29 dicembre 2010

RICORDATI.....RAVVEDITI


APOCALISSE: 2, 1 a 5


«All'angelo della chiesa di Efeso scrivi:

Queste cose dice colui che tiene le sette stelle nella sua destra e cammina in mezzo ai sette candelabri d'oro:Io conosco le tue opere, la tua fatica, la tua costanza; so che non puoi sopportare i malvagi e hai messo alla prova quelli che si chiamano apostoli ma non lo sono e che li hai trovati bugiardi. So che hai costanza, hai sopportato molte cose per amor del mio nome e non ti sei stancato. Ma ho questo contro di te: che hai abbandonato il tuo primo amore. Ricorda dunque da dove sei caduto, ravvediti, e compi le opere di prima; altrimenti verrò presto da te e rimoverò il tuo candelabro dal suo posto, se non ti ravvedi



DI: Nicola Palmieri

SCHEMA E CORPO DEL TESTO

Il capitolo 2 dell’apocalisse ci propone un’attenta analisi di alcune chiese dell’Asia, intorno alla fine del primo secolo. Ci troviamo in un momento storico del cristianesimo sostanziale; infatti, lo scrittore, attraverso l’analisi e l’esortazione che ci sono presentate sulle chiese, testimonia il passaggio del cristianesimo, da una forma primordiale, cioè quella missionaria, in una in cui si comincia a intravedere una certa istituzionalizzazione. In parole povere, il cristianesimo passa dalla sua forma missionaria a una di una vera chiesa, con tutte le connotazioni che siamo abituati a dare oggi a questa parola. Credo, anzi sicuramente, la Storia ha aggiunto altre caratteristiche e peculiarità a una tale struttura per farla essere quello che è oggi, ma sicuramente già nel primo secolo, ci ritroviamo una forma ecclesiastica ben organizzata e che si preparava a ricevere la sua completa istituzionalizzazione.

Certamente bisogna tener conto, quando andiamo a parlare di questi argomenti, di chi ne parla. Un esame sociologico del fenomeno religioso, senz’altro va a esaminare il rapporto delle chiese locali con la situazione in cui nascono, mentre se a esaminare un tale fenomeno, magari è un teologo, magari fortemente confessionale, l’esame forse non riguarderà esclusivamente al rapporto con il contesto in cui sorge, ma soprattutto, il suo rapporto tra dottrina e teologia e a quale idea di essere chiesa essa s’ispira, qual è il modello del nuovo Testamento che ci si è immedesimati, ecc. Quindi un’analisi di tale cose, cambia prospettiva, in base a quello che noi vogliamo cercare e chi è a fare la ricerca.

Oggi si parla tanto di secolarizzazione e addirittura di desecolarizzazione. Cioè, del fenomeno, secondo il quale, l’uomo moderno, preso da altro, non ha più tempo per il sacro, rilegando tale rapporto nella propria intimità. Non trovando spazio per esercitare la propria fede in ambienti e luoghi dedicati a questo scopo, le scelte e i comportamenti dell’uomo secolarizzato, sono tutti ispirati da principi laici, concedendo alla vita religiosa, solo una piccola parte interiorizzata del proprio essere. In parole povere, l’essere religioso diventa un fatto strettamente privato. Mentre, altri studiosi, anche grazie all’avanzare dell’islam in occidente e ad alcuni movimenti di risveglio tra i quali il “pentecostalesimo”, stanno smentendo quest’analisi della realtà odierna, anzi si cominciano a pensare non più a una secolarizzazione, ma di risposta a un processo inverso, cioè alla desecolarizzazione, un ritorno dell’essere religioso e della religione stessa, fortemente nella vita pubblica ed essa non è più un fatto esclusivamente personale, ma influenza l’uomo in tute le sue scelte.

