21 novembre 2011

IL POPOLO PERISCE PER MANCANZA DI CONOSCENZA




OSEA 4:6
Il mio popolo perisce per mancanza di conoscenza.
Poiché tu hai rifiutato la conoscenza,
anch'io rifiuterò di averti come mio sacerdote;
poiché tu hai dimenticato la legge del tuo Dio,
anch'io dimenticherò i tuoi figli

DÌ: NICOLA  PALMIERI.
SCHEMA E CORPO DEL TESTO
                       
Il libro del profeta Osea è per noi cristiani  il primo dei profeti minori, mentre nella Bibbia ebraica è parte di un unico libro, chiamato il libro dei “dodici profeti”. All’interno del libro ci troviamo  una storia d’amore, nella quale il  profeta, per ordine di Dio, prende come moglie una meretrice, che  anche dopo il matrimonio, continua ad essergli infedele. Il  rapporto d’amore, difficile e complicato, tra il profeta e la moglie, fatto di tradimenti e di perdono, è metaforicamente la parabola di quello  che stava succedendo tra il popolo e YHWH. Pur troppo per quello che è nella mente comune  lo stereotipo di profeta o di uomo di Dio e per la legge ebraica, era inconcepibile che Osea scegliesse come compagna una meretrice. Come pure il giudizio dell’opinione pubblica, che  è tutt’altro risolto ancora oggi, infatti: come giudicherebbero la cosa, i membri di una chiesa, se il loro pastore o un loro anziano, prendesse per moglie una “donna di cattiva fama”? Queste cose mettono in evidenza una serie di problematiche per l’interpretazione e la canonizzazione dl libro, ma lasciamo questo tipo di problemi agli altri e i mormorii ai bigotti, il libro del profeta Osea è di diritto nel canone della Parola di Dio e proprio per questa sua “storia d’amore” si illumina di una luce particolare. Dio non si preoccupa di giustificare il suo servo né di presentarci delle parole di tolleranza verso una storia così complicata, ma l’interesse è “parlare al popolo” e lo fa anche attraverso una storia tanto difficile, perché essa è metafora, racconto di un’altra, quella  più difficile e complicata, ma più alta e sublime; quella dell’amore di Dio per il suo popolo e dell’infedeltà del popolo verso un Dio che lo ama così tanto.
Per esprimere un tale amore e per cercare di recuperare un “rapporto” ormai deteriorato dai continui tradimenti da parte di Israele, il Signore usa per la bocca del profeta: parole anche molto cruenti e di minaccia, ma questo è per riprendere ristabilire, recuperare un popolo che è ormai lontano. Infatti  il nome stesso del profeta ci rivela lo scopo del libro, il cuore del messaggio profetico: “recuperare e salvare”; il nome Osea deriva dal verbo ebraico yšʽ che significa appunto: salvare o ristabilire.
Non solo il rapporto dei due coniugi diventa metafora tra Dio e Israele, ma il matrimonio stesso è analogia e fulcro su cui ruota l’intero annuncio profetico. Infatti, il matrimonio in realtà ci richiama all’idea pattuale veterotestamentaria e l’infedeltà del popolo non è altro che la violazione del patto. Il matrimonio è un patto, soprattutto per gli antichi, ed è uno dei temi principale di tutto l’antico Testamento. Come Gomer viola il patto matrimoniale con i suoi tradimenti, così Israele, viola il patto di YHWH: per l’idolatria e il tradimento della Torah. Però il “berit” di Dio, che troviamo nella Bibbia ebraica, si differenzia dal patto matrimoniale e dalla stessa idea pattuale del nostro sostantivo latino, per la sua “unilateralità”. Infatti, l’alleanza che Dio fa con Israele, cioè il berit, non ha nessuna bilateralità, ma è una scelta di YHWH e solo Lui è il protagonista e Colui che sottoscrive il patto stesso, Lui promette, pattuisce, sceglie il popolo per fare con lui l’alleanza. Israele ne è solo il beneficiario, l’eletto. Il patto, che si sintetizza in quello che troviamo scritto nella Torah: «Io sarò il vostro Dio e voi sarete il mio popolo», è il tipo di berit che Israele tradisce; nonostante siano degli ottimi religiosi, ma come il cuore di Gomer, che desidera e si accende di passione per altri uomini, nello stesso modo ( metaforicamente), “la sposa che ha tratto dal deserto”, si offre, fa alleanze e compromessi, con altri popoli e si “prostituisce” e si accende di passione” per altri dei.
