27 marzo 2010

IL MURO DI VETRO







Cantico dei Cantici 2: 8 a 13             
”Ecco la voce del mio amico!


Eccolo che viene,

saltando per i monti,

balzando per i colli.

L'amico mio è simile a una gazzella, o a un cerbiatto.

Eccolo, egli sta dietro il nostro muro

e guarda per la finestra,

lancia occhiate attraverso le persiane.

Il mio amico parla e mi dice:

«Àlzati, amica mia, mia bella, e vieni,

poiché, ecco, l'inverno è passato,

il tempo delle piogge è finito, se n'è andato;

i fiori spuntano sulla terra,

il tempo del canto è giunto,

e la voce della tortora si fa udire nella nostra campagna.

Il fico ha messo i suoi frutti,

le viti fiorite esalano il loro profumo.

Àlzati, amica mia, mia bella, e vieni”





Palmieri Nicola



SCHEMA E CORPO DEL TESTO



Questi versi del Cantico possono essere quasi considerati come una poesia nella poesia, in quanto tra il verso sette e l’otto si nota un certo distacco di contesto e di azione. Dal capitolo 1 fino al cap. 2:7, troviamo, che i due amanti sono vicini e si contemplano l’uno con l’altro, mentre nel nostro testo, li troviamo lontani l’uno dall’altra, separati, in attesa di un’incontro, unirsi nuovamente.

Molti esegeti hanno portato alla luce che forse il Cantico in realtà è una piccola raccolta di poemi d’amore, ma messi insieme da un’attenta mano redazionale. Forse hanno ragione, ma personalmente mi piace nella nostra riflessione considerare il testo come lo abbiamo oggi tra le mani. Nella cronologia del testo compiuto, in realtà possiamo vedere che per i due amanti il trovarsi è anche un continuo perdersi e per poi ritrovarsi di nuovo. Un movimento che consolida e mantiene vivo l’amore, che non diventa mai una sistematica abitudine, ma una continua scoperta e un continuo bisogno e desiderio dell’altro.

Tornando al nostro testo, una cosa molto suggestiva, che ci risalta subito agli occhi attraverso immagini molto dense, è il contesto. Ci troviamo i un paesaggio agricolo, ma nella stagione primaverile. Ci viene descritto un “mondo” che rinasce in tutta la sua bellezza. Personalmente credo che nella dimensione poetica, questo ambiente non solo è una descrizione di un mondo agricolo, ma è la testimonianza di due occhi innamorati. La bellezza del contesto, è funzionale a dimostrare la bellezza del sentimento. Ci porta a considerare il bello e il buono che ci circonda. Il creato per un innamorato non è più “una valle di lacrime o un bacino di male e cattiveria”, ma il dono di Dio, colui che lo ha creato nella sua bellezza. L’amore trasforma gli uomini e il loro ambiente, rendendo gli uomini in uomini migliori, capace per la gioia che esso produce di trovare la bellezza di un fiore anche quando esso è coperto di fango. I cuori che scoprano l’amore, quello più sublime che viene da Dio soltanto, riescono a considerare in questo modo l’ambiente, la società. Essi nei loro cuore appaiono già diverse, trasformate dagli occhi di chi ama. Allora il servizio cristiano, diventa nel mondo un modo affinché venga esaltata quella bellezza, che già vive nel proprio cuore in speranza di quello che sarà nel regno di Dio.

Oltre all’ambiente sono molte suggestive anche le immagini degli animali che troviamo elencate nel capitolo. Nel nostro testo, l’innamorato è rappresentato come un capriolo, il cervo giovane. Esso è colui che è guida del branco, poiché è davanti e traccia la strada per quelli più vecchi che sono invece dietro al branco.

L innamorato conosce la strada, anzi è lui la guida per chi come lui vuole conoscere dove è l oggetto del suo amore, affinché altri come lui possono testimoniare del suo amore. Non ha bisogno di chi gli indichi la via, in quanto chi ama saprà sempre arrivare al cuore della propria innamorata. La nostra bussola e la nostra guida è il nostro amore, se amiamo non temeremo mai di perderci nelle foreste della solitudine e dello sconforto di questa vita. Soltanto se dimora in noi l’amore di Dio, possiamo essere guide “non cieche” per altri che non conoscono la strada per conoscere l’amore, o come succede a molti nel tempo, questo amore è stato perso.

