17 giugno 2011

IL "LAPSUS" DEL SERVO


SALMO 73: 1 e 2:
Certo, Dio è buono verso Israele,
verso quelli che sono puri di cuore.
Ma quasi inciamparono i miei piedi;
poco mancò che i miei passi non scivolassero
di: Nicola  Palmieri
SCHEMA E CORPO DEL TESTO
Il salmo 73 è uno dei dodici salmi che come autore è indicato la persona di Asaf, il quale secondo la tradizione ebraica fu il capo dei cantori del tempio. Molto importante è l’indicazione dell’autore per la comprensione del salmo stesso; infatti, l’autore ci fornisce una chiave ermeneutica per comprendere il contesto, in cui una tale preghiera o invocazione è stata scritta. L’ambientazione dello scritto in esame, c’è fornita unicamente dall’autore, perché i salmi sono dei “componimenti poetici”, il modello letterario scelto è appunto la poesia, quindi non essendo una narrazione, il contesto è dato appunto dal sitz-liben dell’autore, il quale è in qualche maniera l’autore teologico del salmo, ma certamente non è quello certo, quello che materialmente ha scritto il salmo. Il riferimento all’autore, non solo ci fornisce il “momento” e il “dove” è stato composto un tale componimento, ma dà anche autorevolezza allo stesso.
Il salmo in questione ci presenta un capo di coro, un uomo che vive molto tempo della sua vita nel Tempio, il quale conosce per esperienza la “schekinà” di Dio. Egli era chi guidava la lode, che introduceva appunto il momento in cui Dio doveva palesarsi al popolo, ma in questo salmo c’è presentata una parte del cuore di quest’uomo, che altrimenti sarebbe rimasta nascosta. In un momento del suo servire, Asaf ha delle perplessità nel suo cuore, dei pensieri che, come lui stesso confessa, lo fanno “scivolare”. Preferisco per la traduzione dei versi in oggetto, quella inglese della “King James”, la quale letteralmente ci dà l’idea dello scivolare più dell’inciampare, infatti, essa traduce: “ come se i piedi andassero via”. Quindi Asaf preda di alcuni pensieri, era scivolato, i suoi piedi andavano via, non lo sorreggevano più; ma quello che è straordinario è il fatto che scivola, ma non si trova con la schiena per terra, egli nonostante tutto rimane in piedi.  Egli rimane in piedi perché, anche senza nemmeno accorgersene, c’è qualcuno che lo sorregge, questo qualcuno o qualcosa è la misericordia di Dio, la “mano” sua paterna, la quale è pronta e interviene senza che nemmeno possa rendersi conto. Come il “cantore”, anche noi, dobbiamo solo ringraziare la sua grazia se ancora in questo momento possiamo dire di stare ritti. Come Asaf nemmeno c’è ce ne accorgiamo, ma poi quando ci troviamo a superare tali scivoloni senza cadere, solo allora abbiamo una tale consapevolezza, cioè che la mano di Dio, quando credevamo di non farcela e di essere caduti, ci ha sostenuto.
La perplessità del “salmista” può essere intravista dalle prime parole dei versi in esame. A prima vista quello che leggiamo sono delle dichiarazioni di fede, adatte per un bell’inno di lode al Signore: «Dio è buono verso Israele»; ma leggendo poi il salmo ci rendiamo conto che, questa bella dichiarazione di Asaf, non è per niente coerente con il tempo che stava vivendo. Alla luce di questo momento testimoniato con una tale lirica, sembra quasi nascondere tra le parole di una tale lode, una realtà diversa, un’incoerenza tra quello che si afferma con il canto e l’esperienza che si sta vivendo. Tra le righe sembra “leggere”: “Dio è buono verso Israele, ma non con me”. Il salmista sembra escludersi, quasi, da questa verità di Dio, il suo lamento e la sua perplessità iniziale contraddice, nemmeno troppo implicitamente, quello che ha appena dichiarato, Dio è buono verso Israele, ma non lo è per lui, almeno questo mi suggerisce il momento in cui si trova a vivere, questo deduco, non più dalle sue certezze ma dai suoi dubbi. In altre parole, troviamo la conseguenza delle sue perplessità, proprio attraverso la sua mancanza di fiducia verso se stesso in Dio. Il salmista riconosce la bontà di Dio, ma esclude la sua persona in questa sua bontà. Inoltre aggiunge un’altra dichiarazione di fede: Dio è buono verso i puri di cuori, ma se lui si esclude da questa bontà, dichiara di avere dubbi anche verso il suo cuore. Nessuno può conoscere fino in fondo il proprio cuore, ma dalla sua mancanza di fiducia e dalle sue perplessità si deduce che forse, lui non appartiene a quella categoria di persone, con cui Dio è buono, perché di cuore puro.
