17 giugno 2011

IL "LAPSUS" DEL SERVO


SALMO 73: 1 e 2:
Certo, Dio è buono verso Israele,
verso quelli che sono puri di cuore.
Ma quasi inciamparono i miei piedi;
poco mancò che i miei passi non scivolassero
di: Nicola  Palmieri
SCHEMA E CORPO DEL TESTO
Il salmo 73 è uno dei dodici salmi che come autore è indicato la persona di Asaf, il quale secondo la tradizione ebraica fu il capo dei cantori del tempio. Molto importante è l’indicazione dell’autore per la comprensione del salmo stesso; infatti, l’autore ci fornisce una chiave ermeneutica per comprendere il contesto, in cui una tale preghiera o invocazione è stata scritta. L’ambientazione dello scritto in esame, c’è fornita unicamente dall’autore, perché i salmi sono dei “componimenti poetici”, il modello letterario scelto è appunto la poesia, quindi non essendo una narrazione, il contesto è dato appunto dal sitz-liben dell’autore, il quale è in qualche maniera l’autore teologico del salmo, ma certamente non è quello certo, quello che materialmente ha scritto il salmo. Il riferimento all’autore, non solo ci fornisce il “momento” e il “dove” è stato composto un tale componimento, ma dà anche autorevolezza allo stesso.
Il salmo in questione ci presenta un capo di coro, un uomo che vive molto tempo della sua vita nel Tempio, il quale conosce per esperienza la “schekinà” di Dio. Egli era chi guidava la lode, che introduceva appunto il momento in cui Dio doveva palesarsi al popolo, ma in questo salmo c’è presentata una parte del cuore di quest’uomo, che altrimenti sarebbe rimasta nascosta. In un momento del suo servire, Asaf ha delle perplessità nel suo cuore, dei pensieri che, come lui stesso confessa, lo fanno “scivolare”. Preferisco per la traduzione dei versi in oggetto, quella inglese della “King James”, la quale letteralmente ci dà l’idea dello scivolare più dell’inciampare, infatti, essa traduce: “ come se i piedi andassero via”. Quindi Asaf preda di alcuni pensieri, era scivolato, i suoi piedi andavano via, non lo sorreggevano più; ma quello che è straordinario è il fatto che scivola, ma non si trova con la schiena per terra, egli nonostante tutto rimane in piedi.  Egli rimane in piedi perché, anche senza nemmeno accorgersene, c’è qualcuno che lo sorregge, questo qualcuno o qualcosa è la misericordia di Dio, la “mano” sua paterna, la quale è pronta e interviene senza che nemmeno possa rendersi conto. Come il “cantore”, anche noi, dobbiamo solo ringraziare la sua grazia se ancora in questo momento possiamo dire di stare ritti. Come Asaf nemmeno c’è ce ne accorgiamo, ma poi quando ci troviamo a superare tali scivoloni senza cadere, solo allora abbiamo una tale consapevolezza, cioè che la mano di Dio, quando credevamo di non farcela e di essere caduti, ci ha sostenuto.
