10 luglio 2010

LA GIOIA DEL SIGNORE E LA NOSTRA FORZA

° 32 Il gaudio del Signore è la nostra forza






Nehemia 8:10

Poi Nehemia disse loro: «Andate, mangiate cibi squisiti e bevete vini dolci, e mandatene porzioni a chi non ha nulla di preparato, perché questo giorno è consacrato al Signore nostro. Non rattristatevi, perché la gioia dell'Eterno è la vostra forza».



Schema e corpo del testo

I

l libro di Nehemia, per la Bibbia ebraica fa parte dei “Kethuvim”, cioè gli “scritti”, ed è un unico libro insieme a quello di Esdra. La Bibbia dei settanta “suptaginta” li ha separati, ma com’è chiaro anche dal testo, per comprendere l’uno è necessario conoscere anche l’altro. C’è una grande complicità tra i tre protagonisti della nostra storia, tre perché non dobbiamo dimenticare Zorobabele.

Esdra ottenne di ritornare a Gerusalemme per ricostruire il tempio, mentre Nehemia sentì il bisogno di dedicarsi all’edificazione delle mura distrutte e Zorobabele fu mandato come governatore dal re di Persia. Quello che colpisce è che dall’editto di Ciro e alla decisione di Nehemia di mettere mano alla costruzione delle mura passano poco più di novanta anni. Infatti, questo scritto ci parla della grande storia della ricostruzione, del ritorno dall’esilio e della difficoltà che s’incontrarono per ricostruire. Un momento particolare della storia di Israele, il tempo in cui attraverso coloro che ritornarono, si dovevano adempiere le “promesse di Dio”.

La gioia della ricostruzione e del ritorno ben presto dovette lasciare il posto nei cuori di tanti, allo scoraggiamento e addirittura all’angoscia, davanti ad un presente difficile fatto di macerie e rovine. La nuova Gerusalemme, non si presentava per niente come s’immaginava ascoltando le profezie dei grandi profeti. Forse questo fu uno dei motivi per il quale i lavori della costruzione iniziarono solo dopo novanta anni, da quell’atto di liberazione, l’editto di Ciro, che il popolo di Israele, credeva e attribuiva a Dio stesso. Nehemia, non era scoraggiato dal presente avverso, perché lui era un “restauratore di rovine”, faceva parte di coloro che riconoscono la rivelazione di Dio non nell’adempimento di un momentaneo presente, ma in un futuro promesso. Uomini che si rimboccano le maniche per lavorare e combattere, affinché, il presente sia testimonianza della promessa. Egli sentì la necessità di preparare la città, per quel futuro che presto mostrerà le promesse di Dio e che: le profezie dei profeti classici non erano superate né irrealizzate ma portatrici di speranza, una speranza fondata ancora una volta sulla Parola di Dio, la quale come sempre si fonda sulla promessa.

L’esilio per la fede ebraica come del resto tutte le cose, anche la morte, è parte del piano di Dio, affinché si realizzino le sue promesse. Esso non è cessazione o la fine di tutte le speranze, ma è uno strumento affinché il nuovo di Dio, possa trovare il suo inizio. Anche il giudizio e la distruzione avuta attraverso l’esilio, sono viste in una prospettiva di speranza, le quali cose sono strumento per ricominciare un “nuovo mondo”, una resurrezione di Israele, la quale per avvenire necessità “la morte”. Proprio come la vita dell’uomo, l’inevitabilità della morte è vista come un passaggio e non la fine, di una vita a un’altra “nuova”, essa in una prospettiva delle promesse è creduta necessaria, affinché questo si adempia. Un modello che ritroviamo anche nel nuovo Testamento, ma trova il suo adempimento proprio nella resurrezione di Cristo, come afferma l’Apostolo, se “Cristo è resuscitato, tutti noi resuscitiamo con e in lui”.

Ora gli esuli potevano vedere quell’orizzonte di speranza schiudersi davanti a loro. Le mura erano quasi completate, come del resto il tempio. Le rovine lasciavano lo spazio alle prime costruzioni e case. Il presente cominciava ad assumere la forma che prima si osava solo sognare. In realtà quello che più di tutto dischiude l’orizzonte della promessa è “il ripristino del culto” e la riscoperta della “Parola di Dio”. La storia è vista alla luce di tali promesse, è considerata non un casuale susseguirsi di avvenimenti, ma il topos dove si evolve la rivelazione di Dio, la quale è riconosciuta nella storia ed è interpretata alla luce delle promesse. Allora la storia per Israele non è altro che una profezia inversa, cioè compresa e capita solo se vista alla fine. Questa fu la prospettiva del nuovo Israele, una prospettiva che certamente non può che produrre una fede (fiducia) in Dio, quello stesso che per alcuni sembrava lontano e che avrebbe rigettato il suo popolo. Una prospettiva che trasforma il presente, anche se apparentemente non all’altezza del racconto passato, ma sempre in qualcosa di bello e buono, perché è nuovo.

