11 febbraio 2011

LA GIOIA NELLA SPERANZA

EBREI 12: 1 a 3:


“Infatti noi abbiamo intorno a noi una folla e una tanto importante massa di testimoni, fuggiamo tutte le cose e il peccato che ci sta sempre attorno e con perseveranza corriamo la gara, che ci è posta davanti. Mirando a lui, Gesù, creatore( causa primaria) e compitore della fede, che postasi davanti la gioia di essere collocato nella destra del trono di Dio, sopportò la croce, non tenendo conto del vituperio. Ponderate perciò colui che ha sopportato, per mezzo dei peccatori, una simile controversia, affinché non siate vinti, infiacchendo le nostre anime”.

(Una mia personale traduzione)

DI: NICOLA PALMIERI



SCHEMA E CORPO DEL TESTO

Il testo che è oggetto della nostra meditazione, nelle nostre Bibbie è i primi tre versi del cap. 12 dell’epistola agli ebrei. Prima di addentrarci nel merito, per comprendere meglio il senso dei versi proposti, dobbiamo tenere presente il contesto storico in cui sono stati composti e soprattutto quello dell’intera epistola, soprattutto il cap. 11. Credo personalmente che la cesura che ci troviamo davanti tra il cap.11 e 12, voluta dalla suddivisione del testo in capitoli, in questo caso, bisognerebbe essere, in un certo senso, superata e credo che questi tre versi dovrebbero appartenere al cap. 11. Come conferma di questa mia tesi, possiamo guardare al termine che troviamo proprio all’inizio del verso 1 del cap. 12. Nel testo originale è:  ( il quale può essere tradotto : di conseguenza); esso dà l’idea di un continuo e non certo di una rottura con quello che si è detto prima. Il tutto ci rende bene l’idea di un tempo avverso, dove i cristiani cominciavano a subire le prime persecuzioni. Allora l’autore spinge coloro che possono venire “meno nella fede” a guardare degli esempi della fede. A quel «grande nuvola di testimoni», che nel cap. 11 sono messi insieme in un ordine cronologico, per poter mostrare e soprattutto sostenere la fede di “noi”. Lo scopo di quello che poi leggiamo nel cap. 12 è lo stesso, ma ora l’esempio cambia e la sostanza di cui si parla non è più soltanto la fede, ma essa è accompagnata dalla speranza, ma procediamo per gradi. Come dicevamo, nel cap. 12, tutti gli attori che troviamo nel cap. 11, quanto importanti possono essere, adesso devono cedere la scena al “primo attore”, quello più importante, l’esempio per eccellenza: Gesù Cristo.

Egli non è solo un testimone come gli altri, è molto di più: il “creatore o forse sarebbe meglio dire la causa primaria ( almeno così si potrebbe tradurre il termine che troviamo nel testo originale ) e il compitore, colui che rende la fede compiuta, completa. Colui che anche riguardo la nostra “esperienza di fede, ne è il primo e l’ultimo, cioè la causa, la sorgente e nello stesso tempo, dove termina, dove si completa dove raggiunge la sua massima espansione”. Allora tutto questo ci dà l’idea che il Cristo è molto di più di un semplice testimone, ma esso diventa la “causa scatenante” ma nello stesso tempo la “meta, l’obiettivo ultimo da raggiungere”.

Cristo, quindi diventa per il credente: l’inizio della sua esperienza di fede e della propria conversione; una “conversione” che non si esaurisce, ma diventa un progresso verso un obiettivo, il quale paradossalmente è lo stesso che gli ha dato l’ ”inizio”, ma tra il primo e l’ultimo il credente non è certo come una biglia lanciata per inerzia verso una meta, ma nel suo percorso egli non è lasciato solo, ma lo Spirito di Cristo è colui che lo accompagna, e in questo percorrere, il credente ritrova la “compagna della fede e cioè : la speranza”. Infatti, in questi versi troviamo Gesù come : esempio di speranza, « per la gioia postasi innanzi…..sopportò la croce, disprezzando il vituperio».

Come già abbiamo detto, il momento storico è molto particolare, i cristiani cominciavano ad essere perseguitati, molti erano costretti a rinunciare alla propria fede, altri invece erano chiamati a testimoniare con la propria vita la propria fede, allora come esortazione e conforto a questi e agli altri, scrive l’autore sacro, di rimanere fermi in essa e ci ricorda la vera forza del cristiano, la sostanza stessa dell’annuncio del vangelo e cioè la “speranza”, la quale proprio attraverso l’esempio di Cristo diviene “speranza cristiana”; la quale, se apparentemente può sembrare simile alla speranza delle categorie umane, essa è in sostanza diversa, per questo è “cristiana”. Essa è diversa, perché non è certamente una fuga dal presente, cioè un modo di sfuggire dai problemi e dalle responsabilità del presente. Essa non è utopia, progettando un modo “fantastico” dove si possa realizzare tutte le proprie aspettative e ideali. Essa non è un sogno, cioè un momento di “estasi” o di “desiderio” sperante, ma essa è una certezza di “fede”, una convinzione che trova il suo fondamento e la sua stessa sostanza nella promessa di Dio attraverso la parola rivelata del Cristo, ed è soprattutto una “ soluzione per le necessità del presente”. Essa ci viene incontro proprio attraverso la “gioia che ci è posta davanti”, la stessa che riceviamo attraverso la speranza, quella che abbiamo definito “cristiana”. Il verso 1 e il verso 3 sono delle belle esortazioni, che fanno da cornice al verso 2, che è in realtà il cuore della nostra riflessione e cioè : Cristo esempio di speranza, perché attraverso Lui noi possiamo trovare la gioia che è in essa.