A questo punto ci tengo a fare una piccola digressione intorno al concetto di purezza. Tale idea per noi occidentali trova la sua origine nel pensiero greco, mentre bisogna tener presente, soprattutto in un tale contesto, l’idea ebraica del concetto di purezza. Infatti, anche in questo caso, preferisco la traduzione inglese del verso, perché preferisce tradurre non con l’aggettivo puro, ma con “pulito”, quest’ultimo rende molto meglio il pensiero ebraico di purezza, cioè un cuore puro è in realtà un cuore “pulito”, lavato, deterso da quello che lo sporcava. Un cuore puro non è un cuore che non ha mai conosciuto contaminazione, ma un cuore che in realtà è stato pulito da una tale contaminazione. Sicuramente da questo tipo di posizione attinge il Nuovo Testamento, per la sua “idea” di purezza. Mentre nel mondo greco, l’idea di “purezza” si riconosce in una concezione di completa neutralità verso tutto quello che circonda l’uomo. Il puro era chi non ha mai contaminato il proprio cuore, soprattutto attraverso un’indifferenza verso il contesto e l’ambiente in cui si trova, un cuore asettico, a qualsiasi atteggiamento e sentimento, apatico e senza nessun contatto verso cosa e chi lo circonda. Un esempio di questo pensiero è la storia del filosofo Diogene detto il cinico. Egli andava in giro per la città con una lanterna, perché cercava un uomo con il cuore puro e non l’ha mai trovato, perché lui predicava la purezza come distacco totale a qualsiasi forma di contatto e implicazione, sia con la società sia con il mondo che lo circondava, tanto che si racconta che vivesse in una botte e vestiva di stracci. Un pensiero che trova largo spazio nella teologia cattolica, soprattutto in ambienti monastici; il puro è colui che si estranea da tutto e da tutti. In realtà, sia per la mentalità ebraica che per quella della Chiesa antica, una tale posizione non trova nessun fondamento, se non per l’appunto nella filosofia greca, la quale dopo i primi secoli della cristianità, essa ben presto s’inserì molto energicamente tra le riflessioni dei padri della chiesa.
Ritornando al nostro testo, è opportuno ricordare che il tipo di esperienza del salmista è comune un po’ a tutti i credenti e soprattutto a coloro che sono “addentrati” nel ministerio. Molte volte questo ci sorprende, ma la realtà è questa: chi è nel ministerio deve riconoscere che le “domande sono molto più frequenti nel proprio cuore”. Esse, a volte, non trovano subito risposta, ma aprano la strada per un cammino che non è sempre in discesa, ma il più delle volte si presenta rischioso e per l’appunto, sdrucciolevole. Un’esperienza, quindi, comune che è vissuta per svariati motivi, come può essere un problema, una difficoltà, un dolore o come per il salmista: il non riuscire a comprendere il fatto che gli empi possano prosperare e lui, che è continuamente nel tempio, un servo di Dio, vive in certe difficoltà. Le nostre reazioni davanti a tali pensieri, in apparenza possono sembrare diverse, ma in sostanza sono tutte simili; come colui che percorrendo una strada si trova a scivolare su una buccia di banana, ogni uno di noi prima o poi trova sulla sua via la “sua personale buccia di banana”, che lo fa scivolare, a volte possono essere anche dei “venti di dottrina” che trasportano la nostra vita in zone poco sicure.