Nehemia viveva in questa dimensione e prospettiva, ma il popolo dimostra qualcosa di diverso, giacché nel verso che abbiamo letto, ci dimostra un incomprensibile atteggiamento, nel momento che si trova ad ascoltare la Parola di Dio. Un atteggiamento che chiaramente viene denunciato dal “governatore”, il quale non riconosce certamente legittimo e tanto meno congruo al momento che stava vivendo. Un momento di un certo risveglio, spirituale e cultuale. La ricostruzione rappresenta tutto questo, tanti motivi per essere felici, ma intanto all’ascolto della Parola piangono e si rattristano. La denuncia di questa situazione e nello stesso tempo l’incoraggiamento per uscirne da questa situazione, è tutto condensato nello “slogan”, messo sulle labbra di Nehemia: «La gioia del Signore è la nostra forza». In realtà credo che quello che sicuramente oggi possa essere trasformato in uno slogan, magari per una campagna evangelistica o per incoraggiare un periodo di lavori per la chiesa, credo che in realtà sia stata una “confessione di fede”. Cioè la testimonianza di un’esperienza di fede, condivisa e trasmessa alle generazioni, le quali attraverso le stesse parole, si testimonia e si condivide la stessa esperienza.

Per il “restauratore di rovine” la Parola “letta” non abbatte ma fortifica, non rattrista ma fa gioire. Essa inaugura il giorno delle promesse, dell’apertura del nuovo orizzonte e non la costatazione di un triste adempimento. In realtà dall’esortazione di Nehemia, si deduce anche una realtà che si cala in una dimensione esistenziale; essa ci rivela che non tutti possono sperimentare la gioia del Signore. Essa non coinvolge comunque tutti, come “un’estasi di massa”, (come se fosse un evento, di quelli che anche oggi possiamo vedere attraverso grosse organizzazioni di musica, ad esempio, dove migliaia di giovani sono coinvolti da un’unica emozione, oppure la stessa cosa è sperimentabile per grossi eventi sportivi), ma essa è particolareggiata, poiché è sperimentata solo da chi ne fa esperienza, un’esperienza del tutto personale con essa.

Il popolo non cerca questa particolare esperienza, anzi è coinvolto in un’esperienza di pianto e tristezza, non più personale ma di tutti, quelli che ascoltano insieme cominciano a piangere. Dalla contraddizione con quello che dice Nehemia, comprendiamo non solo che quel pianto era “fuori luogo”, ma soprattutto, come potrebbe apparire a un lettore non attento, non era un pianto di pentimento o di confessione. Niente di tutto ciò, era qualcosa che suonò sgradevole alle orecchie del governatore e credo alle orecchie di Dio. Era tempo di risveglio, di trovare la forza nella gioia e non abbattersi con il pianto e l’autocommiserazione.

Allora come si spiega un tale atteggiamento da parte del popolo che ascoltava la lettura della Parola? Qualcosa di simile possiamo riscontrarlo in Giosia al ritrovamento del libro nel tempio, ma in quell’occasione, appunto, la lettura di esso ebbe la funzione di un amaro pentimento, poiché fu sepolto e dimenticato. Il racconto ci fornisce un’analisi della storia e del perché poi ci sarà l’esilio. Nel nostro caso, l’esilio era passato, era ora tempo di ricostruire e non compiangere gli errori passati. Allora perché succede questo? Come mai il testo ci presenta due realtà diverse?

Per provare a dare una spiegazione al fatto spero che mi sia permesso di creare un certo sillogismo: “Mistica naturale”. Cioè il popolo davanti all’ascolto della Parola, ha un atteggiamento che oserei definire “mistico”, ma con una connotazione negativa. Naturale, perché si allontana da una reale esperienza spirituale, ma trova in se stesso solo “se stesso”. Crede di cercare Dio in se, ma scopre solo se stesso nelle sue cadute e frustrazioni, debolezze e paure. L’uomo si ripiega su se stesso, non si apre alla ricerca di Dio, ma in se e attraverso di se crede e cerca un’esperienza di Dio. Il problema non è l’esperienza mistica, cioè il fatto di trovare in se stesso Dio, ma il fatto di credere di fare esperienza di Dio, attraverso la propria naturale esperienza della vita. La Parola viene assorbita dal proprio contesto e condizione: storica ed emotiva. Questo tipo di esperienza strumentalizza la Parola di Dio, forse in modo inconsapevole, perché nel ripiegarla in se stessi, diventa la valvola di sfogo per una propria condizione di tristezza e paura. Essa prende forma, non dà forma alla nostra vita, ma è assorbita tanto dalla nostra vita che diventa la nostra parola per dar sfogo alla nostra condizione di tristezza e paura. Mette fuori la propria fragilità ed emozionalità, trovando conforto e giustificazione nel fatto che la Parola calata in se stessi, sembra che crea o meglio che ci faccia fare questo tipo di esperienza, tanto da definire il nostro pianto e la nostra tristezza: un’esperienza da parte dello Spirito. La nostra miseria è ora giustificata, anzi assorbita, fusa con la parola ascoltata. I propri rimpianti e frustrazioni, attraverso la Parola che ascoltavano, vengono resi palesi, tanto da essere coinvolti e coinvolgere gli altri. Continuando a credere che tutto questo è parte di quello che si chiama esperienza spirituale, il popolo davanti all’ascolto della Parola, poté dare agio a tutte le proprie frustrazioni, disillusioni e frustrazioni. Non ascoltavano quello che voleva dire la Parola di Dio, non è essa che agisce nelle vite, ma proprio come una “mistica naturale”, essa diventa e prende la forma dell’individuo, si fonda tanto con esso da diventare esperienza del singolo con se stesso, con le sue paure e repressioni. L’individuo dà forma alla parola, che viene vista e interpretata attraverso l’esperienza, più delle volte negativa, del contesto dello stesso. Nehemia di tutto questo non è d’accordo.

