29 dicembre 2010

RICORDATI.....RAVVEDITI


APOCALISSE: 2, 1 a 5


«All'angelo della chiesa di Efeso scrivi:

Queste cose dice colui che tiene le sette stelle nella sua destra e cammina in mezzo ai sette candelabri d'oro:Io conosco le tue opere, la tua fatica, la tua costanza; so che non puoi sopportare i malvagi e hai messo alla prova quelli che si chiamano apostoli ma non lo sono e che li hai trovati bugiardi. So che hai costanza, hai sopportato molte cose per amor del mio nome e non ti sei stancato. Ma ho questo contro di te: che hai abbandonato il tuo primo amore. Ricorda dunque da dove sei caduto, ravvediti, e compi le opere di prima; altrimenti verrò presto da te e rimoverò il tuo candelabro dal suo posto, se non ti ravvedi



DI: Nicola Palmieri

SCHEMA E CORPO DEL TESTO

Il capitolo 2 dell’apocalisse ci propone un’attenta analisi di alcune chiese dell’Asia, intorno alla fine del primo secolo. Ci troviamo in un momento storico del cristianesimo sostanziale; infatti, lo scrittore, attraverso l’analisi e l’esortazione che ci sono presentate sulle chiese, testimonia il passaggio del cristianesimo, da una forma primordiale, cioè quella missionaria, in una in cui si comincia a intravedere una certa istituzionalizzazione. In parole povere, il cristianesimo passa dalla sua forma missionaria a una di una vera chiesa, con tutte le connotazioni che siamo abituati a dare oggi a questa parola. Credo, anzi sicuramente, la Storia ha aggiunto altre caratteristiche e peculiarità a una tale struttura per farla essere quello che è oggi, ma sicuramente già nel primo secolo, ci ritroviamo una forma ecclesiastica ben organizzata e che si preparava a ricevere la sua completa istituzionalizzazione.

Certamente bisogna tener conto, quando andiamo a parlare di questi argomenti, di chi ne parla. Un esame sociologico del fenomeno religioso, senz’altro va a esaminare il rapporto delle chiese locali con la situazione in cui nascono, mentre se a esaminare un tale fenomeno, magari è un teologo, magari fortemente confessionale, l’esame forse non riguarderà esclusivamente al rapporto con il contesto in cui sorge, ma soprattutto, il suo rapporto tra dottrina e teologia e a quale idea di essere chiesa essa s’ispira, qual è il modello del nuovo Testamento che ci si è immedesimati, ecc. Quindi un’analisi di tale cose, cambia prospettiva, in base a quello che noi vogliamo cercare e chi è a fare la ricerca.

Oggi si parla tanto di secolarizzazione e addirittura di desecolarizzazione. Cioè, del fenomeno, secondo il quale, l’uomo moderno, preso da altro, non ha più tempo per il sacro, rilegando tale rapporto nella propria intimità. Non trovando spazio per esercitare la propria fede in ambienti e luoghi dedicati a questo scopo, le scelte e i comportamenti dell’uomo secolarizzato, sono tutti ispirati da principi laici, concedendo alla vita religiosa, solo una piccola parte interiorizzata del proprio essere. In parole povere, l’essere religioso diventa un fatto strettamente privato. Mentre, altri studiosi, anche grazie all’avanzare dell’islam in occidente e ad alcuni movimenti di risveglio tra i quali il “pentecostalesimo”, stanno smentendo quest’analisi della realtà odierna, anzi si cominciano a pensare non più a una secolarizzazione, ma di risposta a un processo inverso, cioè alla desecolarizzazione, un ritorno dell’essere religioso e della religione stessa, fortemente nella vita pubblica ed essa non è più un fatto esclusivamente personale, ma influenza l’uomo in tute le sue scelte.

Ritornando al testo che abbiamo davanti, possiamo renderci conto che allo Spirito, forse non interessa, almeno in questo momento, questo tipo di analisi, ma tutt’altro. Egli indaga la sostanza di ogni chiesa, cioè il rapporto con il Signore che ognuna ha o che ha perso. La prima cosa che ci salta davanti, di quest’analisi, anche alla luce di quello che abbiamo detto e che, Gesù è il Signore di ogni singola “comunità” e ogni “assemblea” è parte della Chiesa di Dio. Non troviamo un’analisi generalizzata e accomunante delle chiese, ma per ogni singola assemblea ha qualcosa di diverso da riferire e far notare. Per tanti, il cristianesimo è diventato un modo per identificare il popolo e le masse, ma questo non è quello che considera lo Spirito. Per Dio noi rimaniamo soli davanti a Lui. L’essere cristiani non è uniformarsi in una massa di gente o identificarsi in un’istituzione ecclesiastica e religiosa. Essere cristiani è condividere una “stessa esperienza di fede”, con l’unico Salvatore e Signore Cristo Gesù. Identificarsi non con la massa, ma con il “singolo”, cioè Gesù Cristo. Il cristianesimo sarà sempre legato da un rapporto di 1 a 1: Io e il Cristo, la chiesa o l’assemblea dei credenti e Cristo. Da questo rapporto di sintesi, nasce il popolo di Dio, il quale è sparso ai quattro canti della terra, che forma la Chiesa che solo Dio conosce, perché essa rimane comunque e sempre invisibile agli occhi e alle istituzioni umane.

Quando si perde di vista questa realtà, allora la chiesa perde la su “sostanza” e diventa per l’appunto: una “istituzione religiosa”, o se preferite di “fede”, ma con essa stiamo a indicare una parola “convenzionale”, che serve per far capire all’altro da quale, “ impasto” la nostra comunità può far parte, non certo quella vera e genuina che nasce nei cuori dei veri credenti e che solo Dio può donare.

Ritornando alla chiesa di Efeso, ci troviamo davanti un’analisi particolare di una singola comunità. Potrebbe fermarsi a essa quello che leggiamo nella Parola di Dio, ma la Parola è sempre una “Parola profetica”, perché essa è capace di superare il momento storico e il contesto per il quale è mandata e arriva fino a noi per parlare ai nostri cuori, nei nostri contesti. Non solo essa ci parla, ma attraverso di essa noi riusciamo a condividere anche la stessa esperienza. In essa leggiamo: “Ai fatto tante cose buone, ma…….”

Efeso era una chiesa in “progresso”, essa si è sviluppata ed è progredita, ma nel suo “progredire” ha tralasciato qualcosa, che per lei non era così importante, tanto da nemmeno accorgersene, ma per Dio era di vitale importanza. La prima riflessione che mi si pone davanti è se: Il progresso di una chiesa può portare al regresso della fede? La perdita della sua forma missionaria iniziale e l’assunzione di una “forma” più istituzionale, il formarsi di un solido gruppo compatto di credenti con le idee abbastanza chiare su quello che bisogna e non bisogna fare, è progresso o regresso spirituale? La chiesa di Efeso, se leggiamo con attenzione, possiede tutti i segni di una chiesa arrivata a un buon livello di “istituzione”. “Sopporta molte cose”, quindi è una comunità ormai forgiata dalle prove del tempo ed è ormai stabile e non più barcollante. Inoltre, ha in sé una salda dottrina, capace di identificare i falsi apostoli. Questo suo progresso è stato la causa della perdita della sua vera sostanza? Io personalmente credo che la risposta è “no”, perché è parte della stessa natura della chiesa, partire da una forma missionaria, essere missione, per poi consolidarsi per diventare una vera e propria chiesa, comunità. Una testimonianza di questo lo troviamo anche nel libro degli atti e dall’esperienza veterotestamentaria. Le prime comunità nascono tutte come piccole missioni, per poi ritrovarsi delle vere e proprie comunità ( vd atti 19) e anche il popolo di Israele, lo stesso ha avuto origine come un popolo nomade, per poi occupare la terra promessa. Ma in modo dialettico la mia risposta è anche “si”, perché l’accentuazione dell’impegno per un tale progresso, come la chiesa che ci è presentata dal testo, ha fatto in modo che si allontanasse, (ha preso le distanze) dal “Primo Amore”. In altre parole, una chiesa che ha l’apparenza ma che ne ha perso la sostanza. Nel testo greco, troviamo l’aggettivo il quale ci dà l’idea di quale amore si sta parlando. Esso ci parla di “ordine”, cioè quello che hai conosciuto per prima. Si definisce quello che è il più antico. Anche ci dà l’idea d’importanza, cioè quello più eccellente, maggiore di tutti gli altri. In sostanza, cosa intendiamo quando diciamo “il primo amore ?” cosa è ? questa è una bella domanda, ci si spendono tante parole intorno a questo tema, a volte concordanti e altre discordanti, ma personalmente, per non perdermi in questo mare di parole ed espressioni, preferisco rimanere legato al testo. L’indicazione che ci dà il testo è: “Ricordati”. Qui la memoria, come nel libro del Deuteronomio, diventa uno strumento, un indicatore, per farci assumere la consapevolezza di aver smarrito qualcosa d’importante. La memoria come agente, non solo in modo soggettivo in un singolo individuo, ma soprattutto, legata al tempo che abbiamo trascorso, una capacità, nelle mani dello Spirito, di rifarci percorrere il tempo che abbiamo già passato per recuperare e vedere “dove siamo caduti”. Uno strumento per arrivare poi al ravvedimento.

Perché noi dimentichiamo? Forse perché molto facilmente ci occupiamo d’altro, e quest’ultimo diventa la nostra unica priorità. Quindi andiamo a sostituire le nostre priorità di “prima”. Perché ci convinciamo che certe cose sono ormai passate, abbiamo bisogno di rimodernarci, corriamo indietro alle novità, rinunciando al vero novum dello Spirito.

Che cosa dimentichiamo? “le opere di prima”, quello che abbiamo fatto al principio. Quello che abbiamo fatto quando non comprendevamo molte cose ma quello che sapevamo era sufficiente per credere, quando non avevamo ancora una dottrina tale da smascherare gli impostori, quando non avevamo un buon locale o una bella chiesa, prima di essere “riconosciuti”, quando eravamo ancora giudicati degli atei e la chiesa doveva nascondersi. Certamente è importante, a questo fare una precisazione e cioè che queste cose senz’altro fanno parte della benedizione di Dio, ma come già ho detto, possono diventare un problema se perdiamo e ci allontaniamo dal primo amore. Se perdiamo quello che abbiamo fatto e ricevuto, quando eravamo guidati solo ed esclusivamente dall’amore, spinti dalla stessa esperienza di grazia. Quando non eravamo ancora capaci di trasmettere e comunicare bene quello che ci era successo, ma la nostra vera testimonianza era solo il nostro “zelo” o “passione”. Quando tutto ci sembrava nuovo e il Signore davvero occupava il primo posto nel nostro cuore ed era la nostra unica priorità. Quando senza troppe domande credevamo veramente alle promesse di Dio.

Allora dobbiamo chiederci in modo franco, esaminando la nostra vita: “Che cosa abbiamo perso lungo il cammino? Che cosa abbiamo trascurato, da cosa ci siamo allontanati? Forse senza renderci conto, quello che abbiamo lasciato nel deserto, è proprio la sostanza della nostra fede. Come Israele,infatti: “cosa lasciò il popolo eletto nel deserto che mai più riuscì a ritrovare?” Per bocca dei profeti, più volte il Signore li rimproverò di questo (Osea 11: Io ti amai quando eri fanciullo). La propria precarietà, li portava a restare aggrappati ogni giorno a Dio, la quale era l’unica vera certezza, così avendo sempre una continua comunione e ricerca di Lui. Cosa oggi noi abbiamo lasciato nel deserto? Personalmente posso dire la comunione personale e delle benedizioni particolari che oggi sono diventate davvero uno sparuto ricordo. Abbiamo abbandonato, forse, lasciatemelo dire, un po’ di “follia” per il Signore, perché solo gli innamorati fanno sempre cose pazze, ma non dimentichiamo che la pazzia del Signore è più della sapienza di questo mondo.

Ognuno di noi è responsabile, verso i neofiti. La domanda che mi pongo è quale idea sto dando o stiamo dando, a loro di Cristo. Paolo poteva dire “imitate me perché io imito Cristo,” essi ricevevano dall’apostolo un buon imprinting, ma da noi che tipo immagine hanno davanti per imitare? Alle nuove conversioni, piacciono i canti, la predicazione, il gruppo dei giovani, la corale, ecc. Questo li rende subito parte della chiesa, ma mi chiedo se mai hanno sentito il cuore vibrare per Cristo. Se mai lo zelo del Signore ha consumato la loro vita. Se oggi ricordando “le loro opere di prima” possono ritrovare quel primo amore, lo riconoscono nella loro conversione o se nei loro ricordi ci sono solo i bei canti, la bella chiesa, il posto nella corale e il predicatore di turno ecc. Siamo responsabili verso le nuove generazioni, non per dargli solo una “bella e buona chiesa”, ma a dimostrare con i fatti che il Signore si serve con zelo e amore, o non si serve. A dimostrare che noi non siamo perfetti, ma se pur sbagliamo, è perché trasportati dallo zelo per il Signore.

