cioè una ricerca della verità oggettiva, certificata da fonti così dette “storiche”. La ricerca storica cerca di trarre dalla narrazione il “nocciolo”, cioè quello che sostanzialmente è verificabile oggettivamente, attraverso le fonti. In questo senso la resurrezione non può essere un fatto storico, in quanto non possiamo trovare documenti o reperti, che possano in qualche modo verificare l’attendibilità dell’evento. Allora, la resurrezione vista in questa prospettiva, è nella categoria della “rivelazione”. Ma se abbandoniamo questa dimensione della storia, possiamo dire che la resurrezione ha una dimensione storica, non perché ha avuto luogo nella storia, ma perché indica la “via dei futuri eventi”. Essa è storia nella quale dobbiamo vivere. Essa è storia perché schiude un futuro escatologico. Il dato oggettivo della storicità della resurrezione, è la fede di ogni credente che si fonda in essa, in quanto evento; non storicamente detto, ma come annuncio e speranza di una vita che si muove attraverso una tale prospettiva. “I racconti della resurrezione, vanno letti sempre in chiave escatologica, ponendoci la domanda, che cosa posso sperare? Soltanto cercando di rispondere a tale domanda, possiamo trovare una conoscenza storica e il ricordo, che vengono collocati ad un orizzonte adeguato dalla cosa da ricordare. Soltanto in base a questa domanda la storicità dell’esistenza e la corrispondente comprensione di sé, trova un orizzonte adeguato alla storia, che offre la base e apre la via alla storicità dell’esistenza”.

I racconti della resurrezione non ci forniscono risposte, che riguardano alle origini del mondo o al significato della sua essenza. Essi ci forniscono un orizzonte, che deve essere visto dalle aspirazioni profetiche ed apocalittiche; speranze e interrogativi che secondo le promesse di Dio devono avvenire. L’escatologia cristiana prende inizio dalle promesse pasquali e le promesse pasquali prendono spunto dall’escatologia cristiana. Un binomio inscindibile, un movimento circolare che si muove attraverso la fede e la speranza nell’annuncio. Promesse che riprendono quelle precedenti, ma interpretate alla luce del Risorto e del Crocifisso, che ha sua volta riprende quello che precedentemente è stato proclamato. L’escatologia cristiana si differenzia dall’apocalittica veterotestamentaria, in quanto parla del futuro di Cristo è in esso ha la sua essenza. Non si preoccupa di fornire un futuro storicamente possibile, che in qualche modo si possa avvicinare alle aspettative di chi spera “nella terra promessa”. Essa parte dall’evento di Gesù di Nazareth, per arrivare alla sua resurrezione, che trova in quest’ultimo il “topos” del futuro di Dio. In esso si trova l’adempimento delle attese cristiane e ci si fonda la speranza del credente; non preoccupandosi di fornire una possibilità di futuro per la storia, ma attraverso il risorto la speranza diventa attesa in qualcosa di “veramente nuovo”, proprio perché storicamente non del tutto possibile. Un’altra sostanziale differenza dall’apocalittica del tardo giudaismo, è che Cristo occupa il posto che in essa occupa la Torah. Il Risorto è anche il Crocifisso, per tanto il futuro di Dio, non è frutto dell’adempimento della legge ma della giustificazione che si ottiene attraverso la croce. Scrive l’Apostolo, che “Gesù è la primizia dei morti”, se nel Risorto vi è il “principio”, allora questo è già avvenuto e non si ha il bisogno di conquistarlo attraverso meriti e demeriti legati alla “Torah”. Le apparizione pasquali, contrariamente ad una visione apocalittica, non ci rivelano eventi cosmici, ma soltanto la signoria del Cristo risorto e del futuro universale che la sua signoria eserciterà in quanto Cristo crocifisso.