Il nostro contesto e la nostra vita non potrà mai essere esclusa dalla nostra esperienza con Dio, ma la ricerca e la stessa esperienza con il divino non deve essere assorbita da essa. Queste cose consistono, il substrato dal quale abbiamo bisogno di elevarci, superare per incontrare la Parola di Dio. Nello stesso tempo abbiamo bisogno di trovare un punto, un “luogo ideale” di incontro, che non può essere nella nostra debolezza e creaturalità, in quanto se fosse così, la benedizione e l’esperienza, diventa componente di una realtà naturale dell’uomo, perdendo il suo essere sovra-naturale, cioè al di sopra della natura. La Parola che giunge a noi, tocca il fondo della nostra vita, ma per trascenderlo dal nostro essere, andare al di là di quello che siamo per essere, un divenire in possibilità, trascinati, anzi sospinti dallo Spirito che sospinge il nostro.

Lo Spirito ci sospinge verso uno “stato di grazia”, il momento dove ci si crea l’incontro con la Parola e con Dio. Un momento che va a crearsi al di sopra del nostro sub strato e supera anche il contesto. Un topos che nasce nel nostro tempo, ma come se il momento di Dio lo tange nella nostra storia, la condiziona né è parte ma mai come appartenente a essa o assorbito in essa; ma esso diventa nel contesto una ferita che rimarrà aperta per ricreare il ricordo, non passato ma attivizzante della nostra esperienza. In questo stato di grazia avviene l’incontro della Parola di Dio con la nostra la vita non certamente intesa in senso biologico, ma come individuo, spirituale, cioè anima e portatore della “somiglianza di Dio”.

Lo Spirito unisce e genera comunione. Egli crea la comunione tra Dio e l’uomo. Egli abbatte la differenza qualitativa, crea una comunione d’amore, un vincolo d’amore che lega l’uno all’altro senza badare alle differenze. Una comunione che trova il suo nido, in questo stato di grazia, creato dallo Spirito, in quanto Egli eleva l’uomo e opera nell’uomo.

Egli fa in modo che l’uomo non si ripieghi in se stesso, ma attraverso lo Spirito si eleva al di sopra di se stesso e del suo contesto, avendo comunione con Dio e con gli altri attraverso la sua Parola. In questo stato di grazia, riusciamo a scoprire e riceviamo la “gioia del Signore”. Essa è sovrannaturale, proprio perché è il prodotto dell’incontro tra noi e Dio, non si fonda né si disperde con la tristezza dell’uomo in quanto tale. Una gioia che dimostra la sua eccezionalità, proprio perché non si esaurisce in un momento di semplice ilarità, ma agisce in modo sorprendente, meraviglioso, in quanto meraviglia l’uomo, donando ed essendo una fortezza un rifugio. Essa dona vigore e forza, coinvolge e non è coinvolta. Trasforma l’ambiente il contesto e la vita dell’uomo che la riscopre. Essa si sviluppa verso l’esterno coinvolgendo anche estranei alla propria esperienza, ma nello stesso tempo scende nell’intimo stesso dell’individuo, tanto da trasformare il substrato da dove inizialmente egli stesso ha dovuto prendere le distanze. L’uomo che la riscopre né diventa testimone in quanto, si trova ora in una dimensione di contraddizione con quello che prima poteva e sentiva esperire nella sua vita.

Una gioia che sostiene il corpo e lo rinvigorisce, che rende la Parola di Dio una Parola in azione, tanto da trasformare: il lutto in gioia.

La Parola è evangelo, buona notizia, perché crea e produce questa gioia, ma meglio ancora quanto la Parola predicata incontra questo nella vita del credente. Non si riconosce tale se non produce e incontra tale frutto dello Spirito.

Lasciamoci trasportare dallo Spirito verso la Parola ascoltata, abbandoniamo noi stessi, lanciamoci verso un’incontro vero con la sua Parola, allora avremo si che gioire, e saremo il popolo che: riconosce il grido di giubilo.