Ritornando al testo che abbiamo davanti, possiamo renderci conto che allo Spirito, forse non interessa, almeno in questo momento, questo tipo di analisi, ma tutt’altro. Egli indaga la sostanza di ogni chiesa, cioè il rapporto con il Signore che ognuna ha o che ha perso. La prima cosa che ci salta davanti, di quest’analisi, anche alla luce di quello che abbiamo detto e che, Gesù è il Signore di ogni singola “comunità” e ogni “assemblea” è parte della Chiesa di Dio. Non troviamo un’analisi generalizzata e accomunante delle chiese, ma per ogni singola assemblea ha qualcosa di diverso da riferire e far notare. Per tanti, il cristianesimo è diventato un modo per identificare il popolo e le masse, ma questo non è quello che considera lo Spirito. Per Dio noi rimaniamo soli davanti a Lui. L’essere cristiani non è uniformarsi in una massa di gente o identificarsi in un’istituzione ecclesiastica e religiosa. Essere cristiani è condividere una “stessa esperienza di fede”, con l’unico Salvatore e Signore Cristo Gesù. Identificarsi non con la massa, ma con il “singolo”, cioè Gesù Cristo. Il cristianesimo sarà sempre legato da un rapporto di 1 a 1: Io e il Cristo, la chiesa o l’assemblea dei credenti e Cristo. Da questo rapporto di sintesi, nasce il popolo di Dio, il quale è sparso ai quattro canti della terra, che forma la Chiesa che solo Dio conosce, perché essa rimane comunque e sempre invisibile agli occhi e alle istituzioni umane.

Quando si perde di vista questa realtà, allora la chiesa perde la su “sostanza” e diventa per l’appunto: una “istituzione religiosa”, o se preferite di “fede”, ma con essa stiamo a indicare una parola “convenzionale”, che serve per far capire all’altro da quale, “ impasto” la nostra comunità può far parte, non certo quella vera e genuina che nasce nei cuori dei veri credenti e che solo Dio può donare.

Ritornando alla chiesa di Efeso, ci troviamo davanti un’analisi particolare di una singola comunità. Potrebbe fermarsi a essa quello che leggiamo nella Parola di Dio, ma la Parola è sempre una “Parola profetica”, perché essa è capace di superare il momento storico e il contesto per il quale è mandata e arriva fino a noi per parlare ai nostri cuori, nei nostri contesti. Non solo essa ci parla, ma attraverso di essa noi riusciamo a condividere anche la stessa esperienza. In essa leggiamo: “Ai fatto tante cose buone, ma…….”