La gioia nella speranza cristiana è la «gioia che Cristo si è posta davanti», la gioia nello sperare la gloria, una gloria che proprio attraverso la speranza viene condivisa con chi fa propria una tale speranza.” Infatti, nella kenosis del Figlio di Dio, ritroviamo in lui una tale “gioia”, che diventa sostegno e forza nelle proprie sofferenze e dolori, ma nello stesso tempo, include anche i credenti. Una gioia che si ritrova nello sperare ancora, quando si è come Cristo a confrontarsi con la “propria croce”. L’uomo non può mai arrivare alla statura di Cristo, non potrà mai raggiungere il suo “livello”, quindi come potrebbe avere relazione e comunione con Lui, stando in un differenza qualitativa tanto grande? Allora il Cristo è “sceso”, prendendo la “misura” dell’uomo, del “secondo Adamo”, ma anche così, per l’uomo peccatore e mancante, il “secondo Adamo” resta ancora una meta irraggiungibile, per il suo esempio perfetto, per quello che ha “fatto e ha detto”, l’uomo mancante non potrà mai confrontarsi con “l’uomo che non conosce peccato”; allora la sua kenosis non si è fermata, Egli è sceso allo stesso “livello” dell’uomo peccatore, raggiungendo le sue debolezze e le sue paure, le sue angosce e i suoi dolori, arrivando a toccare il punto più basso della nostra debolezza, proprio attraverso la croce; allora solo quando l’individuo csi trova nella sua vera natura, mancante e debole, quando si trova nel suo “livello”, troviamo con noi Cristo, e solo attraverso tale bassezza, riconoscendo se stesso, ha comunione e relazione con Colui che si è abbassato tanto da toccare tutta la nostra “misera natura”. La relazione e la comunione con Cristo, si manifesta attraverso la speranza cristiana, che solo quando ritroviamo noi stessi nel dolore e nella prova, ne abbiamo la consapevolezza. Una consapevolezza che è la sintesi della comunione e della mediazione dello Spirito di Cristo. Una speranza condivisa con il Cristo sulla croce, una speranza che produce e ci rende partecipi della stessa gioia di ricevere con Cristo la gloria, una gloria eterna che non è pensabile con nessuna categoria umana, ma solo testimoniata dalla stessa speranza, compagna della fede, la quale rende certezza la Parola della promessa, che ci è rivelata dallo stesso Cristo, che crea e rende perfetta in noi la fede. In questo modo la speranza cristiana, diventa una soluzione per le necessità del presente, proprio attraverso la “gioia” che essa lascia nei cuori di chi ne avvolto e ne è consapevole. Una soluzione, perché attraverso di essa il dolore e le difficoltà, non sono più un problema di cui esserne vinti, ma una necessità da condividere non più solo con noi stessi, ma con colui che rende tale necessità un motivo di speranza, perché ci portano ad alzare “il capo verso la gloria”, non più una zavorra, ma attraverso la gioia, una “misura di paragone” verso quello che ci attende in Cristo. Allora la disperazione diventa speranza e l’angoscia e la depressione si trasformano in pazienza e forza d’animo.

I versi che ci sono proposti sono unidirezionali, tutti verso il futuro (non perché ci sono tempi verbali al futuro, anzi non ci sono per niente), ma le azioni ci esprimono degli obiettivi, di chi vive il presente, ma come colui che “già ha visto il futuro”, non perché è il possessore di una macchina del tempo, ma perché il futuro gli è posto davanti, ed il futuro su cui è posto lo sguardo è Cristo Gesù. Allora il presente è già passato, anzi diventa metafora di un altro presente, che ha il suo “ora” non nel già ma in quello che verrà. Questo però non ci porta ad una fuga o addirittura ad un abbandono del presente o del momento che stiamo vivendo, anzi tutt’altro, perché la stessa speranza rende il “presente migliore”, in quanto la “meta” che ci si pone davanti, attraverso la fede, ci produce una gioia, una letizia, che a paragone il « vituperio della croce non ci si tiene conto» . Il presente quanto avverso possa essere trova, proprio attraverso la gioia nella speranza, una “soluzione”, non certo una rassegnazione, tanto meno l’angoscia di essere soli e smarriti, ma la soluzione in “questa speciale letizia”, la quale riesce a incoraggiare i nostri cuori e ci spinge a vedere le cose sotto delle prospettive diverse: “ Per molti la croce è la fine del ministerio e del mandato di Gesù, ma alla luce della speranza cristiana, essa è solo l’inizio della gloria” .