Ricordo, che proprio nell’inizio della ma conversione, molte volte non ero capito ma oggi con un po’ di maturità, riconosco che in realtà la mancata comprensione di alcune mie posizioni, da parte degli altri, era dovuto dal fatto che il più delle volte, erano davvero cose improponibili e a volte esagerate ed espresse male. Ma adesso che riesco a farmi capire, un po’ di più, ora che trovo più approvazione intorno a me per le cose che dico, mi chiedo se forse al mio Signore, il quale legge i cuori e non ha bisogno di parole particolare per capire quello che vogliamo dirgli e dire, se forse non erano amate di più a Lui, proprio quelle cose “folli” e “incomprensibili” che dicevo ma soprattutto facevo, perché desideravo piacergli.

Allora lo Spirito “grida” a noi non solo di ricordare, ma di

“ ravvederci”, cioè di prendere atto di quello che ci ha detto e ci ha portato a osservare lungo questo cammino a ritroso. Confessare al Signore, dove siamo caduti, desiderando di cambiare con tutto il nostro cuore, ritornando su alcuni dei nostri passi e recuperare quello che abbiamo perso lungo il nostro cammino.

LA Parola di Dio non è mai mandata a vuoto, realizziamo questo con tutto il nostro cuore. Il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza. Così noi senza rendercene conto, ci allontaniamo da Dio, più di coloro che si dichiarano suoi avversari, perché rimaniamo indifferenti alla sua Parola, impermeabili a essa. Oggi se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori, siamo permeabili, facciamoci trafiggere dalla spada dello Spirito, che essa non sarà a morte ma a vita, e anche se sentiremo la lama che entra, uscirà da noi “fiumi di acqua viva” dalla fessura scavata dalla lama stessa.

Dice il nostro testo: “Ravvediti altrimenti sposterò il tuo candelabro.” Questo ci parla del ministerio della comunità locale per cui essa è stata chiamata. Se non ci ravvediamo, il Signore ad altri darà il compito di essere testimoni della sua gloria, anche nel luogo dove ci troviamo, noi saremo solo una bella istituzione cristiana.

Alla luce della storia della chiesa di Efeso, ci viene di riflettere anche di un’altra realtà, che nel momento poteva sfuggirci e cioè, che solo chi ha serbato il “Primo amore”, rimane in piedi e resiste alle difficoltà e alle prove. La chiesa si trovava nella moderna Turchia, dove oggi è presente la più grande concentrazione di moschee musulmane. Che cosa è restato della testimonianza cristiana della chiesa di Efeso? Forse possiamo pensare che sia stata vinta dalle difficoltà e dalle persecuzioni.

Le istituzioni crollano, le religioni si frantumano con le loro cattedrali, ma chi serba il primo amore, non sarà mai distrutto e rimarrà fino alla fine.

1 dicembre 2010

VEGLIARE PER AMARE IL SIGNORE


GIOSUÈ 23:11


Vegliate dunque attentamente su voi stessi, per amare il SIGNORE, il vostro Dio.










SCHEMA E CORPO DEL TESTO:



Il contesto del verso che ci troviamo davanti è certamente quello di un libro del primo Testamento, il quale trova nella tradizione cristiana una collocazione che non rispecchia, in qualche modo, quella della Bibbia ebraica. Infatti, il libro di Giosuè, nelle nostre Bibbie è catalogato tra i libri storici, perché gli si riconosce un valore e un’argomentazione, per l’appunto, storico-sociale; mentre nella Bibbia ebraica, esso fa parte della cosiddetta raccolta dei nav’im (profeti). L’idea del profetismo nell’antico Israele si distacca, in un certo modo, da quella che a noi è più familiare, non staremo qui a evidenziare tali differenze, ma ci basti sapere che quello che interessava al nav’im era: “Parlare secondo una visione di Dio e da Dio”. Certamente il libro di Giosuè, com’è definito da qualche studioso e personalmente ne sposo la definizione, almeno perché mi suona molto simpatica, è una specie di catasto della terra promessa. Un catasto particolare, perché mai Israele ha posseduto tutti quei territori che ci sono elencati nel libro, ma è un catasto ideale, una specie di “visione”, una speranza, che ancora si cerca il proprio adempimento

Questa ultima affermazione già ci introduce nel mondo dei nav’im, perché si parla di visione e di speranza. Gli ultimi capitoli del libro sottolineano in modo molto evidente questa dimensione, che tra guerre e accatastamenti, può sfuggirci. In questi ultimi capitoli, la narrazione o il racconto, lascia il posto al “discorso”. Infatti, troviamo in questi ultimi capitoli il discorso ultimo di Giosuè ai capi del popolo e al popolo. Qui il condottiero cede il posto al nav’im, colui “che parla secondo Dio”. Il verso che andiamo a meditare, nasce in un tale contesto, fa parte del discorso “dell’uomo di Dio” e non più semplicemente del condottiero, quindi esso assume una veste quasi di “sacralità”, perché attraverso di lui, possiamo dedurre il “consiglio del Signore”.

Il discorso di Giosuè si svolge dopo la vittoria. Il capitolo 23 esordisce evidenziando che queste parole furono dette: «molto tempo dopo che il Signore ebbe dato riposo a Israele liberandolo da tutti i nemici.». Quello che ci sorprende, da questi discorsi, è che non sono discorsi autocelebrativi, per esaltare la vittoria ottenuta, ma tutt’altro, essi hanno parole di avvertimento e di raccomandazione. Infatti, come inizia il nostro verso: Vegliate. Questo è un po’ la sintesi e il filo rosso di tutti i discorsi di Giosuè, la causa per cui è vincolata la benedizione e la maledizione di Dio. Il lietiv-motiv per la vittoria e la sconfitta, l’acquisizione o la perdita delle promesse di Dio per Israele.

La prima cosa che noi possiamo dedurre da quello che fino in questo momento abbiamo detto e che “la vittoria può essere pericolosa e dannosa come la sconfitta, anzi addirittura di più”. Alla luce dei profeti e quindi anche del libro di Giosuè, la rovina di Israele ha inizio subito dopo la sua “vittoria”, dopo aver ottenuto l’adempimento della “promessa della terra”. Questo perché, il popolo si sente ormai arrivato. Aver ottenuto quello che cercavano, li portò in una condizione di “pigrizia spirituale”, non avevano più bisogno di cercare Dio, non avevano bisogno di cercare e realizzare le altre promesse di Dio e soprattutto; persero di vista quella più importante di tutte, senza la quale tutte le altre vengono meno e decadono, cioè: “Io sarò con voi”. Il popolo si inorgoglì, finalmente conquistata la terra promessa, possono essere alla pari di tutti i popoli, se non ancora più grandi. Nei discorsi che ci troviamo davanti, in realtà nei vari avvertimenti e raccomandazioni, tra le righe già ci si può leggere, anche senza andare troppo tra le righe, la denuncia di questa condizione di “staticità”, la mancanza di relazione con Dio che è e sarà la causa di tutte le sciagure di Israele, la mancata ricerca della promessa, quella più importante, quella di presenza, di partecipazione di Dio, nella vita e nel mezzo del popolo.

Dopo questa breve introduzione, vogliamo calarci e soffermarci sul verso che c’è proposto dall’autore biblico. Come abbiamo detto la chiave ermeneutica del verso è il verbo “vegliare”, il quale subito ci apre l’orizzonte a tante interpretazione e a un campo semantico molto preciso, che è legato a quello religioso e militare.

La prima cosa che mi viene in mente, a sentire il verbo vegliare è lo stare svegli. Infatti, se dormiamo, non possiamo vegliare. Allora per vegliare bisogna avere tutti i sensi attenti. Dobbiamo guardare, sentire, odorare e toccare. Dobbiamo essere pronti a dare l’allarme, quindi capaci di camminare, correre e soprattutto di afferrare e usare le mani. Una chiesa che è assonnata, sicuramente non può vegliare, perché non ha le caratteristiche di chi è sveglio. Non riesce a vedere il “pericolo”, non riesce ad ascoltare i consigli o le voci avverse che persuadono al male, non riesce ad accorgersi di “sapori” strani e di cibi velenosi, ma soprattutto è paralizzata dal sonno e non può intervenire davanti al pericolo. Allora la prima esortazione che ci viene da parte dello Spirito, è quella che troviamo nei Salmi, ma che ribadisce lo stesso apostolo Paolo: «risvegliati tu che dormi». .

Come possiamo risvegliaci? Solo lo Spirito è capace di fare ciò attraverso la sua potenza. Il giorno della pentecoste, il gruppo riunito insieme, ebbe una carica tale da non riuscire più a tacere, a stare nascosti e a dormire, ma dovette uscire. Una sveglia “incredibile”, “miracolosa” che scuote l’anima fino ad arrivare a coinvolgere tutto il nostro essere. Solo questa potenza è capace di distogliere la Chiesa dal proprio torpore. A risvegliare ognuno di noi, da una vita assonnata e ben adagiata sui letti della nostra religiosità. Senza dimenticare che se lo Spirito ci desta dal sonno, è il nostro servizio che ci tiene, attraverso lo stesso Spirito, sempre svegli. Altrimenti, come le dieci vergini, ci riaddormenteremo dopo qualche ora.

Lo strumento più eccellente per vegliare è la preghiera. Esso è sempre necessario, nei momenti belli e nei momenti brutti. Anche attraverso un’analisi semantica del termine, ci accorgeremmo come ben presto, sopra tutto nel secondo Testamento, il verbo è usato come sinonimo di pregare. Infatti, sempre Paolo nelle sue epistole lo usa più volte con questa valenza particolare.

Ma qual è la città o il campo su cui vegliare? In realtà la risposta è quasi scontata, ma spesso e volentieri la dimentichiamo. La risposta è: “Il nostro cuore”. Ma il verso in esame, ci dà uno specifico fine per il nostro servizio da “vigilanti”. Dobbiamo vegliare «per amare il Signore». Un servizio di guardia ben attento, affinché non ci sia niente che possa impedirci di adempiere questa “suprema vocazione e passione”, quella di amare Dio con tutto noi stessi. Niente che possa venire dall’esterno, ma assicurarci anche che non ci sia niente che possa provenire dall’interno.

Da quest’ultima prospettiva, allora il vegliare diventa anche sinonimo di introspezione, cioè: assume, partendo dell’esperienza del singolo con Dio, un valore che possiamo dire quasi esistenzialista, perché diventa un modo per indicare al credente una particolare ricerca in se stesso e di se stesso, ma non rispetto agli altri o in relazione con il mondo ma rispetto e in relazione con quello che di Dio noi possiamo esperire. In parole povere, volendo usare parole di un testo biblico, il vegliare in questa nuova prospettiva, diventa “l’assicurare la propria vita davanti a Dio”.

Lo strumento, anche per questo è la preghiera, accompagnata con il relazionarsi con chi condivide con noi la stessa esperienza di fede. Ma il metodo come dice qualcuno, in realtà è “il disperarsi”. Purtroppo questa parola, oggi assume dei significati, i quali ci rimandano a sensazioni e sentimenti molto negativi e da combattere. In realtà quello che intendo trasmetter, è la capacità dell’uomo di poter trovare se stesso, non con un atteggiamento di spavalderia, attraverso quello che egli vuole diventare o è diventato. L’uomo e il credente, non riuscirà mai a trovare se stesso, attraverso la convinzione di essere qualcuno o di essere arrivato. In realtà noi possiamo solo essere quello che non siamo e siamo quello che non vogliamo essere. Una scelta di essere quello che si diventato, ci porta ad apparire, a rendere visibile quello che noi vogliamo essere ma a non a quello che siamo veramente. La disperazione allora non diventa la perdita di tutte le speranze, ma solo la cessazione di tutte le nostre certezze naturali e create da quello, che siamo diventati. Il disperarsi quindi e mettersi in discussione con noi stessi, in relazione a quello che noi vogliamo in realtà trovare. Non è assolutamente sentirsi accusati, ma nello stesso tempo chiedere il perdono, per quello che in realtà non si è ancora o che si è, rispetto a qualcosa più grande di noi, che non vogliamo essere, ma desideriamo ricevere e compiacere. Allora il disperarsi è il dubbio dell’anima, perché ci mette in discussione, per poter poi arrivare a essere quello che siamo veramente, cioè spirito e personalità. Ritornando al discorso iniziale, il credente si dispera perché si accorge, vegliando sul suo cuore, che non ama abbastanza il suo Signore, questa è la sua vera identità, non un eroe della fede, ma un amante mancante. Egli è quello che in realtà non vuole essere, è colui che cerca Dio. Egli non è come coloro, che non disperandosi, non lo cercano e vivono in un continuo essere quello che vogliono apparire. “Vegliate per amare il Signore”, allora io mi assicuro presso Dio disperandomi, perché riconosco di non amarlo abbastanza, questa è la mia reale identità, comprendo solo così il bisogno di una conversione o di un risveglio, cioè di cambiare, non per quello che “io” voglio essere, ma per quello che desidero in relazione al Signore e che non sono ancora. Eliminare, distruggere quello che mi fa essere un amante frivolo, e cercare Dio stesso, per essere quello che non sono e che mai avrei pensato che sarebbe stato possibile essere. Solo in questo modo l’uomo può conoscere se stesso, in un paradosso, perché la disperazione ha inizio nel momento che si sente il bisogno di liberarsi da se stesso, ma l’uomo per liberarsi da “me” deve prima conoscere il suo “io”, solo quando lo ha conosciuto veramente, solo allora potrà liberarsi da se stesso, ma non per essere un altro ma per essere quello che in realtà originariamente è stato, un uomo che ama il suo Signore con tutto se stesso. Noi vogliamo sfuggire alla disperazione, perché vogliamo essere solo quello che vogliamo, ma abbiamo paura di conoscere veramente quello che siamo. Impariamo ad amare veramente con tutto noi stessi. Anche il Cristo non si sottrasse a questo “metodo”, nel Ghetsamani egli provò l’angoscia e per conoscere quello che realmente era, nel suo disperarsi pregò dicendo: “La tua volontà non la mia sia fatta”. Così facendo si abbandonò a quello che non gli apparteneva ancora, quindi riconosce che non era (se fosse possibile, allontana da me questo calice), ma quello che non era lo rende ancora di più quello che è, il Figlio che si lascia nelle mani del Padre.