Quindi ognuno nel suo cammino trova prima o poi un percorso poco sicuro, che rende i suoi passi sdrucciolevoli, un tratto di strada in cui sembra quasi di cadere, perché i nostri pensieri sono sempre un terreno poco sicuro, la nostra natura è continuamente esposta al pericolo e soprattutto la nostra “carnalità” è sempre come attraversare delle sabbie mobili. Allora per sua attitudine l’uomo in quanto tale non può che avere, nel corso del suo tempo, per svariate ragioni, dei continui “lapsus”, tanto quanto coloro che non credono quanto quelli che credono, così come quelli che rivestono posti di autorità che quelli che a mala pena riescono a gestire la propria vita, la “differenza tra chi teme il Dio e chi non lo teme “, sarà: “ non che il giusto non cada ma che Dio lo sostiene”.
Abbiamo detto che il fatto di inciampare è comune a tutti gli uomini: credenti e non, infatti, l’uomo naturale inciampa davanti alle proprie difficoltà, paure e angosce. L’uomo normalmente cerca di sfuggire dalle proprie responsabilità, perché ben presto si rende conto di essere incapace di gestirle, in quanto sempre più grandi di lui, il suo limite si manifesta non solo verso l’eternità ma anche nel proprio ambiente, nel quale crede di esserne il padrone, ma rimane solo “uno” dentro ad una creazione più grande, la quale geme e soffre per quella “caduta” che l’uomo stesso l’ha sottoposta.
Il credente vive nel mondo ma “sul sentiero di Cristo”, ma anche lui come Asaf ha i suoi lapsus, anzi molte volte sembra che il cammino del cristiano sia più pericoloso e ricco di insidie. Mi viene in mente il libro dell’Esodo, quando Mosè ha la visione del pruno ardente, una visione che poi lo porta ad avvicinarsi a esso scalando un monte e quando si trova a pochi metri da esso ascolta una voce: “ Mosè togliti i calzari, perché la terra che tu calpesti è terra santa”. Lo spazio che separava Mosè al pruno doveva essere percorso a piedi nudi, senza l’ausilio dei sandali, che sicuramente potevano aiutare i piedi ad affrontare un suolo roccioso. Sicuramente a piedi nudi, non doveva sentirsi proprio a suo agio il profeta su un tale percorso o suolo ma Dio lo chiama ad avvicinarsi a Lui in quel modo. Allora il sentiero che ci viene offerto è Gesù: “ Io sono la via”, ma come dicevamo prima, noi percorriamo questa via a “piedi nudi” e in questo modo ci troviamo molto spesso sulla “via” a traballare. Noi troviamo in essa dei “ pungoli”, che vanno a colpire la nostra creaturalità e le nostre debolezze, in quanto la via da percorrere è l’esempio di Cristo e un tale esempio è, molte volte, incomprensibile, pazzia, anche per chi si dice credente. Abbiamo la tentazione di indossare su un tale percorso, a volte tanto “scomodo”, i sandali della ragione e della religiosità, quelli della modernità e del compromesso. Il Signore ci chiama a percorrere un percorso che da soli non saremo mai capaci di percorrere, una via che a volte ci punge e ci “tocca” nei punti più sensibili, un sentiero che ha come unico sostegno la fede, la quale è sostegno e nello stesso tempo traccia, su cui poggiare i nostri piedi. Come Pietro, che alla sua richiesta fu chiamato da Gesù a camminare su un mare in tempesta, impossibile poggiare i piedi su delle onde, ma la fede attraverso la Parola, doveva fargli da sostegno e soprattutto da suolo su cui poggiare i suoi piedi.
La fede è l’unica traccia su cui possiamo poggiare i nostri piedi, soprattutto quando sentiamo di star scivolando, quando ci accorgiamo che il terreno è sdrucciolevole e che i nostri piedi non ci sostengono più, quando cerchiamo un terreno solido dove possiamo poggiare la nostra vita, questa solidità in un modo paradossale, c’è data dalla fede. Ritornando al salmo dal quale abbiamo tratto i nostri versi, possiamo renderci conto qual è stato per Asaf questo terreno solido, questa solidità egli la trovò nella rivelazione della fede, quella che allargò la sua visione, che donò la speranza, cioè quella che rende “il presente metafora, ma sposta la nostra certezza sulla “fine”, sulla promessa e sul futuro di Dio. Certamente la fine di Asaf, da buon ebreo, era quella degli empi, dove vede alla luce della giustizia di Dio la loro fine, una fine certamente disgraziata, il cui nome non vi è più ricordo.
