16 marzo 2011

OGGI E IL MOMENTO

ROMANI 13: 11


FACENDO QUESTE COSE, ESSENDO CONSAPEVOLI

DEL MOMENTO IMMANTINENTE, ORA VOI, DESTATEVI ADESSO DAL SONNO. INFATTÌ, LA SALVEZZA È VICINA A NOI DÌ PIÙ, DÌ QUANDO CREDEMMO. (una mia personale traduzione)







Di: Nicola Palmieri





SCHEMA E CORPO DEL TESTO



L’epistola ai romani, occupa nel corpo delle lettere paoline un ruolo di primaria importanza, perché in essa ritroviamo l’intera teologia dell’apostolo. Un posto di sostanziale importanza anche per tutti quelli, che dopo l’apostolo, hanno voluto riflettere sulla teologia del cristianesimo. Infatti, per ogni studioso e credente che riflette sulla teologia di Cristo, essa diviene inipit e una grande miniera di scoperte. Essa è guida ed ispirazione per i grandi riformatori della Chiesa, ma anche per quei studiosi, che con la loro teologia hanno lasciato un segno nel “mondo cristiano”. Ancora oggi essa costituisce oggetto di studio, perché nonostante sia stata tanto letta e studiata, ci sono ancora dei punti che richiedono ulteriori approfondimenti, oltre a quelli che oggi gli studiosi hanno già fornito. Un esempio di questo è proprio la discussione, tutt’ora aperta, sul motivo che abbia spinto Paolo ha scrivere l’epistola. Un “biglietto di presentazione” per una chiesa che non conosceva ma che aveva presto intenzione di visitare, ma nonostante che doveva essere una lettera di presentazione, come mai in essa troviamo espressa tutta la propria teologia e non solo? Infatti, l’Apostolo nell’esporre la propria “fede”, non rifiuta a lasciarsi andare in momenti di riflessione, che abbracciano l’intero campo della vita dell’uomo e del suo mondo, a volte confrontando il proprio pensiero anche con le filosofie a lui contemporanee. Delle posizioni che non sempre vengono espresse in modo esplicito, ma il più delle volte, come nel caso del testo che ci troviamo ora a intrattenerci, le proprie posizioni vengono trasmesse in forma, non solo di dottrina, ma soprattutto in una forma di esortazione. Infatti, nella parenesi del capitolo 13 troviamo molte sue posizioni, che in realtà sono determinate da forme di profonda riflessioni, certamente non completamente asettiche dal pensiero, anche non cristiano, a lui contemporaneo.

Il nostro testo di riferimento è un’esortazione, che spinge ai destinatari dell’epistola a prendere coscienza, consapevolezza del tempo “immantinente”, il quale è “già venuto” liberandosi dalla misura umana del corso della vita e accorgersi che: “il già di Dio e adesso”. In questo verso c’è un’insistenza sul momento di adesso, che sembra il tempo presente, in cui si vive, un tempo ormai passato, davanti alla prospettiva del momento o dell’ “attimo” di Dio.

Nella sua insistenza sulla consapevolezza del tempo presente, rispetto all’attimo di Dio, l’apostolo è spinto da una precedente riflessione su come considerare il tempo di Dio e quello dell’uomo, alla luce della rivelazione cristiana. Questo è dimostrato anche dai termini che usa nell’esprime il tempo dell’uomo e il momento di Dio. Infatti, dal greco troviamo nel verso della nostra riflessione, due parole, le quali possono essere sinonimi, ma tra di loro ci sono delle differenze concettuali. Il primo è: kairoj (kairos) e l’altro è: wra (ora). Nella lingua greca esiste un altro termine per indicare il tempo, che è usato anche nel nuovo Testamento, esso è: cronoj (cronos), quest’ultimo termine và aggiunto agli altri due. Esso è necessario per la nostra riflessione, che certamente ne era consapevole anche Paolo, il quale lo esclude da questo verso, ma è sottointeso sostanzialmente nel contesto del suo discorso. Se non includiamo quest’ultimo termine, non sussiste in un certo senso, l’intera nostra riflessione e credo anche quella paolina, da cui ne deriva l’esortazione che ci troviamo davanti. Quindi possiamo dedurre, che una tale esortazione, scaturisce da una precedente riflessione e prospettiva dell’apostolo sul “tempo”, soprattutto pensando a ciò che è il tempo dell’uomo e di come possiamo considerare quello di Dio. Un tipo di riflessione che è certamente legata all’idea di un’imminente parusia, la prospettiva è quella di un presente ormai passato, perché già domani potrebbe essere troppo tardi sapendo che il ritorno di Cristo è imminente. Ma questo primo livello di riflessione allarga la nostra vita verso delle considerazioni, che forse sono deduttive, ma che in realtà rendono un tale messaggio molto più contemporaneo, anche alla luce del ritardo della parusia.

