29 dicembre 2010

RICORDATI.....RAVVEDITI


APOCALISSE: 2, 1 a 5


«All'angelo della chiesa di Efeso scrivi:

Queste cose dice colui che tiene le sette stelle nella sua destra e cammina in mezzo ai sette candelabri d'oro:Io conosco le tue opere, la tua fatica, la tua costanza; so che non puoi sopportare i malvagi e hai messo alla prova quelli che si chiamano apostoli ma non lo sono e che li hai trovati bugiardi. So che hai costanza, hai sopportato molte cose per amor del mio nome e non ti sei stancato. Ma ho questo contro di te: che hai abbandonato il tuo primo amore. Ricorda dunque da dove sei caduto, ravvediti, e compi le opere di prima; altrimenti verrò presto da te e rimoverò il tuo candelabro dal suo posto, se non ti ravvedi



DI: Nicola Palmieri

SCHEMA E CORPO DEL TESTO

Il capitolo 2 dell’apocalisse ci propone un’attenta analisi di alcune chiese dell’Asia, intorno alla fine del primo secolo. Ci troviamo in un momento storico del cristianesimo sostanziale; infatti, lo scrittore, attraverso l’analisi e l’esortazione che ci sono presentate sulle chiese, testimonia il passaggio del cristianesimo, da una forma primordiale, cioè quella missionaria, in una in cui si comincia a intravedere una certa istituzionalizzazione. In parole povere, il cristianesimo passa dalla sua forma missionaria a una di una vera chiesa, con tutte le connotazioni che siamo abituati a dare oggi a questa parola. Credo, anzi sicuramente, la Storia ha aggiunto altre caratteristiche e peculiarità a una tale struttura per farla essere quello che è oggi, ma sicuramente già nel primo secolo, ci ritroviamo una forma ecclesiastica ben organizzata e che si preparava a ricevere la sua completa istituzionalizzazione.

Certamente bisogna tener conto, quando andiamo a parlare di questi argomenti, di chi ne parla. Un esame sociologico del fenomeno religioso, senz’altro va a esaminare il rapporto delle chiese locali con la situazione in cui nascono, mentre se a esaminare un tale fenomeno, magari è un teologo, magari fortemente confessionale, l’esame forse non riguarderà esclusivamente al rapporto con il contesto in cui sorge, ma soprattutto, il suo rapporto tra dottrina e teologia e a quale idea di essere chiesa essa s’ispira, qual è il modello del nuovo Testamento che ci si è immedesimati, ecc. Quindi un’analisi di tale cose, cambia prospettiva, in base a quello che noi vogliamo cercare e chi è a fare la ricerca.

Oggi si parla tanto di secolarizzazione e addirittura di desecolarizzazione. Cioè, del fenomeno, secondo il quale, l’uomo moderno, preso da altro, non ha più tempo per il sacro, rilegando tale rapporto nella propria intimità. Non trovando spazio per esercitare la propria fede in ambienti e luoghi dedicati a questo scopo, le scelte e i comportamenti dell’uomo secolarizzato, sono tutti ispirati da principi laici, concedendo alla vita religiosa, solo una piccola parte interiorizzata del proprio essere. In parole povere, l’essere religioso diventa un fatto strettamente privato. Mentre, altri studiosi, anche grazie all’avanzare dell’islam in occidente e ad alcuni movimenti di risveglio tra i quali il “pentecostalesimo”, stanno smentendo quest’analisi della realtà odierna, anzi si cominciano a pensare non più a una secolarizzazione, ma di risposta a un processo inverso, cioè alla desecolarizzazione, un ritorno dell’essere religioso e della religione stessa, fortemente nella vita pubblica ed essa non è più un fatto esclusivamente personale, ma influenza l’uomo in tute le sue scelte.