Israele riconosce nella giustizia di Dio e nel suo adempimento, il vero motivo portante del futuro e della storia. Egli ricorda la fedeltà di Jahwe, in quanto fedele alla sua giustizia e al patto che si dimostra in tutta la storia di Israele. Un motivo che non cambia ma conduce il popolo eletto fino al “giorno del Signore”. Allora come la prova dell’elezione di Dio si manifesta attraverso il “dono della Torah”, la sua giustizia ne rende l’adempimento, per condurre il popolo ad un futuro storicamente possibile ma non-ancora. Bisogna considerare, sotto questa luce, che è questa giustizia a regolare e a tenere insieme l’intera creazione. “Senza la sua giustizia la creazione di Dio precipita nel nulla, in quanto priva della fedeltà di Dio”. la giustizia di Dio, però non si riferisce soltanto all’ordine di cose esistenti, ma anche alle cose che attendiamo. Quelle cose che fanno parte del nuovo ordine delle cose. Così, come sottolinea anche l’Apostolo, la venuta della giustizia di Dio porta con sé una nuova creazione, avendo lo stesso fondamento della prima ma in e con un ordine diverso. Un ordine nuovo che ci viene rivelato nell’evangelo, in quanto il motivo non è l’adempienza della legge, o il dono della stessa, ma è il dono della grazia in Cristo crocifisso; in lui si manifesta e si adempie la giustizia di Dio, nel Risorto essa trova il suo nuovo ordine di cose, in un nuovo che ha da venire. Questa giustizia nella vita del credente, assume la dimensione della promessa in quanto, il Cristo risorto nella sua signoria và in contro alla giustizia di Dio, allora così il credente, nel battesimo riceve questa giustizia che lo giustifica in vista del “sole di giustizia” che ha da venire, cioè un processo che si concluderà nella parusia di Cristo. Essa è sempre un dono, ma che spinge il credente verso il giorno che ha da venire. Certamente nel presente si ricevono i benefici di questo dono, ma questo bene può essere solo afferrato mediante la speranza della fede , che rende l’uomo pronto a servire il futuro della giustizia di Dio.

La fede di Israele, si è sempre opposta in maniera radicale al culto dei morti. Questo trova la sua importanza se consideriamo come, il popolo eletto si trovasse a stare tra gente, dove il culto dei morti era molto sentito. Il culto di Jahawe non ha mai risentito di questo sincretismo religioso, almeno per la maggior parte della sua storia. Questo è conseguenza della forte fede nelle promesse di Dio che il popolo ascoltava. Per il popolo di Israele, la morte non era soltanto la cessazione di una vita, ma era l’abbandono completo di Dio. il morto era “impuro”. Abbandonato da Dio, perché “i morti non lodano Dio”. Solo partendo da questa prospettiva riusciamo a comprendere la vera essenza della morte di Cristo, e dell’ abbandono di Dio. Per un giudeo, la resurrezione non è rinascita da uno stato di morte ad un altro di vita, ma è la testimonianza che Dio ha mantenuto la sua promessa cioè, che la morte non ha più potere ed è stata vinta. Un passaggio da una vita ad un’altra, perché solo così, attraverso questo tipo di promessa, si continua a lodare il Signore. Questo pensiero investe non solo la morte ma tutto quello che separa l’uomo da Dio: l’esilio , la malattia ecc. Ma il popolo ritrova il suo ristabilimento non attraverso una “cura ricostituente”, ma attraverso una nuova creazione, che Dio attua per l’adempimento delle sue promesse.

La speranza della vita dopo la morte non lascia indifferente l’uomo a tale realtà, tanto meno non può far a meno di parlare all’uomo della brevità della vita, ma essa si fonda sul fatto che anche se la morte è in contrapposizione alla vita, la morte è stata vinta in cambio di una vita che loda Dio. Anche il Crocifisso, rappresenta non solo l’abbandono di Dio, ma anche la morte di Dio stesso, in quanto mandato da Dio come messia, muoiono con lui tutte le promesse messianiche di Dio. Ma il Risorto, non torna alla vita, ma è la dimostrazione della vittoria sulla morte; essa è stata sconfitta dove proprio sul campo del suo trionfo. Vittoria su quello che la morte rappresenta, non solo la cessazione della vita, ma vittoria sull’abbandono di Dio e soprattutto sulle sue promesse che ora ci ricordano che Dio rimane fedele è per questo la nostra speranza non può essere delusa, in quanto le sue promesse certamente saranno compiute nel futuro di Dio. Ad operare questa vittoria è lo Spirito, se la sarx ci ha tenuti legati al terreno, il pneuma ci schiude il futuro liberandoci dalla schiavitù della sarx e ridando la vita, che non è più legata al terreno e al vano, ma una vita libera, perché lo Spirito gli concede la libertà schiudendogli il futuro e in esso pone la sua sostanza. La risurrezione e la vita eterna sono il futuro che è stato promesso e grazie allo Spirito, rende nel corpo latente quello che stato promesso. In questo modo è possibile l’obbedienza, in vista di tale traguardo. Allora anche l’amore e l’obbedienza diventano seminagione della speranza nella vivificazione della vita futura. Tra la realtà corporea e quella che si spera c’è una grande differenza, ma propria questa differenza si apre al carattere futuro della speranza. In questo spazio aperto, si vanno ad inserire le raffigurazioni cosmiche dell’escatologia. Esse non sono mitologie ma esprimono l’attesa della creazione per una nuova creazione. Così pure le rappresentazioni di Dio nella sua gloria, sono rappresentazioni che alimentano la speranza in contrasto con il presente negativo.

