30 settembre 2011

LA PACE DI DIO


FILIPPESI  4:7

LA PACE DI DIO, CHE SUPERA OGNI INTELLIGENZA, CUSTODIRA I VOSTRI CUORI E I VOSTRI PENSIERI IN CRISTO GESU’



DI:  NICOLA  PALMIERI



SCHEMA E CORPO DEL TESTO

Il testo che questa volta ci troviamo a meditare è tratto dall’epistola di Paolo ai filippesi, un’epistola che ha diverse peculiarità. La prima, che subito balza agli occhi di un normale lettore è il suo fine, diverso da quello delle altre proto paoline. Infatti, in essa non troviamo motivi di riprensione alla chiesa in oggetto, oppure come quella ai romani, uno fine teologico, per presentare l’Apostolo e il proprio ministerio. In essa troviamo un Paolo che esorta una chiesa a lui amica. Allora egli si lascia andare nell’esortazione e nell’edificazione del gregge, che ha visto nascere e crescere. Un’altra particolarità meno immediata, ma già accertata dai primi padri della Chiesa, è il fatto che in realtà l’epistola non è una ma ne sono almeno tre.

Le prove che confermano questa teoria sono innumerevoli, ma non è questo il momento per dare una tale spiegazione, basti solo al momento sapere che  quando ci è necessario e cioè che le epistole in realtà sono tre e che prima è il cap. 4 dal verso 11 fino alla fine e la seconda è in realtà, il capitolo 1e 2, questa prima sono state scritte in prigione da Efeso, mentre la terza, quella che va dal capitolo 3 fino al capitolo 4 fino al verso 10, è stata scritta in un tempo più tardivo, forse contemporaneamente a quella di Roma e forse l’apostolo si trovava a Corinto. Questo ci serve per comprendere il contesto in cui il nostro verso è stato scritto, un ambiente dove troviamo un Paolo abbastanza avanti nel ministerio, un Paolo che non certo cerca un biasimo dai suoi lettori, anzi non si occupa più della sua vita, la quale ormai si dirige verso il tramonto, ma si preoccupa della vita degli altri. Egli riprende cose antiche, parole antiche, ma le ripropone sotto una nuova rivelazione, rendendole attuali, fino ad arrivare a noi oggi a distanza di più  di duemila anni.

L’argomento principale della nostra riflessione e del verso stesso è la “pace”, in particolare come dice l’apostolo: la “pace di Dio” , che come cercheremo di dimostrare, la pace di Dio è qualcosa di diverso dalla normale idea di pace.

Una prima differenza la possiamo riscontrare anche nell’uso dei termini, che troviamo nell’antico e nel nuovo Testamento. Una differenza non solo di forma o di lingua, ma delle vere  e proprie differenze concettuali, dall’ebraico come dal greco, anche se quest’ultima è la lingua usata da Paolo.

Però prima di parlare delle differenze, è opportuno parlare di quello che accomuna. Come per la benedizione, anche la pace, sia per la tradizione veterotestamentaria, che quella neotestamentaria, viene esclusivamente da Dio, essa come la benedizione è un dono di Dio, ed è una necessità che consente la vita stessa e la sopravvivenza dell’uomo, senza di essa la vita, in tutte le forme e modi, non è plausibile. Le due cose sono strettamente collegate, infatti l’una integra l’altra, senza la pace non vi può essere benedizione. Essa è il canale, lo strumento, il contenitore, il mezzo di trasporto della berakhà (benedizione). Senza di essa la benedizione non può essere elargita e nello stesso tempo, l’auspicio della pace è anche un auspicio di benedizione, perché dove vi è pace vi è anche la benedizione di Dio. Un esempio lo possiamo trovare nell’antico saluto rabbinico, che è in uso ancora in alcune chiese evangeliche di tipo pentecostale, shalom (pace), con questo saluto non si fa che augurare oltre la pace ma anche che la benedizione di Dio, la quale  possa raggiungere il beneficiario a cui si rivolge il saluto. Anche nei testi biblici dei due testamenti, possiamo trovare questa inscindibile correlazione. Infatti,  un esempio lo possiamo trarre dalle formule di benedizione, le quali terminano sempre con un richiamo alla pace, nell’antico come per il nuovo Testamento. Però non bisogna dimenticare che per i testi veterotestamentari la pace è un dono che và conquistato, mentre, come vedremo più avanti, essa per l’Apostolo e poi per tutti glia altri scritti neotestamentari, che in un certo senso seguono la  scia teologica, su questo argomento di Paolo, è un dono che già è stato conquistato da Cristo, che il credente deve solo riceverlo per fede nella propria vita. Bisogna aggiungere che per il mondo greco, la parola pace: eipéné (pace), ha un valore completamente diverso sia da schalom, che dal concetto neotestamentario. Essa assume un significato molto generale, che ingloba tutto quello che possiamo dire su questo termine, ma nello stesso tempo, esclude l’interiorizzazione di una tale realtà, perché si concede quasi sempre all’idea legata ai rapporti di condivisione e di sodalizio tra contraenti o tra accordi bilaterali tra esseri umani.