L’amato è dotato di una straordinaria agilità, l’amore trasforma colui che ama in una persona capace di fare cose straordinarie. Egli viene “saltando i monti e balzando i colli”. L’innamorato non conosce ostacoli, niente gli può impedire di raggiungere colei che il suo cuore ama, niente può ulteriormente ritardare quell’incontro tanto desiderato.

Infatti, il tema centrale del testo della nostra riflessione è l’incontro. L’incontro atteso e desiderato dei due innamorati. Un incontro che viene assorbito nel tempo. L’incontro che deve essere tra i due è simile al momento in cui l’inverno lascia il posto alla primavera. L’incontro allora è un momento di grande gioia (la stagione del canto) . Esso è in primavera, avviene in un tempo di rinascita, di fioritura e di nuovo vigore. L’incontro con chi si ama, non può che portare la primavera nei cuori degli innamorati. Se il nostro cuore è congelato dal freddo di un inverno senza amore, allora è giunto il tempo di incontrare colui che solo può riscaldarci, perché ci ama di un amore eterno. L’incontro con Lui sarà la nostra rinascita la nostra gioia il ritrovare il vero vigore, il nostro fiorire. Lui è colui che viene, dall’inverno e porta la primavera. La sua assenza è caratterizzata dall’inverno, mentre la sua presenza fa cessare l’inverno lasciandolo alle sue spalle e porta per lei la primavera.

Ma cosa succede, questo incontro è impedito , perché l’innamorato trova un muro di separazione tra lui e colei che “il suo cuore ama”. Sembra quasi una contraddizione, ma ora tutto passa nelle mani dell’altra. L’amico è dall’altra parte, fa sentire la sua voce, si mostra attraverso le persiane, ma lei non riesce a superare la soglia della porta; rimane dietro al muro, nonostante che il suo cuore è in un grande conflitto, perché sa di amare colui che la chiama, ma non ha la forza di raccogliere l’invito e superare quel muro che ancora ritarda quell’incontro meraviglioso con colui che il suo cuore ama.

Ora ci troviamo davanti ad un momento drammatico della nostra storia d’amore. Lui che ha atteso questo incontro per “tutto” l’inverno, lui che ha atteso che lei potesse riposare, dormire fin quanto essa “lo desideri”, ora che tutto è pronto ed il tempo è giunto, la primavera è arrivata, ora che lui non vuole più attendere, perché il suo “amore è forte tanto quanto la morte”; lei ora esita, si nasconde, ascolta la sua voce ma non risponde ancora. Cosa la trattiene? Cosa aspetta?

Quello che separa i due innamorati è un muro, un muro di vetro.

Tra chi si ama a volte si crea proprio come un muro di vetro, perché come il vetro non si vede, ma c’è ed impedisce che i due possano incontrarsi, rincontrarsi, stringersi l’uno con l’altra. Un muro ché può essere infranto solo con una scelta d’amore. Il muro può essere la paura, quella che nasce dalla consapevolezza di sapere che l’amore è travolgente e capace a cambiare tutta la nostra vita, allora anche se riconosciamo il bisogno di tale amore, non ci sentiamo ancora pronti a farci travolgere. Una certa pseudo-morale, l’accogliere nella propria vita tale amore, facendo cambiare le nostre priorità le nostre prospettive e il nostro modo di vita. La paura di quello che gli altri diranno di noi, e soprattutto di rimanere isolati rispetto all’ambiente “della casa di origine”. Magari parenti ed amici non possono condividere la nostra scelta di amore, in quanto il nostro innamorato per loro altro non è che un perfetto estraneo, anche se possono dirci di conoscerlo meglio di noi.

Ma dall’altra parte del muro c’è colui che ci ama di un amore eterno, e attraverso di esso giunge al nostro cuore la sua voce, che ci invita ad lasciarci andare a questo amore. La sua voce ci parla, ci commuove , ma principalmente ci attrae a sé. Ci spinge a trovare la forza e il coraggio di superare il muro ed incontrarlo. Una forza ed un coraggio che possiamo trovare solo se i nostri occhi sono su di lui. Non riusciamo ancora a vederlo bene, ma attraverso le persiane, i nostri occhi lo cercano e lo trovano e fissi su di lui possiamo trovare la forza e il coraggio per non tardare all’appuntamento con colui che ci sta chiamando e vuole farci sentire quanto ci ama. Avendo gli occhi su di Lui significa considerare chi è colui che ci sta chiamando, avvertire la sua presenza e la sua benedizione che ci fa vibrare il cuore. Allora in questo modo cominciamo a considerare quanto sia importante per noi oggi incontrare colui che diciamo di amare e che sicuramente Egli ci ama. La sua parola ci spinge a fare “una fuga d’amore” con Lui. Fuggire con lui che è al di là del muro, abbandonando le nostre paure, religiosità e peccato. Questo tipo di fuga d’amore, anche se per quelli “di casa nostra” possa sembrare una pazzia, in realtà è la decisione e il desiderio che non possiamo e non dobbiamo sottrarci. L’apostolo nelle sue epistole ci spinge a “fuggire da questo mondo”, noi vogliamo allora fare questa fuga per e con il nostro innamorato. Dobbiamo avere fiducia in Lui, non affidandoci ai nostri pensieri e ascoltando i tanti dubbi e domande. Se ritardiamo ancora, il mondo diventa la nostra prigione. Dobbiamo solo ascoltare la voce di colui che ci ama e che ci sta chiamando per andare da Lui per incontrarlo e fuggire con lui, lontano da l’inverno del mondo.