Ritornando al testo che abbiamo davanti, possiamo renderci conto che allo Spirito, forse non interessa, almeno in questo momento, questo tipo di analisi, ma tutt’altro. Egli indaga la sostanza di ogni chiesa, cioè il rapporto con il Signore che ognuna ha o che ha perso. La prima cosa che ci salta davanti, di quest’analisi, anche alla luce di quello che abbiamo detto e che, Gesù è il Signore di ogni singola “comunità” e ogni “assemblea” è parte della Chiesa di Dio. Non troviamo un’analisi generalizzata e accomunante delle chiese, ma per ogni singola assemblea ha qualcosa di diverso da riferire e far notare. Per tanti, il cristianesimo è diventato un modo per identificare il popolo e le masse, ma questo non è quello che considera lo Spirito. Per Dio noi rimaniamo soli davanti a Lui. L’essere cristiani non è uniformarsi in una massa di gente o identificarsi in un’istituzione ecclesiastica e religiosa. Essere cristiani è condividere una “stessa esperienza di fede”, con l’unico Salvatore e Signore Cristo Gesù. Identificarsi non con la massa, ma con il “singolo”, cioè Gesù Cristo. Il cristianesimo sarà sempre legato da un rapporto di 1 a 1: Io e il Cristo, la chiesa o l’assemblea dei credenti e Cristo. Da questo rapporto di sintesi, nasce il popolo di Dio, il quale è sparso ai quattro canti della terra, che forma la Chiesa che solo Dio conosce, perché essa rimane comunque e sempre invisibile agli occhi e alle istituzioni umane.

Quando si perde di vista questa realtà, allora la chiesa perde la su “sostanza” e diventa per l’appunto: una “istituzione religiosa”, o se preferite di “fede”, ma con essa stiamo a indicare una parola “convenzionale”, che serve per far capire all’altro da quale, “ impasto” la nostra comunità può far parte, non certo quella vera e genuina che nasce nei cuori dei veri credenti e che solo Dio può donare.

Ritornando alla chiesa di Efeso, ci troviamo davanti un’analisi particolare di una singola comunità. Potrebbe fermarsi a essa quello che leggiamo nella Parola di Dio, ma la Parola è sempre una “Parola profetica”, perché essa è capace di superare il momento storico e il contesto per il quale è mandata e arriva fino a noi per parlare ai nostri cuori, nei nostri contesti. Non solo essa ci parla, ma attraverso di essa noi riusciamo a condividere anche la stessa esperienza. In essa leggiamo: “Ai fatto tante cose buone, ma…….”

Efeso era una chiesa in “progresso”, essa si è sviluppata ed è progredita, ma nel suo “progredire” ha tralasciato qualcosa, che per lei non era così importante, tanto da nemmeno accorgersene, ma per Dio era di vitale importanza. La prima riflessione che mi si pone davanti è se: Il progresso di una chiesa può portare al regresso della fede? La perdita della sua forma missionaria iniziale e l’assunzione di una “forma” più istituzionale, il formarsi di un solido gruppo compatto di credenti con le idee abbastanza chiare su quello che bisogna e non bisogna fare, è progresso o regresso spirituale? La chiesa di Efeso, se leggiamo con attenzione, possiede tutti i segni di una chiesa arrivata a un buon livello di “istituzione”. “Sopporta molte cose”, quindi è una comunità ormai forgiata dalle prove del tempo ed è ormai stabile e non più barcollante. Inoltre, ha in sé una salda dottrina, capace di identificare i falsi apostoli. Questo suo progresso è stato la causa della perdita della sua vera sostanza? Io personalmente credo che la risposta è “no”, perché è parte della stessa natura della chiesa, partire da una forma missionaria, essere missione, per poi consolidarsi per diventare una vera e propria chiesa, comunità. Una testimonianza di questo lo troviamo anche nel libro degli atti e dall’esperienza veterotestamentaria. Le prime comunità nascono tutte come piccole missioni, per poi ritrovarsi delle vere e proprie comunità ( vd atti 19) e anche il popolo di Israele, lo stesso ha avuto origine come un popolo nomade, per poi occupare la terra promessa. Ma in modo dialettico la mia risposta è anche “si”, perché l’accentuazione dell’impegno per un tale progresso, come la chiesa che ci è presentata dal testo, ha fatto in modo che si allontanasse, (ha preso le distanze) dal “Primo Amore”. In altre parole, una chiesa che ha l’apparenza ma che ne ha perso la sostanza. Nel testo greco, troviamo l’aggettivo il quale ci dà l’idea di quale amore si sta parlando. Esso ci parla di “ordine”, cioè quello che hai conosciuto per prima. Si definisce quello che è il più antico. Anche ci dà l’idea d’importanza, cioè quello più eccellente, maggiore di tutti gli altri. In sostanza, cosa intendiamo quando diciamo “il primo amore ?” cosa è ? questa è una bella domanda, ci si spendono tante parole intorno a questo tema, a volte concordanti e altre discordanti, ma personalmente, per non perdermi in questo mare di parole ed espressioni, preferisco rimanere legato al testo. L’indicazione che ci dà il testo è: “Ricordati”. Qui la memoria, come nel libro del Deuteronomio, diventa uno strumento, un indicatore, per farci assumere la consapevolezza di aver smarrito qualcosa d’importante. La memoria come agente, non solo in modo soggettivo in un singolo individuo, ma soprattutto, legata al tempo che abbiamo trascorso, una capacità, nelle mani dello Spirito, di rifarci percorrere il tempo che abbiamo già passato per recuperare e vedere “dove siamo caduti”. Uno strumento per arrivare poi al ravvedimento.