Il cuore della nostra riflessione e la considerazione del “tempo”. L’uomo misura la propria vita misurando il tempo, le giornate e le stagioni misurano la nostra vita. L’uomo vive all’interno del tempo, egli è consapevole che vive il presente ma che ha già vissuto il passato e deve ancora vivere il futuro, in questo modo egli progetta e ordina lo scorrere della propria vita. La domanda però è quella di chiedersi se il tempo è legato all’uomo e quindi è funzionale a se stesso o l’uomo è legato al tempo e quindi l’uomo vive percorrendo il percorso già tracciato dal tempo. In realtà già il pensiero moderno ha dimostrato la relatività del tempo, dimostrando che esso non è un valore assoluto, ma è una dimensione relativa fatta e legata all’uomo che vive però nella prospettiva terrestre. In altre parole, il tempo è una funzione che l’uomo usa per misurare lo scorrere della propria storia. Smentendo l’idea del tempo come il cronoj (cronos) greco, quella divinità che guida e condiziona la storia e la vita degli uomini.

La visione del tempo pagana è quella del tempo ciclico, cioè considerare il tempo come un movimento circolare, il quale come una circonferenza, il punto di inizio è anche il punto di arrivo. Come gli astri, così il tempo scorre intorno a se stesso, da questo si deduce anche l’idea della reincarnazione. Diversamente il pensiero giudeo-cristiana vede il movimento del tempo come un movimento lineare. Infatti, questo pensiero viene tratto proprio dalla Bibbia, nella quale il libro della Genesi ci parla proprio nel capitolo 1 che Dio crea anche il tempo nel quale inserisce l’uomo e non solo ha un inizio, ma essa ci parla anche che avrà una fine quando il Signore stabilirà il suo regno. Allora partendo da una tale rivelazione, possiamo dire che il tempo è funzionale all’uomo, e all’uomo soltanto. Quindi Dio non è legato al tempo, anche perché Egli è Eterno, quindi in Lui non possiamo trovare il tempo, perché eterno, in Lui non possiamo ritrovare né un passato e nemmeno un futuro. Rimane il presente, ma come possiamo dedurre, il presente in realtà è una dimensione puramente concettuale, perché nel momento che lo vivo, esso è già passato e nel momento che lo penso diventa una prospettiva futura. Allora il cronoj (cronos) diventa solo una misura umana, che serve per contare i giorni dell’uomo, ma che non compromette in nessuna maniera e modo Dio nella sua eternità. Allora come possiamo definire il tempo di Dio, se pur in modo analogico, guardando dal nostro tempo verso la sua eternità? In greco come si diceva, esiste un’altro termine per indicare il tempo, ma questa volta esso esprime: “il tempo adatto”, forse meglio dire : “l’attimo”, questa parola è: kairouj (kairos). Allora, l’esortazione dell’apostolo è quella di non lasciarci imprigionare dal tempo dell’uomo, ma di svegliarci da esso, destarsi da un torpore legato al tempo che scorre, ma di “guardare”, cogliere nel nostro tempo, “l’attimo di Dio”.

Dio si fa conoscere nel nostro tempo ma nel suo “momento”, questa è qualcosa che noi dobbiamo tenere sempre presente. Come se il kairouj (kairos) di Dio, tange il nostro cronoj (cronos), cioè: l’eternità di Dio che entra nel nostro “presente”, quasi fondendosi insieme e allora il nostro tempo diventa l’eternità e l’eternità il nostro tempo; questa sintesi viene a manifestarsi a noi attraverso l’wra (ora). Questa consapevolezza è riconosciuta solo dalla rivelazione, la quale diviene “unità di misura” dell’ora di Dio, qualificando il prima e il dopo, per mezzo dell’adesso della rivelazione come “evento”. La rivelazione della nostra fede vive nella serie di questi attimi, che si svolgono nel volgere dei tempi. La croce di Cristo è sicuramente stato un evento da collocare nel corso della storia dell’umanità, ma la rivelazione dello Spirito ci porta a rivivere quell’evento nel “momento”, perché, essa non è stata al di fuori di questa serie di attimi. L’intera sua vicenda è all’interno di essi, la quale noi ne veniamo a conoscenza nella nostra esperienza di vita solo in quell’attimo eterno, “vivendo” in esso: il luogo, il tempo e l’occasione di amare.