Lo shalom ebraico, anche esso si distacca nettamente all’idea paolina, infatti  è legato strettamente al mondo empirico, in un semplice rapporto di benessere, non tanto interiore, ma tra uomini e con il posto in cui si vive. Lo shalom è la ricerca di una terra tranquilla, la conquista della terra promessa, la cessazione delle liti tra tribù, la sconfitta dei popoli che insidiano la “terra”, l’equilibrio socio politico della nazione. Da questo è facile comprendere come, per Israele, la pace era sinonimo di un benessere materiale, un dono di Dio che si manifesta nello star bene nella terra che YHWH ha donato. Da questo si deduce che le guerre interne e soprattutto quelle contro i popoli che insidiavano Israele, non sono altro che delle guerre giuste, sante, perché alla conquista di quel dono che YHWH ha messo a loro disposizione, cioè quello della pace; una mentalità che ancora non ha abbandonato del tutto il popolo giudaico, infatti ancora oggi si combatte e si uccide in nome del raggiungimento di questa “pace” che si otterrà soltanto quando tutti i nemici saranno “sterminati”. Anche nei profeti, parlando del futuro di Israele, vedono il raggiungimento dello schalom con l’avvento del giorno del Signore. Uno ione, dove ci sarà la pace, perché non ci saranno più nemici e  si raggiungerà un perfetto e giusto stato sociale.

Ad amor del vero dobbiamo aggiungere che nella tradizione veterotestamentaria, soprattutto negli scritti “poetici”, come i salmi, ci si  parla in alcuni di una ricerca per una pace diversa, che si avvicina ad un benessere interiore e non esclusivamente legato al mondo esterno e al rapporto che si ha con gli altri. Un esempio lo troviamo nel salmo 43: « perché ti abbatti anima mia? Perché ti agiti in me?» , il salmo termina con una domanda che non trova risposta se non nell’attendere Dio, un’angoscia che vive nell’interiore, che è slegata dal contesto in cui vive il salmista tanto da chiedersi egli stesso, del perché di una tale condizione, la quale non è più  legata al benessere del posto e del tempo, ma la ricerca di una pace che non è più dipesa dal mondo che lo circonda, ma più legata ad un benessere ontologico e fisico.

Allora ritornando al nostro verso, di quale pace l’Apostolo sta parlando: schalom o eiréné? Io credo che non si riferisce a nessuna delle due, egli parla di una pace che supera tutte le altre, la pace dalla quale ne derivano tutte le altre, quella che senza di essa, in realtà non ci può essere né schalom e neanche eiréné la “pace di Dio”. Per questa Paolo  non ha un termine da adattare, allora può solo aggettivarla, per dare ad essa una categoria diversa. Essa è parte di un livello più alto, perché il mondo non la conosce e né la possiede. La pace di Dio supera, và oltre della nostra nous , capacità razionale o possiamo anche dire, in base al contesto, oltre i nostri progetti o piani umani. Certamente l’apostolo non disprezza la capacità dell’uomo a fare progetti di pace o ad ideare “piani di pace”, ma egli ci tiene a sottolineare la natura o la sostanza della “pace di Dio”, la quale non appartiene all’uomo ma è solo di Dio, come Lui, non può essere se non soprannaturale, oltre i limiti naturali, la quale si cala nella natura dell’uomo e in modo ancora soprannaturale, guarisce, placa, rasserena, le lotte dell’essere umano. Attraverso di essa, l’uomo finalmente riesce a trovare pace con Dio e solo così, facendo pace con Dio, egli riesce a trovare pace con se stesso. Infatti, egli ha perso la pace con se stesso nel momento che ha perso il suo rapporto con il suo Creatore. Detto questo è facile trovare un “sinonimo” o meglio una definizione a questo tipo di pace, come per il termine agaphè, così possiamo sostituire il termine eiréné con Gesù Cristo.

Una pace più alta e  superiore, perché come dice l’evangelo di Giovanni:

« il mondo non ha », a questo punto dobbiamo domandarci come è allora la pace del mondo?  Il mondo ha un concetto di pace molto vicino allo schalom ebraico. Gli uomini si sentono in pace quando non vive in nessuna guerra. La pace del mondo si viene a creare quando, non si è in guerra contro nessuno e nessuno è in guerra contro di noi; quando non siamo in lite con altri e gli altri non sono in lite con noi. In realtà, anche se non è dipeso dai credenti della prima cristianità, certamente nel loro corso di vita, avevano avuto non pochi “nemici” e non poche situazioni difficili, ma l’apostolo esorta i credenti della città di Filippi, ad avere nei loro cuori la “pace di Dio”. 

