25 ottobre 2010

MATTONI D'ORO E D'ARGENTO







1°Corz 3:10 a 15:
Secondo la grazia di Dio che mi è stata data, come esperto architetto, ho posto il fondamento; un altro vi costruisce sopra. Ma ciascuno badi a come vi costruisce sopra; poiché nessuno può porre altro fondamento oltre a quello già posto, cioè Cristo Gesù.Ora, se uno costruisce su questo fondamento con oro, argento, pietre di valore, legno, fieno, paglia, l'opera di ognuno sarà messa in luce; perché il giorno di Cristo la renderà visibile; poiché quel giorno apparirà come un fuoco; e il fuoco proverà quale sia l'opera di ciascuno. Se l'opera che uno ha costruita sul fondamento rimane, egli ne riceverà ricompensa; se l'opera sua sarà arsa, egli ne avrà il danno; ma egli stesso sarà salvo; però come attraverso il fuoco.





SCHEMA E CORPO DEL TESTO:

Nel testo, che c’è presentato, l’apostolo ci parla di qualcosa che deve portarci a riflettere tutti noi, perché noi siamo parte integrante dell’opera di Dio e suoi collaboratori. Ci riguarda individualmente come “parte dell’opera”, affinché noi possiamo costruire, far crescere, la nostra vita nel Signore. Ma anche come suoi collaboratori, perché ognuno di noi è chiamato a edificare e a collaborare insieme per l’opera del Signore, che assume tante volte varie forme e ambienti. Egli ci chiama a un’importante riflessione e cioè: “ Come edifichiamo, con che cosa costruiamo”.

Paolo dichiara di essere un architetto, come chi sovrintende l’opera, ma si definisce un saggio architetto, perché ha posto come unico fondamento “ La grazia di Cristo”. I versi in oggetto, sicuramente, non possono fare a meno di accostarci a una riflessione sulle “opere”, perché si parla di quello che noi facciamo e come lo facciamo. Ma Paolo è molto attento nel suo discorso a non lasciarsi andare in una riflessione che in qualche modo possa cedere campo a una teologia delle opere a discapito di quella della grazia. Infatti, egli esordisce mettendo subito sotto la nostra attenzione al grazia di Cristo. Essa è il fondamento dell’intero edificio, su di essa si deve costruire, altrimenti la “costruzione non può avere nemmeno inizio”. Allora quello che andiamo a costruire non è altro che uno stadio susseguente di quello già ricevuto, cioè quello della Grazia. Noi non abbiamo fatto niente e niente possiamo fare per ricevere il fondamento. La grazia deve essere preesistente nella nostra vita per costruire poi. La grazia è il sostegno dell’intera opera, quello che abbiamo ricevuto in dono, diventa il sostegno, la stimolo per poi iniziare noi a operare, per essa e attraverso di essa. Allora le nostre opere sono come un edificio: susseguente e soggiacente alla grazia, la quale non è solo unico fondamento di tale struttura ma anche unica garanzia e certezza di salvezza. Su questo, come vedremo più avanti, l’apostolo è molto chiaro. La salvezza è già stata data, ma su tale salvezza bisogna costruirci sopra.