Efeso era una chiesa in “progresso”, essa si è sviluppata ed è progredita, ma nel suo “progredire” ha tralasciato qualcosa, che per lei non era così importante, tanto da nemmeno accorgersene, ma per Dio era di vitale importanza. La prima riflessione che mi si pone davanti è se: Il progresso di una chiesa può portare al regresso della fede? La perdita della sua forma missionaria iniziale e l’assunzione di una “forma” più istituzionale, il formarsi di un solido gruppo compatto di credenti con le idee abbastanza chiare su quello che bisogna e non bisogna fare, è progresso o regresso spirituale? La chiesa di Efeso, se leggiamo con attenzione, possiede tutti i segni di una chiesa arrivata a un buon livello di “istituzione”. “Sopporta molte cose”, quindi è una comunità ormai forgiata dalle prove del tempo ed è ormai stabile e non più barcollante. Inoltre, ha in sé una salda dottrina, capace di identificare i falsi apostoli. Questo suo progresso è stato la causa della perdita della sua vera sostanza? Io personalmente credo che la risposta è “no”, perché è parte della stessa natura della chiesa, partire da una forma missionaria, essere missione, per poi consolidarsi per diventare una vera e propria chiesa, comunità. Una testimonianza di questo lo troviamo anche nel libro degli atti e dall’esperienza veterotestamentaria. Le prime comunità nascono tutte come piccole missioni, per poi ritrovarsi delle vere e proprie comunità ( vd atti 19) e anche il popolo di Israele, lo stesso ha avuto origine come un popolo nomade, per poi occupare la terra promessa. Ma in modo dialettico la mia risposta è anche “si”, perché l’accentuazione dell’impegno per un tale progresso, come la chiesa che ci è presentata dal testo, ha fatto in modo che si allontanasse, (ha preso le distanze) dal “Primo Amore”. In altre parole, una chiesa che ha l’apparenza ma che ne ha perso la sostanza. Nel testo greco, troviamo l’aggettivo il quale ci dà l’idea di quale amore si sta parlando. Esso ci parla di “ordine”, cioè quello che hai conosciuto per prima. Si definisce quello che è il più antico. Anche ci dà l’idea d’importanza, cioè quello più eccellente, maggiore di tutti gli altri. In sostanza, cosa intendiamo quando diciamo “il primo amore ?” cosa è ? questa è una bella domanda, ci si spendono tante parole intorno a questo tema, a volte concordanti e altre discordanti, ma personalmente, per non perdermi in questo mare di parole ed espressioni, preferisco rimanere legato al testo. L’indicazione che ci dà il testo è: “Ricordati”. Qui la memoria, come nel libro del Deuteronomio, diventa uno strumento, un indicatore, per farci assumere la consapevolezza di aver smarrito qualcosa d’importante. La memoria come agente, non solo in modo soggettivo in un singolo individuo, ma soprattutto, legata al tempo che abbiamo trascorso, una capacità, nelle mani dello Spirito, di rifarci percorrere il tempo che abbiamo già passato per recuperare e vedere “dove siamo caduti”. Uno strumento per arrivare poi al ravvedimento.

Perché noi dimentichiamo? Forse perché molto facilmente ci occupiamo d’altro, e quest’ultimo diventa la nostra unica priorità. Quindi andiamo a sostituire le nostre priorità di “prima”. Perché ci convinciamo che certe cose sono ormai passate, abbiamo bisogno di rimodernarci, corriamo indietro alle novità, rinunciando al vero novum dello Spirito.

Che cosa dimentichiamo? “le opere di prima”, quello che abbiamo fatto al principio. Quello che abbiamo fatto quando non comprendevamo molte cose ma quello che sapevamo era sufficiente per credere, quando non avevamo ancora una dottrina tale da smascherare gli impostori, quando non avevamo un buon locale o una bella chiesa, prima di essere “riconosciuti”, quando eravamo ancora giudicati degli atei e la chiesa doveva nascondersi. Certamente è importante, a questo fare una precisazione e cioè che queste cose senz’altro fanno parte della benedizione di Dio, ma come già ho detto, possono diventare un problema se perdiamo e ci allontaniamo dal primo amore. Se perdiamo quello che abbiamo fatto e ricevuto, quando eravamo guidati solo ed esclusivamente dall’amore, spinti dalla stessa esperienza di grazia. Quando non eravamo ancora capaci di trasmettere e comunicare bene quello che ci era successo, ma la nostra vera testimonianza era solo il nostro “zelo” o “passione”. Quando tutto ci sembrava nuovo e il Signore davvero occupava il primo posto nel nostro cuore ed era la nostra unica priorità. Quando senza troppe domande credevamo veramente alle promesse di Dio.

Allora dobbiamo chiederci in modo franco, esaminando la nostra vita: “Che cosa abbiamo perso lungo il cammino? Che cosa abbiamo trascurato, da cosa ci siamo allontanati? Forse senza renderci conto, quello che abbiamo lasciato nel deserto, è proprio la sostanza della nostra fede. Come Israele,infatti: “cosa lasciò il popolo eletto nel deserto che mai più riuscì a ritrovare?” Per bocca dei profeti, più volte il Signore li rimproverò di questo (Osea 11: Io ti amai quando eri fanciullo). La propria precarietà, li portava a restare aggrappati ogni giorno a Dio, la quale era l’unica vera certezza, così avendo sempre una continua comunione e ricerca di Lui. Cosa oggi noi abbiamo lasciato nel deserto? Personalmente posso dire la comunione personale e delle benedizioni particolari che oggi sono diventate davvero uno sparuto ricordo. Abbiamo abbandonato, forse, lasciatemelo dire, un po’ di “follia” per il Signore, perché solo gli innamorati fanno sempre cose pazze, ma non dimentichiamo che la pazzia del Signore è più della sapienza di questo mondo.

