21 novembre 2011

IL POPOLO PERISCE PER MANCANZA DI CONOSCENZA




OSEA 4:6
Il mio popolo perisce per mancanza di conoscenza.
Poiché tu hai rifiutato la conoscenza,
anch'io rifiuterò di averti come mio sacerdote;
poiché tu hai dimenticato la legge del tuo Dio,
anch'io dimenticherò i tuoi figli

DÌ: NICOLA  PALMIERI.
SCHEMA E CORPO DEL TESTO
                       
Il libro del profeta Osea è per noi cristiani  il primo dei profeti minori, mentre nella Bibbia ebraica è parte di un unico libro, chiamato il libro dei “dodici profeti”. All’interno del libro ci troviamo  una storia d’amore, nella quale il  profeta, per ordine di Dio, prende come moglie una meretrice, che  anche dopo il matrimonio, continua ad essergli infedele. Il  rapporto d’amore, difficile e complicato, tra il profeta e la moglie, fatto di tradimenti e di perdono, è metaforicamente la parabola di quello  che stava succedendo tra il popolo e YHWH. Pur troppo per quello che è nella mente comune  lo stereotipo di profeta o di uomo di Dio e per la legge ebraica, era inconcepibile che Osea scegliesse come compagna una meretrice. Come pure il giudizio dell’opinione pubblica, che  è tutt’altro risolto ancora oggi, infatti: come giudicherebbero la cosa, i membri di una chiesa, se il loro pastore o un loro anziano, prendesse per moglie una “donna di cattiva fama”? Queste cose mettono in evidenza una serie di problematiche per l’interpretazione e la canonizzazione dl libro, ma lasciamo questo tipo di problemi agli altri e i mormorii ai bigotti, il libro del profeta Osea è di diritto nel canone della Parola di Dio e proprio per questa sua “storia d’amore” si illumina di una luce particolare. Dio non si preoccupa di giustificare il suo servo né di presentarci delle parole di tolleranza verso una storia così complicata, ma l’interesse è “parlare al popolo” e lo fa anche attraverso una storia tanto difficile, perché essa è metafora, racconto di un’altra, quella  più difficile e complicata, ma più alta e sublime; quella dell’amore di Dio per il suo popolo e dell’infedeltà del popolo verso un Dio che lo ama così tanto.
Per esprimere un tale amore e per cercare di recuperare un “rapporto” ormai deteriorato dai continui tradimenti da parte di Israele, il Signore usa per la bocca del profeta: parole anche molto cruenti e di minaccia, ma questo è per riprendere ristabilire, recuperare un popolo che è ormai lontano. Infatti  il nome stesso del profeta ci rivela lo scopo del libro, il cuore del messaggio profetico: “recuperare e salvare”; il nome Osea deriva dal verbo ebraico yšʽ che significa appunto: salvare o ristabilire.
Non solo il rapporto dei due coniugi diventa metafora tra Dio e Israele, ma il matrimonio stesso è analogia e fulcro su cui ruota l’intero annuncio profetico. Infatti, il matrimonio in realtà ci richiama all’idea pattuale veterotestamentaria e l’infedeltà del popolo non è altro che la violazione del patto. Il matrimonio è un patto, soprattutto per gli antichi, ed è uno dei temi principale di tutto l’antico Testamento. Come Gomer viola il patto matrimoniale con i suoi tradimenti, così Israele, viola il patto di YHWH: per l’idolatria e il tradimento della Torah. Però il “berit” di Dio, che troviamo nella Bibbia ebraica, si differenzia dal patto matrimoniale e dalla stessa idea pattuale del nostro sostantivo latino, per la sua “unilateralità”. Infatti, l’alleanza che Dio fa con Israele, cioè il berit, non ha nessuna bilateralità, ma è una scelta di YHWH e solo Lui è il protagonista e Colui che sottoscrive il patto stesso, Lui promette, pattuisce, sceglie il popolo per fare con lui l’alleanza. Israele ne è solo il beneficiario, l’eletto. Il patto, che si sintetizza in quello che troviamo scritto nella Torah: «Io sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo», è il tipo di berit che Israele tradisce; nonostante siano degli ottimi religiosi, ma come il cuore di Gomer, che desidera e si accende di passione per altri uomini, nello stesso modo ( metaforicamente), “la sposa che ha tratto dal deserto”, si offre, fa alleanze e compromessi, con altri popoli e si “prostituisce” e si accende di passione” per altri dei.
Dopo questo quadro generale, anche se molto sintetico, del contesto del libro, alla luce di quello appena detto, il verso in “capo” pagina, assume una veste nuova. Una nuova lettura, che credo sia più vicina all’esperienza del suo autore. Esso ci parla della causa del “disastro” che Israele stava vivendo, cioè: “la mancanza di conoscenza”. In realtà, questa mancanza, non è un’ignoranza dogmatica o religiosa, neanche un problema nell’istituzione del culto. Il profeta non si lamenta che il popolo abbia una cattiva teologia, ma che esso non conosce più, veramente, il suo Dio. La metafora con la donna che tradisce, ci racconta in realtà, questa dimensione all’interno del “cuore” di Israele. I tradimenti della moglie del profeta hanno come fonte  il “desiderio” di appagare appetiti sessuali e soprattutto di non accontentarsi del proprio “uomo” ma di cercarne altri. Allo stesso modo, Efraim non è più “contento” del proprio Signore, non gli basta più, ma è alla ricerca d’altro, che in qualche modo appaghi i suoi “desideri”. In sostanza, l’inappagamento di Israele, non è dovuto ad una difficoltà del suo Dio, o in un suo “cambiamento”, ma perché le nuove generazioni hanno perso di vista il contatto vero e reale, con colui che li ha “sposati ha sé”. Allora il rapporto tra YHWH e la sua “sposa” è come un’unione tra sconosciuti, la moglie che non riconosce il proprio sposo, ma in altri trova e cerca quello che in realtà avrebbe dovuto trovare e cercare solo ed esclusivamente in colui che ha come marito. Ancora una volta, il matrimonio difficile tra i due coniugi del racconto biblico, non solo è metafora, ma nel linguaggio stesso del profeta, diventa analogia, dello stato d’animo di Dio e della situazione che il popolo stava vivendo.
A questo punto, vorrei aprire una parentesi, non certo però digressiva, perché abbiamo parlato di “desiderio”. La mia parentesi tenta di rivolgersi ad una generazione, come la nostra, che forse davanti a certi ragionamenti, difficilmente si sente coinvolta. In generale, quando si parla di “desiderio”, il discorso scivola sempre sull’etica o addirittura sulla morale; e per lo più si esaurisce illustrando, quello che si può e quello che non si può. In realtà, bisognerebbe capire che l’uomo è molto più portato a dire “si” che “no”. Lo afferma anche l’Apostolo: “la trasgressione nasce dalla legge”. Nel momento che stabiliamo quello che non si può fare, davanti alla possibilità, l’uomo vive l’angoscia e poi il desiderio di “disobbedire”. Allora bisogna vivere la “teologia del si”, cioè: educare al desiderio, riuscendo a far amare le cose belle e buone. Educando a dedicarsi alle cose importanti, perché si amano di più, delle altre. Imparare a trovare maggiore piacere nell’ubbidire che invece di disobbedire. In sintesi, “conoscere” le cose che ci rendono felici e non occuparci di quello che ci rende “oziosi”. La conoscenza di Dio, viene vista come vera conoscenza, quella che si preferisce per legarsi a Lui e non ad altri. In questa prospettiva, non avremo più bisogno di dire “no” ad altro e ad altri, ma dovremo solo dire “si” a Dio e alle cose di Lui, consapevoli che questi è quello che appassiona e rende felice le anime nostre, non avendo bisogno di cercare altro, perché solo Dio appaga e soddisfa le nostre vite.