La perplessità del “salmista” può essere intravista dalle prime parole dei versi in esame. A prima vista quello che leggiamo sono delle dichiarazioni di fede, adatte per un bell’inno di lode al Signore: «Dio è buono verso Israele»; ma leggendo poi il salmo ci rendiamo conto che, questa bella dichiarazione di Asaf, non è per niente coerente con il tempo che stava vivendo. Alla luce di questo momento testimoniato con una tale lirica, sembra quasi nascondere tra le parole di una tale lode, una realtà diversa, un’incoerenza tra quello che si afferma con il canto e l’esperienza che si sta vivendo. Tra le righe sembra “leggere”: “Dio è buono verso Israele, ma non con me”. Il salmista sembra escludersi, quasi, da questa verità di Dio, il suo lamento e la sua perplessità iniziale contraddice, nemmeno troppo implicitamente, quello che ha appena dichiarato, Dio è buono verso Israele, ma non lo è per lui, almeno questo mi suggerisce il momento in cui si trova a vivere, questo deduco, non più dalle sue certezze ma dai suoi dubbi. In altre parole, troviamo la conseguenza delle sue perplessità, proprio attraverso la sua mancanza di fiducia verso se stesso in Dio. Il salmista riconosce la bontà di Dio, ma esclude la sua persona in questa sua bontà. Inoltre aggiunge un’altra dichiarazione di fede: Dio è buono verso i puri di cuori, ma se lui si esclude da questa bontà, dichiara di avere dubbi anche verso il suo cuore. Nessuno può conoscere fino in fondo il proprio cuore, ma dalla sua mancanza di fiducia e dalle sue perplessità si deduce che forse, lui non appartiene a quella categoria di persone, con cui Dio è buono, perché di cuore puro.
A questo punto ci tengo a fare una piccola digressione intorno al concetto di purezza. Tale idea per noi occidentali trova la sua origine nel pensiero greco, mentre bisogna tener presente, soprattutto in un tale contesto, l’idea ebraica del concetto di purezza. Infatti, anche in questo caso, preferisco la traduzione inglese del verso, perché preferisce tradurre non con l’aggettivo puro, ma con “pulito”, quest’ultimo rende molto meglio il pensiero ebraico di purezza, cioè un cuore puro è in realtà un cuore “pulito”, lavato, deterso da quello che lo sporcava. Un cuore puro non è un cuore che non ha mai conosciuto contaminazione, ma un cuore che in realtà è stato pulito da una tale contaminazione. Sicuramente da questo tipo di posizione attinge il Nuovo Testamento, per la sua “idea” di purezza. Mentre nel mondo greco, l’idea di “purezza” si riconosce in una concezione di completa neutralità verso tutto quello che circonda l’uomo. Il puro era chi non ha mai contaminato il proprio cuore, soprattutto attraverso un’indifferenza verso il contesto e l’ambiente in cui si trova, un cuore asettico, a qualsiasi atteggiamento e sentimento, apatico e senza nessun contatto verso cosa e chi lo circonda. Un esempio di questo pensiero è la storia del filosofo Diogene detto il cinico. Egli andava in giro per la città con una lanterna, perché cercava un uomo con il cuore puro e non l’ha mai trovato, perché lui predicava la purezza come distacco totale a qualsiasi forma di contatto e implicazione, sia con la società sia con il mondo che lo circondava, tanto che si racconta che vivesse in una botte e vestiva di stracci. Un pensiero che trova largo spazio nella teologia cattolica, soprattutto in ambienti monastici; il puro è colui che si estranea da tutto e da tutti. In realtà, sia per la mentalità ebraica che per quella della Chiesa antica, una tale posizione non trova nessun fondamento, se non per l’appunto nella filosofia greca, la quale dopo i primi secoli della cristianità, essa ben presto s’inserì molto energicamente tra le riflessioni dei padri della chiesa.
Ritornando al nostro testo, è opportuno ricordare che il tipo di esperienza del salmista è comune un po’ a tutti i credenti e soprattutto a coloro che sono “addentrati” nel ministerio. Molte volte questo ci sorprende, ma la realtà è questa: chi è nel ministerio deve riconoscere che le “domande sono molto più frequenti nel proprio cuore”. Esse, a volte, non trovano subito risposta, ma aprano la strada per un cammino che non è sempre in discesa, ma il più delle volte si presenta rischioso e per l’appunto, sdrucciolevole. Un’esperienza, quindi, comune che è vissuta per svariati motivi, come può essere un problema, una difficoltà, un dolore o come per il salmista: il non riuscire a comprendere il fatto che gli empi possano prosperare e lui, che è continuamente nel tempio, un servo di Dio, vive in certe difficoltà. Le nostre reazioni davanti a tali pensieri, in apparenza possono sembrare diverse, ma in sostanza sono tutte simili; come colui che percorrendo una strada si trova a scivolare su una buccia di banana, ogni uno di noi prima o poi trova sulla sua via la “sua personale buccia di banana”, che lo fa scivolare, a volte possono essere anche dei “venti di dottrina” che trasportano la nostra vita in zone poco sicure.