Perché noi dimentichiamo? Forse perché molto facilmente ci occupiamo d’altro, e quest’ultimo diventa la nostra unica priorità. Quindi andiamo a sostituire le nostre priorità di “prima”. Perché ci convinciamo che certe cose sono ormai passate, abbiamo bisogno di rimodernarci, corriamo indietro alle novità, rinunciando al vero novum dello Spirito.

Che cosa dimentichiamo? “le opere di prima”, quello che abbiamo fatto al principio. Quello che abbiamo fatto quando non comprendevamo molte cose ma quello che sapevamo era sufficiente per credere, quando non avevamo ancora una dottrina tale da smascherare gli impostori, quando non avevamo un buon locale o una bella chiesa, prima di essere “riconosciuti”, quando eravamo ancora giudicati degli atei e la chiesa doveva nascondersi. Certamente è importante, a questo fare una precisazione e cioè che queste cose senz’altro fanno parte della benedizione di Dio, ma come già ho detto, possono diventare un problema se perdiamo e ci allontaniamo dal primo amore. Se perdiamo quello che abbiamo fatto e ricevuto, quando eravamo guidati solo ed esclusivamente dall’amore, spinti dalla stessa esperienza di grazia. Quando non eravamo ancora capaci di trasmettere e comunicare bene quello che ci era successo, ma la nostra vera testimonianza era solo il nostro “zelo” o “passione”. Quando tutto ci sembrava nuovo e il Signore davvero occupava il primo posto nel nostro cuore ed era la nostra unica priorità. Quando senza troppe domande credevamo veramente alle promesse di Dio.

Allora dobbiamo chiederci in modo franco, esaminando la nostra vita: “Che cosa abbiamo perso lungo il cammino? Che cosa abbiamo trascurato, da cosa ci siamo allontanati? Forse senza renderci conto, quello che abbiamo lasciato nel deserto, è proprio la sostanza della nostra fede. Come Israele,infatti: “cosa lasciò il popolo eletto nel deserto che mai più riuscì a ritrovare?” Per bocca dei profeti, più volte il Signore li rimproverò di questo (Osea 11: Io ti amai quando eri fanciullo). La propria precarietà, li portava a restare aggrappati ogni giorno a Dio, la quale era l’unica vera certezza, così avendo sempre una continua comunione e ricerca di Lui. Cosa oggi noi abbiamo lasciato nel deserto? Personalmente posso dire la comunione personale e delle benedizioni particolari che oggi sono diventate davvero uno sparuto ricordo. Abbiamo abbandonato, forse, lasciatemelo dire, un po’ di “follia” per il Signore, perché solo gli innamorati fanno sempre cose pazze, ma non dimentichiamo che la pazzia del Signore è più della sapienza di questo mondo.