Dopo questo quadro generale, anche se molto sintetico, del contesto del libro, alla luce di quello appena detto, il verso in “capo” pagina, assume una veste nuova. Una nuova lettura, che credo sia più vicina all’esperienza del suo autore. Esso ci parla della causa del “disastro” che Israele stava vivendo, cioè: “la mancanza di conoscenza”. In realtà, questa mancanza, non è un’ignoranza dogmatica o religiosa, neanche un problema nell’istituzione del culto. Il profeta non si lamenta che il popolo abbia una cattiva teologia, ma che esso non conosce più, veramente, il suo Dio. La metafora con la donna che tradisce, ci racconta in realtà, questa dimensione all’interno del “cuore” di Israele. I tradimenti della moglie del profeta hanno come fonte  il “desiderio” di appagare appetiti sessuali e soprattutto di non accontentarsi del proprio “uomo” ma di cercarne altri. Allo stesso modo, Efraim non è più “contento” del proprio Signore, non gli basta più, ma è alla ricerca d’altro, che in qualche modo appaghi i suoi “desideri”. In sostanza, l’inappagamento di Israele, non è dovuto ad una difficoltà del suo Dio, o in un suo “cambiamento”, ma perché le nuove generazioni hanno perso di vista il contatto vero e reale, con colui che li ha “sposati ha sé”. Allora il rapporto tra YHWH e la sua “sposa” è come un’unione tra sconosciuti, la moglie che non riconosce il proprio sposo, ma in altri trova e cerca quello che in realtà avrebbe dovuto trovare e cercare solo ed esclusivamente in colui che ha come marito. Ancora una volta, il matrimonio difficile tra i due coniugi del racconto biblico, non solo è metafora, ma nel linguaggio stesso del profeta, diventa analogia, dello stato d’animo di Dio e della situazione che il popolo stava vivendo.
A questo punto, vorrei aprire una parentesi, non certo però digressiva, perché abbiamo parlato di “desiderio”. La mia parentesi tenta di rivolgersi ad una generazione, come la nostra, che forse davanti a certi ragionamenti, difficilmente si sente coinvolta. In generale, quando si parla di “desiderio”, il discorso scivola sempre sull’etica o addirittura sulla morale; e per lo più si esaurisce illustrando, quello che si può e quello che non si può. In realtà, bisognerebbe capire che l’uomo è molto più portato a dire “si” che “no”. Lo afferma anche l’Apostolo: “la trasgressione nasce dalla legge”. Nel momento che stabiliamo quello che non si può fare, davanti alla possibilità, l’uomo vive l’angoscia e poi il desiderio di “disobbedire”. Allora bisogna vivere la “teologia del si”, cioè: educare al desiderio, riuscendo a far amare le cose belle e buone. Educando a dedicarsi alle cose importanti, perché si amano di più, delle altre. Imparare a trovare maggiore piacere nell’ubbidire che invece di disobbedire. In sintesi, “conoscere” le cose che ci rendono felici e non occuparci di quello che ci rende “oziosi”. La conoscenza di Dio, viene vista come vera conoscenza, quella che si preferisce per legarsi a Lui e non ad altri. In questa prospettiva, non avremo più bisogno di dire “no” ad altro e ad altri, ma dovremo solo dire “si” a Dio e alle cose di Lui, consapevoli che questi è quello che appassiona e rende felice le anime nostre, non avendo bisogno di cercare altro, perché solo Dio appaga e soddisfa le nostre vite.