Quindi ognuno nel suo cammino trova prima o poi un percorso poco sicuro, che rende i suoi passi sdrucciolevoli, un tratto di strada in cui sembra quasi di cadere, perché i nostri pensieri sono sempre un terreno poco sicuro, la nostra natura è continuamente esposta al pericolo e soprattutto la nostra “carnalità” è sempre come attraversare delle sabbie mobili. Allora per sua attitudine l’uomo in quanto tale non può che avere, nel corso del suo tempo, per svariate ragioni, dei continui “lapsus”, tanto quanto coloro che non credono quanto quelli che credono, così come quelli che rivestono posti di autorità che quelli che a mala pena riescono a gestire la propria vita, la “differenza tra chi teme il Dio e chi non lo teme “, sarà: “ non che il giusto non cada ma che Dio lo sostiene”.
Abbiamo detto che il fatto di inciampare è comune a tutti gli uomini: credenti e non, infatti, l’uomo naturale inciampa davanti alle proprie difficoltà, paure e angosce. L’uomo normalmente cerca di sfuggire dalle proprie responsabilità, perché ben presto si rende conto di essere incapace di gestirle, in quanto sempre più grandi di lui, il suo limite si manifesta non solo verso l’eternità ma anche nel proprio ambiente, nel quale crede di esserne il padrone, ma rimane solo “uno” dentro ad una creazione più grande, la quale geme e soffre per quella “caduta” che l’uomo stesso l’ha sottoposta.
Il credente vive nel mondo ma “sul sentiero di Cristo”, ma anche lui come Asaf ha i suoi lapsus, anzi molte volte sembra che il cammino del cristiano sia più pericoloso e ricco di insidie. Mi viene in mente il libro dell’Esodo, quando Mosè ha la visione del pruno ardente, una visione che poi lo porta ad avvicinarsi a esso scalando un monte e quando si trova a pochi metri da esso ascolta una voce: “ Mosè togliti i calzari, perché la terra che tu calpesti è terra santa”. Lo spazio che separava Mosè al pruno doveva essere percorso a piedi nudi, senza l’ausilio dei sandali, che sicuramente potevano aiutare i piedi ad affrontare un suolo roccioso. Sicuramente a piedi nudi, non doveva sentirsi proprio a suo agio il profeta su un tale percorso o suolo ma Dio lo chiama ad avvicinarsi a Lui in quel modo. Allora il sentiero che ci viene offerto è Gesù: “ Io sono la via”, ma come dicevamo prima, noi percorriamo questa via a “piedi nudi” e in questo modo ci troviamo molto spesso sulla “via” a traballare. Noi troviamo in essa dei “ pungoli”, che vanno a colpire la nostra creaturalità e le nostre debolezze, in quanto la via da percorrere è l’esempio di Cristo e un tale esempio è, molte volte, incomprensibile, pazzia, anche per chi si dice credente. Abbiamo la tentazione di indossare su un tale percorso, a volte tanto “scomodo”, i sandali della ragione e della religiosità, quelli della modernità e del compromesso. Il Signore ci chiama a percorrere un percorso che da soli non saremo mai capaci di percorrere, una via che a volte ci punge e ci “tocca” nei punti più sensibili, un sentiero che ha come unico sostegno la fede, la quale è sostegno e nello stesso tempo traccia, su cui poggiare i nostri piedi. Come Pietro, che alla sua richiesta fu chiamato da Gesù a camminare su un mare in tempesta, impossibile poggiare i piedi su delle onde, ma la fede attraverso la Parola, doveva fargli da sostegno e soprattutto da suolo su cui poggiare i suoi piedi.