Fuggire con l’amico suo, per andare tra le vigne. La Mishnà racconta che nel mese di ab il 15, le ragazze uscivano tra le vigne in ambito bianco per incontrare il futuro pretendente. Infatti, la Ghammarà racconta che chi voleva trovare moglie doveva andare tra le vigne. Allora, l’amico vuole portare colei che ama nel luogo dell’incontro, ad un momento particolare della sua vita, dove finalmente possono incontrarsi alla luce del sole. Dove la “loro fuga d’amore” possa essere vista da tutti ed essere così considerata qualcosa di puro e legittimo. Un’incontro che ci porterà a scelte importanti, ma che non sarà fatto nella clandestinità, come due amanti, ma davanti al mondo, pronti a testimoniare del proprio amore e della propria passione, di quell’amore sublime e di quella eterna passione, che possiamo trovare e ricevere solo ed esclusivamente da Dio.

Tra tanta passione, però non dobbiamo dimenticare che l’innamorato attraverso la sua voce, volge a colei che ama un invito d’amore. Ci troviamo davanti ad un invito non certamente ad un rapimento d’amore. Le parole dell’amico pongono lei davanti ad una scelta, gli offrono un’alternativa di vita in prospettiva di quella che attualmente vive, la sua persona rimane ferma, dietro al muro di vetro attendendo che colei che il suo cuore ama possa scegliere, nella libertà che può donare soltanto chi ama veramente. La scelta di rispondere all’ invito, da parte di lei è il primo vero segno di amore. La voce dell’Amico nei nostri cuori ha innescato di sicuro un vortice di pensieri, di dubbi e perché no, anche un certo turbamento dovuto alla nostra natura fragile e terrena. Ma se noi amiamo, come diciamo di amare colui che ci aspetta al di là del muro, il primo segno di amore è proprio quello di superare qualsiasi impedimento, materiale e spirituale, ed andare incontro a colui che è già è pronto ad accoglierci. Quante scuse noi troviamo per rimandare l’incontro con Gesù. Oppure ci siamo incontrati una volta, per poi tornare a nasconderci dietro al muro di vetro. Quanto lo Sposo chiama abbandoniamo ogni cosa, superiamo ogni impedimento, per correre tra le sue braccia di amore. Il tempo è giunto il Signore ci attende, “abbandoniamo ogni impedimento e rispondiamo di si alla sua chiamata di amore”. Una chiamata che ci incontra ogni giorno nella nostra vita, una chiamata che noi incontriamo ogni giorno in quello che facciamo o dobbiamo fare per Lui.

L’apostolo invita, prendendo spunto dai salmi, a risvegliarci dal sonno. Ma qui l’innamorato con la sua voce, non solo desta l’innamorata dal sonno, ma và oltre. Attraverso le persiane si incontrano gli sguardi e la proposta è quella di raggiungerlo. Allora l’amore è consapevolezza e azione. Cioè riconoscere l’amore in noi e nell’altro, ma soprattutto agire in vista di questo amore. Non dimentichiamo che nel libro dei proverbi è scritto che:” l’amore esige gesti concreti”. Allora ora Dio ti chiama, se lo ami in questo stesso momento, con tutto il tuo cuore, distruggi il muro di vetro e va da Lui, pronti per vivere solo per colui che ci ama di un amore eterno. Amen

20 marzo 2010

MISSIONE E ISTITUZIONE




Atti1:6 a 8

Quelli dunque che erano riuniti gli domandarono: «Signore, è in questo tempo che ristabilirai il regno a Israele?»

