20 marzo 2010

MISSIONE E ISTITUZIONE




Atti1:6 a 8

Quelli dunque che erano riuniti gli domandarono: «Signore, è in questo tempo che ristabilirai il regno a Israele?»

Egli rispose loro: «Non spetta a voi di sapere i tempi o i momenti che il Padre ha riservato alla propria autorità.

Ma riceverete potenza quando lo Spirito Santo verrà su di voi, e mi sarete testimoni in Gerusalemme, e in tutta la Giudea e Samaria, e fino all'estremità della terra».



PALMIERI NICOLA : SERMONE PREDICATO ALL’ASSEMBLEA DI SCAMPIA IL “07/03/2010”



SCHEMA E CORPO DEL TESTO



IL libro degli Atti, molte volte ci viene presentato come un libro storiografico. Molte volte ci viene detto che è la prima vera storiografia della prima chiesa cristiana. Per dar valore a questo, molte volte viene usato proprio come un testo storiografico. Un vademecum, della storia della chiesa, tanto da prendere cosi alla lettera gli avvenimenti che vengono raccontati, che alcune comunità di credenti, trasformano la lettura di esso, in una pura e semplice emulazione, senza capirne il messaggio e “La Parola” che vuole in realtà trasmetterci.

In realtà, a parer mio, sarebbe molto più plausibile, alla luce dell’intero contesto neo-testamentario, approcciarsi ad esso, più che come uno scritto storico, anche se è innegabile il suo tentativo di narrare una storia, partendo da fonti più o meno attendibili; come se fosse una “predicazione sull’idea di come deve essere la chiesa e il suo operare.

In realtà in esso possiamo cogliere, più che gli aspetti di una vera e propria storicità della prima cristianità, l’aspetto di un’ideale di chiesa, che ci viene presentato alla luce della rivelazione dell’intero canone delle scritture. Una chiesa ideale, possiamo dire, che nasce e cresce per opera della Spirito. Quest’ultimo credo che sia in realtà il grande messaggio e la grande sfida che ancora oggi parla al cuore dei credenti. Lo Spirito che agisce, che opera che costruisce e istituisce la “Chiesa di Dio”.

Esso ci parla di un tempo-nuovo, il tempo dello Spirito.

Un Tempo nuovo, in quanto l’ azione dello Spirito si rivela come un novum nella Storia dell’intera umanità. Essa si rivela ed esce allo scoperto proprio attraverso la Chiesa di Dio.

Un novum, non una novitàs. Le novità sono le mode e gli ideali degli uomini, che stimolano la curiosità del tempo, affascinano le fantasie del momento, ma poi nella sostanza si ripetono e diventano subito qualcosa di già visto e vissuto, da mettere da parte.

Il novum dello Spirito è ciò che realmente mancava ed era necessario alla Storia e all’uomo. Ciò che và a completare l’opera ma nello stesso tempo apre nuovi orizzonti verso nuove promesse e attese.

Lo scritto degli Atti, risponde a tutte queste domande, si inserisce in modo continuativo e non sostitutivo ai discorsi e all’annuncio degli evangeli.

In esso, come del resto in tutti gli scritti neo-testamentari, troviamo una tensione, che è il fulcro dei versi che teniamo qui davanti. Una tensione che è quella dell’imminente parusia e il suo ritardo. Un’escatologia che viene annunciata ma che tarda a compiersi. Negli evangeli ci sono domande e risposte simili da parte di Gesù. La domanda è “in quale tempo verrà”.

L’attesa , la speranza è uno degli elementi fondanti della fede cristiana. Senza di essa la nostra fede diventerebbe puro idealismo e filantropia.

Ma l’attesa e la speranza non deve immobilizzarci in un imminente adempimento, che rende il presente statico e la missione e il mandato, quanto l’istituzione della chiesa di Dio, superflua per non dire inutile.

La risposta del Signore, è qualcosa di glorioso. Essa risolve la tensione che c’è tra il già e il non-ancora. Essa risolve tutte le questioni e i dubbi di una parusia mancata, inserendo il concetto e la rivelazione di una parusia nuova, o meglio non come l’uomo poteva intendere. Ma andiamo per gradi.

La risposta del Cristo ,questa volta rispetto a quella data nei vangeli, ha in se una nuova componente, cioè non più soltanto un rimando ad un’attesa escatologica, ma ci parla di un’opera che verrà o meglio viene fatta nel loro e nel nostro presente. Non a noi né a loro è di sapere i tempi della “restaurazione di Israele”, ma intanto tra ieri e domani c’è l’oggi. Tra ciò che è stato e tra quello che sarà c’è ora. Il tempo presente, che è un tempo d’attesa, ma è anche il “tempo dello Spirito”, che forma e istituisce la “chiesa di Dio”. Il tempo dello Spirito che ora si rivela come tempo della Chiesa.