Però per noi cristiani la fine, non è certamente quella degli empi, che personalmente è argomento che riguarda direttamente il “trono di Dio” cioè la sua sovranità, ma è la croce e la resurrezione di Cristo. L’ultima parola di Dio per gli uomini è la croce, la resurrezione allora diviene la prima. La rivelazione per noi cristiani sulla fine è il primo atto di Dio a riguardo della salvezza e cioè la resurrezione di Cristo. Allora per noi il terreno solido su cui fondare i nostri passi è la rivelazione della fede nella resurrezione di Cristo, la quale è prolettica, cioè viene prima, prima della nostra conversione, prima che noi potessimo conoscere e realizzare una tale realtà, prima di scoprire su cui possiamo poggiare i nostri piedi. Essa è prima, altrimenti non potrebbe sostenerci, in quanto tutto quello che viene dopo si poggia attraverso la fede su di essa.  La resurrezione di Cristo è per noi quel terreno stabile su cui poggiare i nostri piedi: i discepoli dopo la morte del loro Maestro alla croce, tutti “scivolarono”, tutti erano caduti sui loro dubbi e paure, ma quando scoprirono il Risorto, anche colui che scivolò tanto da rinnegarlo, finalmente trovò un solido terreno dove restare saldo, anche davanti alla morte. Gesù è risorto, Egli ha vinto la morte e tutta la nostra vita e i nostri pensieri, si poggia e si muove soprattutto su questa traccia, su un tale terreno capace di trasformare qualsiasi contesto e ambiente in una tale prospettiva, quella della speranza che rivela a noi una tale Parola, la quale è di Dio attraverso la promessa che si adempie nella sua resurrezione. Quello che è stato prima, perché fondamento, ora diventa futuro per coloro che annunciano la speranza cristiana, ma che nel cuore è già certezza attraverso la fede che è la traccia di ogni cristiano che percorre la via di Cristo.
Possano i nostri piedi oggi sdrucciolevoli, che facilmente inciampano, per fede, fare un “salto” su questo terreno solido e credere che alla fine ci attenda la vita, quella eterna, la quale Gesù ci ha dimostrato attraverso la sua resurrezione. Cristo è risorto per prima e noi risorgeremo con Lui. La fede che è compagna della speranza, la quale non è utopia ne è un sogno, ma è una certezza tanto solida da fondare tutta la nostra vita, tutta la nostra esperienza di fede.
Le nostre certezze, come abbiamo detto sopra, ci fanno cadere, sono un terreno mobile, perché facilmente sono messe in discussione dalle esperienze della vita e facilmente cadono davanti ai fenomeni del mondo. Mentre la promessa di Dio è quella che ci tiene sempre in piedi e non potrà mai essere smentita in quanto promessa, ma nello stesso tempo non ci deluderà, perché è già certezza, in quanto  noi crediamo che: Cristo sia veramente risorto.

6 giugno 2011

IL CAMPO DI DIO



MATTEO  9: 36 a 38
Vedendo le folle, ne ebbe compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore.
Allora disse ai suoi discepoli: «La mèsse è grande, ma pochi sono gli operai.
Pregate dunque il Signore della mèsse che mandi degli operai nella sua mèsse».

DI:  NICOLA  PALMIERI
SCHEMA E CORPO DEL TESTO
I versi che ci siamo proposti, li troviamo anche nell’evangelo di Luca al cap. 10:2. Sono in entrambi gli evangeli molto simili, ma incastonati in contesti diversi. In quello di Matteo, troviamo che il Signore dice ciò vedendo le folle, una moltitudine di gente, che hanno bisogno di aiuto. Mentre in quello di Luca il contesto è quello del mandato dei settanta. Da questo possiamo dedurre una prima idea di cosa e di come è il campo del Signore, cioè : assistenza e missione. Ognuno di noi ha un’idea molto personale del campo del Signore, quasi sempre riduttiva e molto più limitata di quella che è la realtà; soprattutto quanto crediamo che il campo del Signore è esclusivamente un luogo, delimitato dai nostri confini, a volte credendo che sia solo la nostra comunità. Sia ben chiaro che la chiesa locale è una parte della messe, ma non è solo questa, perché il campo del Signore non ha confini geografici e tanto meno si esaurisce in un unico luogo. La messe è sempre in una continua evoluzione e vive di un processo continuo, perché è esclusivamente “azione”. I posti e i luoghi sono determinati da una tale azione, in altre parole, sono le azioni che includono i luoghi, ma come opportunità di agire. Le azioni che rendono grande il campo sono: assistenza e mandato.