Egli rispose loro: «Non spetta a voi di sapere i tempi o i momenti che il Padre ha riservato alla propria autorità.

Ma riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all'estremità della terra».



PALMIERI NICOLA : SERMONE PREDICATO ALL’ASSEMBLEA DI SCAMPIA IL “07/03/2010”



SCHEMA E CORPO DEL TESTO



IL libro degli Atti, molte volte ci viene presentato come un libro storiografico. Molte volte ci viene detto che è la prima vera storiografia della prima chiesa cristiana. Per dar valore a questo, molte volte viene usato proprio come un testo storiografico. Un vademecum, della storia della chiesa, tanto da prendere cosi alla lettera gli avvenimenti che vengono raccontati, che alcune comunità di credenti, trasformano la lettura di esso, in una pura e semplice emulazione, senza capirne il messaggio e “La Parola” che vuole in realtà trasmetterci.

In realtà, a parer mio, sarebbe molto più plausibile, alla luce dell’intero contesto neo-testamentario, approcciarsi ad esso, più che come uno scritto storico, anche se è innegabile il suo tentativo di narrare una storia, partendo da fonti più o meno attendibili; come se fosse una “predicazione sull’idea di come deve essere la chiesa e il suo operare.

In realtà in esso possiamo cogliere, più che gli aspetti di una vera e propria storicità della prima cristianità, l’aspetto di un’ideale di chiesa, che ci viene presentato alla luce della rivelazione dell’intero canone delle scritture. Una chiesa ideale, possiamo dire, che nasce e cresce per opera della Spirito. Quest’ultimo credo che sia in realtà il grande messaggio e la grande sfida che ancora oggi parla al cuore dei credenti. Lo Spirito che agisce, che opera che costruisce e istituisce la “Chiesa di Dio”.

Esso ci parla di un tempo-nuovo, il tempo dello Spirito.

Un Tempo nuovo, in quanto l’ azione dello Spirito si rivela come un novum nella Storia dell’intera umanità. Essa si rivela ed esce allo scoperto proprio attraverso la Chiesa di Dio.

Un novum, non una novitàs. Le novità sono le mode e gli ideali degli uomini, che stimolano la curiosità del tempo, affascinano le fantasie del momento, ma poi nella sostanza si ripetono e diventano subito qualcosa di già visto e vissuto, da mettere da parte.

Il novum dello Spirito è ciò che realmente mancava ed era necessario alla Storia e all’uomo. Ciò che và a completare l’opera ma nello stesso tempo apre nuovi orizzonti verso nuove promesse e attese.

Lo scritto degli Atti, risponde a tutte queste domande, si inserisce in modo continuativo e non sostitutivo ai discorsi e all’annuncio degli evangeli.

In esso, come del resto in tutti gli scritti neo-testamentari, troviamo una tensione, che è il fulcro dei versi che teniamo qui davanti. Una tensione che è quella dell’imminente parusia e il suo ritardo. Un’escatologia che viene annunciata ma che tarda a compiersi. Negli evangeli ci sono domande e risposte simili da parte di Gesù. La domanda è “in quale tempo verrà”.

L’attesa , la speranza è uno degli elementi fondanti della fede cristiana. Senza di essa la nostra fede diventerebbe puro idealismo e filantropia.

Ma l’attesa e la speranza non deve immobilizzarci in un imminente adempimento, che rende il presente statico e la missione e il mandato, quanto l’istituzione della chiesa di Dio, superflua per non dire inutile.

La risposta del Signore, è qualcosa di glorioso. Essa risolve la tensione che c’è tra il già e il non-ancora. Essa risolve tutte le questioni e i dubbi di una parusia mancata, inserendo il concetto e la rivelazione di una parusia nuova, o meglio non come l’uomo poteva intendere. Ma andiamo per gradi.

La risposta del Cristo ,questa volta rispetto a quella data nei vangeli, ha in se una nuova componente, cioè non più soltanto un rimando ad un’attesa escatologica, ma ci parla di un’opera che verrà o meglio viene fatta nel loro e nel nostro presente. Non a noi né a loro è di sapere i tempi della “restaurazione di Israele”, ma intanto tra ieri e domani c’è l’oggi. Tra ciò che è stato e tra quello che sarà c’è ora. Il tempo presente, che è un tempo d’attesa, ma è anche il “tempo dello Spirito”, che forma e istituisce la “chiesa di Dio”. Il tempo dello Spirito che ora si rivela come tempo della Chiesa.