Bisogna qui chiarire, che l’opera dello Spirito non è un’invenzione del libro degli Atti nel giorno della pentecoste

Tutta la Storia dell’umanità fino dai suoi albori è in essa rilevabile la Sua opera. In tutta la Bibbia, dalla prima a l’ultima pagina troviamo la presenza dello Spirito (questo meriterebbe approfondimento ma non c’è tempo). Ma lo Spirito che si rivelava nella vita di un singolo: profeta, re, giudice, patriarca; che si rivelava nelle vicende del popolo eletto (Israele) e che si è rivelato nella persona di Gesù il Cristo; ora si rivela attraverso una comunità di credenti, accomunati dalla fede in Cristo quale figlio di Dio e Signore e da un’unica esperienza quella dello Spirito che formano la Chiesa di Dio. La sua rivelazione non si ha attraverso le azioni di un singolo uomo o popolo, ma attraverso le azioni e lo svolgersi degli eventi della chiesa.

Allora, il tempo dell’attesa del futuro di Dio, diventa il tempo dell’azione della Chiesa, in quanto azione dello Spirito.

In questo modo la tensione viene risolta e trova nella promessa del Risorto, una nuova parusia.

La venuta dello Spirito, non è soltanto la forza per agire nel presente, ma è testimonianza del Cristo Risorto e glorificato, e che attraverso lo Spirito è in mezzo alla sua chiesa. Colui che viene, è presente attraverso l’adempimento dello Spirito. Quindi lo Spirito in questo assume anche il suo messaggio di speranza escatologica, cioè Egli è la testimonianza del Cristo glorificato in quanto resuscitato dai morti ed è certezza nei cuori di coloro che fanno esperienza con Lui, del ritorno e del futuro di Dio, promesso e che sta per venire. La potenza dello Spirito ci rende testimoni e custodi si tale speranza nei popoli e nel mondo.

Allora l’opera di pentecoste si inserisce in un contesto molto più ampio della venuta dello Spirito, in quanto essa non è l’improvvisa manifestazione di un evento (come forse qualcuno credeva ho a creduto), ma è il completamento e l’adempimento che trova riscontro nelle promesse veterotestamentarie e in Gesù stesso. L’evento di pentecoste si inserisce come tappa del disegno divino dello Spirito e nello stesso tempo come punto di inizio di un tempo-nuovo che lo Spirito si manifesta attraverso la chiesa. Un tempo che molti definiscono escatologico, in quanto tempo ultimo, in quanto va a completare l’intero disegno di Dio prima della sua venuta.

Lo Spirito è colui che è venuto ma nello stesso tempo è colui che viene. Cioè Egli è colui che ha adempiuto la promessa del Cristo, nel tempo e in ogni momento della sua chiesa. Non è legato nella chiesa, ne tantomeno dagli uomini, anche se di Dio, ma Egli è libero in quanto possiede la sovranità di Dio, ma è sempre in movimento. Un movimento circolare, di colui che viene per poi attraverso la sua venuta ritornare e portare con lui la Chiesa per la quale è venuto.

Questo è uno dei fulcri della promessa del Risorto, “quando verrà su di voi”. Purtroppo la nostra traduzione italiana non ci viene in aiuto per esprimere tale particolare movimento dello Spirito. Qui troviamo il tempo futuro, espresso con una preposizione temporale. In italiano tutto ci fa pensare ad un adempimento della promessa una volta e per sempre. In questo modo lo Spirito rimane ingabbiato nella stessa istituzione che Egli stesso ha ispirato. In realtà nel testo greco ci rende questo movimento dello Spirito, non con il futuro indicativo, ma con un tempo che esiste solo nella lingua greca classica che è l’aoristo e nella forma di un participio attivo. Il verbo è piomberà su voi, o si avvicinerà a voi). Il participio aoristo può essere tradotto con una subordinata alla principale come anche una temporale, ma quello che ci rende l’idea e soprattutto la qualità dell’azione è il tempo stesso; che al contrario del futuro, l’aoristo ci sta ad indicare un’azione non condizionata dal tempo ma dall’essere un’azione puntuale e conclusa, cioè che nel momento che si fa si adempie, non rimane sospesa. In poche parole la sua azione è un’azione che è avvenuta, avviene e continua a venire. Allora in questo noi possiamo comprendere il movimento dello Spirito, che non si è fermato ma nonostante la sua azione è completa, Egli continua a venire ad accostarsi e a piombare sulla sua chiesa.