A questo punto non possiamo evitare di addentrarci sul concetto di “conoscenza”, il quale certamente, non può essere esaurito in queste poche pagine, anche perché è condizionato e condizionabile dai vari ambienti e dal “pensiero” di chi ne parla. Nella Bibbia ebraica  il termine conoscenza è : da`th dal verbo yd` “conoscere”, ma il senso non è puramente cognitivo, che ritroviamo nella lingua greca: gnōsis e quella latina: scientia; in entrambi gli idiomi europei, in  sostanza ci si indica una conoscenza  fortemente intellettiva, dottrinale e scientifica, che a volte trascende l’essere in quanto uomo, non considerando quella sensoriale. Dall’ebraico la cosa è diversa, perché lo stesso verbo che noi traduciamo con conoscere, è usato per indicare una particolare conoscenza, cioè quella “fisica”, sensoriale, non certo esclusivamente cognitiva, ma è in riferimento all’”unione” tra l’uomo e la donna. Come esempio di ciò, ci si può ricorrere al libro della Genesi al cap. 4, verso 1. Da questo noi possiamo dedurre, che il linguaggio profetico, faccia riferimento ad un tipo di conoscenza “somatica”, la quale rimanda ad un “rapporto” particolare, un contatto “privato” con il proprio Dio. Un rapporto, che non esclude la legge e la Torah, ma è qualcosa di più profondo e peculiare, esso si fonda su un esperienza quotidiana, vera, viva e visibile, con il proprio Signore, all’interno del popolo e da parte di ogni singolo credente. Non si tratta di una conoscenza distaccata, come quella che noi possiamo avere di un oggetto ( un libro lo studio e per questo, posso dire di conoscerlo), ma significa entrare in un rapporto intimo e personale, essere coinvolto completamente dalla “conoscenza” dell’altro, che nel nostro caso è YHWH. Quindi, non certo l’accettazione di una dottrina, ma sottintende una fede che esige la partecipazione di tutta la persona: corpo, anima (mente) e spirito.
L’unione degli amanti nel momento dell’atto sessuale, diventa un atto conoscitivo, perché analogia stessa del “conoscere”. L’uomo conosce la donna e attraverso di lei, conosce se stesso, in quanto “maschio”, mentre la donna è conosciuta, ma nello stesso momento, colei che si lascia conoscere, si riconosce a sua volta “femmina”. Questo di conseguenza, nell’atto procreativo, porta ad entrambi ad una conoscenza più alta, quella di riconoscersi: padre e madre. Questo tipo di conoscenza è metafora, per il profeta, del rapporto che  è venuto a mancare per la violazione del “patto” tra Efraim e il proprio Dio. Gli elementi della metafora, sono quelli che vengono presentati dal racconto della Genesi; infatti, YHWH è colui che sceglie di “conoscere” Israele, a sua volta, il popolo si fa conoscere da Dio per riconoscersi “popolo di Dio” e conoscere Dio come proprio Signore.  Qualcosa di simile è recuperato anche da Paolo, quando scrive che “siamo conosciuti da Lui” (1Cor.8:3 «ma se alcuno ama Dio, ma  esso è conosciuto da lui   Ecc.). Allora non spostandoci da questo piano, possiamo dire che: se il popolo si fa conoscere da altri, proprio come Gomer, si riconoscerà non più fedele a chi l’ha conosciuto per primo, ma “adultero”, perché ha violato il patto e ha tradito chi l’ha conosciuto, perché lo ha scelto. A questo si aggiunge il rifiuto da parte di Dio, di scegliere ancora Israele come suo sacerdote, perché colui che non “conosce” più YHWH, come può farlo conoscere ad altri e soprattutto essere amministratore e interprete della volontà di chi non è più il proprio “Signore”?  In questo, “la mancanza di conoscenza”, non è solo la causa di tutte le sciagure di Israele, ma anche del rigetto di Dio di averlo scelto come suo “intercessore”, per se e per altri popoli, che avrebbero dovuto guardare  lui, per avvicinarsi a quella particolare conoscenza di Dio. Quindi il popolo, non solo perde il suo Signore, ma smarrisce anche la sua “chiamata” e la sua “elezione”.
Fino a questo momento ci siamo mossi nell’ambito dell’ antico Testamento, cercando di chiarire l’idea del profeta nel parlare della “conoscenza”, ma nell’ambiente del nuovo Testamento, il parlare di “conoscenza”, lascia lo spazio ad una tale interpretazione? Noi possiamo conoscere Dio? Questa ultima domanda, può essere retorica, perché nessun uomo può conoscere veramente Dio. Come ha detto qualcuno, Dio è sempre il “totalmente altro”, tra Dio e l’uomo rimane aperto un baratro, grosso quanto l’universo, un universo “qualitativo” e “temporale”, ma qualcuno, alla luce del nuovo Testamento, ha superato un tale baratro e ci ha portati a conoscere il Padre: Gesù il Cristo. Egli è colui che ha stabilito un nuovo patto, non solo con Israele ma con tutta l’umanità, non più quello del Sinai, ma scritto nei i cuori dei credenti. Allora conoscere Cristo è conoscere Dio, ma conoscere Cristo è ricevere lo Spirito Santo, perché: e’ colui che ci fa fare esperienza di Dio nella nostra vita, dandoci la forma di Cristo nei nostri cuori. Infatti, non poche volte lo Spirito santo, viene chiamato lo Spirito di Cristo. Una conoscenza, ancora una volta legata ad una esperienza sensibile di Dio, vivere una vita in un rapporto speciale con lo Spirito, quindi con Dio, vivere in una vita nuova, quella redenta dallo Spirito. Una vita, che è  testimoniata dalla persona di Gesù, che trova la sua fede e speranza attraverso il Cristo. Un esempio lo troviamo nell’evangelo di Giov. (14: 8 a 12), quando Filippo chiede :«mostraci il Padre e questo ci basta» e Gesù risponde : «chi ha conosciuto me ha conosciuto il Padre». Inoltre, non dobbiamo dimenticare, che proprio nelle epistole paoline, molte volte lo Spirito diventa sinonimo di conoscenza e viceversa, quindi concludendo, possiamo affermare che tutta la Bibbia, prende le distanze da una conoscenza puramente cognitiva e scientifica, ma la vera conoscenza è quella che si ha attraverso un “contatto”, quasi somatico con Dio, quella vera, che viene vissuta e data, attraverso l’esperienza con lo Spirito. Conoscere Dio, è riconoscersi in Lui, perché conosciuti prima da Lui, per lo Spirito di Cristo.
In realtà, dobbiamo aggiungere che la “conoscenza” nella storia della Chiesa, ha assunto anche una vesta “cognitiva e razionale”.  Molto presto, nelle chiese nasce  il problema della dottrina, cioè quello che le chiese “canonizzano” come verità di fede. Conoscere la dottrina, diventa di vitale importanza, tanto che la “mancanza di conoscenza di essa, rende il credente, un non-credente, un uomo o una donna in pericolo di dannazione”. Il problema della didàskalia  è molto sentito nelle chiese da quasi subito, fino ai giorni nostri. Esso nasce nel cercare di “conoscere” quella paradōsis che contenga quella dottrina, più vera, perché più vicina  a quella predicata e annunciata dagli apostoli. Anche nell’epistola agli Efesi ( 2:20), si scrive che «siamo edificati sul fondamento degli apostoli», così ci troviamo davanti ad una prima forma di paradōsis. Il riferimento agli apostoli, però,  ci apre il campo per un ulteriore accento su quello che si è appena detto e cioè: la “dottrina della Chiesa” non nasce  su fatti e regole religiose, ma su quello che gli apostoli hanno “conosciuto”, cioè sul loro contatto vero e vivente con Gesù di Nazareth, il Cristo di Dio. Essi sono coloro che hanno visto e udito Cristo. La loro didàskalia  trova la propria autorevolezza su quello che hanno visto e udito da Gesù, cosi anche la trasmissione di essa.
Allora anche noi oggi, suoi discepoli, conosciamo Cristo attraverso la sua Parola, ma non solo attraverso un opera puramente “cognitiva”, ma attraverso un “contatto” con lo Spirito che agisce in noi. Attraverso di esso, si apre “il mondo” della Parola annunciata dall’evangelo, ma senza scadere nel soggettivismo, “l’annuncio” trova la sua validità attraverso una tale esperienza diretta e reale con lo Spirito di Dio, che noi chiamiamo rivelazione. Allora la vera dottrina è rivelata da una tale “conoscenza” e trasmessa attraverso gli stessi canali che hanno contribuito al suo “svelamento”. Un processo che riguarda ancora una volta tutta la persona umana, che agisce e si predispone a riceverla e a metterla in pratica, riconoscendola Parola di Dio.