Continuando per questa strada, a questo punto mi sono chiesto, se la nostra mancata vigilanza, non sia dovuta al fatto che: “Non abbiamo niente di importante da vigilare” o “custodire”. Casa abbiamo di tanto importante per essere vigilanti? La nostra superficialità forse è dovuta proprio dal fatto di non avere niente nel nostro cuore, che valga realmente la pena di custodire.

Israele cosa aveva d’importante per essere vigilanti? La terra promessa, la famiglia, il culto di YHWH, la legge il tempio? Non si resero conto che queste cose non erano le cose più importanti. Infatti, quello su cui vigilare «con tutta la forza» è l’amore per il Signore. Non assicurandosi di questa realtà hanno perso tutto il resto. Non credo che molte volte la nostra vita sia tanto diversa, anche noi forse ci assicuriamo di tante cose ma dimentichiamo di sincerarci se amiamo veramente il Signore, che tanto decantiamo e diciamo di amare.

Nel secondo Testamento, vegliare diventa: lo stare svegli. L’essere pronti. Essere preparati. Alla luce di queste parabole, il verbo assume soprattutto una dimensione escatologica, il lietiv-motiv dell’attesa del regno di Dio. L’azione, la qualità, senza la quale non potremmo entrare nel Regno tanto desiderato e preparato per noi. La metafora più ricorrente è quella delle guardie, per darci un’idea della “vigilanza”, soprattutto nel primo Testamento. Si pensa che in ebraico, il sostantivo “guardia” ha le stesse radicali del verbo “vigilare” e quindi deriva dal verbo stesso. Il compito delle guardie era di vigilare, cioè quello di dare l’allarme, non certo di scendere da soli a combattere. Allora “gridiamo, facciamo squillare le trombe dei nostri cuori, non solo perché abbiamo vinto, ma perché riconosciamo che ci troviamo in pericolo. Possiamo svegliarci, desiderando con tutto il nostro cuore, l’intervento di Dio, colui che combatterà per noi.

Credo personalmente che oggi sia il tempo che la Chiesa di Dio, faccia squillare le sue trombe, come mai ha fatto nella sua storia, affinché possa avere la consapevolezza di “essere sotto assedio”, in “pericolo”. Il Signore è pronto a combattere per noi e vincere, ma se solo noi suoniamo l’allarme. Certo il Signore, non è colui che dorme, ma vuole sentire lo squillo delle nostre trombe, che danno l’allarme. Molte volte la chiesa dà voce alle trombe, per cantare delle vittorie, che in realtà non sono altro che segni di una momentanea tregua, una tregua che è atta solo a distrarci dai veri pericoli che incombono, per non farci rendere conto del pericolo imminente per suonare l’allarme. Ho sentito tanti predicatori che sono come queste ultime trombe, che con la loro idea di prosperità e di successo, stordiscono le orecchie e coprono gli occhi della chiesa. Io voglio essere prima sulla mia vita e poi per la mia chiesa, “una vedetta”, che è sempre pronta a suonare l’allarme. Affinché possa sincerarmi che la mia chiesa, ma soprattutto il mio cuore ami con tutto se stesso il mio Salvatore e Signore. Così facendo, non correndo il pericolo di essere vinto, ma essere in Colui che può ogni cosa: più che vincitore.






25 ottobre 2010

MATTONI D'ORO E D'ARGENTO







1°Corz 3:10 a 15:
Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come esperto architetto, ho posto il fondamento; un altro vi costruisce sopra. Ma ciascuno badi a come vi costruisce sopra; poiché nessuno può porre altro fondamento oltre a quello già posto, cioè Cristo Gesù.Ora, se uno costruisce su questo fondamento con oro, argento, pietre di valore, legno, fieno, paglia, l'opera di ognuno sarà messa in luce; perché il giorno di Cristo la renderà visibile; poiché quel giorno apparirà come un fuoco; e il fuoco proverà quale sia l'opera di ciascuno. Se l'opera che uno ha costruita sul fondamento rimane, egli ne riceverà ricompensa; se l'opera sua sarà arsa, egli ne avrà il danno; ma egli stesso sarà salvo; però come attraverso il fuoco.





SCHEMA E CORPO DEL TESTO:

Nel testo, che c’è presentato, l’apostolo ci parla di qualcosa che deve portarci a riflettere tutti noi, perché noi siamo parte integrante dell’opera di Dio e suoi collaboratori. Ci riguarda individualmente come “parte dell’opera”, affinché noi possiamo costruire, far crescere, la nostra vita nel Signore. Ma anche come suoi collaboratori, perché ognuno di noi è chiamato a edificare e a collaborare insieme per l’opera del Signore, che assume tante volte varie forme e ambienti. Egli ci chiama a un’importante riflessione e cioè: “ Come edifichiamo, con che cosa costruiamo”.

Paolo dichiara di essere un architetto, come chi sovrintende l’opera, ma si definisce un saggio architetto, perché ha posto come unico fondamento “ La grazia di Cristo”. I versi in oggetto, sicuramente, non possono fare a meno di accostarci a una riflessione sulle “opere”, perché si parla di quello che noi facciamo e come lo facciamo. Ma Paolo è molto attento nel suo discorso a non lasciarsi andare in una riflessione che in qualche modo possa cedere campo a una teologia delle opere a discapito di quella della grazia. Infatti, egli esordisce mettendo subito sotto la nostra attenzione al grazia di Cristo. Essa è il fondamento dell’intero edificio, su di essa si deve costruire, altrimenti la “costruzione non può avere nemmeno inizio”. Allora quello che andiamo a costruire non è altro che uno stadio susseguente di quello già ricevuto, cioè quello della Grazia. Noi non abbiamo fatto niente e niente possiamo fare per ricevere il fondamento. La grazia deve essere preesistente nella nostra vita per costruire poi. La grazia è il sostegno dell’intera opera, quello che abbiamo ricevuto in dono, diventa il sostegno, la stimolo per poi iniziare noi a operare, per essa e attraverso di essa. Allora le nostre opere sono come un edificio: susseguente e soggiacente alla grazia, la quale non è solo unico fondamento di tale struttura ma anche unica garanzia e certezza di salvezza. Su questo, come vedremo più avanti, l’apostolo è molto chiaro. La salvezza è già stata data, ma su tale salvezza bisogna costruirci sopra.

Dalle parole di Paolo, personalmente credo che ci sia da parte sua, un rendersi conto di un certo “progresso” (per qualcuno è stato un regresso) del cristianesimo, da lui stesso predicato. Cioè, egli pur vivendo in una chiesa ”missionaria”, cioè una chiesa che non era ancora istituzionalizzata, perché ancora clandestina e la propria vita si basava sull’essere movimento, cioè: una missione continua, senza ancora avere una collocazione ben precisa nel mondo, anzi più volte egli stesso amava ribadire che la “chiesa di Dio è fuori dal mondo”. Ma nonostante tutto, lui fu sempre un uomo con una visione che riusciva andare di là dal suo tempo e a volte anche dei suoi “pensieri”, allora comincia da lontano a intravedere il cristianesimo che prende forma, passando da essere un movimento a diventare una Chiesa, allora intravede come il cristianesimo fondato su Cristo, prenda negli anni che verranno una forma “istituzionale”, come proprio la costruzione di un edificio. Nella sua proiezione “futuristica” della Chiesa, non ci parla della forma dell’edificio, non ci fornisce una piantina dettagliata di esso. Non ci dice come sarà fatto o quale forma debba avere. Sicuramente, è consapevole che, l’edificio nel tempo può avere varie forme. Oggi noi diremo, che ci sono varie forme di essere chiesa ma insieme formiamo la Chiesa di Dio, questo già ai suoi tempi ne era convinto e l’apostolo lo sapeva molto bene. Ma la sua raccomandazione, la quale è ancora una volta attualissima, è badare bene con quali materiali noi costruiamo l’edificio. L’architetto ci fornisce il progetto, si assicura delle fondamenta, ma ora sta a noi scegliere i materiali per costruire l’edificio. In questo ancora una volta egli s’identifica, perché riconosce che la sua opera è stata di mostrare la base, indicare il fondamento, ora tocca agli altri costruirci sopra. L’edificio sarà collaudato il “giorno di Cristo”. Ancora una volta possiamo vedere, come Paolo, rifletti su un futuro, che per alcuni era improbabile perché ci sia, aspettava l’imminente ritorno di Cristo, legato al ritardo della parusia, ma non per questo ne perde la speranza, la quale diviene nell’attesa una certezza ancora più forte, non dimentica mai il fine, la meta. Una meta che ancora una volta per l’apostolo non si allontana, nonostante rifletti sul futuro, ma si avvicina, perché i suoi occhi sono per fede fissi nel “già” di Dio.

Nel giorno del Signore, per Paolo ritroviamo un’altra divisione, non solo quella tra i perduti e i salvati, ma tra chi ha costruito bene e chi invece l’ha fatto male. Per chi ha costruito male, ne avrà il “danno”, mentre chi ha costruito bene, ne avrà la “ricompensa”. Si badi bene come qualche versione traduce premio, in realtà non è corretto, in quanto il contesto della parenesi che troviamo in questi versi, è appunto un contesto di “operai”, in quanto l’opera del Signore non è una gara, o meglio una competizione, ma è un campo di lavoro, dove tutti possono e devono fare la propria parte, e alla fine della “giornata”, ogni singolo lavoratore avrà la sua ricompensa per il lavoro svolto. Mentre chi non avrà costruito bene, cioè con i giusti materiali, l’edificio non supererà il collaudo, la cosiddetta “prova del fuoco”e ne pagherà danno. Questa idea di Paolo, non è tutta nuova, infatti, già nell’evangelo di Marco, il quale attinge molto dal contesto delle prime chiese, scrive che: «Perché ognuno sarà salato con il fuoco». L’apostolo nell’uso del termine sta a indicare effettivamente la gravità della perdita ricevuta. Io personalmente ne ho dato una personale interpretazione di quello che Paolo si riferisca, anche tenendo presente l’intero contesto del nuovo Testamento. Il danno che noi possiamo ricevere, è il fatto di non ricevere.

“ ricompensa”, quindi tutto quello che abbiamo fatto, risulterà inutile davanti a Dio. In altre parole, non ci resterà niente tra le mani se non polvere. Non ci resterà niente da “gettare ai piedi del trono dell’Agnello.” Non importa quanto grande possa essere il nostro edificio, non importa quanto “successo” il nostro edificio ci ha procurato, davanti a Dio, quando le nostre opere attraverseranno il suo giudizio, sarà come passare attraverso il fuoco, e ci rimarrà tra le mani solo della polvere. Saremo salvati, ma come chi “per salvare la propria vita deve fare un salto attraverso il fuoco, lanciandosi tra le fiamme. Qualche studioso di altre sponde, ha visto in questi versi la conferma dell’idea del purgatorio, in realtà l’apostolo è molto chiaro, perché ci presenta la metafora del fuoco come giudizio e senz’altro no come purificazione.

Ma come possiamo noi costruire con oro e argento e non con legno fieno e paglia? In realtà le metafore usate da Paolo non devono essere viste e interpretata singolarmente, cioè: dando a ogni singolo “materiale” un significato particolare, ma la metafora è unica, nel senso che semplicemente ci parla di: materiali preziosi e non, adatti(secondo la prospettiva del giorno del Signore) e no. Allora la domanda che deve stimolare la nostra riflessione è di: come costruire e qual è quell’elemento adatto per il nostro edificio? Se il fondamento è la grazia, il materiale per la costruzione non può non essere la fede. In questo momento però dobbiamo fare un chiarimento, in quanto la fede che intendiamo non è soltanto quella che c’è donata da Dio per “spostare le montagne”, ma è soprattutto quella fede ch noi oggi forse tradurremo con: “Convinzione”. Una traduzione che non è smentita dal contesto di Paolo anche in altre parti delle sue epistole. In altre parole il materiale adatto è la nostra convinzione presso Dio, quella stessa convinzione che non è convinzione umana o d’idee umane, ma è fede in quanto accertata davanti e presso Dio. Costruiamo sapendo con certezza nei nostri cuori che quello che facciamo è: per Dio, in Dio e con Dio. Certi di contribuire e far del bene all’opera del Signore. Certi di essere “integri” davanti a Dio, in quanto la nostra certezza non si poggia sulle nostre certezze umane e metodologiche ma sulla nostra “integrità”, davanti a Dio. Integrità significa non frammentarsi, non dividersi, scomporsi, ma rimanere intero soprattutto davanti a Dio. L’uomo si frammenta attraverso le proprie scelte, si scompone nel momento che prende sembianze diverse da “se stesso”. L’uomo si frammenta per liberarsi dal proprio ego, in quanto cerca relazioni con altri, allora diventa.: Amico, marito, moglie, figlio ecc. Ma attraverso questa frammentazione ritrova la sua integrità nel momento che sceglie con tutto il suo cuore quello che in realtà vuole essere. In questo modo l’uomo trova la sua integrità davanti a Dio, quando con tutto il suo cuore e le sue forze sceglie di essere un “figlio di Dio, un suo attivo collaboratore”. Ma a volte, senza nemmeno rendersi conto si perde questa integrità, in vista di un fine, allora per soddisfare la propria ambizione, egli si frammenta, rinunciando a quell’integrità dalla quale nasce la fede, la convinzione presso Dio. Egli assume vari aspetti, tutti adattati per l’occasione, diventa quello che il fine lo obbliga a essere per raggiungerlo. Questo succede per chi si considera nell’opera di Dio non un collaboratore tra tanti, ma vede tale opera come se fosse la propria, nel senso che essa diventa il suo motivo di rivalsa verso uno stato sociale che altrimenti si sentirebbe isolato, oppure un motivo per gestire le proprie passioni e desideri, per ricevere benefici psichici e morali, per essere in poche parole un leader. Ma non dimentichiamo che nella Parola, integrità assume anche la veste di lealtà: senza compromessi e inganni, senza ipocrisia né sottorifugi, verso Dio, verso gli altri ma soprattutto verso se stessi.