Dalle parole di Paolo, personalmente credo che ci sia da parte sua, un rendersi conto di un certo “progresso” (per qualcuno è stato un regresso) del cristianesimo, da lui stesso predicato. Cioè, egli pur vivendo in una chiesa ”missionaria”, cioè una chiesa che non era ancora istituzionalizzata, perché ancora clandestina e la propria vita si basava sull’essere movimento, cioè: una missione continua, senza ancora avere una collocazione ben precisa nel mondo, anzi più volte egli stesso amava ribadire che la “chiesa di Dio è fuori dal mondo”. Ma nonostante tutto, lui fu sempre un uomo con una visione che riusciva andare di là dal suo tempo e a volte anche dei suoi “pensieri”, allora comincia da lontano a intravedere il cristianesimo che prende forma, passando da essere un movimento a diventare una Chiesa, allora intravede come il cristianesimo fondato su Cristo, prenda negli anni che verranno una forma “istituzionale”, come proprio la costruzione di un edificio. Nella sua proiezione “futuristica” della Chiesa, non ci parla della forma dell’edificio, non ci fornisce una piantina dettagliata di esso. Non ci dice come sarà fatto o quale forma debba avere. Sicuramente, è consapevole che, l’edificio nel tempo può avere varie forme. Oggi noi diremo, che ci sono varie forme di essere chiesa ma insieme formiamo la Chiesa di Dio, questo già ai suoi tempi ne era convinto e l’apostolo lo sapeva molto bene. Ma la sua raccomandazione, la quale è ancora una volta attualissima, è badare bene con quali materiali noi costruiamo l’edificio. L’architetto ci fornisce il progetto, si assicura delle fondamenta, ma ora sta a noi scegliere i materiali per costruire l’edificio. In questo ancora una volta egli s’identifica, perché riconosce che la sua opera è stata di mostrare la base, indicare il fondamento, ora tocca agli altri costruirci sopra. L’edificio sarà collaudato il “giorno di Cristo”. Ancora una volta possiamo vedere, come Paolo, rifletti su un futuro, che per alcuni era improbabile perché ci sia, aspettava l’imminente ritorno di Cristo, legato al ritardo della parusia, ma non per questo ne perde la speranza, la quale diviene nell’attesa una certezza ancora più forte, non dimentica mai il fine, la meta. Una meta che ancora una volta per l’apostolo non si allontana, nonostante rifletti sul futuro, ma si avvicina, perché i suoi occhi sono per fede fissi nel “già” di Dio.

Nel giorno del Signore, per Paolo ritroviamo un’altra divisione, non solo quella tra i perduti e i salvati, ma tra chi ha costruito bene e chi invece l’ha fatto male. Per chi ha costruito male, ne avrà il “danno”, mentre chi ha costruito bene, ne avrà la “ricompensa”. Si badi bene come qualche versione traduce premio, in realtà non è corretto, in quanto il contesto della parenesi che troviamo in questi versi, è appunto un contesto di “operai”, in quanto l’opera del Signore non è una gara, o meglio una competizione, ma è un campo di lavoro, dove tutti possono e devono fare la propria parte, e alla fine della “giornata”, ogni singolo lavoratore avrà la sua ricompensa per il lavoro svolto. Mentre chi non avrà costruito bene, cioè con i giusti materiali, l’edificio non supererà il collaudo, la cosiddetta “prova del fuoco”e ne pagherà danno. Questa idea di Paolo, non è tutta nuova, infatti, già nell’evangelo di Marco, il quale attinge molto dal contesto delle prime chiese, scrive che: «Perché ognuno sarà salato con il fuoco». L’apostolo nell’uso del termine sta a indicare effettivamente la gravità della perdita ricevuta. Io personalmente ne ho dato una personale interpretazione di quello che Paolo si riferisca, anche tenendo presente l’intero contesto del nuovo Testamento. Il danno che noi possiamo ricevere, è il fatto di non ricevere.

“ ricompensa”, quindi tutto quello che abbiamo fatto, risulterà inutile davanti a Dio. In altre parole, non ci resterà niente tra le mani se non polvere. Non ci resterà niente da “gettare ai piedi del trono dell’Agnello.” Non importa quanto grande possa essere il nostro edificio, non importa quanto “successo” il nostro edificio ci ha procurato, davanti a Dio, quando le nostre opere attraverseranno il suo giudizio, sarà come passare attraverso il fuoco, e ci rimarrà tra le mani solo della polvere. Saremo salvati, ma come chi “per salvare la propria vita deve fare un salto attraverso il fuoco, lanciandosi tra le fiamme. Qualche studioso di altre sponde, ha visto in questi versi la conferma dell’idea del purgatorio, in realtà l’apostolo è molto chiaro, perché ci presenta la metafora del fuoco come giudizio e senz’altro no come purificazione.