30 settembre 2011

LA PACE DI DIO


FILIPPESI  4:7

LA PACE DI DIO, CHE SUPERA OGNI INTELLIGENZA, CUSTODIRA I VOSTRI CUORI E I VOSTRI PENSIERI IN CRISTO GESU’



DI:  NICOLA  PALMIERI



SCHEMA E CORPO DEL TESTO

Il testo che questa volta ci troviamo a meditare è tratto dall’epistola di Paolo ai filippesi, un’epistola che ha diverse peculiarità. La prima, che subito balza agli occhi di un normale lettore è il suo fine, diverso da quello delle altre proto paoline. Infatti, in essa non troviamo motivi di riprensione alla chiesa in oggetto, oppure come quella ai romani, uno fine teologico, per presentare l’Apostolo e il proprio ministerio. In essa troviamo un Paolo che esorta una chiesa a lui amica. Allora egli si lascia andare nell’esortazione e nell’edificazione del gregge, che ha visto nascere e crescere. Un’altra particolarità meno immediata, ma già accertata dai primi padri della Chiesa, è il fatto che in realtà l’epistola non è una ma ne sono almeno tre.

Le prove che confermano questa teoria sono innumerevoli, ma non è questo il momento per dare una tale spiegazione, basti solo al momento sapere che  quando ci è necessario e cioè che le epistole in realtà sono tre e che prima è il cap. 4 dal verso 11 fino alla fine e la seconda è in realtà, il capitolo 1e 2, questa prima sono state scritte in prigione da Efeso, mentre la terza, quella che va dal capitolo 3 fino al capitolo 4 fino al verso 10, è stata scritta in un tempo più tardivo, forse contemporaneamente a quella di Roma e forse l’apostolo si trovava a Corinto. Questo ci serve per comprendere il contesto in cui il nostro verso è stato scritto, un ambiente dove troviamo un Paolo abbastanza avanti nel ministerio, un Paolo che non certo cerca un biasimo dai suoi lettori, anzi non si occupa più della sua vita, la quale ormai si dirige verso il tramonto, ma si preoccupa della vita degli altri. Egli riprende cose antiche, parole antiche, ma le ripropone sotto una nuova rivelazione, rendendole attuali, fino ad arrivare a noi oggi a distanza di più  di duemila anni.

L’argomento principale della nostra riflessione e del verso stesso è la “pace”, in particolare come dice l’apostolo: la “pace di Dio” , che come cercheremo di dimostrare, la pace di Dio è qualcosa di diverso dalla normale idea di pace.

Una prima differenza la possiamo riscontrare anche nell’uso dei termini, che troviamo nell’antico e nel nuovo Testamento. Una differenza non solo di forma o di lingua, ma delle vere  e proprie differenze concettuali, dall’ebraico come dal greco, anche se quest’ultima è la lingua usata da Paolo.

Però prima di parlare delle differenze, è opportuno parlare di quello che accomuna. Come per la benedizione, anche la pace, sia per la tradizione veterotestamentaria, che quella neotestamentaria, viene esclusivamente da Dio, essa come la benedizione è un dono di Dio, ed è una necessità che consente la vita stessa e la sopravvivenza dell’uomo, senza di essa la vita, in tutte le forme e modi, non è plausibile. Le due cose sono strettamente collegate, infatti l’una integra l’altra, senza la pace non vi può essere benedizione. Essa è il canale, lo strumento, il contenitore, il mezzo di trasporto della berakhà (benedizione). Senza di essa la benedizione non può essere elargita e nello stesso tempo, l’auspicio della pace è anche un auspicio di benedizione, perché dove vi è pace vi è anche la benedizione di Dio. Un esempio lo possiamo trovare nell’antico saluto rabbinico, che è in uso ancora in alcune chiese evangeliche di tipo pentecostale, shalom (pace), con questo saluto non si fa che augurare oltre la pace ma anche che la benedizione di Dio, la quale  possa raggiungere il beneficiario a cui si rivolge il saluto. Anche nei testi biblici dei due testamenti, possiamo trovare questa inscindibile correlazione. Infatti,  un esempio lo possiamo trarre dalle formule di benedizione, le quali terminano sempre con un richiamo alla pace, nell’antico come per il nuovo Testamento. Però non bisogna dimenticare che per i testi veterotestamentari la pace è un dono che và conquistato, mentre, come vedremo più avanti, essa per l’Apostolo e poi per tutti glia altri scritti neotestamentari, che in un certo senso seguono la  scia teologica, su questo argomento di Paolo, è un dono che già è stato conquistato da Cristo, che il credente deve solo riceverlo per fede nella propria vita. Bisogna aggiungere che per il mondo greco, la parola pace: eipéné (pace), ha un valore completamente diverso sia da schalom, che dal concetto neotestamentario. Essa assume un significato molto generale, che ingloba tutto quello che possiamo dire su questo termine, ma nello stesso tempo, esclude l’interiorizzazione di una tale realtà, perché si concede quasi sempre all’idea legata ai rapporti di condivisione e di sodalizio tra contraenti o tra accordi bilaterali tra esseri umani.

Lo shalom ebraico, anche esso si distacca nettamente all’idea paolina, infatti  è legato strettamente al mondo empirico, in un semplice rapporto di benessere, non tanto interiore, ma tra uomini e con il posto in cui si vive. Lo shalom è la ricerca di una terra tranquilla, la conquista della terra promessa, la cessazione delle liti tra tribù, la sconfitta dei popoli che insidiano la “terra”, l’equilibrio socio politico della nazione. Da questo è facile comprendere come, per Israele, la pace era sinonimo di un benessere materiale, un dono di Dio che si manifesta nello star bene nella terra che YHWH ha donato. Da questo si deduce che le guerre interne e soprattutto quelle contro i popoli che insidiavano Israele, non sono altro che delle guerre giuste, sante, perché alla conquista di quel dono che YHWH ha messo a loro disposizione, cioè quello della pace; una mentalità che ancora non ha abbandonato del tutto il popolo giudaico, infatti ancora oggi si combatte e si uccide in nome del raggiungimento di questa “pace” che si otterrà soltanto quando tutti i nemici saranno “sterminati”. Anche nei profeti, parlando del futuro di Israele, vedono il raggiungimento dello schalom con l’avvento del giorno del Signore. Uno ione, dove ci sarà la pace, perché non ci saranno più nemici e  si raggiungerà un perfetto e giusto stato sociale.

Ad amor del vero dobbiamo aggiungere che nella tradizione veterotestamentaria, soprattutto negli scritti “poetici”, come i salmi, ci si  parla in alcuni di una ricerca per una pace diversa, che si avvicina ad un benessere interiore e non esclusivamente legato al mondo esterno e al rapporto che si ha con gli altri. Un esempio lo troviamo nel salmo 43: « perché ti abbatti anima mia? Perché ti agiti in me?» , il salmo termina con una domanda che non trova risposta se non nell’attendere Dio, un’angoscia che vive nell’interiore, che è slegata dal contesto in cui vive il salmista tanto da chiedersi egli stesso, del perché di una tale condizione, la quale non è più  legata al benessere del posto e del tempo, ma la ricerca di una pace che non è più dipesa dal mondo che lo circonda, ma più legata ad un benessere ontologico e fisico.

Allora ritornando al nostro verso, di quale pace l’Apostolo sta parlando: schalom o eiréné? Io credo che non si riferisce a nessuna delle due, egli parla di una pace che supera tutte le altre, la pace dalla quale ne derivano tutte le altre, quella che senza di essa, in realtà non ci può essere né schalom e neanche eiréné la “pace di Dio”. Per questa Paolo  non ha un termine da adattare, allora può solo aggettivarla, per dare ad essa una categoria diversa. Essa è parte di un livello più alto, perché il mondo non la conosce e né la possiede. La pace di Dio supera, và oltre della nostra nous , capacità razionale o possiamo anche dire, in base al contesto, oltre i nostri progetti o piani umani. Certamente l’apostolo non disprezza la capacità dell’uomo a fare progetti di pace o ad ideare “piani di pace”, ma egli ci tiene a sottolineare la natura o la sostanza della “pace di Dio”, la quale non appartiene all’uomo ma è solo di Dio, come Lui, non può essere se non soprannaturale, oltre i limiti naturali, la quale si cala nella natura dell’uomo e in modo ancora soprannaturale, guarisce, placa, rasserena, le lotte dell’essere umano. Attraverso di essa, l’uomo finalmente riesce a trovare pace con Dio e solo così, facendo pace con Dio, egli riesce a trovare pace con se stesso. Infatti, egli ha perso la pace con se stesso nel momento che ha perso il suo rapporto con il suo Creatore. Detto questo è facile trovare un “sinonimo” o meglio una definizione a questo tipo di pace, come per il termine agaphè, così possiamo sostituire il termine eiréné con Gesù Cristo.

Una pace più alta e  superiore, perché come dice l’evangelo di Giovanni:

« il mondo non ha », a questo punto dobbiamo domandarci come è allora la pace del mondo?  Il mondo ha un concetto di pace molto vicino allo schalom ebraico. Gli uomini si sentono in pace quando non vive in nessuna guerra. La pace del mondo si viene a creare quando, non si è in guerra contro nessuno e nessuno è in guerra contro di noi; quando non siamo in lite con altri e gli altri non sono in lite con noi. In realtà, anche se non è dipeso dai credenti della prima cristianità, certamente nel loro corso di vita, avevano avuto non pochi “nemici” e non poche situazioni difficili, ma l’apostolo esorta i credenti della città di Filippi, ad avere nei loro cuori la “pace di Dio”. 