Da questo possiamo aggiungere che una tale gioia, non è solo sostegno e forza nelle difficoltà, ma diventa anche “rivelazione”, del nostro stesso presente, una gioia rivelatrice che ci sposta le nostre priorità e cambia le prospettive del “mondo di oggi”. La prospettiva di questa gioia è quella di avere lo sguardo su quello che ci aspetta e non su quello che è già passato, vivendo nella promessa e non in quello che già abbiamo o addirittura per quello che ci manca. La gioia di sapere che ci si pone davanti a chi spera in Cristo una meta felice e il nostro presente diventa solo la “strada che deve essere percorsa”, una tappa che ci allarga l’orizzonte verso la meta, rendendola sempre più vicina attraverso il tempo che passa.

Quando la gioia della speranza viene realizzata come “promessa di Dio”, essa diviene annuncio della speranza, perché alla luce del testo biblico, soprattutto veterotestamentario, la Parola data da Dio, solo quando essa è testimoniata e raccontata a chi non crede o viceversa condivisa con chi crede, essa diviene parte della promessa. Da questa prospettiva possiamo comprendere, come la speranza cristiana, non solo è capace di rispondere alle necessità del presente, ma anche a quelle per chi crede, attraverso un tale annuncio. Essa è una soluzione per il “mondo” che circonda i credenti e in cui i credenti vivono e ne “fanno parte”. Questo, perché il credente cercherà di modellare il proprio mondo secondo la prospettiva di una tale speranza, legando ogni cosa, anche il proprio mondo, al raggiungimento di essa. Non si cerca l’adempimento di essa nel “già”, ma i cuori che godono di questa gioia, anche nelle difficoltà si spingono nel domani con la certezza che sarà migliore, perché più vicino alla meta. Allora più il mondo prende parte a questa speranza e attraverso di essa si modella, più il credente sente la sua meta vicina. Quindi essa non ci spinge ad un’attesa puramente passiva e contemplativa, ma essa è soluzione per la necessità del presente, anche perché essa diviene incipit, una forza che ci spinge che ci attiva, verso Dio, ma anche verso le responsabilità del proprio mondo. Solo gli scoraggiati e i disperati, vivono un cristianesimo passivo e apatico, senza alcuni stimoli, per la loro fede e per il loro mondo. Il cristiano si attiva affinché il proprio mondo o contesto possa migliorare, rendendolo più simile alle promesse di Dio, quelle che leggiamo per bocca dei profeti e adempiute dalla Parola di Crsto, migliorare il proprio ambiente e la propria fede e conoscenza della Parola promessa. Allora egli è felice, quando ci sono guarigioni, sia del corpo che dello spirito; quando i poveri e i deboli sono curati e il diritto viene stabilito. Quando lo Spirito di Dio si manifesta in mezzo al suo popolo con potenti manifestazioni e quando lo stesso è riconosciuto nel mondo, egli è felice non perché il regno di Dio si sia compiuto sulla terra, ma perché attraverso questo, si rende conto che il regno di Dio è più vicino di quanto lo era “nel tempo già passato”.

A questo punto prima di concludere i nostri ragionamenti, voglio per un momento calare tali riflessioni nella nostra quotidianità di cristiani, confessando che molte volte, noi cristiani non sentiamo “la gioia nella speranza” soprattutto nei momenti di difficoltà, questo succede perché?

La nostra gioia è in quello che “è ora”, in quello che pensiamo di essere e in quello che non “possediamo ancora”. Il paradiso per molti cristiani non è altro il raggiungimento di quei piaceri che vivendo il tempo sulla terra, non sono riusciti a realizzare, ma che hanno inseguito, avendo come esempi coloro che li hanno raggiunti in questa vita, ma come “consolazione” loro li avranno nell’altra.

In questo modo se la nostra gioia è legata all’oggi, la nostra vita dipende proprio da quello ora ci accade o non ci accade, la nostra speranza non è nella meta di Dio, ma in un presente migliore di quello appena passato. Quando questo non accade, cioè che l’oggi è peggiore di ieri, la nostra vita crolla e per noi la croce di Cristo non ha alcun senso, se non quello di un simbolo religioso.

Manca la fede, quella convinzione, la fiducia di credere alla Parola della promessa, guardando in avanti verso il cielo, che non conosciamo appieno e nemmeno possiamo immaginarlo, ma la gioia è data non dalla “visione del mondo dell’al di la”, ma dal credere con tutto il nostro cuore a quello che Dio attraverso Gesù ci ha promesso. Il cielo è dove Egli ci aspetta, « dove Egli si è collocato alla destra del Padre», in questo poniamo la nostra speranza, la quale ci darà e troveremo la vera gioia, la stessa del nostro Signore e Salvatore Cristo Gesù in Dio Padre e nella comunione del santo Spirito.





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