Costruendo con materiali non preziosi, su questa terra, forse anzi quasi certamente, avremo del successo, ma trasformeremo “l’edificio”, in un’azienda privata, dove tutti occupano un ruolo e sono posti in una propria mansione, come degli ingranaggi che si muovono sempre in sincrono. Essi sono ben oleati, con l’olio della persuasione, spinti dalle nostre “capacità imprenditoriali” e incastrati l’uno nell’altro secondo i nostri piani idee. Capaci di cavalcare sempre l’onda del successo e sfruttare ogni momento a loro favorevoli. Questo tipo di azienda produce e produce anche molto bene, essa diviene parte di “un sistema di cose”. La produzione è ottima il prodotto si vende, un prodotto che sempre si venderà e sempre è stato consumato largamente dagli uomini, un prodotto che è pubblicizzato da tutto e attraverso tutto quello che l’uomo vede e sente. Questo prodotto assume varie forme e vari nomi, ma poi se leggiamo bene l’etichetta, leggiamo sempre la stessa parola: “Religiosità”. Ma del nostro prodotto cosa rimarrà davanti a Dio? Dio non sa cosa farsene di queste aziende e del loro prodotto, Solo il suo tempio santo sussisterà davanti a Lui, e solo chi avrà contribuito, anzi sono parte di esso, come pietre viventi, sussisteranno davanti a Lui e nel giorno del Signore ne avranno la ricompensa. Coloro che sperimentano e sperimenteranno quella beatitudine, quella gioia che avranno solo coloro che: “ saranno perseguitati per amor del suo nome, perché grande è la ricompensa nel cielo.”

1 ottobre 2010

LA SEDIA DI ELI

N° 35 LA SEDIA DI ELI


1°SAMUELE 4:13 A 18

Quando giunse, Eli stava sull'orlo della strada seduto sulla sua sedia, aspettando ansiosamente, perché gli tremava il cuore per l'arca di Dio. Appena quell'uomo entrò nella città portando la notizia, un grido si alzò da tutta la città. Eli, udendo le grida, disse: «Che significa questo tumulto?» E quell'uomo corse a portare la notizia a Eli. Eli aveva novantotto anni; la vista gli si era indebolita, così che non poteva vedere. Quell'uomo disse a Eli: «Sono io che vengo dal campo di battaglia, e che ne sono fuggito oggi». Ed Eli disse: «Come sono andate le cose, figlio mio?»E colui che portava la notizia rispose: «Israele è fuggito davanti ai Filistei; vi è stata una grande strage fra il popolo; anche i tuoi due figli, Ofni e Fineas, sono morti e l'arca di Dio è stata presa». Appena udì menzionare l'arca di Dio, Eli cadde dalla sua sedia all'indietro, accanto alla porta; si ruppe la nuca e morì, perché era un uomo vecchio e pesante. Era stato giudice d'Israele per quarant'anni.



Di: Nicola Palmieri

SCHEMA E CORPO DEL TESTO



Il racconto che in questo brano c’è presentato, in realtà diversamente dal resto del libro di 1° Sam. trova la sua redazione in epoca esiliaca, se non addirittura post-esiliaca. Senza soffermarci alle prove tecniche del perché si dà al brano una tale datazione, ma il saperlo è importante, perché esso va a inserirsi in quella critica storico religioso che avvenne da parte di alcuni scrittori, esiliaci e post esiliaci, contro il tempio e soprattutto contro il servizio sacerdotale, ormai troppo istituzionalizzato per riuscire a prendere le redini in mano, per una reale e vera rinascita religiosa del popolo. Un esempio di questa critica è nel libro del profeta Malachia, anch’esso composto in epoca post-esiliaca e ritroviamo in esso tutta la critica verso un sacerdozio, dove nonostante conservasse tutta la forma liturgica e rituale del culto a YHWH, mancava della vera sostanza e Spirito di tale servizio.

Eli, possiamo dire che in questo testo, personifica un po’ tale crisi e la narrazione di questa storia non è altro che la denuncia e la critica di un’intera classe sacerdotale, che ormai viveva il suo ministero, “adagiato su un seggio di religiosità e di tiepidezza”. Una classe che ormai aveva perso l’azione “carismatica”, ma che attraverso l’istituzione religiosa, si era sclerotizzata in un secolarismo, la quale non lasciava spazio a nessun vento di novità. Una classe sacerdotale che ormai era divenuta, proprio come Eli, vecchia e incapace di risvegliare e risvegliarsi. Incapace di vivere il proprio presente non trovando soluzioni alle necessità spirituali del popolo, ma legata ancora ai ricordi di quello che è stato, senza mai poter costruire e far vivere: “Quello che sarà”. Una classe sacerdotale non solo vecchia, ma anche cieca, incapace di vedere le cose dalla giusta prospettiva, cioè quella di Dio. Sappiamo tutti che per l’antico Testamento, la capacità dell’uomo di Dio, più di quella del parlare e quella nel vedere, (vd. i n’evim), non semplicemente parlare, ma dire quello che “vedevano” dalla prospettiva di Dio.

La vera protagonista del racconto, almeno in questo passaggio, possiamo dire che è la sedia. Essa volutamente da parte dello scrittore, è caricata di profonde metafore e analogie, che esprimono e manifestano la realtà spirituale e intima di chi su di lei è “accomodato”. Essa rappresenta immobilità e pigrizia, accomodamento e sclerotizzazione, in sintesi “mancanza di movimento e di lavoro”. Rappresenta anche il riposo, ma in questo contesto più del riposo del “guerriero”, ci parla della “inettitudine” di un vecchio.

Possiamo dire tante cose intorno a queste analogie e metafore, ma voglio soffermarmi sulla “mancanza di movimento”. La mancanza di un movimento particolare, quello principale che doveva fare un sacerdote e cioè: la ricerca di Dio. La sedia rappresenta per Eli un tipo di religione e di spiritualità, dove tutto è già scontato, dove tutto procede su canali già visti, su livelli già provati, il tutto si esaurisce con la liturgia e i rituali del tempio, nell’essere tra le mura del tempio, nella ripetizione di ciò che già è stato, ma niente di nuovo può succedere, capace di smuovere il vecchio e pesante sacerdote. Solo la disfatta, riuscì a far alzare dalla sedia quel vecchio sacerdote, ma proprio quando voleva alzarsi, fu troppo tardi e gli fu fatale. Eli fu vinto dalla tentazione della sedia, cioè nei momenti più critici invece di scendere in battaglia, si preferisce di rifugiarsi nelle retrovie, ben nascosti accomodati su comode poltrone. Egli aveva tanto perso il senso della “ricerca di Dio”, che seduto sul suo comodo sgabello, scambiò la preghiera di Anna, per un “sbronza”. Realmente dalla sedia la prospettiva è pessima, meglio alzarsi se si vuole vedere le cose, soprattutto quelle di Dio dalla giusta prospettiva.

Eli in un certo senso, non rappresenta solo la classe sacerdotale, ma anche l’atteggiamento di tutto il popolo, infatti, anche loro, giacché popolo di Dio, una volta che si assediarono nella terra promessa ed ebbero la realizzazione dell’adempimento di tale promessa, smisero di cercare il Dio delle promesse. Dimenticando che se la promessa della terra si era adempiuta, si doveva ancora adempiere quell’ancora più grande cioè: “Io sarò con voi”. Infatti, la mancata ricerca di Dio nella sua promessa di protezione e comunione, portò alla perdita anche della prima, con la sconfitta e poi la completa perdita della terra che prima avevano ricevuto. Convinti del suo adempimento, attraverso cose e uomini, come il tempio e l’arca, credevano che bastasse l’arca per garantire l’adempimento di tale promessa, trattando ciò che era solo segno, come sostituzione del Dio che li aveva chiamati fuori dall’Egitto. Persero ogni cosa, e troppo tardi si resero conto che quella comoda sedia, la quale doveva essere per loro il trono più bello, ma fu la loro rovina. Eli conosceva le promesse del Signore, ma credeva in un adempimento secondo una prospettiva umana. Infatti, la religione molte volte diviene una falsa certezza. L’arca stessa divenne una falsa certezza. La sedia ancora rappresenta, una prospettiva di comodo, quella che si fonda in una speranza, ma che si è costruita su false certezze e sulla forza degli uomini e forti del proprio essere religioso. Mentre la vera speranza, si fonda sulla fede, che non ci rende dei poltroni, né ci permette di accomodarci, poiché inquieta e agita l’animo umano, fin quando in Dio non si trova riposo. La disperazione di Eli è credere in una falsa speranza. La speranza dell’uomo, si presenta sempre migliore del momento presente, proietta sempre l’uomo in un futuro migliore, ma che però non provvede alla necessità del momento presente. Infatti, la disperazione dell’uomo che pone la propria speranza in un futuro che in realtà è utopia, perché irrealizzabile in quanto affidato al fato, si trasforma in angoscia, siccome ci si rende conto che il presente ha delle necessità che non solo rendono quel futuro una chimera, ma il calarsi nella realtà imminente, ci si accorge che ormai non si ha più nessuna possibilità, che possa risolvere le varie necessità che il presente chiede.

La fede in realtà nasce dalla speranza, o meglio è sua compagna, perché dalla speranza nasce la fede e la fede genera la speranza, essa ci fornisce una realtà, non un’illusione che attraverso uno sperato successo rende il nostro presente fittizio, ma una possibilità che va a trovare soluzione per le necessità dell’ora e del dopo.

L’atteggiamento che assume Eli in questa circostanza, ci parla certamente di un atteggiamento di “ attesa”, ma un’attesa che è vissuta sulla sedia. Certamente è innegabile che le promesse del Signore si attendono, ma il problema è come attendere le promesse di Dio? Abramo è il padre della fede, quindi egli avrà certamente atteso tanto il Signore, la sua vita possiamo dire che fu una vita di attesa, ma non certamente una vita passata su una comoda poltrona. Egli è stato sicuramente un uomo in continuo movimento. Egli attende, ma muovendosi del continuo. La sua vita fu un continuo viaggio, un continuo spostarsi, sempre alla ricerca di quello che egli stesso attendeva. Un’attesa che è testimoniata dalle varie tappe del viaggio, proprio quando egli si fermava, la sua sosta era, non per sedersi, ma per costruire altari al Signore, per ricordare la promessa, per rinnovare la fede, per lodare Chi quelle promesse rinnova ogni volta nel suo cuore.

Abramo viveva la sua attesa sempre in continuo movimento, poiché sapeva che il suo Dio è il Dio delle promesse, la sua Parola “si” rivela solo nella promessa. Quando Egli si presenta a Mosè, dichiara in realtà di essere: Io sono chi sarà. Allora Colui che è, si rivela non in un presente compimento, ma in una continua rivelazione che continua ad andare avanti, e la sua Parola è sempre davanti a noi, quello che dice è sempre più avanti di quello che noi riusciamo a comprendere, allora solo attraverso la promessa ci può essere rivelata la sua Parola.

Chi attende deve sapere che Egli è colui che premia, “il lavoro della nostra attesa”. L’adempimento della sua promessa, non è altro che il compimento del “lavoro” che noi abbiamo svolto per preparare e conoscere tale promessa. Non bisogna dimenticare, che per l’antichità lo attendere non era assolutamente sinonimo di pigrizia o d’inattività. Per alcuni pensatori dell’antichità, in realtà anche l’ozio, non era considerato un momento di “rilassamento completo da tutte le attività”, ma un percorso formativo, dove si cessavano le attività del corpo, ma per promuovere e dare priorità a quelle del pensiero. Quindi era un momento di grande elaborazione e sviluppo di pensiero.