La correlazione dell’idea di pace del “mondo” con lo schalom ebraico è più marcata nel pensiero occidentale, soprattutto quello moderno, quando si sente dire ancora oggi, che bisogna combattere, fare la guerra per la pace. Questo sembra un ossimoro, accostare le parole guerra con pace, eppure ancora oggi si fa guerra ai popoli, si uccide in nome della pace, per raggiungere una pace, che in realtà è solo la voglia di conquista e di potere di uomini e popoli che si investono un diritto, quello di “civilizzatore” che non ha e che  è solo fame di potere e di ricchezza. La pace secondo alcuni è solo la conseguenza di una unificazione di poteri e di ricchezze sotto un'unica “bandiera”. Una pace che si contrappone a quella neotestamentaria, tanto che il raggiungimento di questo tipo di pace, porterà la rovina e la fine della nostra era e del nostro mondo, questo lo scrive Paolo ai Tessalonicesi: « quando diranno pace e sicurezza, verrà la rovina ». (1tes. 5.3). L’evangelo ci parla di una pace che “il mondo non ha”, quella che non è interventista verso coloro che sono diversi da noi, che non è garantita dai capi di stato e tantomeno da chi incontriamo sul nostro cammino, ma legata ad un intervento della grazia di Dio nella vita del credente, il quale attraverso di essa, realmente dimostra una “vita alternativa”, diversa di quella che l’umanità non ha. Noi non siamo in pace perché gli altri non ci fanno “la guerra” o noi non facciamo la guerra agli altri, ma perché , il credente ha nella propria vita “Cristo”, che è la pace di Dio, solo così il nostro cuore è sereno e sicuro….anche in mezzo alla guerra.

La pace di Dio è Cristo, questa affermazione è testimoniata e dimostrata, dall’apostolo stesso, in tutta la sua teologia, perché ha come perno centrale della sua teologia, la morte e la resurrezione di Gesù. Infatti, ogni sua espressione e riflessione ha come sostegno questo avvenimento, tutto finisce ed ha inizio alla “Croce” (morte e resurrezione). Anche la pace, data in dono al credente, non fa eccezione;  essa trova il suo adempimento, la sua massima espressione solo alla Croce. Essa ha come sostegno la speranza, una pace che non si conquista ma che si possiede nel momento che si spera attraverso di essa, allora mi piacerebbe definirla una “pace escatologica”. Essa prende forma alla croce dove Gesù muore. Dice il profeta che: “Egli è come una pecora portata al macello e che non apre bocca”. Gesù  muore, e come un morto,  non ha più nemici, perché ogni suo nemico si è già accanito contro di lui, non ha più ragione di combattere, perché ogni piano e ogni strategia finisce con lui, morto in croce, non ha nessuna reazione o vendetta, Egli è morto, invocando il perdono per coloro che lo hanno ucciso. Egli è morto, senza imputare colpa alcuna ai suoi carnefici, perché lui si è offerto per morire, Egli è venuto per questo: morire sulla croce, ma tutto questo lo ha fatto affinché noi avessimo “pace”, la vera pace, quella come di chi è morto, che non ha reazione né odio verso coloro che gli sono attorno. Morto a se stesso, non reagisce, rimanendo sempre in pace con se stesso e con chi gli fa del male.

Essa è confermata ed adempiuta dal Risorto, da colui che non ha più nemici, perché ha vinto ogni nemico, anche la morte. Colui che supera ogni progetto e ogni piano, perché in lui ogni cosa si è realizzata, non ha più da combattere,  in quanto ogni cosa è stata conquistata, non ha da temere, perché ogni potere è stato sottomesso. Una vittoria che è in speranza, ma una speranza che attraverso la fede rende i cuori dei credenti fiduciosi e certi. Una speranza che rende i cuori sereni, sicuri, quindi lascia e dona al cuore la pace di Dio, una pace per questo escatologica. La pace di coloro che ora possono affermare di essere morti e soprattutto risorti con Cristo e come Cristo di non avere più nemici e nemmeno più battaglie da combattere, perché “sono più che vincitori, in colui che ci fortifica”.

Tutto il nuovo Testamento riconosce questo tipo di pace, partendo dalla riflessione dell’apostolo, gli altri autori, quasi in modo inequivocabile, accettano questo tipo di riflessione, riconoscendo e testimoniando che: la pace di Dio è qualcosa di diverso, più alta, che dello schalom e di eirènè, ma soprattutto una pace che: “il mondo no possiede e non può trovare se non in Dio”.