La correlazione dell’idea di pace del “mondo” con lo schalom ebraico è più marcata nel pensiero occidentale, soprattutto quello moderno, quando si sente dire ancora oggi, che bisogna combattere, fare la guerra per la pace. Questo sembra un ossimoro, accostare le parole guerra con pace, eppure ancora oggi si fa guerra ai popoli, si uccide in nome della pace, per raggiungere una pace, che in realtà è solo la voglia di conquista e di potere di uomini e popoli che si investono un diritto, quello di “civilizzatore” che non ha e che  è solo fame di potere e di ricchezza. La pace secondo alcuni è solo la conseguenza di una unificazione di poteri e di ricchezze sotto un'unica “bandiera”. Una pace che si contrappone a quella neotestamentaria, tanto che il raggiungimento di questo tipo di pace, porterà la rovina e la fine della nostra era e del nostro mondo, questo lo scrive Paolo ai Tessalonicesi: « quando diranno pace e sicurezza, verrà la rovina ». (1tes. 5.3). L’evangelo ci parla di una pace che “il mondo non ha”, quella che non è interventista verso coloro che sono diversi da noi, che non è garantita dai capi di stato e tantomeno da chi incontriamo sul nostro cammino, ma legata ad un intervento della grazia di Dio nella vita del credente, il quale attraverso di essa, realmente dimostra una “vita alternativa”, diversa di quella che l’umanità non ha. Noi non siamo in pace perché gli altri non ci fanno “la guerra” o noi non facciamo la guerra agli altri, ma perché , il credente ha nella propria vita “Cristo”, che è la pace di Dio, solo così il nostro cuore è sereno e sicuro….anche in mezzo alla guerra.

La pace di Dio è Cristo, questa affermazione è testimoniata e dimostrata, dall’apostolo stesso, in tutta la sua teologia, perché ha come perno centrale della sua teologia, la morte e la resurrezione di Gesù. Infatti, ogni sua espressione e riflessione ha come sostegno questo avvenimento, tutto finisce ed ha inizio alla “Croce” (morte e resurrezione). Anche la pace, data in dono al credente, non fa eccezione;  essa trova il suo adempimento, la sua massima espressione solo alla Croce. Essa ha come sostegno la speranza, una pace che non si conquista ma che si possiede nel momento che si spera attraverso di essa, allora mi piacerebbe definirla una “pace escatologica”. Essa prende forma alla croce dove Gesù muore. Dice il profeta che: “Egli è come una pecora portata al macello e che non apre bocca”. Gesù  muore, e come un morto,  non ha più nemici, perché ogni suo nemico si è già accanito contro di lui, non ha più ragione di combattere, perché ogni piano e ogni strategia finisce con lui, morto in croce, non ha nessuna reazione o vendetta, Egli è morto, invocando il perdono per coloro che lo hanno ucciso. Egli è morto, senza imputare colpa alcuna ai suoi carnefici, perché lui si è offerto per morire, Egli è venuto per questo: morire sulla croce, ma tutto questo lo ha fatto affinché noi avessimo “pace”, la vera pace, quella come di chi è morto, che non ha reazione né odio verso coloro che gli sono attorno. Morto a se stesso, non reagisce, rimanendo sempre in pace con se stesso e con chi gli fa del male.

Essa è confermata ed adempiuta dal Risorto, da colui che non ha più nemici, perché ha vinto ogni nemico, anche la morte. Colui che supera ogni progetto e ogni piano, perché in lui ogni cosa si è realizzata, non ha più da combattere,  in quanto ogni cosa è stata conquistata, non ha da temere, perché ogni potere è stato sottomesso. Una vittoria che è in speranza, ma una speranza che attraverso la fede rende i cuori dei credenti fiduciosi e certi. Una speranza che rende i cuori sereni, sicuri, quindi lascia e dona al cuore la pace di Dio, una pace per questo escatologica. La pace di coloro che ora possono affermare di essere morti e soprattutto risorti con Cristo e come Cristo di non avere più nemici e nemmeno più battaglie da combattere, perché “sono più che vincitori, in colui che ci fortifica”.

Tutto il nuovo Testamento riconosce questo tipo di pace, partendo dalla riflessione dell’apostolo, gli altri autori, quasi in modo inequivocabile, accettano questo tipo di riflessione, riconoscendo e testimoniando che: la pace di Dio è qualcosa di diverso, più alta, che dello schalom e di eirènè, ma soprattutto una pace che: “il mondo no possiede e non può trovare se non in Dio”.

Vorrei ora considerare, partendo dai testi biblici, da dove ha inizio l’idea dello schalom. Volendo usare il titolo di una grande opera poetica della letteratura inglese di John Milton (1608-1674), esso trova il suo fondamento dall’idea del “paradiso perduto”, cioè partendo dal cap. 2 della Genesi, possiamo accorgerci che lo schalom era garantito dall’ambiente, cioè la pace che regnava era, perché l’uomo e la donna vivevano nel paradiso che Dio aveva creato per loro. Un ambiente ottimale, senza problemi né impedimenti o guerre, dove la pace sociale e familiare era assicurata dall’ordine di Dio e dal fatto che l’uomo aveva il dominio su tutto quello che Dio aveva creato. Al cap. 3 succede qualcosa che stravolge lo schalom, la disubbidienza dell’uomo fa in modo che l’uomo e la donna vengano cacciati dal paradiso e quindi, perdendo il paradiso, perdono lo schalom. Allora per riavere la pace bisogna riconquistare il “paradiso perduto”. In realtà l’uomo e la donna hanno perso il paradiso, perché prima ancora avevano perso la pace nel loro cuore. La perdita della pace ha fatto in modo che perdessero il paradiso. Infatti, davanti alla possibilità di peccare, davanti alla soddisfazione della carne e alla concupiscenza degli occhi e alla curiosità della conoscenza, i loro cuori abbandonarono la fiducia nel comandamento di Dio, per lasciare il posto all’ansia, all’agitazione. Il tormento del desiderio che si manifesta davanti ad una possibilità detronizza  la pace, alla quale subentra  l’inquietudine e la paura.

 Il primo uomo e la prima donna, preferirono  nutrire la loro ansietà e il loro tormento, credendo che  così facendo  potessero ritrovare quella pace persa, ma in realtà, hanno scoperto che l’ansia non si sazia mai e il tormento non dice mai basta, lasciando all’umanità come eredità, non un paradiso, ma quell’angoscia che cerca sempre e non si sazia mai, non un paradiso, ma un mondo che vive solo in una possibilità che non si realizzerà mai, quella della pace che si rincorre ma che è sempre più lontana. L’uomo allora diventa vittima di se stesso, rimane imprigionato in questo mondo della possibilità, perché continua a cercare altro, ma non Dio, l’unica cosa importante. Egli invece di combattere ciò che li ha privati della pace, nutre quel “mostro” che noi chiamiamo peccato. Allora il paradiso perduto in realtà è proprio la perdita di quella pace che Dio donò alla sua creatura.

A questa riflessione l’Apostolo aggiunge un paradosso, cioè prosegue il verso e dice : « la quale proteggerà/ difenderà/sorveglierà i vostri cuori », possiamo renderci conto del paradosso nel fatto che afferma che la pace di Dio, “combatte”,( perché il verbo che usa dal greco è un verbo che veniva usato in battaglia), una pace che combatte;  eppure essa combatte per noi, contro quello che cerca di rubare e di agitare e preoccupare le nostre vite. “Non combattiamo per vivere la pace, ma combattiamo perché la pace già vive nei nostri cuori, poiché siamo in “pace” allora combattiamo. Ora però, bisogna precisare di quale combattimento si tratta, visto che abbiamo detto che il credente è in pace, perché non ha nemici e non ha battaglie da combattere.  Il combattimento: “ non è contro carne e sangue”, la pace di Dio và contro  al peccato che all’uomo tanto spaventa, essa và contro l’ansia e il tormento, quel mostro insaziabile che l’uomo nutre sperando di domarlo, ma ogni giorno si accorge che è indomabile, perchè solo la pace di Dio è capace di sconfiggere e di allontanarlo dalle nostre vite. Essa sorveglia e custodisce il nostro cuore  dalle preoccupazioni e dalle paure, che puntualmente ritornano, in quanto parte del sistema di cose in cui viviamo, ma con la pace di Dio, il paradiso è nel nostro cuore, un paradiso che vuole uscire fuori e vuole seminare in noi e soprattutto intorno a noi.

