1 ottobre 2010

LA SEDIA DI ELI

N° 35 LA SEDIA DI ELI


1°SAMUELE 4:13 A 18

Quando giunse, Eli stava sull'orlo della strada seduto sulla sua sedia, aspettando ansiosamente, perché gli tremava il cuore per l'arca di Dio. Appena quell'uomo entrò nella città portando la notizia, un grido si alzò da tutta la città. Eli, udendo le grida, disse: «Che significa questo tumulto?» E quell'uomo corse a portare la notizia a Eli. Eli aveva novantotto anni; la vista gli si era indebolita, così che non poteva vedere. Quell'uomo disse a Eli: «Sono io che vengo dal campo di battaglia, e che ne sono fuggito oggi». Ed Eli disse: «Come sono andate le cose, figlio mio?»E colui che portava la notizia rispose: «Israele è fuggito davanti ai Filistei; vi è stata una grande strage fra il popolo; anche i tuoi due figli, Ofni e Fineas, sono morti e l'arca di Dio è stata presa». Appena udì menzionare l'arca di Dio, Eli cadde dalla sua sedia all'indietro, accanto alla porta; si ruppe la nuca e morì, perché era un uomo vecchio e pesante. Era stato giudice d'Israele per quarant'anni.



Di: Nicola Palmieri

SCHEMA E CORPO DEL TESTO



Il racconto che in questo brano c’è presentato, in realtà diversamente dal resto del libro di 1° Sam. trova la sua redazione in epoca esiliaca, se non addirittura post-esiliaca. Senza soffermarci alle prove tecniche del perché si dà al brano una tale datazione, ma il saperlo è importante, perché esso va a inserirsi in quella critica storico religioso che avvenne da parte di alcuni scrittori, esiliaci e post esiliaci, contro il tempio e soprattutto contro il servizio sacerdotale, ormai troppo istituzionalizzato per riuscire a prendere le redini in mano, per una reale e vera rinascita religiosa del popolo. Un esempio di questa critica è nel libro del profeta Malachia, anch’esso composto in epoca post-esiliaca e ritroviamo in esso tutta la critica verso un sacerdozio, dove nonostante conservasse tutta la forma liturgica e rituale del culto a YHWH, mancava della vera sostanza e Spirito di tale servizio.

Eli, possiamo dire che in questo testo, personifica un po’ tale crisi e la narrazione di questa storia non è altro che la denuncia e la critica di un’intera classe sacerdotale, che ormai viveva il suo ministero, “adagiato su un seggio di religiosità e di tiepidezza”. Una classe che ormai aveva perso l’azione “carismatica”, ma che attraverso l’istituzione religiosa, si era sclerotizzata in un secolarismo, la quale non lasciava spazio a nessun vento di novità. Una classe sacerdotale che ormai era divenuta, proprio come Eli, vecchia e incapace di risvegliare e risvegliarsi. Incapace di vivere il proprio presente non trovando soluzioni alle necessità spirituali del popolo, ma legata ancora ai ricordi di quello che è stato, senza mai poter costruire e far vivere: “Quello che sarà”. Una classe sacerdotale non solo vecchia, ma anche cieca, incapace di vedere le cose dalla giusta prospettiva, cioè quella di Dio. Sappiamo tutti che per l’antico Testamento, la capacità dell’uomo di Dio, più di quella del parlare e quella nel vedere, (vd. i n’evim), non semplicemente parlare, ma dire quello che “vedevano” dalla prospettiva di Dio.

La vera protagonista del racconto, almeno in questo passaggio, possiamo dire che è la sedia. Essa volutamente da parte dello scrittore, è caricata di profonde metafore e analogie, che esprimono e manifestano la realtà spirituale e intima di chi su di lei è “accomodato”. Essa rappresenta immobilità e pigrizia, accomodamento e sclerotizzazione, in sintesi “mancanza di movimento e di lavoro”. Rappresenta anche il riposo, ma in questo contesto più del riposo del “guerriero”, ci parla della “inettitudine” di un vecchio.