La fede è l’unica traccia su cui possiamo poggiare i nostri piedi, soprattutto quando sentiamo di star scivolando, quando ci accorgiamo che il terreno è sdrucciolevole e che i nostri piedi non ci sostengono più, quando cerchiamo un terreno solido dove possiamo poggiare la nostra vita, questa solidità in un modo paradossale, c’è data dalla fede. Ritornando al salmo dal quale abbiamo tratto i nostri versi, possiamo renderci conto qual è stato per Asaf questo terreno solido, questa solidità egli la trovò nella rivelazione della fede, quella che allargò la sua visione, che donò la speranza, cioè quella che rende “il presente metafora, ma sposta la nostra certezza sulla “fine”, sulla promessa e sul futuro di Dio. Certamente la fine di Asaf, da buon ebreo, era quella degli empi, dove vede alla luce della giustizia di Dio la loro fine, una fine certamente disgraziata, il cui nome non vi è più ricordo.
Però per noi cristiani la fine, non è certamente quella degli empi, che personalmente è argomento che riguarda direttamente il “trono di Dio” cioè la sua sovranità, ma è la croce e la resurrezione di Cristo. L’ultima parola di Dio per gli uomini è la croce, la resurrezione allora diviene la prima. La rivelazione per noi cristiani sulla fine è il primo atto di Dio a riguardo della salvezza e cioè la resurrezione di Cristo. Allora per noi il terreno solido su cui fondare i nostri passi è la rivelazione della fede nella resurrezione di Cristo, la quale è prolettica, cioè viene prima, prima della nostra conversione, prima che noi potessimo conoscere e realizzare una tale realtà, prima di scoprire su cui possiamo poggiare i nostri piedi. Essa è prima, altrimenti non potrebbe sostenerci, in quanto tutto quello che viene dopo si poggia attraverso la fede su di essa.  La resurrezione di Cristo è per noi quel terreno stabile su cui poggiare i nostri piedi: i discepoli dopo la morte del loro Maestro alla croce, tutti “scivolarono”, tutti erano caduti sui loro dubbi e paure, ma quando scoprirono il Risorto, anche colui che scivolò tanto da rinnegarlo, finalmente trovò un solido terreno dove restare saldo, anche davanti alla morte. Gesù è risorto, Egli ha vinto la morte e tutta la nostra vita e i nostri pensieri, si poggia e si muove soprattutto su questa traccia, su un tale terreno capace di trasformare qualsiasi contesto e ambiente in una tale prospettiva, quella della speranza che rivela a noi una tale Parola, la quale è di Dio attraverso la promessa che si adempie nella sua resurrezione. Quello che è stato prima, perché fondamento, ora diventa futuro per coloro che annunciano la speranza cristiana, ma che nel cuore è già certezza attraverso la fede che è la traccia di ogni cristiano che percorre la via di Cristo.
Possano i nostri piedi oggi sdrucciolevoli, che facilmente inciampano, per fede, fare un “salto” su questo terreno solido e credere che alla fine ci attenda la vita, quella eterna, la quale Gesù ci ha dimostrato attraverso la sua resurrezione. Cristo è risorto per prima e noi risorgeremo con Lui. La fede che è compagna della speranza, la quale non è utopia ne è un sogno, ma è una certezza tanto solida da fondare tutta la nostra vita, tutta la nostra esperienza di fede.
Le nostre certezze, come abbiamo detto sopra, ci fanno cadere, sono un terreno mobile, perché facilmente sono messe in discussione dalle esperienze della vita e facilmente cadono davanti ai fenomeni del mondo. Mentre la promessa di Dio è quella che ci tiene sempre in piedi e non potrà mai essere smentita in quanto promessa, ma nello stesso tempo non ci deluderà, perché è già certezza, in quanto  noi crediamo che: Cristo sia veramente risorto.

Nessun commento:

Posta un commento