Vorrei ora considerare, partendo dai testi biblici, da dove ha inizio l’idea dello schalom. Volendo usare il titolo di una grande opera poetica della letteratura inglese di John Milton (1608-1674), esso trova il suo fondamento dall’idea del “paradiso perduto”, cioè partendo dal cap. 2 della Genesi, possiamo accorgerci che lo schalom era garantito dall’ambiente, cioè la pace che regnava era, perché l’uomo e la donna vivevano nel paradiso che Dio aveva creato per loro. Un ambiente ottimale, senza problemi né impedimenti o guerre, dove la pace sociale e familiare era assicurata dall’ordine di Dio e dal fatto che l’uomo aveva il dominio su tutto quello che Dio aveva creato. Al cap. 3 succede qualcosa che stravolge lo schalom, la disubbidienza dell’uomo fa in modo che l’uomo e la donna vengano cacciati dal paradiso e quindi, perdendo il paradiso, perdono lo schalom. Allora per riavere la pace bisogna riconquistare il “paradiso perduto”. In realtà l’uomo e la donna hanno perso il paradiso, perché prima ancora avevano perso la pace nel loro cuore. La perdita della pace ha fatto in modo che perdessero il paradiso. Infatti, davanti alla possibilità di peccare, davanti alla soddisfazione della carne e alla concupiscenza degli occhi e alla curiosità della conoscenza, i loro cuori abbandonarono la fiducia nel comandamento di Dio, per lasciare il posto all’ansia, all’agitazione. Il tormento del desiderio che si manifesta davanti ad una possibilità detronizza  la pace, alla quale subentra  l’inquietudine e la paura.

 Il primo uomo e la prima donna, preferirono  nutrire la loro ansietà e il loro tormento, credendo che  così facendo  potessero ritrovare quella pace persa, ma in realtà, hanno scoperto che l’ansia non si sazia mai e il tormento non dice mai basta, lasciando all’umanità come eredità, non un paradiso, ma quell’angoscia che cerca sempre e non si sazia mai, non un paradiso, ma un mondo che vive solo in una possibilità che non si realizzerà mai, quella della pace che si rincorre ma che è sempre più lontana. L’uomo allora diventa vittima di se stesso, rimane imprigionato in questo mondo della possibilità, perché continua a cercare altro, ma non Dio, l’unica cosa importante. Egli invece di combattere ciò che li ha privati della pace, nutre quel “mostro” che noi chiamiamo peccato. Allora il paradiso perduto in realtà è proprio la perdita di quella pace che Dio donò alla sua creatura.

A questa riflessione l’Apostolo aggiunge un paradosso, cioè prosegue il verso e dice : « la quale proteggerà/ difenderà/sorveglierà i vostri cuori », possiamo renderci conto del paradosso nel fatto che afferma che la pace di Dio, “combatte”,( perché il verbo che usa dal greco è un verbo che veniva usato in battaglia), una pace che combatte;  eppure essa combatte per noi, contro quello che cerca di rubare e di agitare e preoccupare le nostre vite. “Non combattiamo per vivere la pace, ma combattiamo perché la pace già vive nei nostri cuori, poiché siamo in “pace” allora combattiamo. Ora però, bisogna precisare di quale combattimento si tratta, visto che abbiamo detto che il credente è in pace, perché non ha nemici e non ha battaglie da combattere.  Il combattimento: “ non è contro carne e sangue”, la pace di Dio và contro  al peccato che all’uomo tanto spaventa, essa và contro l’ansia e il tormento, quel mostro insaziabile che l’uomo nutre sperando di domarlo, ma ogni giorno si accorge che è indomabile, perchè solo la pace di Dio è capace di sconfiggere e di allontanarlo dalle nostre vite. Essa sorveglia e custodisce il nostro cuore  dalle preoccupazioni e dalle paure, che puntualmente ritornano, in quanto parte del sistema di cose in cui viviamo, ma con la pace di Dio, il paradiso è nel nostro cuore, un paradiso che vuole uscire fuori e vuole seminare in noi e soprattutto intorno a noi.

Concludendo, voglio lasciare la nostra riflessione con una preghiera, quella di chiedere a Dio che doni  la sua pace nei nostri cuori, la stessa che apre la porta alle sue benedizioni, quella più grande, quella soprannaturale ma nello stesso tempo tangibile nelle nostre vite. Una pace soprannaturale perché apre la porta al soprannaturale, come è la benedizione di Dio. La pace che apre i cieli e precede, su chi crede, la discesa dello Spirito Santo. La stessa  che il Risorto diede ai discepoli, impauriti e scoraggiati, quella che subito dopo la sua “parola”, aprì i loro cuori a ricevere il “paracleto” , il consolatore, lo Spirito promesso. (Giov. 20:19 a 21)










Nessun commento:

Posta un commento