Bisogna qui chiarire, che l’opera dello Spirito non è un’invenzione del libro degli Atti nel giorno della pentecoste

Tutta la Storia dell’umanità fino dai suoi albori è in essa rilevabile la Sua opera. In tutta la Bibbia, dalla prima a l’ultima pagina troviamo la presenza dello Spirito (questo meriterebbe approfondimento ma non c’è tempo). Ma lo Spirito che si rivelava nella vita di un singolo: profeta, re, giudice, patriarca; che si rivelava nelle vicende del popolo eletto (Israele) e che si è rivelato nella persona di Gesù il Cristo; ora si rivela attraverso una comunità di credenti, accomunati dalla fede in Cristo quale figlio di Dio e Signore e da un’unica esperienza quella dello Spirito che formano la Chiesa di Dio. La sua rivelazione non si ha attraverso le azioni di un singolo uomo o popolo, ma attraverso le azioni e lo svolgersi degli eventi della chiesa.

Allora, il tempo dell’attesa del futuro di Dio, diventa il tempo dell’azione della Chiesa, in quanto azione dello Spirito.

In questo modo la tensione viene risolta e trova nella promessa del Risorto, una nuova parusia.

La venuta dello Spirito, non è soltanto la forza per agire nel presente, ma è testimonianza del Cristo Risorto e glorificato, e che attraverso lo Spirito è in mezzo alla sua chiesa. Colui che viene, è presente attraverso l’adempimento dello Spirito. Quindi lo Spirito in questo assume anche il suo messaggio di speranza escatologica, cioè Egli è la testimonianza del Cristo glorificato in quanto resuscitato dai morti ed è certezza nei cuori di coloro che fanno esperienza con Lui, del ritorno e del futuro di Dio, promesso e che sta per venire. La potenza dello Spirito ci rende testimoni e custodi si tale speranza nei popoli e nel mondo.

Allora l’opera di pentecoste si inserisce in un contesto molto più ampio della venuta dello Spirito, in quanto essa non è l’improvvisa manifestazione di un evento (come forse qualcuno credeva ho a creduto), ma è il completamento e l’adempimento che trova riscontro nelle promesse veterotestamentarie e in Gesù stesso. L’evento di pentecoste si inserisce come tappa del disegno divino dello Spirito e nello stesso tempo come punto di inizio di un tempo-nuovo che lo Spirito si manifesta attraverso la chiesa. Un tempo che molti definiscono escatologico, in quanto tempo ultimo, in quanto va a completare l’intero disegno di Dio prima della sua venuta.

Lo Spirito è colui che è venuto ma nello stesso tempo è colui che viene. Cioè Egli è colui che ha adempiuto la promessa del Cristo, nel tempo e in ogni momento della sua chiesa. Non è legato nella chiesa, ne tantomeno dagli uomini, anche se di Dio, ma Egli è libero in quanto possiede la sovranità di Dio, ma è sempre in movimento. Un movimento circolare, di colui che viene per poi attraverso la sua venuta ritornare e portare con lui la Chiesa per la quale è venuto.

Questo è uno dei fulcri della promessa del Risorto, “quando verrà su di voi”. Purtroppo la nostra traduzione italiana non ci viene in aiuto per esprimere tale particolare movimento dello Spirito. Qui troviamo il tempo futuro, espresso con una preposizione temporale. In italiano tutto ci fa pensare ad un adempimento della promessa una volta e per sempre. In questo modo lo Spirito rimane ingabbiato nella stessa istituzione che Egli stesso ha ispirato. In realtà nel testo greco ci rende questo movimento dello Spirito, non con il futuro indicativo, ma con un tempo che esiste solo nella lingua greca classica che è l’aoristo e nella forma di un participio attivo. Il verbo è piomberà su voi, o si avvicinerà a voi). Il participio aoristo può essere tradotto con una subordinata alla principale come anche una temporale, ma quello che ci rende l’idea e soprattutto la qualità dell’azione è il tempo stesso; che al contrario del futuro, l’aoristo ci sta ad indicare un’azione non condizionata dal tempo ma dall’essere un’azione puntuale e conclusa, cioè che nel momento che si fa si adempie, non rimane sospesa. In poche parole la sua azione è un’azione che è avvenuta, avviene e continua a venire. Allora in questo noi possiamo comprendere il movimento dello Spirito, che non si è fermato ma nonostante la sua azione è completa, Egli continua a venire ad accostarsi e a piombare sulla sua chiesa.