In realtà è molto più facile indicare il campo stesso con questi due azioni, le quali  la chiesa abitualmente è chiamata a fare. Gesù, in entrambi gli evangeli si rivolge ai discepoli e fa riferimento ad una grande raccolta, ma è molto importante tener presente il contesto, il quale cambia nei due vangeli, diverso nel quale egli si esprime. Matteo scrive che il Maestro vede la messe guardando le folle arrivare, come “delle  pecore senza pastore “ , mentre Luca riferisce il discorso del Messia, contemporaneamente al mandato che dà ai suoi discepoli e non solo. Da questi contesti  possiamo guardare la messe con gli occhi del Cristo e cioè: la raccolta era tra e in persone scoraggiate, povere, bisognose e afflitte, tra e in quelle pecore senza pastore e il campo in cui c’era tanto da raccogliere era la “missione” che il Signore attraverso il mandato aveva affidato ai “suoi”. Allora per questo noi possiamo facilmente comprendere che il “campo”, di cui Gesù parla, non è fatto di linee di confine ( di qualsiasi tipo che noi possiamo usare e immaginare) tanto meno è misurabile in zone di terra o in metri quadrati o moggi. Esso è composto da uomini e donne, che hanno bisogno di essere accolti e a volte assistiti nei loro travagli e paure. Esso è grande, quanto è grande il mandato del Risorto: andate per tutto il mondo e predicate l’evangelo. Questa prospettiva, deve farci riflettere tanto da rivoluzionare i nostri parametri e le nostre dimensioni. Dobbiamo imparare a guardare in grande, non per soddisfare le nostre manie di “potere”, ma come Gesù, guardare la grandezza della raccolta, attraverso ogni uomo e donna che ritroviamo sul nostro cammino, tenendo bene in mente, che già ci troviamo nel campo di Dio. Come suoi collaboratori, siamo chiamati a raccogliere e a raccogliere tanto. Quante persone ogni giorno incontriamo sulla nostra strada che hanno bisogno di: assistenza e di essere in qualche maniera, accolte? Quanti altri ancora ci troviamo davanti, pronti per ascoltare e ricevere il “mandato” la Parola della Grazia, l’Evangelo ?  La raccolta è grande,  tanto grande che gli operai sono e saranno sempre pochi.
 Attraverso la mia esperienza da credente, mi sono reso conto, molte volte, la discrepanza che c’è tra la “messe” di cui ci parlano gli evangeli, e quella che noi abitualmente ci troviamo “noi”, standoci dentro, a lavorare. Sembra quasi il contrario e cioè: quella che il padrone della messe definisce grande a noi a volte sembra tanto piccola, che a volte il verso, sempre in base alle nostre esperienze, sembra essere contraddetto dalla realtà, tanto da  suggerirci il contrario e che: la messe è piccola e gli operai sono tanti. Questo perché la nostra prospettiva non è quella di Dio e quindi dove e come noi guardiamo non è certo dove  il Signore ci sta ad indicare. Il praticante della chiesa è abituato sempre a guardare, come la messe: “l’orticello che ha ed è a portato di mano sotto casa.” In questo modo è più facile raccogliere quello che ci si trova subito sottomano;  ma il problema è che il giardino di verdure che si ha nel cortile è sempre troppo  piccolo per tutti e non soddisfa il fabbisogno di ognuno e tanto meno le aspettativa del padrone. In parole povere, racchiudere il campo del Signore nello spazio e nel tempo della nostra religiosità, che abitualmente espletiamo nella propria comunità di appartenenza, non solo non soddisfa nemmeno lontanamente la prospettiva di colui che considera la messe più grande di ogni nostra aspettativa, ma ci fa perdere di vista il fatto che,  la comunità locale non è il nostro piccolo orticello, ma solo una parte di un campo che ha come confine solo l’amore di Dio e come tempo il servizio cristiano e come misura il suo mandato.