Inoltre quello che possiamo imparare dall’esperienza di Eli, è che quando arrivano le brutte notizie è meglio farci trovare “in piedi” e “non seduti”. Stando seduti, una “brutta notizia", come fu per Eli, ci può essere fatale. Mentre stando in piedi, possiamo anche barcollare, ma avremo sempre la forza di reggerci. Gesù stesso ci invita a vigilare, a essere pronti. Molte volte, le disavventure della vita ci trovano impreparati, anche se saremo sempre impreparati davanti alle disavventure della vita, ma ci rimaniamo secchi, perché la nostra vita, il nostro rapporto con Dio, è vissuto su una comoda sedia, in una forma di religiosità, su una comoda poltrona di apparenza e di superficialità. Godiamo il dolce non far altro che il necessario, giusto quello che gli altri vedono e in qualche modo tranquillizza la nostra vita. Noi ci siamo seduti comodamente nella nostra posizione di falsa umiltà, lasciamo che gli altri lavorano, si muovano, che vadano gli altri a combattere, “io rimango qui seduto ad aspettare che mi portano buone notizie e che prima poi succede qualcosa che possa coinvolgere anche me”. Fin quando procede tutto secondo le nostre aspettative, tutto va bene, e dalla nostra seggiola riusciamo anche a vedere gli errori di chi non ha tempo per sedersi, forse perché sta facendo anche il nostro di lavoro. Ma poi quando ci dicono che: “L’arca è stata presa e che il popolo è stato sconfitto e i figli sono morti”, allora cosa succede? Come reagiamo, sicuramente quella comoda seggiola, per noi diventa un tizzone di fuoco, non troviamo più in essa nessun appoggio, anzi, crolliamo ed essa ci diventa fatale.

Possa il Signore rialzare la nostra vita, farci abbandonare la “sedia di Eli”, affinché Egli ci possa trovare pronti, in piedi davanti alla sua presenza. Stando così in piedi, come Isaia, possiamo dire “Signore manda me”, oppure come Stefano, trovare la forza di sopportare e ricevere anche le pietre. Ma sempre e comunque: “Vedere i cieli aperti e vedere Gesù in piedi alla destra del Padre. Vedere la gloria di Dio.

6 settembre 2010

LA FEDE COME PARADOSSO




Mc 11:22, 23

Gesù rispose e disse loro: «Abbiate fede in Dio!» In verità io vi dico che chi dirà a questo monte: "Togliti di là e gettati nel mare", se non dubita in cuor suo, ma crede che quel che dice avverrà, gli sarà fatto







Di: Nicola Palmieri 4/09/2010

SCHEMA E CORPO DEL TESTO



In questo testo ci rendiamo subito conto che la protagonista è la fede. Gesù ci indica quello che la fede può fare, se vive nella vita di coloro che si predispongono a riceverla. Infatti, non troviamo una definizione di essa, né ci dice il Maestro quello che in maniera inequivocabile e comprensibile attraverso la ragione umana essa è, ma semplicemente ci espone quello che essa è in grado di fare. La fede sposta le montagne, essa non solo ci aiuta, e ci fa credere, ma agisce come una potenza, tanto da poter intervenire su un elemento che niente e nessuna potenza naturale può fare. La fede è riconosciuta nella vita di chi la possiede, proprio grazie all’azione che attraverso di essa si compie. Non è qualcosa che possa essere imparata e tanto meno insegnata, ma è semplicemente un dono che si possiede e che non si conosce fin quanto che, essa non è sperimenta azionandola.

Non riesco a capire perché si continui a tradurre la “fede in Dio” e non, come sarebbe più corretto la “fede di Dio”. Nel primo caso. Ritroviamo in sostanza, il concetto di fiducia, il quale si avvicina di più all’interpretazione umana del termine fede, rendendolo quasi come se fosse, un sinonimo di “fiducia”. Mentre nel secondo caso, ci possiamo rendere conto che essa appartiene a Dio. Non è una fiducia dell’uomo, una determinazione umana, ma è molto di più, tanto da non appartenere affatto all’uomo, ma esclusivamente a Dio. Allora essa, diviene un dono che si ha, ricevuto da chi né è l’origine e il possessore. Un dono ricevuto secondo la sua libertà e signoria, indipendentemente da quello che siamo o che possiamo fare. Certamente possiamo, chiederlo, “aumentaci la fede”, chiesero una volta i discepoli, possiamo predisposti per riceverlo, “io credo, ma aiutami a credere”, disse il padre del fanciullo lunatico, ma solo Dio può donarlo. Essa si possiede ma non è posseduta, in quanto essa è data per noi ed a noi, ma non è un patrimonio da poter gestire come meglio crediamo e desideriamo, ma rimane sempre legata al suo creatore e donatore, legata al fine e alla relazione che si ha e che abbiamo con Colui che la ha donata.

Il testo in esame, lo troviamo similmente in tutti e tre i sinottici, ma in ogni evangelo occupa uno spazio diverso. Riveste in ogni vangelo una propria peculiarità, in quanto si posiziona nel rispondere e per rispondere a delle domande, che altrimenti rimarrebbero insolute. Per Marco, la fede è il motore, che porterà a fare opere come se non maggiori del Cristo. Il verso assume nel contesto marciano, il proposito di incoraggiare i discepoli, Gesù incoraggia e allarga la prospettiva o gli orizzonti di coloro che rimangano esterrefatti e immobili davanti ad un miracolo, raccomandando di avere fede, in quanto attraverso di essa, tante altre cose vedranno e soprattutto li aspetta. Mentre per Matteo, la mancanza di fede è la risposta del loro fallimento. Se avessero avuto fede non solo sarebbero riusciti nel loro intento, ma avrebbero o possono fare cose ancore più grandi. In fine per Luca, invece il verso in oggetto viene usato dal Figlio, per rispondere ad una preghiera, già citata sopra: “aumentaci la fede”. Sembra in questo caso che Gesù più che rispondere voglia in un certo senso, scoraggiare tale richiesta, ma in realtà, credo che la risposta di Gesù sta nel sottolineare, l’impossibilità di possedere qualcosa che non ci appartiene e tanto meno dargli una misura, in quanto dono di Dio.

L’antitesi della fede è il dubbio, dove c’è il dubbio non ci può essere la fede. Questo ne testimonia lo stesso Maestro. Infatti, Dio è il creatore della fede, in quanto in lui non c’è dubbio alcuno. Dio non ha dubbi nella sua consapevolezza di essere perfetto ed Eterno e soprattutto onnipresente, onnisciente e onnipotente. Mentre l’uomo è pieno di dubbi, in quanto consapevole dei propri limiti e della propria finitudine, debolezza. Non riusciamo a pensare e a realizzare altro se non nella nostra creaturalità. Anche quando abbiamo fiducia o diamo fiducia, il nostro dare o avere fiducia ha sempre i suoi limiti, i quali sussistono nel nostro essere limitato e finiti. L’oggetto della nostra fiducia o a chi diamo fiducia, non può essere pensato se non attraverso questi limiti umani, così pure Dio. L’uomo non pensa e non può pensare Dio se non attraverso questi limiti, e la sua fiducia verso Dio deve sempre tener conto dei limiti umani e quindi del dubbio che vive nell’essere uomo, in quanto consapevole di se stesso e quindi l’altro non riesce e non può essere realizzato e concepito diversamente da quello che egli è e conosce. Ma solo la categoria della “fiducia”, riesce a dire all’uomo una parola possibile che si possa avvicinare all’idea della fede. L’uomo in quanto tale non può non dubitare anche di Dio, ma se dubita non ha fede, in quanto dove sussiste il dubbio non può esserci la fede e tantomeno certezza di Dio e in Dio.

La fede di Dio, nasce nell’uomo nel dono di una consapevolezza non di quello che noi siamo e soprattutto attraverso di quello che noi possiamo credere o pensare Dio, ma attraverso il dono di conoscere e quindi credere, chi è Dio. Una consapevolezza che è certezza e fiducia, non in quello che noi siamo ma in quello che Lui è. Quindi pensare Dio, non attraverso i nostri limiti, ma attraverso una realtà “redenta”, “nuova”, in quanta nata e creata da Dio. In questa nuova dimensione, il pensare Dio, diventa per il credente o il “nato di nuovo”, sinonimo di credere in Dio, allora la fede, si realizza nel credere in Colui che si sperimenta attraverso uno spirito rinnovato e generato dallo Spirito che ci relaziona con la fonte della fede stessa. Un miracolo che avviene nell’uomo credente, che ottiene ancora una volta attraverso la fede, che Dio ha donato alla sua vita nella sua signoria.

MA questo ci dimostra che la fede si presenta all’uomo, contrariamente come pensava qualche pensatore del medio-evo, come paradosso, cioè qualcosa di incomprensibile ed anche in antitesi con la mente e la razionalità umana. Un padre della Chiesa ha affermato: “Credo perché è assurdo” (Tertulliamo: credo quia absurdum). Infatti, solo nel paradosso e con il paradosso ritroviamo l’espressione e la testimonianza della fede di Dio. Non è la ragione che illumina la fede (Tommaso d’Aquino), ma viceversa è la fede che illumina la ragione ( Anselmo d’Aosta), ma questo è solo possibile attraverso il paradosso. Cioè con un argomento molto sorprendente e poco credibile. Una conclusione che appare inaccettabile perché sfida l’opinione comune o della maggioranza. Infatti Gesù ci presenta un contesto e ci parla di un’azione che non è soltanto impossibile ma anche inaccettabile per la nostra mente e razionalità, tanto da sembrare un esempio tanto impossibile e improponibile da sfociare nell’assurdo, quanto inutile. Assurdo e immaginabile, non solo per il fatto in quanto fine a se stesso, ma anche per le conseguenze che un monte gettato nel mare possa creare all’intero creato e vita sulla terra. Ma questo ci dimostra che in realtà la fede è percepita ed espressa solo davanti a tale difficoltà dell’uomo nel comprendere e spiegare, perché l’uomo riconosce che “non può essere e non può succedere”, quindi non può credere. Disse Kierkegaard, che la fede nasce proprio quando l’uomo si trova davanti al monte e a “bisogno che il monte si sposti”, ma è consapevole che il monte non può essere spostato. La fede nasce nel tentativo dell’uomo di credere e pensare Dio, ma solo quanto riconosce che questo non è possibile.

A partire dall’apostolo Paolo, la fede cristiana, viene vista come qualcosa di paradossale, infatti, esso predica un Dio che si è fatto uomo, un’immortale che diventa mortale, un’onnipotente che finisce crocifisso, una sapienza rivolta agli ignoranti, una ricchezza riservata ai poveri, una potenza destinata ai deboli. La fede cristiana esplicitamente viene descritta come lo “scandaloso” manifestarsi nella follia del paradosso. “distruggerò la sapienza dei savi, annienterò l’intelligenza dei dotti”.

Ed allora in sintesi, cosa vogliamo noi da Dio o dalla nostra professione di fede? Chiediamo a Dio la fede che possa farci realizzare e sperare, cioè che è “impossibile agli uomini ma è possibile a Dio”. Non crediamo di poter da soli spostare le montagne che ci si presentano durante il nostro cammino. Non crediamo di poter essere capaci da soli, di eliminare dubbi e perplessità, se lo crediamo questo è auto convincimento e non certo la “fede di Dio”, ma chiediamo a Dio che ci dia una vita redenta, una vita nuova, affinché possiamo conoscerlo come Lu veramente è. Il dubbio distrugge la nostra vita in quanto ci allontana da Dio, ma le false certezze non certo si avvicinano a Lui. Allora, riconoscendo i nostri limiti e debolezze, abbandoniamoci fiduciosi nelle mani di Dio, sapendo che proprio nelle cose impossibili si manifesta la sua gloria, proprio quando abbiamo dei dubbi e perplessità. Quando ci sentiamo sconfitti e atterrati, quando il monte è troppo grande per noi, soprattutto quando ci siamo arresi e abbiamo conosciuto che tutto è vano e le nostre forze si sono esaurite. Quando la nostra ragione non può arrivarci e non riuscirà mai a credere ed accettare. Quando il nostro cuore si rifiuta di continuare ad amare e a sperare, quando tutto e buio e non c’è alcuna via di uscita. Proprio quando la Parola predicata, per tè altro non è che un “paradosso”, credi con tutto il tuo cuore, abbandonati a quello che non conosci e non comprendi ancora, ma credi in Dio, o meglio desidera questa volta di credere in Lui, chiedi a Lui la fede di credere.

Dio ci chiede un balzo di fede, scendere “dalla barca, camminare sulle acque e andare verso di lui”, è impossibile, ma fallo. Sapendo che anche se la tua fede viene meno Egli alla tua richiesta di aiuto, sarà pronto a sorreggerti e a salvarti.

Quanto possa sembrarti insignificante, questa Parola, quanto possa sembrare di essere poca cosa una tale soluzione, quanto possa sembrarti quasi “ridicola”, una tale soluzione, tanto da sembrare sproporzionata in base al tuo enorme problema, come possa essere un granello di senape , rispetto alla montagna, ma sappi che la fede di Dio, quanto piccola sia nel tuo cuore, che possa essere realizzata o sperimentata in un momento o per tutta la vita, essa è capace a spostare qualsiasi montagna e risolvere qualsiasi problema, ma ancora di più, quel granel di senape è capace a spostare la montagna più grande, il peccato, l’orgoglio, che vive nel nostro cuore, gettandolo “nel mare”, dando a colui e a colei una “vita nuova” in Cristo.