Ma come possiamo noi costruire con oro e argento e non con legno fieno e paglia? In realtà le metafore usate da Paolo non devono essere viste e interpretata singolarmente, cioè: dando a ogni singolo “materiale” un significato particolare, ma la metafora è unica, nel senso che semplicemente ci parla di: materiali preziosi e non, adatti(secondo la prospettiva del giorno del Signore) e no. Allora la domanda che deve stimolare la nostra riflessione è di: come costruire e qual è quell’elemento adatto per il nostro edificio? Se il fondamento è la grazia, il materiale per la costruzione non può non essere la fede. In questo momento però dobbiamo fare un chiarimento, in quanto la fede che intendiamo non è soltanto quella che c’è donata da Dio per “spostare le montagne”, ma è soprattutto quella fede ch noi oggi forse tradurremo con: “Convinzione”. Una traduzione che non è smentita dal contesto di Paolo anche in altre parti delle sue epistole. In altre parole il materiale adatto è la nostra convinzione presso Dio, quella stessa convinzione che non è convinzione umana o d’idee umane, ma è fede in quanto accertata davanti e presso Dio. Costruiamo sapendo con certezza nei nostri cuori che quello che facciamo è: per Dio, in Dio e con Dio. Certi di contribuire e far del bene all’opera del Signore. Certi di essere “integri” davanti a Dio, in quanto la nostra certezza non si poggia sulle nostre certezze umane e metodologiche ma sulla nostra “integrità”, davanti a Dio. Integrità significa non frammentarsi, non dividersi, scomporsi, ma rimanere intero soprattutto davanti a Dio. L’uomo si frammenta attraverso le proprie scelte, si scompone nel momento che prende sembianze diverse da “se stesso”. L’uomo si frammenta per liberarsi dal proprio ego, in quanto cerca relazioni con altri, allora diventa.: Amico, marito, moglie, figlio ecc. Ma attraverso questa frammentazione ritrova la sua integrità nel momento che sceglie con tutto il suo cuore quello che in realtà vuole essere. In questo modo l’uomo trova la sua integrità davanti a Dio, quando con tutto il suo cuore e le sue forze sceglie di essere un “figlio di Dio, un suo attivo collaboratore”. Ma a volte, senza nemmeno rendersi conto si perde questa integrità, in vista di un fine, allora per soddisfare la propria ambizione, egli si frammenta, rinunciando a quell’integrità dalla quale nasce la fede, la convinzione presso Dio. Egli assume vari aspetti, tutti adattati per l’occasione, diventa quello che il fine lo obbliga a essere per raggiungerlo. Questo succede per chi si considera nell’opera di Dio non un collaboratore tra tanti, ma vede tale opera come se fosse la propria, nel senso che essa diventa il suo motivo di rivalsa verso uno stato sociale che altrimenti si sentirebbe isolato, oppure un motivo per gestire le proprie passioni e desideri, per ricevere benefici psichici e morali, per essere in poche parole un leader. Ma non dimentichiamo che nella Parola, integrità assume anche la veste di lealtà: senza compromessi e inganni, senza ipocrisia né sottorifugi, verso Dio, verso gli altri ma soprattutto verso se stessi.

Costruendo con materiali non preziosi, su questa terra, forse anzi quasi certamente, avremo del successo, ma trasformeremo “l’edificio”, in un’azienda privata, dove tutti occupano un ruolo e sono posti in una propria mansione, come degli ingranaggi che si muovono sempre in sincrono. Essi sono ben oleati, con l’olio della persuasione, spinti dalle nostre “capacità imprenditoriali” e incastrati l’uno nell’altro secondo i nostri piani idee. Capaci di cavalcare sempre l’onda del successo e sfruttare ogni momento a loro favorevoli. Questo tipo di azienda produce e produce anche molto bene, essa diviene parte di “un sistema di cose”. La produzione è ottima il prodotto si vende, un prodotto che sempre si venderà e sempre è stato consumato largamente dagli uomini, un prodotto che è pubblicizzato da tutto e attraverso tutto quello che l’uomo vede e sente. Questo prodotto assume varie forme e vari nomi, ma poi se leggiamo bene l’etichetta, leggiamo sempre la stessa parola: “Religiosità”. Ma del nostro prodotto cosa rimarrà davanti a Dio? Dio non sa cosa farsene di queste aziende e del loro prodotto, Solo il suo tempio santo sussisterà davanti a Lui, e solo chi avrà contribuito, anzi sono parte di esso, come pietre viventi, sussisteranno davanti a Lui e nel giorno del Signore ne avranno la ricompensa. Coloro che sperimentano e sperimenteranno quella beatitudine, quella gioia che avranno solo coloro che: “ saranno perseguitati per amor del suo nome, perché grande è la ricompensa nel cielo.”

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