A questo punto non possiamo evitare di addentrarci sul concetto di “conoscenza”, il quale certamente, non può essere esaurito in queste poche pagine, anche perché è condizionato e condizionabile dai vari ambienti e dal “pensiero” di chi ne parla. Nella Bibbia ebraica  il termine conoscenza è : da`th dal verbo yd` “conoscere”, ma il senso non è puramente cognitivo, che ritroviamo nella lingua greca: gnōsis e quella latina: scientia; in entrambi gli idiomi europei, in  sostanza ci si indica una conoscenza  fortemente intellettiva, dottrinale e scientifica, che a volte trascende l’essere in quanto uomo, non considerando quella sensoriale. Dall’ebraico la cosa è diversa, perché lo stesso verbo che noi traduciamo con conoscere, è usato per indicare una particolare conoscenza, cioè quella “fisica”, sensoriale, non certo esclusivamente cognitiva, ma è in riferimento all’”unione” tra l’uomo e la donna. Come esempio di ciò, ci si può ricorrere al libro della Genesi al cap. 4, verso 1. Da questo noi possiamo dedurre, che il linguaggio profetico, faccia riferimento ad un tipo di conoscenza “somatica”, la quale rimanda ad un “rapporto” particolare, un contatto “privato” con il proprio Dio. Un rapporto, che non esclude la legge e la Torah, ma è qualcosa di più profondo e peculiare, esso si fonda su un esperienza quotidiana, vera, viva e visibile, con il proprio Signore, all’interno del popolo e da parte di ogni singolo credente. Non si tratta di una conoscenza distaccata, come quella che noi possiamo avere di un oggetto ( un libro lo studio e per questo, posso dire di conoscerlo), ma significa entrare in un rapporto intimo e personale, essere coinvolto completamente dalla “conoscenza” dell’altro, che nel nostro caso è YHWH. Quindi, non certo l’accettazione di una dottrina, ma sottintende una fede che esige la partecipazione di tutta la persona: corpo, anima (mente) e spirito.
L’unione degli amanti nel momento dell’atto sessuale, diventa un atto conoscitivo, perché analogia stessa del “conoscere”. L’uomo conosce la donna e attraverso di lei, conosce se stesso, in quanto “maschio”, mentre la donna è conosciuta, ma nello stesso momento, colei che si lascia conoscere, si riconosce a sua volta “femmina”. Questo di conseguenza, nell’atto procreativo, porta ad entrambi ad una conoscenza più alta, quella di riconoscersi: padre e madre. Questo tipo di conoscenza è metafora, per il profeta, del rapporto che  è venuto a mancare per la violazione del “patto” tra Efraim e il proprio Dio. Gli elementi della metafora, sono quelli che vengono presentati dal racconto della Genesi; infatti, YHWH è colui che sceglie di “conoscere” Israele, a sua volta, il popolo si fa conoscere da Dio per riconoscersi “popolo di Dio” e conoscere Dio come proprio Signore.  Qualcosa di simile è recuperato anche da Paolo, quando scrive che “siamo conosciuti da Lui” (1Cor.8:3 «ma se alcuno ama Dio, ma  esso è conosciuto da lui   Ecc.). Allora non spostandoci da questo piano, possiamo dire che: se il popolo si fa conoscere da altri, proprio come Gomer, si riconoscerà non più fedele a chi l’ha conosciuto per primo, ma “adultero”, perché ha violato il patto e ha tradito chi l’ha conosciuto, perché lo ha scelto. A questo si aggiunge il rifiuto da parte di Dio, di scegliere ancora Israele come suo sacerdote, perché colui che non “conosce” più YHWH, come può farlo conoscere ad altri e soprattutto essere amministratore e interprete della volontà di chi non è più il proprio “Signore”?  In questo, “la mancanza di conoscenza”, non è solo la causa di tutte le sciagure di Israele, ma anche del rigetto di Dio di averlo scelto come suo “intercessore”, per se e per altri popoli, che avrebbero dovuto guardare  lui, per avvicinarsi a quella particolare conoscenza di Dio. Quindi il popolo, non solo perde il suo Signore, ma smarrisce anche la sua “chiamata” e la sua “elezione”.