Ognuno di noi è responsabile, verso i neofiti. La domanda che mi pongo è quale idea sto dando o stiamo dando, a loro di Cristo. Paolo poteva dire “imitate me perché io imito Cristo,” essi ricevevano dall’apostolo un buon imprinting, ma da noi che tipo immagine hanno davanti per imitare? Alle nuove conversioni, piacciono i canti, la predicazione, il gruppo dei giovani, la corale, ecc. Questo li rende subito parte della chiesa, ma mi chiedo se mai hanno sentito il cuore vibrare per Cristo. Se mai lo zelo del Signore ha consumato la loro vita. Se oggi ricordando “le loro opere di prima” possono ritrovare quel primo amore, lo riconoscono nella loro conversione o se nei loro ricordi ci sono solo i bei canti, la bella chiesa, il posto nella corale e il predicatore di turno ecc. Siamo responsabili verso le nuove generazioni, non per dargli solo una “bella e buona chiesa”, ma a dimostrare con i fatti che il Signore si serve con zelo e amore, o non si serve. A dimostrare che noi non siamo perfetti, ma se pur sbagliamo, è perché trasportati dallo zelo per il Signore.

Ricordo, che proprio nell’inizio della ma conversione, molte volte non ero capito ma oggi con un po’ di maturità, riconosco che in realtà la mancata comprensione di alcune mie posizioni, da parte degli altri, era dovuto dal fatto che il più delle volte, erano davvero cose improponibili e a volte esagerate ed espresse male. Ma adesso che riesco a farmi capire, un po’ di più, ora che trovo più approvazione intorno a me per le cose che dico, mi chiedo se forse al mio Signore, il quale legge i cuori e non ha bisogno di parole particolare per capire quello che vogliamo dirgli e dire, se forse non erano amate di più a Lui, proprio quelle cose “folli” e “incomprensibili” che dicevo ma soprattutto facevo, perché desideravo piacergli.

Allora lo Spirito “grida” a noi non solo di ricordare, ma di

“ ravvederci”, cioè di prendere atto di quello che ci ha detto e ci ha portato a osservare lungo questo cammino a ritroso. Confessare al Signore, dove siamo caduti, desiderando di cambiare con tutto il nostro cuore, ritornando su alcuni dei nostri passi e recuperare quello che abbiamo perso lungo il nostro cammino.

LA Parola di Dio non è mai mandata a vuoto, realizziamo questo con tutto il nostro cuore. Il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza. Così noi senza rendercene conto, ci allontaniamo da Dio, più di coloro che si dichiarano suoi avversari, perché rimaniamo indifferenti alla sua Parola, impermeabili a essa. Oggi se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori, siamo permeabili, facciamoci trafiggere dalla spada dello Spirito, che essa non sarà a morte ma a vita, e anche se sentiremo la lama che entra, uscirà da noi “fiumi di acqua viva” dalla fessura scavata dalla lama stessa.

Dice il nostro testo: “Ravvediti altrimenti sposterò il tuo candelabro.” Questo ci parla del ministerio della comunità locale per cui essa è stata chiamata. Se non ci ravvediamo, il Signore ad altri darà il compito di essere testimoni della sua gloria, anche nel luogo dove ci troviamo, noi saremo solo una bella istituzione cristiana.