10 luglio 2010

LA GIOIA DEL SIGNORE E LA NOSTRA FORZA

° 32 Il gaudio del Signore è la nostra forza






Nehemia 8:10

Poi Nehemia disse loro: «Andate, mangiate cibi squisiti e bevete vini dolci, e mandatene porzioni a chi non ha nulla di preparato, perché questo giorno è consacrato al Signore nostro. Non rattristatevi, perché la gioia dell'Eterno è la vostra forza».



Schema e corpo del testo

I

l libro di Nehemia, per la Bibbia ebraica fa parte dei “Kethuvim”, cioè gli “scritti”, ed è un unico libro insieme a quello di Esdra. La Bibbia dei settanta “suptaginta” li ha separati, ma com’è chiaro anche dal testo, per comprendere l’uno è necessario conoscere anche l’altro. C’è una grande complicità tra i tre protagonisti della nostra storia, tre perché non dobbiamo dimenticare Zorobabele.

Esdra ottenne di ritornare a Gerusalemme per ricostruire il tempio, mentre Nehemia sentì il bisogno di dedicarsi all’edificazione delle mura distrutte e Zorobabele fu mandato come governatore dal re di Persia. Quello che colpisce è che dall’editto di Ciro e alla decisione di Nehemia di mettere mano alla costruzione delle mura passano poco più di novanta anni. Infatti, questo scritto ci parla della grande storia della ricostruzione, del ritorno dall’esilio e della difficoltà che s’incontrarono per ricostruire. Un momento particolare della storia di Israele, il tempo in cui attraverso coloro che ritornarono, si dovevano adempiere le “promesse di Dio”.

La gioia della ricostruzione e del ritorno ben presto dovette lasciare il posto nei cuori di tanti, allo scoraggiamento e addirittura all’angoscia, davanti ad un presente difficile fatto di macerie e rovine. La nuova Gerusalemme, non si presentava per niente come s’immaginava ascoltando le profezie dei grandi profeti. Forse questo fu uno dei motivi per il quale i lavori della costruzione iniziarono solo dopo novanta anni, da quell’atto di liberazione, l’editto di Ciro, che il popolo di Israele, credeva e attribuiva a Dio stesso. Nehemia, non era scoraggiato dal presente avverso, perché lui era un “restauratore di rovine”, faceva parte di coloro che riconoscono la rivelazione di Dio non nell’adempimento di un momentaneo presente, ma in un futuro promesso. Uomini che si rimboccano le maniche per lavorare e combattere, affinché, il presente sia testimonianza della promessa. Egli sentì la necessità di preparare la città, per quel futuro che presto mostrerà le promesse di Dio e che: le profezie dei profeti classici non erano superate né irrealizzate ma portatrici di speranza, una speranza fondata ancora una volta sulla Parola di Dio, la quale come sempre si fonda sulla promessa.

L’esilio per la fede ebraica come del resto tutte le cose, anche la morte, è parte del piano di Dio, affinché si realizzino le sue promesse. Esso non è cessazione o la fine di tutte le speranze, ma è uno strumento affinché il nuovo di Dio, possa trovare il suo inizio. Anche il giudizio e la distruzione avuta attraverso l’esilio, sono viste in una prospettiva di speranza, le quali cose sono strumento per ricominciare un “nuovo mondo”, una resurrezione di Israele, la quale per avvenire necessità “la morte”. Proprio come la vita dell’uomo, l’inevitabilità della morte è vista come un passaggio e non la fine, di una vita a un’altra “nuova”, essa in una prospettiva delle promesse è creduta necessaria, affinché questo si adempia. Un modello che ritroviamo anche nel nuovo Testamento, ma trova il suo adempimento proprio nella resurrezione di Cristo, come afferma l’Apostolo, se “Cristo è resuscitato, tutti noi resuscitiamo con e in lui”.

Ora gli esuli potevano vedere quell’orizzonte di speranza schiudersi davanti a loro. Le mura erano quasi completate, come del resto il tempio. Le rovine lasciavano lo spazio alle prime costruzioni e case. Il presente cominciava ad assumere la forma che prima si osava solo sognare. In realtà quello che più di tutto dischiude l’orizzonte della promessa è “il ripristino del culto” e la riscoperta della “Parola di Dio”. La storia è vista alla luce di tali promesse, è considerata non un casuale susseguirsi di avvenimenti, ma il topos dove si evolve la rivelazione di Dio, la quale è riconosciuta nella storia ed è interpretata alla luce delle promesse. Allora la storia per Israele non è altro che una profezia inversa, cioè compresa e capita solo se vista alla fine. Questa fu la prospettiva del nuovo Israele, una prospettiva che certamente non può che produrre una fede (fiducia) in Dio, quello stesso che per alcuni sembrava lontano e che avrebbe rigettato il suo popolo. Una prospettiva che trasforma il presente, anche se apparentemente non all’altezza del racconto passato, ma sempre in qualcosa di bello e buono, perché è nuovo.

Nehemia viveva in questa dimensione e prospettiva, ma il popolo dimostra qualcosa di diverso, giacché nel verso che abbiamo letto, ci dimostra un incomprensibile atteggiamento, nel momento che si trova ad ascoltare la Parola di Dio. Un atteggiamento che chiaramente viene denunciato dal “governatore”, il quale non riconosce certamente legittimo e tanto meno congruo al momento che stava vivendo. Un momento di un certo risveglio, spirituale e cultuale. La ricostruzione rappresenta tutto questo, tanti motivi per essere felici, ma intanto all’ascolto della Parola piangono e si rattristano. La denuncia di questa situazione e nello stesso tempo l’incoraggiamento per uscirne da questa situazione, è tutto condensato nello “slogan”, messo sulle labbra di Nehemia: «La gioia del Signore è la nostra forza». In realtà credo che quello che sicuramente oggi possa essere trasformato in uno slogan, magari per una campagna evangelistica o per incoraggiare un periodo di lavori per la chiesa, credo che in realtà sia stata una “confessione di fede”. Cioè la testimonianza di un’esperienza di fede, condivisa e trasmessa alle generazioni, le quali attraverso le stesse parole, si testimonia e si condivide la stessa esperienza.

Per il “restauratore di rovine” la Parola “letta” non abbatte ma fortifica, non rattrista ma fa gioire. Essa inaugura il giorno delle promesse, dell’apertura del nuovo orizzonte e non la costatazione di un triste adempimento. In realtà dall’esortazione di Nehemia, si deduce anche una realtà che si cala in una dimensione esistenziale; essa ci rivela che non tutti possono sperimentare la gioia del Signore. Essa non coinvolge comunque tutti, come “un’estasi di massa”, (come se fosse un evento, di quelli che anche oggi possiamo vedere attraverso grosse organizzazioni di musica, ad esempio, dove migliaia di giovani sono coinvolti da un’unica emozione, oppure la stessa cosa è sperimentabile per grossi eventi sportivi), ma essa è particolareggiata, poiché è sperimentata solo da chi ne fa esperienza, un’esperienza del tutto personale con essa.

Il popolo non cerca questa particolare esperienza, anzi è coinvolto in un’esperienza di pianto e tristezza, non più personale ma di tutti, quelli che ascoltano insieme cominciano a piangere. Dalla contraddizione con quello che dice Nehemia, comprendiamo non solo che quel pianto era “fuori luogo”, ma soprattutto, come potrebbe apparire a un lettore non attento, non era un pianto di pentimento o di confessione. Niente di tutto ciò, era qualcosa che suonò sgradevole alle orecchie del governatore e credo alle orecchie di Dio. Era tempo di risveglio, di trovare la forza nella gioia e non abbattersi con il pianto e l’autocommiserazione.

Allora come si spiega un tale atteggiamento da parte del popolo che ascoltava la lettura della Parola? Qualcosa di simile possiamo riscontrarlo in Giosia al ritrovamento del libro nel tempio, ma in quell’occasione, appunto, la lettura di esso ebbe la funzione di un amaro pentimento, poiché fu sepolto e dimenticato. Il racconto ci fornisce un’analisi della storia e del perché poi ci sarà l’esilio. Nel nostro caso, l’esilio era passato, era ora tempo di ricostruire e non compiangere gli errori passati. Allora perché succede questo? Come mai il testo ci presenta due realtà diverse?

Per provare a dare una spiegazione al fatto spero che mi sia permesso di creare un certo sillogismo: “Mistica naturale”. Cioè il popolo davanti all’ascolto della Parola, ha un atteggiamento che oserei definire “mistico”, ma con una connotazione negativa. Naturale, perché si allontana da una reale esperienza spirituale, ma trova in se stesso solo “se stesso”. Crede di cercare Dio in se, ma scopre solo se stesso nelle sue cadute e frustrazioni, debolezze e paure. L’uomo si ripiega su se stesso, non si apre alla ricerca di Dio, ma in se e attraverso di se crede e cerca un’esperienza di Dio. Il problema non è l’esperienza mistica, cioè il fatto di trovare in se stesso Dio, ma il fatto di credere di fare esperienza di Dio, attraverso la propria naturale esperienza della vita. La Parola viene assorbita dal proprio contesto e condizione: storica ed emotiva. Questo tipo di esperienza strumentalizza la Parola di Dio, forse in modo inconsapevole, perché nel ripiegarla in se stessi, diventa la valvola di sfogo per una propria condizione di tristezza e paura. Essa prende forma, non dà forma alla nostra vita, ma è assorbita tanto dalla nostra vita che diventa la nostra parola per dar sfogo alla nostra condizione di tristezza e paura. Mette fuori la propria fragilità ed emozionalità, trovando conforto e giustificazione nel fatto che la Parola calata in se stessi, sembra che crea o meglio che ci faccia fare questo tipo di esperienza, tanto da definire il nostro pianto e la nostra tristezza: un’esperienza da parte dello Spirito. La nostra miseria è ora giustificata, anzi assorbita, fusa con la parola ascoltata. I propri rimpianti e frustrazioni, attraverso la Parola che ascoltavano, vengono resi palesi, tanto da essere coinvolti e coinvolgere gli altri. Continuando a credere che tutto questo è parte di quello che si chiama esperienza spirituale, il popolo davanti all’ascolto della Parola, poté dare agio a tutte le proprie frustrazioni, disillusioni e frustrazioni. Non ascoltavano quello che voleva dire la Parola di Dio, non è essa che agisce nelle vite, ma proprio come una “mistica naturale”, essa diventa e prende la forma dell’individuo, si fonda tanto con esso da diventare esperienza del singolo con se stesso, con le sue paure e repressioni. L’individuo dà forma alla parola, che viene vista e interpretata attraverso l’esperienza, più delle volte negativa, del contesto dello stesso. Nehemia di tutto questo non è d’accordo.

Il nostro contesto e la nostra vita non potrà mai essere esclusa dalla nostra esperienza con Dio, ma la ricerca e la stessa esperienza con il divino non deve essere assorbita da essa. Queste cose consistono, il substrato dal quale abbiamo bisogno di elevarci, superare per incontrare la Parola di Dio. Nello stesso tempo abbiamo bisogno di trovare un punto, un “luogo ideale” di incontro, che non può essere nella nostra debolezza e creaturalità, in quanto se fosse così, la benedizione e l’esperienza, diventa componente di una realtà naturale dell’uomo, perdendo il suo essere sovra-naturale, cioè al di sopra della natura. La Parola che giunge a noi, tocca il fondo della nostra vita, ma per trascenderlo dal nostro essere, andare al di là di quello che siamo per essere, un divenire in possibilità, trascinati, anzi sospinti dallo Spirito che sospinge il nostro.

Lo Spirito ci sospinge verso uno “stato di grazia”, il momento dove ci si crea l’incontro con la Parola e con Dio. Un momento che va a crearsi al di sopra del nostro sub strato e supera anche il contesto. Un topos che nasce nel nostro tempo, ma come se il momento di Dio lo tange nella nostra storia, la condiziona né è parte ma mai come appartenente a essa o assorbito in essa; ma esso diventa nel contesto una ferita che rimarrà aperta per ricreare il ricordo, non passato ma attivizzante della nostra esperienza. In questo stato di grazia avviene l’incontro della Parola di Dio con la nostra la vita non certamente intesa in senso biologico, ma come individuo, spirituale, cioè anima e portatore della “somiglianza di Dio”.

Lo Spirito unisce e genera comunione. Egli crea la comunione tra Dio e l’uomo. Egli abbatte la differenza qualitativa, crea una comunione d’amore, un vincolo d’amore che lega l’uno all’altro senza badare alle differenze. Una comunione che trova il suo nido, in questo stato di grazia, creato dallo Spirito, in quanto Egli eleva l’uomo e opera nell’uomo.

Egli fa in modo che l’uomo non si ripieghi in se stesso, ma attraverso lo Spirito si eleva al di sopra di se stesso e del suo contesto, avendo comunione con Dio e con gli altri attraverso la sua Parola. In questo stato di grazia, riusciamo a scoprire e riceviamo la “gioia del Signore”. Essa è sovrannaturale, proprio perché è il prodotto dell’incontro tra noi e Dio, non si fonda né si disperde con la tristezza dell’uomo in quanto tale. Una gioia che dimostra la sua eccezionalità, proprio perché non si esaurisce in un momento di semplice ilarità, ma agisce in modo sorprendente, meraviglioso, in quanto meraviglia l’uomo, donando ed essendo una fortezza un rifugio. Essa dona vigore e forza, coinvolge e non è coinvolta. Trasforma l’ambiente il contesto e la vita dell’uomo che la riscopre. Essa si sviluppa verso l’esterno coinvolgendo anche estranei alla propria esperienza, ma nello stesso tempo scende nell’intimo stesso dell’individuo, tanto da trasformare il substrato da dove inizialmente egli stesso ha dovuto prendere le distanze. L’uomo che la riscopre né diventa testimone in quanto, si trova ora in una dimensione di contraddizione con quello che prima poteva e sentiva esperire nella sua vita.