Il praticante, in realtà ha scoperto nell’orticello un valore che gli permette di vivere la propria vita da religioso, in una maniera molto più comoda che quella di arrischiarsi in un campo tanto vasto quanto imprevedibile. Lavorare per e in un orticello ci permette di trovare, primo tra tutti, delle scuse che possano giustificare la nostra negligenza, quella più comune è che in un giardino popolato da tanti lavoratori, ormai tutto quello che c’era da fare lo hanno fatto già gli altri. Per il povero praticante, non c’è che starsi seduto comodamente nella sua panca.
Poi il praticante dotato di buona volontà, cerca il suo posto nel piccolo giardino della sua comunità, ci si mette con impegno e trova il da fare, ma una volta che ha trovato quello che può fare, non si sposta più e come  un lavoro statale, ogni mattina si timbra il cartellino, ci si reca sempre sulla stessa scrivania nello stesso ufficio, si attende solo che ci si possa arrivare alla pensione. Questa scelta è ben ponderata nel cuore del praticante, perché colui che ha questo tipo di prospettiva è tra coloro, che cercano subito un beneficio personale. Lui non vuole aspettare e ne rischiare il proprio “guadagno”, non gli interessa gli investimenti a lungo termine e magari su campi che ancora non conosce, lui vuole lavorare su quello che conosce e soprattutto dove può essere ben visto e ricevere subito il giusto apprezzamento. Anche perché, lavorare un orticello, magari nel tempo libero, ci richiede sicuramente un impegno minore e meno fatica, che invece di responsabilizzarsi per un lavoro in un campo tanto grande che come minimo ci chiederebbe, non solo il nostro tempo libero ma soprattutto tutta la nostra vita.
Il praticante dell’ ”orto” è volenteroso ma non ha la fede di vedere al di là della staccionata dello stesso. Anche perché, molte volte, si è vittima del proprio orgoglio, ci si lega ad una mansione o ad uno spazio solamente perché attraverso di esso noi ci sentiamo come il “padrone”. Sentiamo tanto nostro quel giardino, tanto da non aver nessun “timore e tremore[1], in quanto concorda con le nostre capacità. Questo ci permette di sentirci sicuri e di gestire ogni sua faccenda, niente sfugge al nostro sguardo. Allora è facile pensare che un tale lavoratore non si arrischierebbe mai in un campo in cui c’è da imparare ogni giorno e che in esso si è sempre come l’ultimo arrivato e che solo uno è il Padrone e tutti sono dei “semplici collaboratori”.
Abbiamo detto che la messe riguarda in realtà l’accoglienza o assistenza e il mandato. Quest’ultimo per eccellenza ci rimanda l’idea dell’evangelizzazione o annuncio dell’evangelo. Infatti, i discepoli ricevettero il mandato: « andate per il mondo a predicare l’evangelo », ma in un mondo come il nostro che ormai è quasi completamente “cristiano”, almeno così sembra, il mandato è ancora valido? Oh crediamo che il mondo sia saturo dell’evangelo? Forse esso è davvero ormai completamente evangelizzato e quindi questo restringe la messe? A questo punto c’è  bisogno di fare alcune considerazioni; che possono chiarirci le idee a proposito e possano nuovamente allargare il campo. Certamente il mondo è pieno di “belle parole”, saturo di nuove religioni, stanco di idealismi e nuove dottrine. Quello che noi siamo abituati a definire un “mondo ormai cristianizzato” ha già “ascoltato tutto”, visto le cose più strane e inusuali, in parole povere, non gli fa specie più niente, non lo sorprende niente e nessuna cosa, soprattutto chi parla di Cristo.
