1 dicembre 2010

VEGLIARE PER AMARE IL SIGNORE


GIOSUÈ 23:11


Vegliate dunque attentamente su voi stessi, per amare il SIGNORE, il vostro Dio.










SCHEMA E CORPO DEL TESTO:



Il contesto del verso che ci troviamo davanti è certamente quello di un libro del primo Testamento, il quale trova nella tradizione cristiana una collocazione che non rispecchia, in qualche modo, quella della Bibbia ebraica. Infatti, il libro di Giosuè, nelle nostre Bibbie è catalogato tra i libri storici, perché gli si riconosce un valore e un’argomentazione, per l’appunto, storico-sociale; mentre nella Bibbia ebraica, esso fa parte della cosiddetta raccolta dei nav’im (profeti). L’idea del profetismo nell’antico Israele si distacca, in un certo modo, da quella che a noi è più familiare, non staremo qui a evidenziare tali differenze, ma ci basti sapere che quello che interessava al nav’im era: “Parlare secondo una visione di Dio e da Dio”. Certamente il libro di Giosuè, com’è definito da qualche studioso e personalmente ne sposo la definizione, almeno perché mi suona molto simpatica, è una specie di catasto della terra promessa. Un catasto particolare, perché mai Israele ha posseduto tutti quei territori che ci sono elencati nel libro, ma è un catasto ideale, una specie di “visione”, una speranza, che ancora si cerca il proprio adempimento

Questa ultima affermazione già ci introduce nel mondo dei nav’im, perché si parla di visione e di speranza. Gli ultimi capitoli del libro sottolineano in modo molto evidente questa dimensione, che tra guerre e accatastamenti, può sfuggirci. In questi ultimi capitoli, la narrazione o il racconto, lascia il posto al “discorso”. Infatti, troviamo in questi ultimi capitoli il discorso ultimo di Giosuè ai capi del popolo e al popolo. Qui il condottiero cede il posto al nav’im, colui “che parla secondo Dio”. Il verso che andiamo a meditare, nasce in un tale contesto, fa parte del discorso “dell’uomo di Dio” e non più semplicemente del condottiero, quindi esso assume una veste quasi di “sacralità”, perché attraverso di lui, possiamo dedurre il “consiglio del Signore”.

Il discorso di Giosuè si svolge dopo la vittoria. Il capitolo 23 esordisce evidenziando che queste parole furono dette: «molto tempo dopo che il Signore ebbe dato riposo a Israele liberandolo da tutti i nemici.». Quello che ci sorprende, da questi discorsi, è che non sono discorsi autocelebrativi, per esaltare la vittoria ottenuta, ma tutt’altro, essi hanno parole di avvertimento e di raccomandazione. Infatti, come inizia il nostro verso: Vegliate. Questo è un po’ la sintesi e il filo rosso di tutti i discorsi di Giosuè, la causa per cui è vincolata la benedizione e la maledizione di Dio. Il lietiv-motiv per la vittoria e la sconfitta, l’acquisizione o la perdita delle promesse di Dio per Israele.

La prima cosa che noi possiamo dedurre da quello che fino in questo momento abbiamo detto e che “la vittoria può essere pericolosa e dannosa come la sconfitta, anzi addirittura di più”. Alla luce dei profeti e quindi anche del libro di Giosuè, la rovina di Israele ha inizio subito dopo la sua “vittoria”, dopo aver ottenuto l’adempimento della “promessa della terra”. Questo perché, il popolo si sente ormai arrivato. Aver ottenuto quello che cercavano, li portò in una condizione di “pigrizia spirituale”, non avevano più bisogno di cercare Dio, non avevano bisogno di cercare e realizzare le altre promesse di Dio e soprattutto; persero di vista quella più importante di tutte, senza la quale tutte le altre vengono meno e decadono, cioè: “Io sarò con voi”. Il popolo si inorgoglì, finalmente conquistata la terra promessa, possono essere alla pari di tutti i popoli, se non ancora più grandi. Nei discorsi che ci troviamo davanti, in realtà nei vari avvertimenti e raccomandazioni, tra le righe già ci si può leggere, anche senza andare troppo tra le righe, la denuncia di questa condizione di “staticità”, la mancanza di relazione con Dio che è e sarà la causa di tutte le sciagure di Israele, la mancata ricerca della promessa, quella più importante, quella di presenza, di partecipazione di Dio, nella vita e nel mezzo del popolo.

Dopo questa breve introduzione, vogliamo calarci e soffermarci sul verso che c’è proposto dall’autore biblico. Come abbiamo detto la chiave ermeneutica del verso è il verbo “vegliare”, il quale subito ci apre l’orizzonte a tante interpretazione e a un campo semantico molto preciso, che è legato a quello religioso e militare.