Una gioia che sostiene il corpo e lo rinvigorisce, che rende la Parola di Dio una Parola in azione, tanto da trasformare: il lutto in gioia.

La Parola è evangelo, buona notizia, perché crea e produce questa gioia, ma meglio ancora quanto la Parola predicata incontra questo nella vita del credente. Non si riconosce tale se non produce e incontra tale frutto dello Spirito.

Lasciamoci trasportare dallo Spirito verso la Parola ascoltata, abbandoniamo noi stessi, lanciamoci verso un’incontro vero con la sua Parola, allora avremo si che gioire, e saremo il popolo che: riconosce il grido di giubilo.













30 maggio 2010

CONOSCERE E RICONOSCERE




2°Corinzi 5:16

Talchè noi da quest'ora non conosciamo alcuno secondo la carne; e se abbiam conosciuto Cristo secondo la carne, pur ora non lo conosciamo più. (VERS. DIODATI)







NICOLA PALMIERI 01/05/2010

SCHEMA E STRUTTURA DEL TESTO



Paolo nel capitolo 5 mette in luce l’importanza della conversione. Tracciandone l’origine che è la “morte del Cristo” per poi esporne le conseguenze. Certamente nel suo discorrere non riesce a distanziarsi dal contesto in e per cui l’epistola fu scritta, questo si noti da una certa vena polemica che accompagna le conclusioni dei suoi interventi all’ interno della lettera. Ma il mio scopo in questo momento è di esaminare le proposte che mi arrivano da questo scritto paolino, cercando di epurarlo da ogni vena polemica, cos’ì facendo da costruire un orizzonte più largo del proprio contesto, includendo e non escludendo un tipo di spiritualità e di annuncio che possa riguardare la Chiesa di Cristo e non solo quella di Corinto, cercando, trasformando la proposta di fede in annuncio, qualcosa di attualizzabile e che parli a chi desidera ascoltare.

Il verso che ho davanti è del tutto finito, cioè esso gode di una propria autonomia in quanto, pur fuori dal contesto del capitolo, credo che rende bene, in queste brevi parole, il messaggio che si sforza di lasciarci. Forse qualcuno avrebbe dovuto trattarlo in questo modo, visto che alcuni autori, riuscendo bene a cogliere il contesto in e per cui è stato scritto, hanno poi tralasciato il suo “forte” valore kerigmatico, dimenticando che siamo chiamati ad “annunciare l’evangelo” , questo deve essere il nostro impegno maggiore.

Il suo contesto è in realtà più che la conversione è il “conoscere”. L’apostolo ci parla non della conoscenza in quanto quella epistemologica o che possa in qualche modo riguardare la capacità o l’opportunità di arricchire il proprio bagaglio culturale, niente di tutto questo è nella mente dell’autore sacro. L’apostolo ci parla di quella conoscenza che si basa su i nostri sensi naturali. Quello che noi conosciamo attraverso “la carne”, cioè attraverso gli strumenti che il nostro corpo abitualmente usa per poter entrare in relazione con il mondo e in questo modo renderlo parte del proprio, l’altro. La conoscenza di chi ci troviamo sul nostro cammino e attraverso tali strumenti gli riserviamo una parte nell’archivio della nostra vita. In questo modo noi conosciamo l’altro. Una conoscenza che in realtà non è una semplice acquisizione di informazioni e di stimoli che ci vengono trasmessi attraverso i sensi, ma essa è soprattutto il risultato di un lavoro critico che noi facciamo attraverso la nostra “persona”, esaminando, classificando,etichettando, le informazioni che riceviamo dell’altro attraverso i nostri sensi. Una conoscenza che diventa a volte la conseguenza di soddisfare alcuni nostri parametri di ricerca, oppure conoscere l’altro per soddisfare desideri e aspettative mancanti nella nostra vita. Una conoscenza che diventa importante perché semplicemente esaurisce un bisogno o completa un desiderio. Paolo è consapevole di tutto questo, in quanto uomo, anche lui ha la consapevolezza di arrivare a conoscere e a farsi conoscere se non attraverso questi tipi di canali. L’apostolo riflette e capisce che questo tipo di “venire a conoscere”, riguarda anche la conoscenza di Gesù. Anche Gesù di Nazareth è stato conosciuto secondo “la carne”. Egli è stato visto, toccato, ascoltato. Allora tutti lo hanno conosciuto nel bene e nel male e si sono fatti un’idea di lui. Hanno inserito la sua persona nel proprio date-base. I farisei lo hanno conosciuto, sono arrivati alla conclusione che fosse un bestemmiatore reo di morte. I romani lo hanno conosciuto e sono arrivati alla conclusione che fosse un sobillatore. I discepoli lo hanno conosciuto, ed ognuno ancora non sapeva veramente chi fosse veramente. Paolo lo ha conosciuto attraverso i racconti e le testimonianze dei suoi maestri, ed ha creduto che andava perseguitato. Negli anni del suo ministerio tanti hanno conosciuto Gesù di Nazareth ma pochi se non nessuno lo ha veramente riconosciuto, cioè conoscere chi è veramente.

Ma ora Gesù di Nazareth è morto, con lui sono morte tutte le convinzioni che si avevano su di lui, profeta, guaritore, Messia. Egli è morto, ma è risorto. Lui è il Risorto.

Come possiamo conoscere il Risorto? Sempre attraverso la carne?

I racconti degli evangeli ci dimostrano che questo non è possibile. Sia Maria di Magdala che i discepoli sulla via di Emmaus, ci dimostrano che attraverso il modo di conoscere che normalmente usiamo per accogliere l’altro, con il Risorto non è efficace. Allora dice bene l’apostolo, sottolineando che “da quest’ora”, non conosciamo più nessuno secondo la carne, e se pur lo abbiamo conosciuto non è possibile più riconoscerlo con questi canali. Allora come possiamo conoscere il Risorto?

Credo che in questo la Parola del Signore ci viene in soccorso indicandoci la via attraverso la narrazione della sua resurrezione.

Maria non riconobbe il Risorto, in quanto usò mezzi “carnali”. Essa amava tantissimo il Signore, rimase al sepolcro, anche dopo che il corpo del Signore non fu trovato. Era fuori dal sepolcro con il cuore rotto e disperato. Si era svegliata di prima mattina, quasi sicuramente il dolore non l’aveva fatto chiudere occhio quella notte, andò a fare l’unica cosa che poteva in qualche maniera testimoniare ancora del suo amore per il Maestro. Quanto amore aveva Maria per Gesù. La sua morte per lei fu come la morte del suo più grande “Amore”, più della sua vita stessa. Eppure colei che lo amava così tanto, non lo riconobbe. Come se tutto quell’amore non bastò per riconoscerlo.

Come e soprattutto quando allora lo riconobbe? Solo quando il Risorto la chiamò: Maria. Lei pensava che fosse un ortolano, ma quando il Risorto la chiamò, lo riconobbe finalmente : Rabbuni.

Nella versione originale greca in realtà ritroviamo due verbi per esprimere il conoscere, il primo è oida, mentre il secondo è ghinosco. Per quanto riguarda il primo verbo ci accorgiamo che veniva usato, appunto per quando la conoscenza è riferita a quella empirica e che si ottiene attraverso i sensi. Mentre per quando riguarda il secondo è riferito ad una conoscenza in campo generale, ma soprattutto ad un tipo di conoscenza non esclusivamente empirica.

Nell’evangelo di Giovanni, conoscenza per quando riguarda le cose “spirituali”, inerenti al mondo dello Spirito, diventa sinonimo di credere. Infatti, per l’evangelista conoscere Cristo equivale a credere in Cristo.

Allora l’apostolo, rimane legata a questa rivelazione, anche se và a chiarire una volta e per tutte la polemica che esisteva nel primo periodo della cristianità, sul ministero apostolico, in quanto veniva considerato apostolo solo coloro che avevano oida Gesù, conosciuto in forma umana e realmente visto e toccato Gesù di nazareth, egli afferma che quella pretesa fosse illegittima alla luce della nuova rivelazione del Cristo risorto. In quanto, in questo non possiamo più conoscere il Risorto come un Gesù di Nazareth, ma solo attraverso un nuovo tipo di conoscenza, che trascende i sensi e la ragione, o sentimenti e le dottrine religiose.

Soltanto attraverso la fede, noi possiamo venire a realizzare il Cristo risorto.

Solo attraverso la fede nell’ascolto della Parola di Dio e attraverso la fede nella certezza della sua presenza nella comunione dei sani .

L’episodio citato di Maria di Magdala, è testimonianza di quello che si è appena detto. Una donna che amava tanto il Signore, tanto da non riuscire a trovare pace al suo dolore. Il Risorto non è rimasto insensibile al suo dolore e soprattutto al suo amore, tanto da far ancora attendere il Padre nei cieli e fare un interruzione alla sua trionfale ritorno, per prima di tutti, consolare quel cuore disperato. L’amore di Maria la sua passione, non rimasero indifferenti il suo Maestro. Ma quello che deve attirare la nostra attenzione, è il fatto che le sue lacrime e il suo cuore, non gli permisero di riconoscere il Risorto. Niente anche l’amore che parte d un “cuore di carne”, il più sincero e devoto, può riconoscere il Risorto. Ella lo riconosce solo quando Lui “parla” e la chiama. La sua parola spalanca ll sguardo della fede, ascolta e riconosce. Alla luce di quello che si è detto, ascolta la Parola e crede, allora realizza il Risorto. Solo così attraverso la fede ora possiamo riconoscere il Signore. La fede nella Parola di Dio. non possiamo conoscerlo più secondo la carne e se lo abbiamo conosciuto, ora non è più così

Una conoscenza prolettica, in quanto possiamo realizzare e conoscere il Risorto, attraverso la fede, avvenimento legato solo alla fede, in quanto privo di autorevolezza storica, ma attraverso la conoscenza della fede, assume la sua storicità, in quanto come per Maria, Il conoscere il risorto, ci rivela che il Gesù risorto è proprio il Maestro, lo stesso Gesù che è morto in croce e che è vissuto su questa terra è soprattutto che ha parlato e ne possiamo leggere la sua storia sottoforma di annuncio, proprio attraverso i Vangeli. IL Risorto è lo stesso Gesù che un giorno ha liberato e guarito la vita di Maria di magdala.

La stessa cosa accadde ai due discepoli sulla via di Emaus, non riconobbero il Signore fin quanto chè non spezzò il pane. Il segno eucaristico, attraverso lo spezzare il pane lo riconobbero. Simbolo della comunità che si riunisce intorno al Corpo e al Sangue di Cristo. Lo riconobbero solo allora, quando attraverso la fede potettero credere alla sua reale presenza nel mezzo della Chiesa e nella celebrazione del culto a Lui offerto.

Conoscere Cristo, in quale modo? Come hai conosciuto il Cristo ?

Se la tua conoscenza di Cristo è avvenuta attraverso una religione, attraverso un’emozione del momento, attraverso i pensieri e l’idee degli uomini…….Ora è giunto il tempo di non conoscerlo più in tale modo, solo attraverso la fede nell’ascolto della sua Parola vieni a conoscere il vero Cristo vivente in quanto Risorto. Possiamo noi ascoltare attraverso di essa, che ci rende partecipi della rivelazione della fede, Egli è risorto e vive nel mezzo del suo popolo. Conosciamo Gesù, veramente come Egli vuole essere conosciuto. Non un Gesù di religiosità e di emozione o sentimentalismi. Ma il Risorto che prende forma ogni giorno nella nostra vita attraverso, unicamente la sua Parola rivelata dallo Spirito santo.

In questo modo poi impareremo a considerare anche gli altri. Non più vittime di noi stessi, non più mettendo come giudice la nostra carnalità, non più considerare gli altri attraverso emozioni o tendenze particolari. Ogni cosa e ogni uomo sarà messo sotto il vaglio di questo nuovo modo di conoscere, attravero la fede della Parola. Allora gli uomini saranno non più nostri avversari ma persone bisognose della salvezza a cui noi siamo chiamati a responsabilità, i nostri fratelli e le nostre sorelle, per noi saranno lo stesso Gesù, che come fu detto un giorno al’Apostolo, a volte senza renderci conto “perseguitiamo”.

Allora, vogliamo conoscere Gesù, veramente colui che morto e risorto? Crdiamo con tutto il cuore alla Parola che ci viene predicata, crdiamo che Lui è presente. Solo così potremmo riconoscerlo. Infatti, nel nuovo Testamente, conoscere è sinonimo di riconoscere, in quanto la conoscenza è donata attraverso la fede nell’opera dello Spirito santo, e il nostro conoscere è riconoscere in essa ciò che ci è stato donato per fede. Allora vogliamo riconoscere veramente Gesù, solo fede nella sua Parola, che Essa si cala a noi in quanto mai noi potremmo arrivare ad essa. Se non sarà così, per noi il Risorto, rimarrà un’ortolano, un’altra cosa, ma mai lo conosceremo e lo riconosceremo veramente per quello che Lui è. Saremo dei cristiani di nome ma non di fatto. Discpoli che non conosceranno mai l loro Maestro. Servi senza Signore, ma soprattutto figli senza Padre. In quanto a me, Io voglio riconoscerti Gesù, io voglio credere alla Parola dell’evangelo, perche essa è la vera sapienza ed la vera rivelazione che mi presente colui che il mio cuore ama.