Concludendo, voglio lasciare la nostra riflessione con una preghiera, quella di chiedere a Dio che doni  la sua pace nei nostri cuori, la stessa che apre la porta alle sue benedizioni, quella più grande, quella soprannaturale ma nello stesso tempo tangibile nelle nostre vite. Una pace soprannaturale perché apre la porta al soprannaturale, come è la benedizione di Dio. La pace che apre i cieli e precede, su chi crede, la discesa dello Spirito Santo. La stessa  che il Risorto diede ai discepoli, impauriti e scoraggiati, quella che subito dopo la sua “parola”, aprì i loro cuori a ricevere il “paracleto” , il consolatore, lo Spirito promesso. (Giov. 20:19 a 21)










17 giugno 2011

IL "LAPSUS" DEL SERVO


SALMO 73: 1 e 2:
Certo, Dio è buono verso Israele,
verso quelli che sono puri di cuore.
Ma quasi inciamparono i miei piedi;
poco mancò che i miei passi non scivolassero
di: Nicola  Palmieri
SCHEMA E CORPO DEL TESTO
Il salmo 73 è uno dei dodici salmi che come autore è indicato la persona di Asaf, il quale secondo la tradizione ebraica fu il capo dei cantori del tempio. Molto importante è l’indicazione dell’autore per la comprensione del salmo stesso; infatti, l’autore ci fornisce una chiave ermeneutica per comprendere il contesto, in cui una tale preghiera o invocazione è stata scritta. L’ambientazione dello scritto in esame, c’è fornita unicamente dall’autore, perché i salmi sono dei “componimenti poetici”, il modello letterario scelto è appunto la poesia, quindi non essendo una narrazione, il contesto è dato appunto dal sitz-liben dell’autore, il quale è in qualche maniera l’autore teologico del salmo, ma certamente non è quello certo, quello che materialmente ha scritto il salmo. Il riferimento all’autore, non solo ci fornisce il “momento” e il “dove” è stato composto un tale componimento, ma dà anche autorevolezza allo stesso.
Il salmo in questione ci presenta un capo di coro, un uomo che vive molto tempo della sua vita nel Tempio, il quale conosce per esperienza la “schekinà” di Dio. Egli era chi guidava la lode, che introduceva appunto il momento in cui Dio doveva palesarsi al popolo, ma in questo salmo c’è presentata una parte del cuore di quest’uomo, che altrimenti sarebbe rimasta nascosta. In un momento del suo servire, Asaf ha delle perplessità nel suo cuore, dei pensieri che, come lui stesso confessa, lo fanno “scivolare”. Preferisco per la traduzione dei versi in oggetto, quella inglese della “King James”, la quale letteralmente ci dà l’idea dello scivolare più dell’inciampare, infatti, essa traduce: “ come se i piedi andassero via”. Quindi Asaf preda di alcuni pensieri, era scivolato, i suoi piedi andavano via, non lo sorreggevano più; ma quello che è straordinario è il fatto che scivola, ma non si trova con la schiena per terra, egli nonostante tutto rimane in piedi.  Egli rimane in piedi perché, anche senza nemmeno accorgersene, c’è qualcuno che lo sorregge, questo qualcuno o qualcosa è la misericordia di Dio, la “mano” sua paterna, la quale è pronta e interviene senza che nemmeno possa rendersi conto. Come il “cantore”, anche noi, dobbiamo solo ringraziare la sua grazia se ancora in questo momento possiamo dire di stare ritti. Come Asaf nemmeno c’è ce ne accorgiamo, ma poi quando ci troviamo a superare tali scivoloni senza cadere, solo allora abbiamo una tale consapevolezza, cioè che la mano di Dio, quando credevamo di non farcela e di essere caduti, ci ha sostenuto.
La perplessità del “salmista” può essere intravista dalle prime parole dei versi in esame. A prima vista quello che leggiamo sono delle dichiarazioni di fede, adatte per un bell’inno di lode al Signore: «Dio è buono verso Israele»; ma leggendo poi il salmo ci rendiamo conto che, questa bella dichiarazione di Asaf, non è per niente coerente con il tempo che stava vivendo. Alla luce di questo momento testimoniato con una tale lirica, sembra quasi nascondere tra le parole di una tale lode, una realtà diversa, un’incoerenza tra quello che si afferma con il canto e l’esperienza che si sta vivendo. Tra le righe sembra “leggere”: “Dio è buono verso Israele, ma non con me”. Il salmista sembra escludersi, quasi, da questa verità di Dio, il suo lamento e la sua perplessità iniziale contraddice, nemmeno troppo implicitamente, quello che ha appena dichiarato, Dio è buono verso Israele, ma non lo è per lui, almeno questo mi suggerisce il momento in cui si trova a vivere, questo deduco, non più dalle sue certezze ma dai suoi dubbi. In altre parole, troviamo la conseguenza delle sue perplessità, proprio attraverso la sua mancanza di fiducia verso se stesso in Dio. Il salmista riconosce la bontà di Dio, ma esclude la sua persona in questa sua bontà. Inoltre aggiunge un’altra dichiarazione di fede: Dio è buono verso i puri di cuori, ma se lui si esclude da questa bontà, dichiara di avere dubbi anche verso il suo cuore. Nessuno può conoscere fino in fondo il proprio cuore, ma dalla sua mancanza di fiducia e dalle sue perplessità si deduce che forse, lui non appartiene a quella categoria di persone, con cui Dio è buono, perché di cuore puro.
A questo punto ci tengo a fare una piccola digressione intorno al concetto di purezza. Tale idea per noi occidentali trova la sua origine nel pensiero greco, mentre bisogna tener presente, soprattutto in un tale contesto, l’idea ebraica del concetto di purezza. Infatti, anche in questo caso, preferisco la traduzione inglese del verso, perché preferisce tradurre non con l’aggettivo puro, ma con “pulito”, quest’ultimo rende molto meglio il pensiero ebraico di purezza, cioè un cuore puro è in realtà un cuore “pulito”, lavato, deterso da quello che lo sporcava. Un cuore puro non è un cuore che non ha mai conosciuto contaminazione, ma un cuore che in realtà è stato pulito da una tale contaminazione. Sicuramente da questo tipo di posizione attinge il Nuovo Testamento, per la sua “idea” di purezza. Mentre nel mondo greco, l’idea di “purezza” si riconosce in una concezione di completa neutralità verso tutto quello che circonda l’uomo. Il puro era chi non ha mai contaminato il proprio cuore, soprattutto attraverso un’indifferenza verso il contesto e l’ambiente in cui si trova, un cuore asettico, a qualsiasi atteggiamento e sentimento, apatico e senza nessun contatto verso cosa e chi lo circonda. Un esempio di questo pensiero è la storia del filosofo Diogene detto il cinico. Egli andava in giro per la città con una lanterna, perché cercava un uomo con il cuore puro e non l’ha mai trovato, perché lui predicava la purezza come distacco totale a qualsiasi forma di contatto e implicazione, sia con la società sia con il mondo che lo circondava, tanto che si racconta che vivesse in una botte e vestiva di stracci. Un pensiero che trova largo spazio nella teologia cattolica, soprattutto in ambienti monastici; il puro è colui che si estranea da tutto e da tutti. In realtà, sia per la mentalità ebraica che per quella della Chiesa antica, una tale posizione non trova nessun fondamento, se non per l’appunto nella filosofia greca, la quale dopo i primi secoli della cristianità, essa ben presto s’inserì molto energicamente tra le riflessioni dei padri della chiesa.