Ognuno di noi è responsabile, verso i neofiti. La domanda che mi pongo è quale idea sto dando o stiamo dando, a loro di Cristo. Paolo poteva dire “imitate me perché io imito Cristo,” essi ricevevano dall’apostolo un buon imprinting, ma da noi che tipo immagine hanno davanti per imitare? Alle nuove conversioni, piacciono i canti, la predicazione, il gruppo dei giovani, la corale, ecc. Questo li rende subito parte della chiesa, ma mi chiedo se mai hanno sentito il cuore vibrare per Cristo. Se mai lo zelo del Signore ha consumato la loro vita. Se oggi ricordando “le loro opere di prima” possono ritrovare quel primo amore, lo riconoscono nella loro conversione o se nei loro ricordi ci sono solo i bei canti, la bella chiesa, il posto nella corale e il predicatore di turno ecc. Siamo responsabili verso le nuove generazioni, non per dargli solo una “bella e buona chiesa”, ma a dimostrare con i fatti che il Signore si serve con zelo e amore, o non si serve. A dimostrare che noi non siamo perfetti, ma se pur sbagliamo, è perché trasportati dallo zelo per il Signore.

Ricordo, che proprio nell’inizio della ma conversione, molte volte non ero capito ma oggi con un po’ di maturità, riconosco che in realtà la mancata comprensione di alcune mie posizioni, da parte degli altri, era dovuto dal fatto che il più delle volte, erano davvero cose improponibili e a volte esagerate ed espresse male. Ma adesso che riesco a farmi capire, un po’ di più, ora che trovo più approvazione intorno a me per le cose che dico, mi chiedo se forse al mio Signore, il quale legge i cuori e non ha bisogno di parole particolare per capire quello che vogliamo dirgli e dire, se forse non erano amate di più a Lui, proprio quelle cose “folli” e “incomprensibili” che dicevo ma soprattutto facevo, perché desideravo piacergli.

Allora lo Spirito “grida” a noi non solo di ricordare, ma di

“ ravvederci”, cioè di prendere atto di quello che ci ha detto e ci ha portato a osservare lungo questo cammino a ritroso. Confessare al Signore, dove siamo caduti, desiderando di cambiare con tutto il nostro cuore, ritornando su alcuni dei nostri passi e recuperare quello che abbiamo perso lungo il nostro cammino.

LA Parola di Dio non è mai mandata a vuoto, realizziamo questo con tutto il nostro cuore. Il contrario dell’amore non è l’odio, ma l’indifferenza. Così noi senza rendercene conto, ci allontaniamo da Dio, più di coloro che si dichiarano suoi avversari, perché rimaniamo indifferenti alla sua Parola, impermeabili a essa. Oggi se udite la sua voce, non indurite i vostri cuori, siamo permeabili, facciamoci trafiggere dalla spada dello Spirito, che essa non sarà a morte ma a vita, e anche se sentiremo la lama che entra, uscirà da noi “fiumi di acqua viva” dalla fessura scavata dalla lama stessa.

Dice il nostro testo: “Ravvediti altrimenti sposterò il tuo candelabro.” Questo ci parla del ministerio della comunità locale per cui essa è stata chiamata. Se non ci ravvediamo, il Signore ad altri darà il compito di essere testimoni della sua gloria, anche nel luogo dove ci troviamo, noi saremo solo una bella istituzione cristiana.

Alla luce della storia della chiesa di Efeso, ci viene di riflettere anche di un’altra realtà, che nel momento poteva sfuggirci e cioè, che solo chi ha serbato il “Primo amore”, rimane in piedi e resiste alle difficoltà e alle prove. La chiesa si trovava nella moderna Turchia, dove oggi è presente la più grande concentrazione di moschee musulmane. Che cosa è restato della testimonianza cristiana della chiesa di Efeso? Forse possiamo pensare che sia stata vinta dalle difficoltà e dalle persecuzioni.

Le istituzioni crollano, le religioni si frantumano con le loro cattedrali, ma chi serba il primo amore, non sarà mai distrutto e rimarrà fino alla fine.

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