27 marzo 2010

IL MURO DI VETRO







Cantico dei Cantici 2: 8 a 13             
”Ecco la voce del mio amico!


Eccolo che viene,

saltando per i monti,

balzando per i colli.

L'amico mio è simile a una gazzella, o a un cerbiatto.

Eccolo, egli sta dietro il nostro muro

e guarda per la finestra,

lancia occhiate attraverso le persiane.

Il mio amico parla e mi dice:

«Àlzati, amica mia, mia bella, e vieni,

poiché, ecco, l'inverno è passato,

il tempo delle piogge è finito, se n'è andato;

i fiori spuntano sulla terra,

il tempo del canto è giunto,

e la voce della tortora si fa udire nella nostra campagna.

Il fico ha messo i suoi frutti,

le viti fiorite esalano il loro profumo.

Àlzati, amica mia, mia bella, e vieni”





Palmieri Nicola



SCHEMA E CORPO DEL TESTO



Questi versi del Cantico possono essere quasi considerati come una poesia nella poesia, in quanto tra il verso sette e l’otto si nota un certo distacco di contesto e di azione. Dal capitolo 1 fino al cap. 2:7, troviamo, che i due amanti sono vicini e si contemplano l’uno con l’altro, mentre nel nostro testo, li troviamo lontani l’uno dall’altra, separati, in attesa di un’incontro, unirsi nuovamente.

Molti esegeti hanno portato alla luce che forse il Cantico in realtà è una piccola raccolta di poemi d’amore, ma messi insieme da un’attenta mano redazionale. Forse hanno ragione, ma personalmente mi piace nella nostra riflessione considerare il testo come lo abbiamo oggi tra le mani. Nella cronologia del testo compiuto, in realtà possiamo vedere che per i due amanti il trovarsi è anche un continuo perdersi e per poi ritrovarsi di nuovo. Un movimento che consolida e mantiene vivo l’amore, che non diventa mai una sistematica abitudine, ma una continua scoperta e un continuo bisogno e desiderio dell’altro.

Tornando al nostro testo, una cosa molto suggestiva, che ci risalta subito agli occhi attraverso immagini molto dense, è il contesto. Ci troviamo i un paesaggio agricolo, ma nella stagione primaverile. Ci viene descritto un “mondo” che rinasce in tutta la sua bellezza. Personalmente credo che nella dimensione poetica, questo ambiente non solo è una descrizione di un mondo agricolo, ma è la testimonianza di due occhi innamorati. La bellezza del contesto, è funzionale a dimostrare la bellezza del sentimento. Ci porta a considerare il bello e il buono che ci circonda. Il creato per un innamorato non è più “una valle di lacrime o un bacino di male e cattiveria”, ma il dono di Dio, colui che lo ha creato nella sua bellezza. L’amore trasforma gli uomini e il loro ambiente, rendendo gli uomini in uomini migliori, capace per la gioia che esso produce di trovare la bellezza di un fiore anche quando esso è coperto di fango. I cuori che scoprano l’amore, quello più sublime che viene da Dio soltanto, riescono a considerare in questo modo l’ambiente, la società. Essi nei loro cuore appaiono già diverse, trasformate dagli occhi di chi ama. Allora il servizio cristiano, diventa nel mondo un modo affinché venga esaltata quella bellezza, che già vive nel proprio cuore in speranza di quello che sarà nel regno di Dio.

Oltre all’ambiente sono molte suggestive anche le immagini degli animali che troviamo elencate nel capitolo. Nel nostro testo, l’innamorato è rappresentato come un capriolo, il cervo giovane. Esso è colui che è guida del branco, poiché è davanti e traccia la strada per quelli più vecchi che sono invece dietro al branco.

L innamorato conosce la strada, anzi è lui la guida per chi come lui vuole conoscere dove è l oggetto del suo amore, affinché altri come lui possono testimoniare del suo amore. Non ha bisogno di chi gli indichi la via, in quanto chi ama saprà sempre arrivare al cuore della propria innamorata. La nostra bussola e la nostra guida è il nostro amore, se amiamo non temeremo mai di perderci nelle foreste della solitudine e dello sconforto di questa vita. Soltanto se dimora in noi l’amore di Dio, possiamo essere guide “non cieche” per altri che non conoscono la strada per conoscere l’amore, o come succede a molti nel tempo, questo amore è stato perso.

L’amato è dotato di una straordinaria agilità, l’amore trasforma colui che ama in una persona capace di fare cose straordinarie. Egli viene “saltando i monti e balzando i colli”. L’innamorato non conosce ostacoli, niente gli può impedire di raggiungere colei che il suo cuore ama, niente può ulteriormente ritardare quell’incontro tanto desiderato.

Infatti, il tema centrale del testo della nostra riflessione è l’incontro. L’incontro atteso e desiderato dei due innamorati. Un incontro che viene assorbito nel tempo. L’incontro che deve essere tra i due è simile al momento in cui l’inverno lascia il posto alla primavera. L’incontro allora è un momento di grande gioia (la stagione del canto) . Esso è in primavera, avviene in un tempo di rinascita, di fioritura e di nuovo vigore. L’incontro con chi si ama, non può che portare la primavera nei cuori degli innamorati. Se il nostro cuore è congelato dal freddo di un inverno senza amore, allora è giunto il tempo di incontrare colui che solo può riscaldarci, perché ci ama di un amore eterno. L’incontro con Lui sarà la nostra rinascita la nostra gioia il ritrovare il vero vigore, il nostro fiorire. Lui è colui che viene, dall’inverno e porta la primavera. La sua assenza è caratterizzata dall’inverno, mentre la sua presenza fa cessare l’inverno lasciandolo alle sue spalle e porta per lei la primavera.

Ma cosa succede, questo incontro è impedito , perché l’innamorato trova un muro di separazione tra lui e colei che “il suo cuore ama”. Sembra quasi una contraddizione, ma ora tutto passa nelle mani dell’altra. L’amico è dall’altra parte, fa sentire la sua voce, si mostra attraverso le persiane, ma lei non riesce a superare la soglia della porta; rimane dietro al muro, nonostante che il suo cuore è in un grande conflitto, perché sa di amare colui che la chiama, ma non ha la forza di raccogliere l’invito e superare quel muro che ancora ritarda quell’incontro meraviglioso con colui che il suo cuore ama.

Ora ci troviamo davanti ad un momento drammatico della nostra storia d’amore. Lui che ha atteso questo incontro per “tutto” l’inverno, lui che ha atteso che lei potesse riposare, dormire fin quanto essa “lo desideri”, ora che tutto è pronto ed il tempo è giunto, la primavera è arrivata, ora che lui non vuole più attendere, perché il suo “amore è forte tanto quanto la morte”; lei ora esita, si nasconde, ascolta la sua voce ma non risponde ancora. Cosa la trattiene? Cosa aspetta?

Quello che separa i due innamorati è un muro, un muro di vetro.

Tra chi si ama a volte si crea proprio come un muro di vetro, perché come il vetro non si vede, ma c’è ed impedisce che i due possano incontrarsi, rincontrarsi, stringersi l’uno con l’altra. Un muro ché può essere infranto solo con una scelta d’amore. Il muro può essere la paura, quella che nasce dalla consapevolezza di sapere che l’amore è travolgente e capace a cambiare tutta la nostra vita, allora anche se riconosciamo il bisogno di tale amore, non ci sentiamo ancora pronti a farci travolgere. Una certa pseudo-morale, l’accogliere nella propria vita tale amore, facendo cambiare le nostre priorità le nostre prospettive e il nostro modo di vita. La paura di quello che gli altri diranno di noi, e soprattutto di rimanere isolati rispetto all’ambiente “della casa di origine”. Magari parenti ed amici non possono condividere la nostra scelta di amore, in quanto il nostro innamorato per loro altro non è che un perfetto estraneo, anche se possono dirci di conoscerlo meglio di noi.

Ma dall’altra parte del muro c’è colui che ci ama di un amore eterno, e attraverso di esso giunge al nostro cuore la sua voce, che ci invita ad lasciarci andare a questo amore. La sua voce ci parla, ci commuove , ma principalmente ci attrae a sé. Ci spinge a trovare la forza e il coraggio di superare il muro ed incontrarlo. Una forza ed un coraggio che possiamo trovare solo se i nostri occhi sono su di lui. Non riusciamo ancora a vederlo bene, ma attraverso le persiane, i nostri occhi lo cercano e lo trovano e fissi su di lui possiamo trovare la forza e il coraggio per non tardare all’appuntamento con colui che ci sta chiamando e vuole farci sentire quanto ci ama. Avendo gli occhi su di Lui significa considerare chi è colui che ci sta chiamando, avvertire la sua presenza e la sua benedizione che ci fa vibrare il cuore. Allora in questo modo cominciamo a considerare quanto sia importante per noi oggi incontrare colui che diciamo di amare e che sicuramente Egli ci ama. La sua parola ci spinge a fare “una fuga d’amore” con Lui. Fuggire con lui che è al di là del muro, abbandonando le nostre paure, religiosità e peccato. Questo tipo di fuga d’amore, anche se per quelli “di casa nostra” possa sembrare una pazzia, in realtà è la decisione e il desiderio che non possiamo e non dobbiamo sottrarci. L’apostolo nelle sue epistole ci spinge a “fuggire da questo mondo”, noi vogliamo allora fare questa fuga per e con il nostro innamorato. Dobbiamo avere fiducia in Lui, non affidandoci ai nostri pensieri e ascoltando i tanti dubbi e domande. Se ritardiamo ancora, il mondo diventa la nostra prigione. Dobbiamo solo ascoltare la voce di colui che ci ama e che ci sta chiamando per andare da Lui per incontrarlo e fuggire con lui, lontano da l’inverno del mondo.

Fuggire con l’amico suo, per andare tra le vigne. La Mishnà racconta che nel mese di ab il 15, le ragazze uscivano tra le vigne in ambito bianco per incontrare il futuro pretendente. Infatti, la Ghammarà racconta che chi voleva trovare moglie doveva andare tra le vigne. Allora, l’amico vuole portare colei che ama nel luogo dell’incontro, ad un momento particolare della sua vita, dove finalmente possono incontrarsi alla luce del sole. Dove la “loro fuga d’amore” possa essere vista da tutti ed essere così considerata qualcosa di puro e legittimo. Un’incontro che ci porterà a scelte importanti, ma che non sarà fatto nella clandestinità, come due amanti, ma davanti al mondo, pronti a testimoniare del proprio amore e della propria passione, di quell’amore sublime e di quella eterna passione, che possiamo trovare e ricevere solo ed esclusivamente da Dio.

Tra tanta passione, però non dobbiamo dimenticare che l’innamorato attraverso la sua voce, volge a colei che ama un invito d’amore. Ci troviamo davanti ad un invito non certamente ad un rapimento d’amore. Le parole dell’amico pongono lei davanti ad una scelta, gli offrono un’alternativa di vita in prospettiva di quella che attualmente vive, la sua persona rimane ferma, dietro al muro di vetro attendendo che colei che il suo cuore ama possa scegliere, nella libertà che può donare soltanto chi ama veramente. La scelta di rispondere all’ invito, da parte di lei è il primo vero segno di amore. La voce dell’Amico nei nostri cuori ha innescato di sicuro un vortice di pensieri, di dubbi e perché no, anche un certo turbamento dovuto alla nostra natura fragile e terrena. Ma se noi amiamo, come diciamo di amare colui che ci aspetta al di là del muro, il primo segno di amore è proprio quello di superare qualsiasi impedimento, materiale e spirituale, ed andare incontro a colui che è già è pronto ad accoglierci. Quante scuse noi troviamo per rimandare l’incontro con Gesù. Oppure ci siamo incontrati una volta, per poi tornare a nasconderci dietro al muro di vetro. Quanto lo Sposo chiama abbandoniamo ogni cosa, superiamo ogni impedimento, per correre tra le sue braccia di amore. Il tempo è giunto il Signore ci attende, “abbandoniamo ogni impedimento e rispondiamo di si alla sua chiamata di amore”. Una chiamata che ci incontra ogni giorno nella nostra vita, una chiamata che noi incontriamo ogni giorno in quello che facciamo o dobbiamo fare per Lui.

L’apostolo invita, prendendo spunto dai salmi, a risvegliarci dal sonno. Ma qui l’innamorato con la sua voce, non solo desta l’innamorata dal sonno, ma và oltre. Attraverso le persiane si incontrano gli sguardi e la proposta è quella di raggiungerlo. Allora l’amore è consapevolezza e azione. Cioè riconoscere l’amore in noi e nell’altro, ma soprattutto agire in vista di questo amore. Non dimentichiamo che nel libro dei proverbi è scritto che:” l’amore esige gesti concreti”. Allora ora Dio ti chiama, se lo ami in questo stesso momento, con tutto il tuo cuore, distruggi il muro di vetro e va da Lui, pronti per vivere solo per colui che ci ama di un amore eterno. Amen