La prima cosa che mi viene in mente, a sentire il verbo vegliare è lo stare svegli. Infatti, se dormiamo, non possiamo vegliare. Allora per vegliare bisogna avere tutti i sensi attenti. Dobbiamo guardare, sentire, odorare e toccare. Dobbiamo essere pronti a dare l’allarme, quindi capaci di camminare, correre e soprattutto di afferrare e usare le mani. Una chiesa che è assonnata, sicuramente non può vegliare, perché non ha le caratteristiche di chi è sveglio. Non riesce a vedere il “pericolo”, non riesce ad ascoltare i consigli o le voci avverse che persuadono al male, non riesce ad accorgersi di “sapori” strani e di cibi velenosi, ma soprattutto è paralizzata dal sonno e non può intervenire davanti al pericolo. Allora la prima esortazione che ci viene da parte dello Spirito, è quella che troviamo nei Salmi, ma che ribadisce lo stesso apostolo Paolo: «risvegliati tu che dormi». .

Come possiamo risvegliaci? Solo lo Spirito è capace di fare ciò attraverso la sua potenza. Il giorno della pentecoste, il gruppo riunito insieme, ebbe una carica tale da non riuscire più a tacere, a stare nascosti e a dormire, ma dovette uscire. Una sveglia “incredibile”, “miracolosa” che scuote l’anima fino ad arrivare a coinvolgere tutto il nostro essere. Solo questa potenza è capace di distogliere la Chiesa dal proprio torpore. A risvegliare ognuno di noi, da una vita assonnata e ben adagiata sui letti della nostra religiosità. Senza dimenticare che se lo Spirito ci desta dal sonno, è il nostro servizio che ci tiene, attraverso lo stesso Spirito, sempre svegli. Altrimenti, come le dieci vergini, ci riaddormenteremo dopo qualche ora.

Lo strumento più eccellente per vegliare è la preghiera. Esso è sempre necessario, nei momenti belli e nei momenti brutti. Anche attraverso un’analisi semantica del termine, ci accorgeremmo come ben presto, sopra tutto nel secondo Testamento, il verbo è usato come sinonimo di pregare. Infatti, sempre Paolo nelle sue epistole lo usa più volte con questa valenza particolare.

Ma qual è la città o il campo su cui vegliare? In realtà la risposta è quasi scontata, ma spesso e volentieri la dimentichiamo. La risposta è: “Il nostro cuore”. Ma il verso in esame, ci dà uno specifico fine per il nostro servizio da “vigilanti”. Dobbiamo vegliare «per amare il Signore». Un servizio di guardia ben attento, affinché non ci sia niente che possa impedirci di adempiere questa “suprema vocazione e passione”, quella di amare Dio con tutto noi stessi. Niente che possa venire dall’esterno, ma assicurarci anche che non ci sia niente che possa provenire dall’interno.

Da quest’ultima prospettiva, allora il vegliare diventa anche sinonimo di introspezione, cioè: assume, partendo dell’esperienza del singolo con Dio, un valore che possiamo dire quasi esistenzialista, perché diventa un modo per indicare al credente una particolare ricerca in se stesso e di se stesso, ma non rispetto agli altri o in relazione con il mondo ma rispetto e in relazione con quello che di Dio noi possiamo esperire. In parole povere, volendo usare parole di un testo biblico, il vegliare in questa nuova prospettiva, diventa “l’assicurare la propria vita davanti a Dio”.

Lo strumento, anche per questo è la preghiera, accompagnata con il relazionarsi con chi condivide con noi la stessa esperienza di fede. Ma il metodo come dice qualcuno, in realtà è “il disperarsi”. Purtroppo questa parola, oggi assume dei significati, i quali ci rimandano a sensazioni e sentimenti molto negativi e da combattere. In realtà quello che intendo trasmetter, è la capacità dell’uomo di poter trovare se stesso, non con un atteggiamento di spavalderia, attraverso quello che egli vuole diventare o è diventato. L’uomo e il credente, non riuscirà mai a trovare se stesso, attraverso la convinzione di essere qualcuno o di essere arrivato. In realtà noi possiamo solo essere quello che non siamo e siamo quello che non vogliamo essere. Una scelta di essere quello che si diventato, ci porta ad apparire, a rendere visibile quello che noi vogliamo essere ma a non a quello che siamo veramente. La disperazione allora non diventa la perdita di tutte le speranze, ma solo la cessazione di tutte le nostre certezze naturali e create da quello, che siamo diventati. Il disperarsi quindi e mettersi in discussione con noi stessi, in relazione a quello che noi vogliamo in realtà trovare. Non è assolutamente sentirsi accusati, ma nello stesso tempo chiedere il perdono, per quello che in realtà non si è ancora o che si è, rispetto a qualcosa più grande di noi, che non vogliamo essere, ma desideriamo ricevere e compiacere. Allora il disperarsi è il dubbio dell’anima, perché ci mette in discussione, per poter poi arrivare a essere quello che siamo veramente, cioè spirito e personalità. Ritornando al discorso iniziale, il credente si dispera perché si accorge, vegliando sul suo cuore, che non ama abbastanza il suo Signore, questa è la sua vera identità, non un eroe della fede, ma un amante mancante. Egli è quello che in realtà non vuole essere, è colui che cerca Dio. Egli non è come coloro, che non disperandosi, non lo cercano e vivono in un continuo essere quello che vogliono apparire. “Vegliate per amare il Signore”, allora io mi assicuro presso Dio disperandomi, perché riconosco di non amarlo abbastanza, questa è la mia reale identità, comprendo solo così il bisogno di una conversione o di un risveglio, cioè di cambiare, non per quello che “io” voglio essere, ma per quello che desidero in relazione al Signore e che non sono ancora. Eliminare, distruggere quello che mi fa essere un amante frivolo, e cercare Dio stesso, per essere quello che non sono e che mai avrei pensato che sarebbe stato possibile essere. Solo in questo modo l’uomo può conoscere se stesso, in un paradosso, perché la disperazione ha inizio nel momento che si sente il bisogno di liberarsi da se stesso, ma l’uomo per liberarsi da “me” deve prima conoscere il suo “io”, solo quando lo ha conosciuto veramente, solo allora potrà liberarsi da se stesso, ma non per essere un altro ma per essere quello che in realtà originariamente è stato, un uomo che ama il suo Signore con tutto se stesso. Noi vogliamo sfuggire alla disperazione, perché vogliamo essere solo quello che vogliamo, ma abbiamo paura di conoscere veramente quello che siamo. Impariamo ad amare veramente con tutto noi stessi. Anche il Cristo non si sottrasse a questo “metodo”, nel Ghetsamani egli provò l’angoscia e per conoscere quello che realmente era, nel suo disperarsi pregò dicendo: “La tua volontà non la mia sia fatta”. Così facendo si abbandonò a quello che non gli apparteneva ancora, quindi riconosce che non era (se fosse possibile, allontana da me questo calice), ma quello che non era lo rende ancora di più quello che è, il Figlio che si lascia nelle mani del Padre.