Con l’espressione « la salvezza ci è più vicina di quando credemmo» sicuramente è, in un certo senso, legata al fatto di credere ad un’imminente parusia, in parte riprende anche il discorso di Gesù: « alzate il capo, discernete i tempi, che il regno dei cieli è vicino», ma alla luce di una tale rivelazione, possiamo considerare l’uomo che attende il ritorno di Cristo, già a limite del tempo, in quanto si trova, vivendo nella propria esperienza di fede “l’attimo ultimo”, già davanti al giorno, all’ora che nessuno conosce.

A questo punto, bisogna ora fare un’altra considerazione e quella di come noi guardiamo la “Storia”. Perché, se riconosciamo Dio nella nostra storia attraverso la rivelazione, la storia stessa viene vista sotto una prospettiva diversa, perché quello che ci viene rivelato nella storia, ci fornisce una luce diversa della stessa. Essa diviene, non più lo scorrere naturale degli eventi, ma il “topos” dove Dio si rivela.

Ci si è pensato che la rivelazione di Dio si riconosce attraverso la Storia stessa, sapendo leggere i “segni dei tempi”, avendo come presupposto che lo Spirito è colui che partecipa e muove la stessa. Personalmente credo che tale affermazione non è del tutto esatta. Perché, senza dubbio lo Spirito è e contribuisce alla Storia, ma considerarla sotto la prospettiva, che è essa ha rivelarci la “volontà di Dio”, può contribuire a farci cadere in certi equivoci, uno tra tanti, ritornare a considerare il tempo che passa e che fa storia, non più funzionale all’uomo ma guida e indicazione per il credente, ritornando all’idea del cronoj (cronos) greco, quella divinità a cui gli uomini ci si affidavano, carpendo la sua “voce” nei “segni dei tempi”. In realtà considerando la Storia il topos, il luogo dove Dio si rivela, ci porta a guardare essa con gli occhi della rivelazione e non più cercando nella Storia i segni di essa, ma guardare lo svolgersi degli eventi sotto la luce della stessa rivelazione che ci dà la consapevolezza dell’”attimo” di Dio e del suo Spirito. Un esempio chiarificatore sono i “nav’im” dell’antico Testamento, i quali hanno abbondantemente dimostrato che Dio considerava gli eventi della storia di Israele e non solo, sempre sotto una prospettiva diversa da quella dei monarca o di alcuni religiosi privi della guida di Dio. Quindi il punto di partenza è nella nostra vita, la “parola rivelata” diventa metro e giudizio per la nostra storia e per la vita.

Questo atteggiamento può essere frainteso come: “soggettivismo storico”, considerare gli eventi sotto una personalissima interpretazione che ci si dà il nome di rivelazione. Confesso che questo è un rischio che si corre, ma colui che riconosce il “momento” di Dio nella propria vita, non può fare a meno di “convertire” la propria vita, una conversione di marcia, liberando essa dal proprio “discernimento” e soprattutto dal proprio “io”, lasciando allo Spirito la guida del proprio “timone”.

Personalmente credo che un errore inverso è stato fatto da molti uomini di Dio nei primi del novecento (forse influenzati dalla filosofia hegheliana) tra cui alcune chiese storiche (soprattutto d’oltre oceano). Infatti, esse si convinsero che attraverso il risorgimento italiano, ci si adempissero le promesse di Dio e che finalmente era giunto il tempo della “riscossa”. Per loro era il tempo di “destarsi dal sonno” perché il “momento” era giunto, perché si credeva che attraverso il risorgimento il papato e la religione vaticana, sarebbe finalmente sconfitta, visto che il risorgimento italiano mirava a ristabilire il potere politico dell’intera penisola, riducendo quello del vaticano, restituendo Roma agli italiani. L’Italia si è fatta, ma tali prospettive e tali speranze sono totalmente fallite quasi da subito, portando nelle chiese storiche un grosso periodo di scoraggiamento, un esempio di questo furono le missioni metodiste e battiste straniere, che davanti a quest’errore di calcolo, preferirono tagliare i fondi alle missioni italiane. Credo che sarebbe stato meglio guardare le cose sotto prospettive diverse, forse una prospettiva meno politicizzata e più vicina a un tipo di spiritualità, che cerca sempre di non confondere la fede con la politica, ma che vede gli eventi come occasione per “annunciare la buona novella”.

In conclusione, accogliamo nei nostri cuori l’esortazione dell’apostolo, prendendo coscienza dell’”attimo” di Dio, il quale non abbiamo più bisogno di aspettarlo, perché non è legato al tempo, non ha un orario prestabilito, non può essere misurato con un orologio, ma è “già” presente, solo se noi lo crediamo con tutto il nostro cuore, Egli si rivelerà a noi, l’”ora” è giunta, affinché il “ momento” di Dio entri nel nostro “tempo”, soprattutto nella nostra vita.

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