Ritornando al nostro testo, è opportuno ricordare che il tipo di esperienza del salmista è comune un po’ a tutti i credenti e soprattutto a coloro che sono “addentrati” nel ministerio. Molte volte questo ci sorprende, ma la realtà è questa: chi è nel ministerio deve riconoscere che le “domande sono molto più frequenti nel proprio cuore”. Esse, a volte, non trovano subito risposta, ma aprano la strada per un cammino che non è sempre in discesa, ma il più delle volte si presenta rischioso e per l’appunto, sdrucciolevole. Un’esperienza, quindi, comune che è vissuta per svariati motivi, come può essere un problema, una difficoltà, un dolore o come per il salmista: il non riuscire a comprendere il fatto che gli empi possano prosperare e lui, che è continuamente nel tempio, un servo di Dio, vive in certe difficoltà. Le nostre reazioni davanti a tali pensieri, in apparenza possono sembrare diverse, ma in sostanza sono tutte simili; come colui che percorrendo una strada si trova a scivolare su una buccia di banana, ogni uno di noi prima o poi trova sulla sua via la “sua personale buccia di banana”, che lo fa scivolare, a volte possono essere anche dei “venti di dottrina” che trasportano la nostra vita in zone poco sicure.
Quindi ognuno nel suo cammino trova prima o poi un percorso poco sicuro, che rende i suoi passi sdrucciolevoli, un tratto di strada in cui sembra quasi di cadere, perché i nostri pensieri sono sempre un terreno poco sicuro, la nostra natura è continuamente esposta al pericolo e soprattutto la nostra “carnalità” è sempre come attraversare delle sabbie mobili. Allora per sua attitudine l’uomo in quanto tale non può che avere, nel corso del suo tempo, per svariate ragioni, dei continui “lapsus”, tanto quanto coloro che non credono quanto quelli che credono, così come quelli che rivestono posti di autorità che quelli che a mala pena riescono a gestire la propria vita, la “differenza tra chi teme il Dio e chi non lo teme “, sarà: “ non che il giusto non cada ma che Dio lo sostiene”.
Abbiamo detto che il fatto di inciampare è comune a tutti gli uomini: credenti e non, infatti, l’uomo naturale inciampa davanti alle proprie difficoltà, paure e angosce. L’uomo normalmente cerca di sfuggire dalle proprie responsabilità, perché ben presto si rende conto di essere incapace di gestirle, in quanto sempre più grandi di lui, il suo limite si manifesta non solo verso l’eternità ma anche nel proprio ambiente, nel quale crede di esserne il padrone, ma rimane solo “uno” dentro ad una creazione più grande, la quale geme e soffre per quella “caduta” che l’uomo stesso l’ha sottoposta.
Il credente vive nel mondo ma “sul sentiero di Cristo”, ma anche lui come Asaf ha i suoi lapsus, anzi molte volte sembra che il cammino del cristiano sia più pericoloso e ricco di insidie. Mi viene in mente il libro dell’Esodo, quando Mosè ha la visione del pruno ardente, una visione che poi lo porta ad avvicinarsi a esso scalando un monte e quando si trova a pochi metri da esso ascolta una voce: “ Mosè togliti i calzari, perché la terra che tu calpesti è terra santa”. Lo spazio che separava Mosè al pruno doveva essere percorso a piedi nudi, senza l’ausilio dei sandali, che sicuramente potevano aiutare i piedi ad affrontare un suolo roccioso. Sicuramente a piedi nudi, non doveva sentirsi proprio a suo agio il profeta su un tale percorso o suolo ma Dio lo chiama ad avvicinarsi a Lui in quel modo. Allora il sentiero che ci viene offerto è Gesù: “ Io sono la via”, ma come dicevamo prima, noi percorriamo questa via a “piedi nudi” e in questo modo ci troviamo molto spesso sulla “via” a traballare. Noi troviamo in essa dei “ pungoli”, che vanno a colpire la nostra creaturalità e le nostre debolezze, in quanto la via da percorrere è l’esempio di Cristo e un tale esempio è, molte volte, incomprensibile, pazzia, anche per chi si dice credente. Abbiamo la tentazione di indossare su un tale percorso, a volte tanto “scomodo”, i sandali della ragione e della religiosità, quelli della modernità e del compromesso. Il Signore ci chiama a percorrere un percorso che da soli non saremo mai capaci di percorrere, una via che a volte ci punge e ci “tocca” nei punti più sensibili, un sentiero che ha come unico sostegno la fede, la quale è sostegno e nello stesso tempo traccia, su cui poggiare i nostri piedi. Come Pietro, che alla sua richiesta fu chiamato da Gesù a camminare su un mare in tempesta, impossibile poggiare i piedi su delle onde, ma la fede attraverso la Parola, doveva fargli da sostegno e soprattutto da suolo su cui poggiare i suoi piedi.
La fede è l’unica traccia su cui possiamo poggiare i nostri piedi, soprattutto quando sentiamo di star scivolando, quando ci accorgiamo che il terreno è sdrucciolevole e che i nostri piedi non ci sostengono più, quando cerchiamo un terreno solido dove possiamo poggiare la nostra vita, questa solidità in un modo paradossale, c’è data dalla fede. Ritornando al salmo dal quale abbiamo tratto i nostri versi, possiamo renderci conto qual è stato per Asaf questo terreno solido, questa solidità egli la trovò nella rivelazione della fede, quella che allargò la sua visione, che donò la speranza, cioè quella che rende “il presente metafora, ma sposta la nostra certezza sulla “fine”, sulla promessa e sul futuro di Dio. Certamente la fine di Asaf, da buon ebreo, era quella degli empi, dove vede alla luce della giustizia di Dio la loro fine, una fine certamente disgraziata, il cui nome non vi è più ricordo.
Però per noi cristiani la fine, non è certamente quella degli empi, che personalmente è argomento che riguarda direttamente il “trono di Dio” cioè la sua sovranità, ma è la croce e la resurrezione di Cristo. L’ultima parola di Dio per gli uomini è la croce, la resurrezione allora diviene la prima. La rivelazione per noi cristiani sulla fine è il primo atto di Dio a riguardo della salvezza e cioè la resurrezione di Cristo. Allora per noi il terreno solido su cui fondare i nostri passi è la rivelazione della fede nella resurrezione di Cristo, la quale è prolettica, cioè viene prima, prima della nostra conversione, prima che noi potessimo conoscere e realizzare una tale realtà, prima di scoprire su cui possiamo poggiare i nostri piedi. Essa è prima, altrimenti non potrebbe sostenerci, in quanto tutto quello che viene dopo si poggia attraverso la fede su di essa.  La resurrezione di Cristo è per noi quel terreno stabile su cui poggiare i nostri piedi: i discepoli dopo la morte del loro Maestro alla croce, tutti “scivolarono”, tutti erano caduti sui loro dubbi e paure, ma quando scoprirono il Risorto, anche colui che scivolò tanto da rinnegarlo, finalmente trovò un solido terreno dove restare saldo, anche davanti alla morte. Gesù è risorto, Egli ha vinto la morte e tutta la nostra vita e i nostri pensieri, si poggia e si muove soprattutto su questa traccia, su un tale terreno capace di trasformare qualsiasi contesto e ambiente in una tale prospettiva, quella della speranza che rivela a noi una tale Parola, la quale è di Dio attraverso la promessa che si adempie nella sua resurrezione. Quello che è stato prima, perché fondamento, ora diventa futuro per coloro che annunciano la speranza cristiana, ma che nel cuore è già certezza attraverso la fede che è la traccia di ogni cristiano che percorre la via di Cristo.
Possano i nostri piedi oggi sdrucciolevoli, che facilmente inciampano, per fede, fare un “salto” su questo terreno solido e credere che alla fine ci attenda la vita, quella eterna, la quale Gesù ci ha dimostrato attraverso la sua resurrezione. Cristo è risorto per prima e noi risorgeremo con Lui. La fede che è compagna della speranza, la quale non è utopia ne è un sogno, ma è una certezza tanto solida da fondare tutta la nostra vita, tutta la nostra esperienza di fede.
Le nostre certezze, come abbiamo detto sopra, ci fanno cadere, sono un terreno mobile, perché facilmente sono messe in discussione dalle esperienze della vita e facilmente cadono davanti ai fenomeni del mondo. Mentre la promessa di Dio è quella che ci tiene sempre in piedi e non potrà mai essere smentita in quanto promessa, ma nello stesso tempo non ci deluderà, perché è già certezza, in quanto  noi crediamo che: Cristo sia veramente risorto.