Continuando per questa strada, a questo punto mi sono chiesto, se la nostra mancata vigilanza, non sia dovuta al fatto che: “Non abbiamo niente di importante da vigilare” o “custodire”. Casa abbiamo di tanto importante per essere vigilanti? La nostra superficialità forse è dovuta proprio dal fatto di non avere niente nel nostro cuore, che valga realmente la pena di custodire.

Israele cosa aveva d’importante per essere vigilanti? La terra promessa, la famiglia, il culto di YHWH, la legge il tempio? Non si resero conto che queste cose non erano le cose più importanti. Infatti, quello su cui vigilare «con tutta la forza» è l’amore per il Signore. Non assicurandosi di questa realtà hanno perso tutto il resto. Non credo che molte volte la nostra vita sia tanto diversa, anche noi forse ci assicuriamo di tante cose ma dimentichiamo di sincerarci se amiamo veramente il Signore, che tanto decantiamo e diciamo di amare.

Nel secondo Testamento, vegliare diventa: lo stare svegli. L’essere pronti. Essere preparati. Alla luce di queste parabole, il verbo assume soprattutto una dimensione escatologica, il lietiv-motiv dell’attesa del regno di Dio. L’azione, la qualità, senza la quale non potremmo entrare nel Regno tanto desiderato e preparato per noi. La metafora più ricorrente è quella delle guardie, per darci un’idea della “vigilanza”, soprattutto nel primo Testamento. Si pensa che in ebraico, il sostantivo “guardia” ha le stesse radicali del verbo “vigilare” e quindi deriva dal verbo stesso. Il compito delle guardie era di vigilare, cioè quello di dare l’allarme, non certo di scendere da soli a combattere. Allora “gridiamo, facciamo squillare le trombe dei nostri cuori, non solo perché abbiamo vinto, ma perché riconosciamo che ci troviamo in pericolo. Possiamo svegliarci, desiderando con tutto il nostro cuore, l’intervento di Dio, colui che combatterà per noi.

Credo personalmente che oggi sia il tempo che la Chiesa di Dio, faccia squillare le sue trombe, come mai ha fatto nella sua storia, affinché possa avere la consapevolezza di “essere sotto assedio”, in “pericolo”. Il Signore è pronto a combattere per noi e vincere, ma se solo noi suoniamo l’allarme. Certo il Signore, non è colui che dorme, ma vuole sentire lo squillo delle nostre trombe, che danno l’allarme. Molte volte la chiesa dà voce alle trombe, per cantare delle vittorie, che in realtà non sono altro che segni di una momentanea tregua, una tregua che è atta solo a distrarci dai veri pericoli che incombono, per non farci rendere conto del pericolo imminente per suonare l’allarme. Ho sentito tanti predicatori che sono come queste ultime trombe, che con la loro idea di prosperità e di successo, stordiscono le orecchie e coprono gli occhi della chiesa. Io voglio essere prima sulla mia vita e poi per la mia chiesa, “una vedetta”, che è sempre pronta a suonare l’allarme. Affinché possa sincerarmi che la mia chiesa, ma soprattutto il mio cuore ami con tutto se stesso il mio Salvatore e Signore. Così facendo, non correndo il pericolo di essere vinto, ma essere in Colui che può ogni cosa: più che vincitore.