Possiamo dire tante cose intorno a queste analogie e metafore, ma voglio soffermarmi sulla “mancanza di movimento”. La mancanza di un movimento particolare, quello principale che doveva fare un sacerdote e cioè: la ricerca di Dio. La sedia rappresenta per Eli un tipo di religione e di spiritualità, dove tutto è già scontato, dove tutto procede su canali già visti, su livelli già provati, il tutto si esaurisce con la liturgia e i rituali del tempio, nell’essere tra le mura del tempio, nella ripetizione di ciò che già è stato, ma niente di nuovo può succedere, capace di smuovere il vecchio e pesante sacerdote. Solo la disfatta, riuscì a far alzare dalla sedia quel vecchio sacerdote, ma proprio quando voleva alzarsi, fu troppo tardi e gli fu fatale. Eli fu vinto dalla tentazione della sedia, cioè nei momenti più critici invece di scendere in battaglia, si preferisce di rifugiarsi nelle retrovie, ben nascosti accomodati su comode poltrone. Egli aveva tanto perso il senso della “ricerca di Dio”, che seduto sul suo comodo sgabello, scambiò la preghiera di Anna, per un “sbronza”. Realmente dalla sedia la prospettiva è pessima, meglio alzarsi se si vuole vedere le cose, soprattutto quelle di Dio dalla giusta prospettiva.

Eli in un certo senso, non rappresenta solo la classe sacerdotale, ma anche l’atteggiamento di tutto il popolo, infatti, anche loro, giacché popolo di Dio, una volta che si assediarono nella terra promessa ed ebbero la realizzazione dell’adempimento di tale promessa, smisero di cercare il Dio delle promesse. Dimenticando che se la promessa della terra si era adempiuta, si doveva ancora adempiere quell’ancora più grande cioè: “Io sarò con voi”. Infatti, la mancata ricerca di Dio nella sua promessa di protezione e comunione, portò alla perdita anche della prima, con la sconfitta e poi la completa perdita della terra che prima avevano ricevuto. Convinti del suo adempimento, attraverso cose e uomini, come il tempio e l’arca, credevano che bastasse l’arca per garantire l’adempimento di tale promessa, trattando ciò che era solo segno, come sostituzione del Dio che li aveva chiamati fuori dall’Egitto. Persero ogni cosa, e troppo tardi si resero conto che quella comoda sedia, la quale doveva essere per loro il trono più bello, ma fu la loro rovina. Eli conosceva le promesse del Signore, ma credeva in un adempimento secondo una prospettiva umana. Infatti, la religione molte volte diviene una falsa certezza. L’arca stessa divenne una falsa certezza. La sedia ancora rappresenta, una prospettiva di comodo, quella che si fonda in una speranza, ma che si è costruita su false certezze e sulla forza degli uomini e forti del proprio essere religioso. Mentre la vera speranza, si fonda sulla fede, che non ci rende dei poltroni, né ci permette di accomodarci, poiché inquieta e agita l’animo umano, fin quando in Dio non si trova riposo. La disperazione di Eli è credere in una falsa speranza. La speranza dell’uomo, si presenta sempre migliore del momento presente, proietta sempre l’uomo in un futuro migliore, ma che però non provvede alla necessità del momento presente. Infatti, la disperazione dell’uomo che pone la propria speranza in un futuro che in realtà è utopia, perché irrealizzabile in quanto affidato al fato, si trasforma in angoscia, siccome ci si rende conto che il presente ha delle necessità che non solo rendono quel futuro una chimera, ma il calarsi nella realtà imminente, ci si accorge che ormai non si ha più nessuna possibilità, che possa risolvere le varie necessità che il presente chiede.

La fede in realtà nasce dalla speranza, o meglio è sua compagna, perché dalla speranza nasce la fede e la fede genera la speranza, essa ci fornisce una realtà, non un’illusione che attraverso uno sperato successo rende il nostro presente fittizio, ma una possibilità che va a trovare soluzione per le necessità dell’ora e del dopo.