Alla luce della storia della chiesa di Efeso, ci viene di riflettere anche di un’altra realtà, che nel momento poteva sfuggirci e cioè, che solo chi ha serbato il “Primo amore”, rimane in piedi e resiste alle difficoltà e alle prove. La chiesa si trovava nella moderna Turchia, dove oggi è presente la più grande concentrazione di moschee musulmane. Che cosa è restato della testimonianza cristiana della chiesa di Efeso? Forse possiamo pensare che sia stata vinta dalle difficoltà e dalle persecuzioni.

Le istituzioni crollano, le religioni si frantumano con le loro cattedrali, ma chi serba il primo amore, non sarà mai distrutto e rimarrà fino alla fine.

1 dicembre 2010

VEGLIARE PER AMARE IL SIGNORE


GIOSUÈ 23:11


Vegliate dunque attentamente su voi stessi, per amare il SIGNORE, il vostro Dio.










SCHEMA E CORPO DEL TESTO:



Il contesto del verso che ci troviamo davanti è certamente quello di un libro del primo Testamento, il quale trova nella tradizione cristiana una collocazione che non rispecchia, in qualche modo, quella della Bibbia ebraica. Infatti, il libro di Giosuè, nelle nostre Bibbie è catalogato tra i libri storici, perché gli si riconosce un valore e un’argomentazione, per l’appunto, storico-sociale; mentre nella Bibbia ebraica, esso fa parte della cosiddetta raccolta dei nav’im (profeti). L’idea del profetismo nell’antico Israele si distacca, in un certo modo, da quella che a noi è più familiare, non staremo qui a evidenziare tali differenze, ma ci basti sapere che quello che interessava al nav’im era: “Parlare secondo una visione di Dio e da Dio”. Certamente il libro di Giosuè, com’è definito da qualche studioso e personalmente ne sposo la definizione, almeno perché mi suona molto simpatica, è una specie di catasto della terra promessa. Un catasto particolare, perché mai Israele ha posseduto tutti quei territori che ci sono elencati nel libro, ma è un catasto ideale, una specie di “visione”, una speranza, che ancora si cerca il proprio adempimento

Questa ultima affermazione già ci introduce nel mondo dei nav’im, perché si parla di visione e di speranza. Gli ultimi capitoli del libro sottolineano in modo molto evidente questa dimensione, che tra guerre e accatastamenti, può sfuggirci. In questi ultimi capitoli, la narrazione o il racconto, lascia il posto al “discorso”. Infatti, troviamo in questi ultimi capitoli il discorso ultimo di Giosuè ai capi del popolo e al popolo. Qui il condottiero cede il posto al nav’im, colui “che parla secondo Dio”. Il verso che andiamo a meditare, nasce in un tale contesto, fa parte del discorso “dell’uomo di Dio” e non più semplicemente del condottiero, quindi esso assume una veste quasi di “sacralità”, perché attraverso di lui, possiamo dedurre il “consiglio del Signore”.

Il discorso di Giosuè si svolge dopo la vittoria. Il capitolo 23 esordisce evidenziando che queste parole furono dette: «molto tempo dopo che il Signore ebbe dato riposo a Israele liberandolo da tutti i nemici.». Quello che ci sorprende, da questi discorsi, è che non sono discorsi autocelebrativi, per esaltare la vittoria ottenuta, ma tutt’altro, essi hanno parole di avvertimento e di raccomandazione. Infatti, come inizia il nostro verso: Vegliate. Questo è un po’ la sintesi e il filo rosso di tutti i discorsi di Giosuè, la causa per cui è vincolata la benedizione e la maledizione di Dio. Il lietiv-motiv per la vittoria e la sconfitta, l’acquisizione o la perdita delle promesse di Dio per Israele.