Questo fenomeno venne studiato da alcuni sociologi, i quali intorno agli anni 60/70, arrivarono alla conclusione che il nostro mondo ormai era un mondo secolarizzato, cioè un mondo dove la religione non trovava più spazio se non in una dimensione strettamente privata. Oggi gli stessi che hanno analizzato un tale fenomeno, si trovano davanti ad una crescita del fenomeno religioso e soprattutto del cristianesimo, grazie anche ad alcuni movimenti di risveglio come il pentecostalesimo. Allora si sono trovati a rivedere le loro posizioni, e per alcuni oggi viviamo non più in tempi di secolarizzazione ma di desecolarizzazione, cioè dopo un tempo di abbandono della religione, oggi c’è una netta ripresa di essa, non più esclusivamente nella sfera del privato, ma essa abbraccia tutti i campi della vita comune. Davanti ad una tale prospettiva di conquista religiosa, sembra oggi più di ieri, inutile evangelizzare, il mandato di Cristo è ormai adempiuto, in un mondo che ormai fa della religione e soprattutto del cristianesimo, “un fattore aggregante e parte della propria identità di cittadini”. Allora la chiesa vedendosi ormai privata di una parte sostanziale della sua funzione, è costretta a chiudersi ancora di più in un piccolo orto, dove c’è giusto “lavoro per quei pochi eletti”. Non sa come occupare più il suo tempo, tanto che a volte si crea delle nuove funzioni, le quali non gli appartengono, volendo raccogliere lì dove non è chiamata a farlo. Fuori dal proprio campo ma chiusa in un giardino, dove il seme non è quello di Dio.
La chiesa primitiva ricevette il mandato in un mondo, molto diverso dal nostro. Esso era pino di Tabù e linee di confine. C’erano molti impedimenti geografici, etici e religiosi. Nonostante tutti questi impedimenti, gli apostoli riconobbero in quel loro mondo, tanto frammentato quanto vasto, l’unico “campo di Dio”, dove era possibile la messe. I loro occhi erano aperti davanti a quel mondo, che per molti versi sembrava irraggiungibile, ma per loro era tutto a loro disposizione, perché i loro occhi erano non sui problemi o sulle difficoltà da superare, ma sulla “grande raccolta”, che il Signore aveva promesso di dare a loro, perché sua Chiesa.
La chiesa oggi vive in un mondo pluralista, dove sembra che non ci siano più confini né barriere sociali e soprattutto le distanze si sono notevolmente accorciate grazie ai nuovi mezzi di trasporto e di comunicazione. Ormai il mondo di oggi è aperto ad ogni possibilità e i mezzi per attuarle, sembra, che siano a disposizione di molti. Eppure ci ritroviamo a riflettere come, molte volte, la chiesa davanti ad una mondo di possibilità, si trova a lavorare in un piccolo “orto”, trascurando una tale grande raccolta. In un mondo dove ci sarebbe lavoro per tutti, ci si affolla in un giardino, che ci si è così stretti, tanto da spintonarci a vicenda.
Il mondo è saturo, ma non potrà mai essere pieno abbastanza della sua Parola, quella vera rivelata e predicata da coloro che sono guidati dallo Spirito. Questa Parola è sempre acqua fresca per un “mondo” continuamente assetato e che sarà sempre come terra arida, davanti ad una tale Parola. Essa ci parla di amor e misericordia, qualcosa che la nostra società ne è continuamente sprovvista. Attraverso di essa, ci saranno sempre braccia pronte a lavorare, pronte per afferrare e spinte per donare. Essa è la sola a convertire delle vite, le quali saranno dedite ad accompagnare chi è solo, a sostenere lo stanco e a risollevare chi è caduto. Questa Parola, sarà la guida di coloro che sapranno trovarsi lì dove vi è sofferenza e dolore. Una Parola che stura le orecchie, per renderle pronte ad ascoltare quelle voci e quelle grida, che ormai non ascolta più nessuno. Disse un giorno Bonhoeffer: « La chiesa è Chiesa solo se esiste per gli altri » in questo è un po’ riassunto tutto la mia riflessione, perché il campo sono “gli altri” e senza dubbio questi costituiscono  una “grande raccolta”.
Non facciamo come Achab, il quale si incapricciò per una piccola vigna che vedeva dalla propria finestra, la quale apparteneva a Naboth, perdendo di vista il fatto che a sua disposizione, in quanto re, c’erano tutte le vigne d’Israele. Il campo è grande quanto la messe, non mettiamoci a dar calcioni, volendo occupare spazi e posti ormai già occupati o meglio assegnati ad altri. Mettiamoci a disposizione per e del Signore e non commettiamo l’errore di Achab, volendo quello che è già stato dato ad un altro, tralasciando quello che il Padrone della messe ha già preparato per noi.