Il participio sta d indicare oltre all’azione ma anche ad una qualità verbale. In poche parole lo Spirito non solo è colui che viene ma è anche il veniente, colui che ha come suo attributo il venire. Una qualità che ancora una volta trascende il presente e ci rimanda nuovamente al suo essere escatologico. Un essere che ha come qualità il futuro e quindi nonostante è presente nel nostro mezzo Egli continua ad essere inafferrabile, in quanto è sempre davanti a noi per trasportarci verso il futuro di Dio.

L’altro fulcro della promessa di Dio è: “riceverete potenza”. In realtà quest’ultima è correlata alla prima, quando lo Spirito verrà, riceverete potenza. Ormai credo che questa parola greca nei nostri ambienti è divenuta famosa ed è : Questa parola che a volta viene anche tradotta con autorità, sta indicare una forza particolare soprattutto nell’uomo. Una forza però funzionale ad uno scopo, mai fine a se stessa, magari per mettersi in mostra, per i greci era una forza da esercitare in battaglia per esempio, ma nel nostro contesto è una potenza che ci deve permettere di muoverci e di superare gli impedimenti e i contrasti al piano di Dio per trasmettere la sua Parola. Infatti, nel verso 8, è sintetizzato tutto il progetto di Dio che viene espresso nel libro degli Atti, che la Parola di Dio raggiunga l’estremità della terra. Se andiamo a leggere l’intero libro esso ha in se tale movimento, il movimento della parola, che parte da Gerusalemme ed arriva fino agli estremità della terra; che allora erano le cosiddette “colonne d’Ercole”. In realtà il libro si conclude con Paolo arriva a Roma, ma nell’epistola ai romani Paolo esprime l’intenzione di voler arrivare in Spagna, e lì erano le cosiddette “colonne d’Ercole”.

Allora prima di lasciarci, alla luce di quello che abbiamo detto, possiamo trarre delle conclusioni, cioè la prima è che lo Spirito è quello che noi dobbiamo attendere. Questo ci dice prima di ogni cosa, che non è lo Spirito che attende noi. Egli è già in movimento, Egli si muove ed è all’opera nella sua Chiesa. Se non siamo raggiunti dalla sua azione, è perché non siamo ancora parte della Chiesa di Dio oppure siamo presi da altri movimenti che non è quello dello Spirito. Forse crediamo che una volta fatta una determinata esperienza, egli diventa di nostro dominio e lo possiamo usare e non lui usare noi. Un adempimento che ci fa smettere di attenderlo ogni giorno nella nostra vita, ma così facendo credendo di possederlo Egli già è passato oltre, perché non siamo noi che possediamo Lui ma è lui che deve possedere noi. Non ci accorgiamo della sua opera, perché siamo noi che vogliamo dirgli come e quando debba muoversi e su chi. Tante cose possiamo ancora elencare, ma voglio concludere questo elenco, dicendo che a volte possiamo pur attenderlo ma non scorgerlo mai, in quanto attendiamo qualcos’altro ma non lo Spirito. Molte volte invece di attendere lo Spirito che possa scendere su di noi e dentro di noi, noi attendiamo i segni di esso, dando più importanza ai segni che lo accompagnano che invece alla sua effettiva presenza. Certamente i segni sono evidenza della presenza dello Spirito, ma nel nostro cuore, sinceramente cosa stiamo attendendo e perché? Gesù disse di attendere la venuta dello Spirito, perché tale venuta ci darà potenza. Inoltre, quale potenza noi vogliamo ricevere dallo Spirito. Io voglio la forza per essere un fedele testimone di Cristo.

La parola testimone,  nell’intero libro degli Atti diventa sinonimo di “credente”. Allora chi è il testimone, se non chi manifesta attraverso le azioni e le parole agli altri la propria fede, cioè quello che ha creduto ed ha sperimentato. Il Risorto ci parla di testimoniare, non di colonizzare, conquistando popoli di diversa etnia sotto la bandiera della religione. Non ci dice di fare proseliti, obbligare ad altri ad obbedire a precetti e regole per far parte di un gruppo religioso. Di non fare propaganda, proponendo un modello religioso, il quale tutti debbono uniformarsi. Ma di essere dei testimoni, nel proprio ambiente e della propria cultura, testimoni di un’unica fede e di un’unica esperienza con l’unico Spirito. Testimoni di un cambiamento non determinato da parametri sociali e culturali, ma un cambiamento di amore e libertà, frutto dell’esperienza rigeneratrice dello Spirito Santo. Colui che è il veniente ed è venuto, attraverso la morte e la resurrezione di Cristo, a vivere nelle nostre vite.