Il participio sta d indicare oltre all’azione ma anche ad una qualità verbale. In poche parole lo Spirito non solo è colui che viene ma è anche il veniente, colui che ha come suo attributo il venire. Una qualità che ancora una volta trascende il presente e ci rimanda nuovamente al suo essere escatologico. Un essere che ha come qualità il futuro e quindi nonostante è presente nel nostro mezzo Egli continua ad essere inafferrabile, in quanto è sempre davanti a noi per trasportarci verso il futuro di Dio.

L’altro fulcro della promessa di Dio è: “riceverete potenza”. In realtà quest’ultima è correlata alla prima, quando lo Spirito verrà, riceverete potenza. Ormai credo che questa parola greca nei nostri ambienti è divenuta famosa ed è : Questa parola che a volta viene anche tradotta con autorità, sta indicare una forza particolare soprattutto nell’uomo. Una forza però funzionale ad uno scopo, mai fine a se stessa, magari per mettersi in mostra, per i greci era una forza da esercitare in battaglia per esempio, ma nel nostro contesto è una potenza che ci deve permettere di muoverci e di superare gli impedimenti e i contrasti al piano di Dio per trasmettere la sua Parola. Infatti, nel verso 8, è sintetizzato tutto il progetto di Dio che viene espresso nel libro degli Atti, che la Parola di Dio raggiunga l’estremità della terra. Se andiamo a leggere l’intero libro esso ha in se tale movimento, il movimento della parola, che parte da Gerusalemme ed arriva fino agli estremità della terra; che allora erano le cosiddette “colonne d’Ercole”. In realtà il libro si conclude con Paolo arriva a Roma, ma nell’epistola ai romani Paolo esprime l’intenzione di voler arrivare in Spagna, e lì erano le cosiddette “colonne d’Ercole”.

Allora prima di lasciarci, alla luce di quello che abbiamo detto, possiamo trarre delle conclusioni, cioè la prima è che lo Spirito è quello che noi dobbiamo attendere. Questo ci dice prima di ogni cosa, che non è lo Spirito che attende noi. Egli è già in movimento, Egli si muove ed è all’opera nella sua Chiesa. Se non siamo raggiunti dalla sua azione, è perché non siamo ancora parte della Chiesa di Dio oppure siamo presi da altri movimenti che non è quello dello Spirito. Forse crediamo che una volta fatta una determinata esperienza, egli diventa di nostro dominio e lo possiamo usare e non lui usare noi. Un adempimento che ci fa smettere di attenderlo ogni giorno nella nostra vita, ma così facendo credendo di possederlo Egli già è passato oltre, perché non siamo noi che possediamo Lui ma è lui che deve possedere noi. Non ci accorgiamo della sua opera, perché siamo noi che vogliamo dirgli come e quando debba muoversi e su chi. Tante cose possiamo ancora elencare, ma voglio concludere questo elenco, dicendo che a volte possiamo pur attenderlo ma non scorgerlo mai, in quanto attendiamo qualcos’altro ma non lo Spirito. Molte volte invece di attendere lo Spirito che possa scendere su di noi e dentro di noi, noi attendiamo i segni di esso, dando più importanza ai segni che lo accompagnano che invece alla sua effettiva presenza. Certamente i segni sono evidenza della presenza dello Spirito, ma nel nostro cuore, sinceramente cosa stiamo attendendo e perché? Gesù disse di attendere la venuta dello Spirito, perché tale venuta ci darà potenza. Inoltre, quale potenza noi vogliamo ricevere dallo Spirito. Io voglio la forza per essere un fedele testimone di Cristo.

La parola testimone,  nell’intero libro degli Atti diventa sinonimo di “credente”. Allora chi è il testimone, se non chi manifesta attraverso le azioni e le parole agli altri la propria fede, cioè quello che ha creduto ed ha sperimentato. Il Risorto ci parla di testimoniare, non di colonizzare, conquistando popoli di diversa etnia sotto la bandiera della religione. Non ci dice di fare proseliti, obbligare ad altri ad obbedire a precetti e regole per far parte di un gruppo religioso. Di non fare propaganda, proponendo un modello religioso, il quale tutti debbono uniformarsi. Ma di essere dei testimoni, nel proprio ambiente e della propria cultura, testimoni di un’unica fede e di un’unica esperienza con l’unico Spirito. Testimoni di un cambiamento non determinato da parametri sociali e culturali, ma un cambiamento di amore e libertà, frutto dell’esperienza rigeneratrice dello Spirito Santo. Colui che è il veniente ed è venuto, attraverso la morte e la resurrezione di Cristo, a vivere nelle nostre vite.