Fin dagli antipodi della sua storia, il popolo di Israele fondava la sua speranza sulla signoria di Jahawe. Ma una signoria che non lo vedeva come dominatore di tutti i popoli della terra, ma come Signore e guida di Israele. Una guida che ritroviamo soprattutto nel suo nomadismo, ma una guida, che ancora una volta si poggia nella promessa, in quanto guida verso la terra promessa. Per Israele vivere sotto la sua signoria è vivere come pellegrini, obbedienti pronti per affrontare il futuro. Una vita ricevuta come promessa e aperta alla promessa. In seguito la sua signoria fu rilegata alla teologia rabbinica del giusto che osserva la torah. Inoltre nell’esilio, assume carattere apocalittico, futurizzata in sviluppi storici che coinvolgono con la sua venuta l’intera storia dell’umanità. Nel nuovo Testamento, Gesù diventa il predicatore del Regno di Dio, un regno che sta per venire; e tutti i miracoli e le potenti operazioni che Egli compie sono una dimostrazione di questo regno e soprattutto della signoria del Regno, che attraverso Gesù esercita Dio. Gesù non annuncia soltanto il Regno che viene, ma attraverso di lui il regno è già venuto, in quanto l’ingresso in esso è reso possibile attraverso la posizione, che veniva presa dagli uditori verso la sua persona. La signoria di Dio veniva esercitata direttamente da Gesù ed era legata al segreto della sua persona. Il messaggio escatologico consisteva che il Regno di Dio era vicino in quanto per l’uditore era giunto l’ora della decisione. In realtà la comprensione di tale Regno si ottiene soltanto attraverso il suo futuro, che viene testimoniato attraverso le apparizioni pasquali, che a loro volta rendono credibile l’annuncio del Regno, il quale è il futuro di Dio. Le apparizioni pasquali, non solo rendono comprensibile il kerigma del Regno, ma lo trasformano, in quanto attraverso di esse si ha l’inizio della venuta del Regno stesso. Il Signore del Regno è il Dio che ha resuscitato Gesù dai morti, per tanto se ha resuscitato Gesù, il suo regno non è una continuazione storica di quello terreno ma è una nuova creazione ,”creator ex nihilo”. Il suo governo consiste nel resuscitare i morti, quindi a chiamare all’essere le cose che non sono.

Per quanto riguarda alla manifestazione dello Spirito, il dono di esso, non è certamente l’adempimento nel presente del Regno promesso, come qualcuno crede, ma in realtà il dono dello spirito è in linea con il futuro di Dio e del Regno che ha da venire, per questo esso diventa “caparra” di un’eredità che attende il credente. Una caparra che si pone come speranza nella promessa dell’adempimento di un futuro che per certo è garantito dalla Signoria di Dio. Un futuro che trova nell’evento del Crocifisso e del Risorto, non il suo compimento una volta e per sempre, ma il fondamento di una fiduciosa speranza che diventa certezza nel momento, che si crede per fede che Gesù è il Cristo. Un Regno che il credente realizza soltanto con questo presupposto, ma non perdendo la dimensione della sua vita terrena. Questa vita in prospettiva del Regno, assume una dimensione di missione, in quanto il presente si trasforma in un evento passato, in quanto preparatorio per il futuro Regno. Esso è nello stesso tempo campo di missione, per alimentare la speranza nella promessa di Dio attraverso la croce e la resurrezione del Cristo. Questo ci permettere guardare il presente in modo critico, non certamente guardando il passato, ma proiettandoci nel futuro. Un futuro del tutto diverso dal presente, ma proprio per questo ci permette di analizzare il presente cercando di avvicinare questo tempo alla rivelazione che attraverso la promessa di Dio ci viene data del futuro. Una missione che diventa quasi rivoluzione, in quanto in vista di una prospettiva del tutto nuova e mai realizzata, si cerca di stravolgere la stato attuale delle cose.