Fino a questo momento ci siamo mossi nell’ambito dell’ antico Testamento, cercando di chiarire l’idea del profeta nel parlare della “conoscenza”, ma nell’ambiente del nuovo Testamento, il parlare di “conoscenza”, lascia lo spazio ad una tale interpretazione? Noi possiamo conoscere Dio? Questa ultima domanda, può essere retorica, perché nessun uomo può conoscere veramente Dio. Come ha detto qualcuno, Dio è sempre il “totalmente altro”, tra Dio e l’uomo rimane aperto un baratro, grosso quanto l’universo, un universo “qualitativo” e “temporale”, ma qualcuno, alla luce del nuovo Testamento, ha superato un tale baratro e ci ha portati a conoscere il Padre: Gesù il Cristo. Egli è colui che ha stabilito un nuovo patto, non solo con Israele ma con tutta l’umanità, non più quello del Sinai, ma scritto nei i cuori dei credenti. Allora conoscere Cristo è conoscere Dio, ma conoscere Cristo è ricevere lo Spirito Santo, perché: e’ colui che ci fa fare esperienza di Dio nella nostra vita, dandoci la forma di Cristo nei nostri cuori. Infatti, non poche volte lo Spirito santo, viene chiamato lo Spirito di Cristo. Una conoscenza, ancora una volta legata ad una esperienza sensibile di Dio, vivere una vita in un rapporto speciale con lo Spirito, quindi con Dio, vivere in una vita nuova, quella redenta dallo Spirito. Una vita, che è  testimoniata dalla persona di Gesù, che trova la sua fede e speranza attraverso il Cristo. Un esempio lo troviamo nell’evangelo di Giov. (14: 8 a 12), quando Filippo chiede :«mostraci il Padre e questo ci basta» e Gesù risponde : «chi ha conosciuto me ha conosciuto il Padre». Inoltre, non dobbiamo dimenticare, che proprio nelle epistole paoline, molte volte lo Spirito diventa sinonimo di conoscenza e viceversa, quindi concludendo, possiamo affermare che tutta la Bibbia, prende le distanze da una conoscenza puramente cognitiva e scientifica, ma la vera conoscenza è quella che si ha attraverso un “contatto”, quasi somatico con Dio, quella vera, che viene vissuta e data, attraverso l’esperienza con lo Spirito. Conoscere Dio, è riconoscersi in Lui, perché conosciuti prima da Lui, per lo Spirito di Cristo.
In realtà, dobbiamo aggiungere che la “conoscenza” nella storia della Chiesa, ha assunto anche una vesta “cognitiva e razionale”.  Molto presto, nelle chiese nasce  il problema della dottrina, cioè quello che le chiese “canonizzano” come verità di fede. Conoscere la dottrina, diventa di vitale importanza, tanto che la “mancanza di conoscenza di essa, rende il credente, un non-credente, un uomo o una donna in pericolo di dannazione”. Il problema della didàskalia  è molto sentito nelle chiese da quasi subito, fino ai giorni nostri. Esso nasce nel cercare di “conoscere” quella paradōsis che contenga quella dottrina, più vera, perché più vicina  a quella predicata e annunciata dagli apostoli. Anche nell’epistola agli Efesi ( 2:20), si scrive che «siamo edificati sul fondamento degli apostoli», così ci troviamo davanti ad una prima forma di paradōsis. Il riferimento agli apostoli, però,  ci apre il campo per un ulteriore accento su quello che si è appena detto e cioè: la “dottrina della Chiesa” non nasce  su fatti e regole religiose, ma su quello che gli apostoli hanno “conosciuto”, cioè sul loro contatto vero e vivente con Gesù di Nazareth, il Cristo di Dio. Essi sono coloro che hanno visto e udito Cristo. La loro didàskalia  trova la propria autorevolezza su quello che hanno visto e udito da Gesù, cosi anche la trasmissione di essa.
Allora anche noi oggi, suoi discepoli, conosciamo Cristo attraverso la sua Parola, ma non solo attraverso un opera puramente “cognitiva”, ma attraverso un “contatto” con lo Spirito che agisce in noi. Attraverso di esso, si apre “il mondo” della Parola annunciata dall’evangelo, ma senza scadere nel soggettivismo, “l’annuncio” trova la sua validità attraverso una tale esperienza diretta e reale con lo Spirito di Dio, che noi chiamiamo rivelazione. Allora la vera dottrina è rivelata da una tale “conoscenza” e trasmessa attraverso gli stessi canali che hanno contribuito al suo “svelamento”. Un processo che riguarda ancora una volta tutta la persona umana, che agisce e si predispone a riceverla e a metterla in pratica, riconoscendola Parola di Dio.


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