Possa lo Spirito darci la giusta consapevolezza della “messe” e farci alzare gli occhi verso il “campo”, il mondo che dobbiamo conquistare per Lui, donandoci la proporzione dell’opera di Dio. Un’opera tanto grande da farci sentire sempre, davanti ad essa e soprattutto davanti alla responsabilità che ci è stata affidata: pochi e inadeguati, bisognosi sempre di altri, che il Signore possa sempre spingere sempre nel suo campo a lavorare.
Abbiamo bisogno gli uni degli altri per lavorare nel campo del Signore. La consapevolezza della “messe” c’è ne dà un’altra altrettanto importante e cioè che nessuno può fare tutto da solo nella “raccolta”. Non solo non può fare da solo ma non può essere lasciato da solo a lavorare nel campo del Signore. Possa la nostra preghiera essere una vera e propria richiesta di “aiuto”, nel senso di desiderare che niente “possa essere perso per mancanza di manodopera”, una richiesta d’aiuto che nasce dal fatto che non ci sentiamo capaci e non lo siamo, ma soprattutto un grido che nasce dalla visione di una “grande messe”, molto più grande di noi e delle nostre aspettative. Una visione di un grande campo, dove c’è spazio per tutti, ma non per chiunque; c’è spazio solo per tutti coloro che desiderano lavorare, coloro che saranno “spinti” e “chiamati” dal Padrone. In verità il Signore ne chiama molti, ma spinge nella messe soltanto coloro che “rispondono” alla sua chiamata. Coloro che pregano il Padrone per non far perdere niente della raccolta, perché essa diviene la loro priorità, il loro impegno maggiore. Questo è il paradosso dell’amore, non quello che è mio, ma la proprietà dell’altro diventa il mio impegno più grande, la mia passione più intensa, la mia più grande ricchezza.
Molte volte succede che  la chiesa non ha bisogno di andare troppo lontano per la raccolta, ma è Dio che la “allarga” davanti ad essa. Un esempio chiarificatore è quello che sta succedendo nella nostra Italia. Improvvisamente, come cittadini italiani ci troviamo a vivere in una nazione che sta cambiando, grazie a una massiccia immigrazione di popoli che arrivano nella nostra nazione per avere una vita migliore. La chiesa italiana, allora senza nemmeno troppo desiderarlo, si trova il suo campo di lavoro, in casa propria, allargato. Non deve più curarsi solo dei suoi, ma ora c’è da preoccuparsi e curarsi di colui che viene indicato come “straniero”. Per fare ciò dobbiamo liberarci, come prima cosa, dell’idea dello straniero, cioè quell’attitudine a considerare chi non è come noi, un diverso, qualcuno da tener lontano o da trattare con riserva. La chiesa non deve dimenticare che : “ noi siamo stranieri, in quanto questa non è la nostra patria, perché apparteniamo alla patria celeste. E soprattutto che Gesù è stato uno straniero, tra il su popolo, perché non lo hanno accettato e nemmeno riconosciuto. Per questo, il concetto dello “straniero” alla lue dell’evangelo, viene completamente svuotato. Tutti siamo uniti in Cristo, accumunati da un unico Signore e Salvatore, tutti parte della stessa messe, di un unico campo, quello del Padrone della messe.
Ci stiamo avviando alla conclusione della riflessione, ma prima di concludere bisogna sottolineare qualcosa di importante e cioè: chi lavora per la messe, deve sapere di lavorare nella prospettiva del regno di Dio, altrimenti si rischia che la nostra opera sia semplice filantropia. Comprendere che il “campo” altro non è che la “testimonianza della speranza cristiana”, lavorare ma in speranza, considerando la nostra opera come una profezia di quello che sarà un giorno la promessa del Regno. Un lavoro, che trova la sua vera utilità, nel momento che ravviva la nostra speranza e quella di chi ci è accanto e che fa parte dell’opera. I successi ottenuti sono parte integrante di questo sperare, perché la raccolta, non adempie le promesse di Dio, ma rende la nostra speranza più vicina di quanto lo era prima. Allora sotto la guida di chi lavora più di noi e prima di noi, il suo Spirito, andiamo nella messe a lavorare, abbandoniamo i nostri piccoli orticelli e guardiamo che la “raccolta è grande”, molto di più di quello che mai avremmo potuto aspettarci. Perché il campo di un Dio grande, non può essere piccolo, in quanto non è a misura d’uomo ma è a sua misur


[1] Filippesi