L’atteggiamento che assume Eli in questa circostanza, ci parla certamente di un atteggiamento di “ attesa”, ma un’attesa che è vissuta sulla sedia. Certamente è innegabile che le promesse del Signore si attendono, ma il problema è come attendere le promesse di Dio? Abramo è il padre della fede, quindi egli avrà certamente atteso tanto il Signore, la sua vita possiamo dire che fu una vita di attesa, ma non certamente una vita passata su una comoda poltrona. Egli è stato sicuramente un uomo in continuo movimento. Egli attende, ma muovendosi del continuo. La sua vita fu un continuo viaggio, un continuo spostarsi, sempre alla ricerca di quello che egli stesso attendeva. Un’attesa che è testimoniata dalle varie tappe del viaggio, proprio quando egli si fermava, la sua sosta era, non per sedersi, ma per costruire altari al Signore, per ricordare la promessa, per rinnovare la fede, per lodare Chi quelle promesse rinnova ogni volta nel suo cuore.

Abramo viveva la sua attesa sempre in continuo movimento, poiché sapeva che il suo Dio è il Dio delle promesse, la sua Parola “si” rivela solo nella promessa. Quando Egli si presenta a Mosè, dichiara in realtà di essere: Io sono chi sarà. Allora Colui che è, si rivela non in un presente compimento, ma in una continua rivelazione che continua ad andare avanti, e la sua Parola è sempre davanti a noi, quello che dice è sempre più avanti di quello che noi riusciamo a comprendere, allora solo attraverso la promessa ci può essere rivelata la sua Parola.

Chi attende deve sapere che Egli è colui che premia, “il lavoro della nostra attesa”. L’adempimento della sua promessa, non è altro che il compimento del “lavoro” che noi abbiamo svolto per preparare e conoscere tale promessa. Non bisogna dimenticare, che per l’antichità lo attendere non era assolutamente sinonimo di pigrizia o d’inattività. Per alcuni pensatori dell’antichità, in realtà anche l’ozio, non era considerato un momento di “rilassamento completo da tutte le attività”, ma un percorso formativo, dove si cessavano le attività del corpo, ma per promuovere e dare priorità a quelle del pensiero. Quindi era un momento di grande elaborazione e sviluppo di pensiero.

Inoltre quello che possiamo imparare dall’esperienza di Eli, è che quando arrivano le brutte notizie è meglio farci trovare “in piedi” e “non seduti”. Stando seduti, una “brutta notizia", come fu per Eli, ci può essere fatale. Mentre stando in piedi, possiamo anche barcollare, ma avremo sempre la forza di reggerci. Gesù stesso ci invita a vigilare, a essere pronti. Molte volte, le disavventure della vita ci trovano impreparati, anche se saremo sempre impreparati davanti alle disavventure della vita, ma ci rimaniamo secchi, perché la nostra vita, il nostro rapporto con Dio, è vissuto su una comoda sedia, in una forma di religiosità, su una comoda poltrona di apparenza e di superficialità. Godiamo il dolce non far altro che il necessario, giusto quello che gli altri vedono e in qualche modo tranquillizza la nostra vita. Noi ci siamo seduti comodamente nella nostra posizione di falsa umiltà, lasciamo che gli altri lavorano, si muovano, che vadano gli altri a combattere, “io rimango qui seduto ad aspettare che mi portano buone notizie e che prima poi succede qualcosa che possa coinvolgere anche me”. Fin quando procede tutto secondo le nostre aspettative, tutto va bene, e dalla nostra seggiola riusciamo anche a vedere gli errori di chi non ha tempo per sedersi, forse perché sta facendo anche il nostro di lavoro. Ma poi quando ci dicono che: “L’arca è stata presa e che il popolo è stato sconfitto e i figli sono morti”, allora cosa succede? Come reagiamo, sicuramente quella comoda seggiola, per noi diventa un tizzone di fuoco, non troviamo più in essa nessun appoggio, anzi, crolliamo ed essa ci diventa fatale.

Possa il Signore rialzare la nostra vita, farci abbandonare la “sedia di Eli”, affinché Egli ci possa trovare pronti, in piedi davanti alla sua presenza. Stando così in piedi, come Isaia, possiamo dire “Signore manda me”, oppure come Stefano, trovare la forza di sopportare e ricevere anche le pietre. Ma sempre e comunque: “Vedere i cieli aperti e vedere Gesù in piedi alla destra del Padre. Vedere la gloria di Dio.