La prima cosa che noi possiamo dedurre da quello che fino in questo momento abbiamo detto e che “la vittoria può essere pericolosa e dannosa come la sconfitta, anzi addirittura di più”. Alla luce dei profeti e quindi anche del libro di Giosuè, la rovina di Israele ha inizio subito dopo la sua “vittoria”, dopo aver ottenuto l’adempimento della “promessa della terra”. Questo perché, il popolo si sente ormai arrivato. Aver ottenuto quello che cercavano, li portò in una condizione di “pigrizia spirituale”, non avevano più bisogno di cercare Dio, non avevano bisogno di cercare e realizzare le altre promesse di Dio e soprattutto; persero di vista quella più importante di tutte, senza la quale tutte le altre vengono meno e decadono, cioè: “Io sarò con voi”. Il popolo si inorgoglì, finalmente conquistata la terra promessa, possono essere alla pari di tutti i popoli, se non ancora più grandi. Nei discorsi che ci troviamo davanti, in realtà nei vari avvertimenti e raccomandazioni, tra le righe già ci si può leggere, anche senza andare troppo tra le righe, la denuncia di questa condizione di “staticità”, la mancanza di relazione con Dio che è e sarà la causa di tutte le sciagure di Israele, la mancata ricerca della promessa, quella più importante, quella di presenza, di partecipazione di Dio, nella vita e nel mezzo del popolo.

Dopo questa breve introduzione, vogliamo calarci e soffermarci sul verso che c’è proposto dall’autore biblico. Come abbiamo detto la chiave ermeneutica del verso è il verbo “vegliare”, il quale subito ci apre l’orizzonte a tante interpretazione e a un campo semantico molto preciso, che è legato a quello religioso e militare.

La prima cosa che mi viene in mente, a sentire il verbo vegliare è lo stare svegli. Infatti, se dormiamo, non possiamo vegliare. Allora per vegliare bisogna avere tutti i sensi attenti. Dobbiamo guardare, sentire, odorare e toccare. Dobbiamo essere pronti a dare l’allarme, quindi capaci di camminare, correre e soprattutto di afferrare e usare le mani. Una chiesa che è assonnata, sicuramente non può vegliare, perché non ha le caratteristiche di chi è sveglio. Non riesce a vedere il “pericolo”, non riesce ad ascoltare i consigli o le voci avverse che persuadono al male, non riesce ad accorgersi di “sapori” strani e di cibi velenosi, ma soprattutto è paralizzata dal sonno e non può intervenire davanti al pericolo. Allora la prima esortazione che ci viene da parte dello Spirito, è quella che troviamo nei Salmi, ma che ribadisce lo stesso apostolo Paolo: «risvegliati tu che dormi». .

Come possiamo risvegliaci? Solo lo Spirito è capace di fare ciò attraverso la sua potenza. Il giorno della pentecoste, il gruppo riunito insieme, ebbe una carica tale da non riuscire più a tacere, a stare nascosti e a dormire, ma dovette uscire. Una sveglia “incredibile”, “miracolosa” che scuote l’anima fino ad arrivare a coinvolgere tutto il nostro essere. Solo questa potenza è capace di distogliere la Chiesa dal proprio torpore. A risvegliare ognuno di noi, da una vita assonnata e ben adagiata sui letti della nostra religiosità. Senza dimenticare che se lo Spirito ci desta dal sonno, è il nostro servizio che ci tiene, attraverso lo stesso Spirito, sempre svegli. Altrimenti, come le dieci vergini, ci riaddormenteremo dopo qualche ora.

Lo strumento più eccellente per vegliare è la preghiera. Esso è sempre necessario, nei momenti belli e nei momenti brutti. Anche attraverso un’analisi semantica del termine, ci accorgeremmo come ben presto, sopra tutto nel secondo Testamento, il verbo è usato come sinonimo di pregare. Infatti, sempre Paolo nelle sue epistole lo usa più volte con questa valenza particolare.

Ma qual è la città o il campo su cui vegliare? In realtà la risposta è quasi scontata, ma spesso e volentieri la dimentichiamo. La risposta è: “Il nostro cuore”. Ma il verso in esame, ci dà uno specifico fine per il nostro servizio da “vigilanti”. Dobbiamo vegliare «per amare il Signore». Un servizio di guardia ben attento, affinché non ci sia niente che possa impedirci di adempiere questa “suprema vocazione e passione”, quella di amare Dio con tutto noi stessi. Niente che possa venire dall’esterno, ma assicurarci anche che non ci sia niente che possa provenire dall’interno.