Questa concezione del presente, cambia anche la concezione di fare la storia, che non diventa più la storia di un singolo popolo, ma proprio perché, è fatta in vista del futuro, diventa la storia di tutti gli uomini, in quanto il futuro in prospettiva non è la veduta delle guide di una nazione, ma è il futuro realizzato per tutti da Dio. Allora soltanto quando la storia viene fatta conservando questo orizzonte universale, è possibile conservare il concetto di divenire anche nel tempo storico. Infatti, il concetto di storia stesso è legato al’idea del divenire, in quanto se già ci fosse un mondo perfetto non ci fosse motivo di fare la storia, in quanto è lo sforzo di migliorare ciò, che ha da essere migliorato che fa la storia. In questa dimensione storica si muove la missione cristiana , che cerca di fornire al proprio tempo, questa chiave di interpretazione della storia, un’interpretazione escatologica del mondo e non solo della religione.

Una chiave interpretativa non solo della storia del mondo ma anche della storicità della bibbia. Infatti, soltanto l’escatologia cristiana ci fornisce la chiave ermeneutica per comprendere la storicità dei due Testamenti. Soltanto attraverso le promesse future noi possiamo ritrovare in essi un valore storico universalmente comprensibile e attuabile a tutti. Tutti gli scritti biblici sono aperti al futuro, allora per comprenderli veramente, occorre guardare nella stessa direzione. Come per la storia, anche per l’uomo, il quale ha conoscenza di se soltanto nella scoperta di questo futuro. Egli ha consapevolezza del peccato delle sue debolezze e fragilità, solo attraverso la missione, che come palesa il presente completamente diverso alla rivelazione del “nuovo”, così mette alla luce tutto ciò che si trova in contraddizione nell’uomo, con l’uomo nuovo, cioè quello che sarà nel futuro di Dio. La vocazione dà all’uomo la prospettiva di un nuovo poter essere, ed impara cosa è e cosa può fare attraverso la missione, che si muove verso il non-ancora di Dio. Per questo, nei due Testamenti gli uomini insieme alla vocazione ricevano un nuovo nome, in quanto ricevono una nuova natura è un nuovo futuro. La vocazione è rivolta a tutti gli uomini proprio grazie al suo carattere escatologico, in quanto l’escatologia ha valore universale ed è il futuro che ha da venire per tutti, come scrive l’Apostolo: “ Dio in tutti”.

Sotto la luce escatologica della trasmissione della fede o della tradizione, possiamo già in Israele notare una differenza con il modo di intendere la tradizione dei popoli vicini. Infatti, contrariamente in Israele non c’era la semplice trasmissione di fatti e di miti, ma soprattutto ci si trasmetteva le promesse di Jahawe. Il Dio di Israele non è il Dio del cosmo, ma il Dio di Abramo Isacco e Giacobbe. Egli veniva trasmesso nella formula promissoria, ricordando coloro che per primi hanno ricevuto le promesse. Questo avviene anche nel nuovo Testamento, infatti la tradizione cristiana non è una trasmissione di regole o precetti, ma è l’annuncio del Cristo, morto e risorto e in quanto tale, del futuro di Dio. Attraverso lui si sono adempiute tutte le promesse, in quanto egli è il futuro di Dio. la tradizione cristiana non è altro che l’annuncio della speranza viva, che si volge verso l’evento creativo di Dio, che dal Risorto crea una creatio nihilo.

L’invio missionario che si muove nella prospettiva escatologica, non sta a guardare il mondo che passa, non è indifferente al tempo che è in contrasto con il Regno di Dio. “la cristianità non ha a servire l’umanità affinché il mondo rimanga nello stato in cui si trova, ma è chiamata affinché il mondo si trasformi e diventi ciò che gli è promesso che diventerà”. Questo vuol dire che è ora che la chiesa inserisca nel proprio orizzonte di aspettazione la società in cui vive, per fare in modo che essa possa essere per quanto sia possibile, annuncio di quello che sta “venendo”.

La missione cristiana è chiamata ad adempiere le promesse veterotestamentarie, soprattutto quelle che riguardano alla salvezza di tutti i popoli, una salvezza che non solo attraverso Cristo assume il suo carattere escatologico, ma che nel nostro tempo si manifesta attraverso quello shalom che unisce tutti i popoli, potendo così insieme, guardare all’adempimento di un’unica speranza. Il mondo non è ancora concluso ma è quello che si impegna nella storia. Esso è il mondo delle cose possibili, dove si può essere a servizio delle cose future. Oggi è il tempo di seminare speranza è del dono del nuovo futuro.” Dischiudere a questo mondo l’orizzonte del futuro del Cristo crocifisso è il compito della comunità cristiana.”