6 giugno 2011

IL CAMPO DI DIO



MATTEO  9: 36 a 38
Vedendo le folle, ne ebbe compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore.
Allora disse ai suoi discepoli: «La mèsse è grande, ma pochi sono gli operai.
Pregate dunque il Signore della mèsse che mandi degli operai nella sua mèsse».

DI:  NICOLA  PALMIERI
SCHEMA E CORPO DEL TESTO
I versi che ci siamo proposti, li troviamo anche nell’evangelo di Luca al cap. 10:2. Sono in entrambi gli evangeli molto simili, ma incastonati in contesti diversi. In quello di Matteo, troviamo che il Signore dice ciò vedendo le folle, una moltitudine di gente, che hanno bisogno di aiuto. Mentre in quello di Luca il contesto è quello del mandato dei settanta. Da questo possiamo dedurre una prima idea di cosa e di come è il campo del Signore, cioè : assistenza e missione. Ognuno di noi ha un’idea molto personale del campo del Signore, quasi sempre riduttiva e molto più limitata di quella che è la realtà; soprattutto quanto crediamo che il campo del Signore è esclusivamente un luogo, delimitato dai nostri confini, a volte credendo che sia solo la nostra comunità. Sia ben chiaro che la chiesa locale è una parte della messe, ma non è solo questa, perché il campo del Signore non ha confini geografici e tanto meno si esaurisce in un unico luogo. La messe è sempre in una continua evoluzione e vive di un processo continuo, perché è esclusivamente “azione”. I posti e i luoghi sono determinati da una tale azione, in altre parole, sono le azioni che includono i luoghi, ma come opportunità di agire. Le azioni che rendono grande il campo sono: assistenza e mandato.
In realtà è molto più facile indicare il campo stesso con questi due azioni, le quali  la chiesa abitualmente è chiamata a fare. Gesù, in entrambi gli evangeli si rivolge ai discepoli e fa riferimento ad una grande raccolta, ma è molto importante tener presente il contesto, il quale cambia nei due vangeli, diverso nel quale egli si esprime. Matteo scrive che il Maestro vede la messe guardando le folle arrivare, come “delle  pecore senza pastore “ , mentre Luca riferisce il discorso del Messia, contemporaneamente al mandato che dà ai suoi discepoli e non solo. Da questi contesti  possiamo guardare la messe con gli occhi del Cristo e cioè: la raccolta era tra e in persone scoraggiate, povere, bisognose e afflitte, tra e in quelle pecore senza pastore e il campo in cui c’era tanto da raccogliere era la “missione” che il Signore attraverso il mandato aveva affidato ai “suoi”. Allora per questo noi possiamo facilmente comprendere che il “campo”, di cui Gesù parla, non è fatto di linee di confine ( di qualsiasi tipo che noi possiamo usare e immaginare) tanto meno è misurabile in zone di terra o in metri quadrati o moggi. Esso è composto da uomini e donne, che hanno bisogno di essere accolti e a volte assistiti nei loro travagli e paure. Esso è grande, quanto è grande il mandato del Risorto: andate per tutto il mondo e predicate l’evangelo. Questa prospettiva, deve farci riflettere tanto da rivoluzionare i nostri parametri e le nostre dimensioni. Dobbiamo imparare a guardare in grande, non per soddisfare le nostre manie di “potere”, ma come Gesù, guardare la grandezza della raccolta, attraverso ogni uomo e donna che ritroviamo sul nostro cammino, tenendo bene in mente, che già ci troviamo nel campo di Dio. Come suoi collaboratori, siamo chiamati a raccogliere e a raccogliere tanto. Quante persone ogni giorno incontriamo sulla nostra strada che hanno bisogno di: assistenza e di essere in qualche maniera, accolte? Quanti altri ancora ci troviamo davanti, pronti per ascoltare e ricevere il “mandato” la Parola della Grazia, l’Evangelo ?  La raccolta è grande,  tanto grande che gli operai sono e saranno sempre pochi.
 Attraverso la mia esperienza da credente, mi sono reso conto, molte volte, la discrepanza che c’è tra la “messe” di cui ci parlano gli evangeli, e quella che noi abitualmente ci troviamo “noi”, standoci dentro, a lavorare. Sembra quasi il contrario e cioè: quella che il padrone della messe definisce grande a noi a volte sembra tanto piccola, che a volte il verso, sempre in base alle nostre esperienze, sembra essere contraddetto dalla realtà, tanto da  suggerirci il contrario e che: la messe è piccola e gli operai sono tanti. Questo perché la nostra prospettiva non è quella di Dio e quindi dove e come noi guardiamo non è certo dove  il Signore ci sta ad indicare. Il praticante della chiesa è abituato sempre a guardare, come la messe: “l’orticello che ha ed è a portato di mano sotto casa.” In questo modo è più facile raccogliere quello che ci si trova subito sottomano;  ma il problema è che il giardino di verdure che si ha nel cortile è sempre troppo  piccolo per tutti e non soddisfa il fabbisogno di ognuno e tanto meno le aspettativa del padrone. In parole povere, racchiudere il campo del Signore nello spazio e nel tempo della nostra religiosità, che abitualmente espletiamo nella propria comunità di appartenenza, non solo non soddisfa nemmeno lontanamente la prospettiva di colui che considera la messe più grande di ogni nostra aspettativa, ma ci fa perdere di vista il fatto che,  la comunità locale non è il nostro piccolo orticello, ma solo una parte di un campo che ha come confine solo l’amore di Dio e come tempo il servizio cristiano e come misura il suo mandato.
Il praticante, in realtà ha scoperto nell’orticello un valore che gli permette di vivere la propria vita da religioso, in una maniera molto più comoda che quella di arrischiarsi in un campo tanto vasto quanto imprevedibile. Lavorare per e in un orticello ci permette di trovare, primo tra tutti, delle scuse che possano giustificare la nostra negligenza, quella più comune è che in un giardino popolato da tanti lavoratori, ormai tutto quello che c’era da fare lo hanno fatto già gli altri. Per il povero praticante, non c’è che starsi seduto comodamente nella sua panca.
Poi il praticante dotato di buona volontà, cerca il suo posto nel piccolo giardino della sua comunità, ci si mette con impegno e trova il da fare, ma una volta che ha trovato quello che può fare, non si sposta più e come  un lavoro statale, ogni mattina si timbra il cartellino, ci si reca sempre sulla stessa scrivania nello stesso ufficio, si attende solo che ci si possa arrivare alla pensione. Questa scelta è ben ponderata nel cuore del praticante, perché colui che ha questo tipo di prospettiva è tra coloro, che cercano subito un beneficio personale. Lui non vuole aspettare e ne rischiare il proprio “guadagno”, non gli interessa gli investimenti a lungo termine e magari su campi che ancora non conosce, lui vuole lavorare su quello che conosce e soprattutto dove può essere ben visto e ricevere subito il giusto apprezzamento. Anche perché, lavorare un orticello, magari nel tempo libero, ci richiede sicuramente un impegno minore e meno fatica, che invece di responsabilizzarsi per un lavoro in un campo tanto grande che come minimo ci chiederebbe, non solo il nostro tempo libero ma soprattutto tutta la nostra vita.
Il praticante dell’ ”orto” è volenteroso ma non ha la fede di vedere al di là della staccionata dello stesso. Anche perché, molte volte, si è vittima del proprio orgoglio, ci si lega ad una mansione o ad uno spazio solamente perché attraverso di esso noi ci sentiamo come il “padrone”. Sentiamo tanto nostro quel giardino, tanto da non aver nessun “timore e tremore[1], in quanto concorda con le nostre capacità. Questo ci permette di sentirci sicuri e di gestire ogni sua faccenda, niente sfugge al nostro sguardo. Allora è facile pensare che un tale lavoratore non si arrischierebbe mai in un campo in cui c’è da imparare ogni giorno e che in esso si è sempre come l’ultimo arrivato e che solo uno è il Padrone e tutti sono dei “semplici collaboratori”.
Abbiamo detto che la messe riguarda in realtà l’accoglienza o assistenza e il mandato. Quest’ultimo per eccellenza ci rimanda l’idea dell’evangelizzazione o annuncio dell’evangelo. Infatti, i discepoli ricevettero il mandato: « andate per il mondo a predicare l’evangelo », ma in un mondo come il nostro che ormai è quasi completamente “cristiano”, almeno così sembra, il mandato è ancora valido? Oh crediamo che il mondo sia saturo dell’evangelo? Forse esso è davvero ormai completamente evangelizzato e quindi questo restringe la messe? A questo punto c’è  bisogno di fare alcune considerazioni; che possono chiarirci le idee a proposito e possano nuovamente allargare il campo. Certamente il mondo è pieno di “belle parole”, saturo di nuove religioni, stanco di idealismi e nuove dottrine. Quello che noi siamo abituati a definire un “mondo ormai cristianizzato” ha già “ascoltato tutto”, visto le cose più strane e inusuali, in parole povere, non gli fa specie più niente, non lo sorprende niente e nessuna cosa, soprattutto chi parla di Cristo.