Da quest’ultima prospettiva, allora il vegliare diventa anche sinonimo di introspezione, cioè: assume, partendo dell’esperienza del singolo con Dio, un valore che possiamo dire quasi esistenzialista, perché diventa un modo per indicare al credente una particolare ricerca in se stesso e di se stesso, ma non rispetto agli altri o in relazione con il mondo ma rispetto e in relazione con quello che di Dio noi possiamo esperire. In parole povere, volendo usare parole di un testo biblico, il vegliare in questa nuova prospettiva, diventa “l’assicurare la propria vita davanti a Dio”.

Lo strumento, anche per questo è la preghiera, accompagnata con il relazionarsi con chi condivide con noi la stessa esperienza di fede. Ma il metodo come dice qualcuno, in realtà è “il disperarsi”. Purtroppo questa parola, oggi assume dei significati, i quali ci rimandano a sensazioni e sentimenti molto negativi e da combattere. In realtà quello che intendo trasmetter, è la capacità dell’uomo di poter trovare se stesso, non con un atteggiamento di spavalderia, attraverso quello che egli vuole diventare o è diventato. L’uomo e il credente, non riuscirà mai a trovare se stesso, attraverso la convinzione di essere qualcuno o di essere arrivato. In realtà noi possiamo solo essere quello che non siamo e siamo quello che non vogliamo essere. Una scelta di essere quello che si diventato, ci porta ad apparire, a rendere visibile quello che noi vogliamo essere ma a non a quello che siamo veramente. La disperazione allora non diventa la perdita di tutte le speranze, ma solo la cessazione di tutte le nostre certezze naturali e create da quello, che siamo diventati. Il disperarsi quindi e mettersi in discussione con noi stessi, in relazione a quello che noi vogliamo in realtà trovare. Non è assolutamente sentirsi accusati, ma nello stesso tempo chiedere il perdono, per quello che in realtà non si è ancora o che si è, rispetto a qualcosa più grande di noi, che non vogliamo essere, ma desideriamo ricevere e compiacere. Allora il disperarsi è il dubbio dell’anima, perché ci mette in discussione, per poter poi arrivare a essere quello che siamo veramente, cioè spirito e personalità. Ritornando al discorso iniziale, il credente si dispera perché si accorge, vegliando sul suo cuore, che non ama abbastanza il suo Signore, questa è la sua vera identità, non un eroe della fede, ma un amante mancante. Egli è quello che in realtà non vuole essere, è colui che cerca Dio. Egli non è come coloro, che non disperandosi, non lo cercano e vivono in un continuo essere quello che vogliono apparire. “Vegliate per amare il Signore”, allora io mi assicuro presso Dio disperandomi, perché riconosco di non amarlo abbastanza, questa è la mia reale identità, comprendo solo così il bisogno di una conversione o di un risveglio, cioè di cambiare, non per quello che “io” voglio essere, ma per quello che desidero in relazione al Signore e che non sono ancora. Eliminare, distruggere quello che mi fa essere un amante frivolo, e cercare Dio stesso, per essere quello che non sono e che mai avrei pensato che sarebbe stato possibile essere. Solo in questo modo l’uomo può conoscere se stesso, in un paradosso, perché la disperazione ha inizio nel momento che si sente il bisogno di liberarsi da se stesso, ma l’uomo per liberarsi da “me” deve prima conoscere il suo “io”, solo quando lo ha conosciuto veramente, solo allora potrà liberarsi da se stesso, ma non per essere un altro ma per essere quello che in realtà originariamente è stato, un uomo che ama il suo Signore con tutto se stesso. Noi vogliamo sfuggire alla disperazione, perché vogliamo essere solo quello che vogliamo, ma abbiamo paura di conoscere veramente quello che siamo. Impariamo ad amare veramente con tutto noi stessi. Anche il Cristo non si sottrasse a questo “metodo”, nel Ghetsamani egli provò l’angoscia e per conoscere quello che realmente era, nel suo disperarsi pregò dicendo: “La tua volontà non la mia sia fatta”. Così facendo si abbandonò a quello che non gli apparteneva ancora, quindi riconosce che non era (se fosse possibile, allontana da me questo calice), ma quello che non era lo rende ancora di più quello che è, il Figlio che si lascia nelle mani del Padre.

Continuando per questa strada, a questo punto mi sono chiesto, se la nostra mancata vigilanza, non sia dovuta al fatto che: “Non abbiamo niente di importante da vigilare” o “custodire”. Casa abbiamo di tanto importante per essere vigilanti? La nostra superficialità forse è dovuta proprio dal fatto di non avere niente nel nostro cuore, che valga realmente la pena di custodire.

Israele cosa aveva d’importante per essere vigilanti? La terra promessa, la famiglia, il culto di YHWH, la legge il tempio? Non si resero conto che queste cose non erano le cose più importanti. Infatti, quello su cui vigilare «con tutta la forza» è l’amore per il Signore. Non assicurandosi di questa realtà hanno perso tutto il resto. Non credo che molte volte la nostra vita sia tanto diversa, anche noi forse ci assicuriamo di tante cose ma dimentichiamo di sincerarci se amiamo veramente il Signore, che tanto decantiamo e diciamo di amare.

Nel secondo Testamento, vegliare diventa: lo stare svegli. L’essere pronti. Essere preparati. Alla luce di queste parabole, il verbo assume soprattutto una dimensione escatologica, il lietiv-motiv dell’attesa del regno di Dio. L’azione, la qualità, senza la quale non potremmo entrare nel Regno tanto desiderato e preparato per noi. La metafora più ricorrente è quella delle guardie, per darci un’idea della “vigilanza”, soprattutto nel primo Testamento. Si pensa che in ebraico, il sostantivo “guardia” ha le stesse radicali del verbo “vigilare” e quindi deriva dal verbo stesso. Il compito delle guardie era di vigilare, cioè quello di dare l’allarme, non certo di scendere da soli a combattere. Allora “gridiamo, facciamo squillare le trombe dei nostri cuori, non solo perché abbiamo vinto, ma perché riconosciamo che ci troviamo in pericolo. Possiamo svegliarci, desiderando con tutto il nostro cuore, l’intervento di Dio, colui che combatterà per noi.

Credo personalmente che oggi sia il tempo che la Chiesa di Dio, faccia squillare le sue trombe, come mai ha fatto nella sua storia, affinché possa avere la consapevolezza di “essere sotto assedio”, in “pericolo”. Il Signore è pronto a combattere per noi e vincere, ma se solo noi suoniamo l’allarme. Certo il Signore, non è colui che dorme, ma vuole sentire lo squillo delle nostre trombe, che danno l’allarme. Molte volte la chiesa dà voce alle trombe, per cantare delle vittorie, che in realtà non sono altro che segni di una momentanea tregua, una tregua che è atta solo a distrarci dai veri pericoli che incombono, per non farci rendere conto del pericolo imminente per suonare l’allarme. Ho sentito tanti predicatori che sono come queste ultime trombe, che con la loro idea di prosperità e di successo, stordiscono le orecchie e coprono gli occhi della chiesa. Io voglio essere prima sulla mia vita e poi per la mia chiesa, “una vedetta”, che è sempre pronta a suonare l’allarme. Affinché possa sincerarmi che la mia chiesa, ma soprattutto il mio cuore ami con tutto se stesso il mio Salvatore e Signore. Così facendo, non correndo il pericolo di essere vinto, ma essere in Colui che può ogni cosa: più che vincitore.