Questo fenomeno venne studiato da alcuni sociologi, i quali intorno agli anni 60/70, arrivarono alla conclusione che il nostro mondo ormai era un mondo secolarizzato, cioè un mondo dove la religione non trovava più spazio se non in una dimensione strettamente privata. Oggi gli stessi che hanno analizzato un tale fenomeno, si trovano davanti ad una crescita del fenomeno religioso e soprattutto del cristianesimo, grazie anche ad alcuni movimenti di risveglio come il pentecostalesimo. Allora si sono trovati a rivedere le loro posizioni, e per alcuni oggi viviamo non più in tempi di secolarizzazione ma di desecolarizzazione, cioè dopo un tempo di abbandono della religione, oggi c’è una netta ripresa di essa, non più esclusivamente nella sfera del privato, ma essa abbraccia tutti i campi della vita comune. Davanti ad una tale prospettiva di conquista religiosa, sembra oggi più di ieri, inutile evangelizzare, il mandato di Cristo è ormai adempiuto, in un mondo che ormai fa della religione e soprattutto del cristianesimo, “un fattore aggregante e parte della propria identità di cittadini”. Allora la chiesa vedendosi ormai privata di una parte sostanziale della sua funzione, è costretta a chiudersi ancora di più in un piccolo orto, dove c’è giusto “lavoro per quei pochi eletti”. Non sa come occupare più il suo tempo, tanto che a volte si crea delle nuove funzioni, le quali non gli appartengono, volendo raccogliere lì dove non è chiamata a farlo. Fuori dal proprio campo ma chiusa in un giardino, dove il seme non è quello di Dio.
La chiesa primitiva ricevette il mandato in un mondo, molto diverso dal nostro. Esso era pino di Tabù e linee di confine. C’erano molti impedimenti geografici, etici e religiosi. Nonostante tutti questi impedimenti, gli apostoli riconobbero in quel loro mondo, tanto frammentato quanto vasto, l’unico “campo di Dio”, dove era possibile la messe. I loro occhi erano aperti davanti a quel mondo, che per molti versi sembrava irraggiungibile, ma per loro era tutto a loro disposizione, perché i loro occhi erano non sui problemi o sulle difficoltà da superare, ma sulla “grande raccolta”, che il Signore aveva promesso di dare a loro, perché sua Chiesa.
La chiesa oggi vive in un mondo pluralista, dove sembra che non ci siano più confini né barriere sociali e soprattutto le distanze si sono notevolmente accorciate grazie ai nuovi mezzi di trasporto e di comunicazione. Ormai il mondo di oggi è aperto ad ogni possibilità e i mezzi per attuarle, sembra, che siano a disposizione di molti. Eppure ci ritroviamo a riflettere come, molte volte, la chiesa davanti ad una mondo di possibilità, si trova a lavorare in un piccolo “orto”, trascurando una tale grande raccolta. In un mondo dove ci sarebbe lavoro per tutti, ci si affolla in un giardino, che ci si è così stretti, tanto da spintonarci a vicenda.
Il mondo è saturo, ma non potrà mai essere pieno abbastanza della sua Parola, quella vera rivelata e predicata da coloro che sono guidati dallo Spirito. Questa Parola è sempre acqua fresca per un “mondo” continuamente assetato e che sarà sempre come terra arida, davanti ad una tale Parola. Essa ci parla di amor e misericordia, qualcosa che la nostra società ne è continuamente sprovvista. Attraverso di essa, ci saranno sempre braccia pronte a lavorare, pronte per afferrare e spinte per donare. Essa è la sola a convertire delle vite, le quali saranno dedite ad accompagnare chi è solo, a sostenere lo stanco e a risollevare chi è caduto. Questa Parola, sarà la guida di coloro che sapranno trovarsi lì dove vi è sofferenza e dolore. Una Parola che stura le orecchie, per renderle pronte ad ascoltare quelle voci e quelle grida, che ormai non ascolta più nessuno. Disse un giorno Bonhoeffer: « La chiesa è Chiesa solo se esiste per gli altri » in questo è un po’ riassunto tutto la mia riflessione, perché il campo sono “gli altri” e senza dubbio questi costituiscono  una “grande raccolta”.
Non facciamo come Achab, il quale si incapricciò per una piccola vigna che vedeva dalla propria finestra, la quale apparteneva a Naboth, perdendo di vista il fatto che a sua disposizione, in quanto re, c’erano tutte le vigne d’Israele. Il campo è grande quanto la messe, non mettiamoci a dar calcioni, volendo occupare spazi e posti ormai già occupati o meglio assegnati ad altri. Mettiamoci a disposizione per e del Signore e non commettiamo l’errore di Achab, volendo quello che è già stato dato ad un altro, tralasciando quello che il Padrone della messe ha già preparato per noi.
Possa lo Spirito darci la giusta consapevolezza della “messe” e farci alzare gli occhi verso il “campo”, il mondo che dobbiamo conquistare per Lui, donandoci la proporzione dell’opera di Dio. Un’opera tanto grande da farci sentire sempre, davanti ad essa e soprattutto davanti alla responsabilità che ci è stata affidata: pochi e inadeguati, bisognosi sempre di altri, che il Signore possa sempre spingere sempre nel suo campo a lavorare.
Abbiamo bisogno gli uni degli altri per lavorare nel campo del Signore. La consapevolezza della “messe” c’è ne dà un’altra altrettanto importante e cioè che nessuno può fare tutto da solo nella “raccolta”. Non solo non può fare da solo ma non può essere lasciato da solo a lavorare nel campo del Signore. Possa la nostra preghiera essere una vera e propria richiesta di “aiuto”, nel senso di desiderare che niente “possa essere perso per mancanza di manodopera”, una richiesta d’aiuto che nasce dal fatto che non ci sentiamo capaci e non lo siamo, ma soprattutto un grido che nasce dalla visione di una “grande messe”, molto più grande di noi e delle nostre aspettative. Una visione di un grande campo, dove c’è spazio per tutti, ma non per chiunque; c’è spazio solo per tutti coloro che desiderano lavorare, coloro che saranno “spinti” e “chiamati” dal Padrone. In verità il Signore ne chiama molti, ma spinge nella messe soltanto coloro che “rispondono” alla sua chiamata. Coloro che pregano il Padrone per non far perdere niente della raccolta, perché essa diviene la loro priorità, il loro impegno maggiore. Questo è il paradosso dell’amore, non quello che è mio, ma la proprietà dell’altro diventa il mio impegno più grande, la mia passione più intensa, la mia più grande ricchezza.
Molte volte succede che  la chiesa non ha bisogno di andare troppo lontano per la raccolta, ma è Dio che la “allarga” davanti ad essa. Un esempio chiarificatore è quello che sta succedendo nella nostra Italia. Improvvisamente, come cittadini italiani ci troviamo a vivere in una nazione che sta cambiando, grazie a una massiccia immigrazione di popoli che arrivano nella nostra nazione per avere una vita migliore. La chiesa italiana, allora senza nemmeno troppo desiderarlo, si trova il suo campo di lavoro, in casa propria, allargato. Non deve più curarsi solo dei suoi, ma ora c’è da preoccuparsi e curarsi di colui che viene indicato come “straniero”. Per fare ciò dobbiamo liberarci, come prima cosa, dell’idea dello straniero, cioè quell’attitudine a considerare chi non è come noi, un diverso, qualcuno da tener lontano o da trattare con riserva. La chiesa non deve dimenticare che : “ noi siamo stranieri, in quanto questa non è la nostra patria, perché apparteniamo alla patria celeste. E soprattutto che Gesù è stato uno straniero, tra il su popolo, perché non lo hanno accettato e nemmeno riconosciuto. Per questo, il concetto dello “straniero” alla lue dell’evangelo, viene completamente svuotato. Tutti siamo uniti in Cristo, accumunati da un unico Signore e Salvatore, tutti parte della stessa messe, di un unico campo, quello del Padrone della messe.
Ci stiamo avviando alla conclusione della riflessione, ma prima di concludere bisogna sottolineare qualcosa di importante e cioè: chi lavora per la messe, deve sapere di lavorare nella prospettiva del regno di Dio, altrimenti si rischia che la nostra opera sia semplice filantropia. Comprendere che il “campo” altro non è che la “testimonianza della speranza cristiana”, lavorare ma in speranza, considerando la nostra opera come una profezia di quello che sarà un giorno la promessa del Regno. Un lavoro, che trova la sua vera utilità, nel momento che ravviva la nostra speranza e quella di chi ci è accanto e che fa parte dell’opera. I successi ottenuti sono parte integrante di questo sperare, perché la raccolta, non adempie le promesse di Dio, ma rende la nostra speranza più vicina di quanto lo era prima. Allora sotto la guida di chi lavora più di noi e prima di noi, il suo Spirito, andiamo nella messe a lavorare, abbandoniamo i nostri piccoli orticelli e guardiamo che la “raccolta è grande”, molto di più di quello che mai avremmo potuto aspettarci. Perché il campo di un Dio grande, non può essere piccolo, in quanto non è a misura d’uomo ma è a sua misur


[1] Filippesi