27 gennaio 2011

QUESTA E' LA VIA

ISAIA 30: 21


QUANDO ANDRETE A DESTRA E QUANDO ANDRETE A SINISTRA, LE TUE ORECCHIE UDRANNO DIETRO A TE UNA VOCE CHE DIRÀ :

« QUESTA È LA VIA; CAMMINATE PER ESSA!»



DI: NICOLA PALMIERI

SCHEMA E CORPO DEL TESTO



In questo testo possiamo ritrovare una caratteristica del parlare profetico; quello della speranza. Infatti, in ogni testo profetico al suo termine troviamo sempre una parola di speranza che, in un certo senso, compensa e mantiene viva la fiducia di Israele in momenti e davanti ad annunci a dir poco catastrofici.

Il capitolo ci parla di un popolo che  ha perso la “via”, un popolo smarrito e in grande difficoltà, ma incapace di trovare "una" soluzione, se non quella sbagliata. Un popolo, che riesce solo a “mettersi nei guai” ed aggiungere colpa su colpa. Esso, come un solo uomo è confuso, è ormai ubriaco di dolore e angoscia, non ha più nessuna speranza di prendere le redini in mano del proprio destino e come soluzione chiede aiuto al suo eterno avversario: l’Egitto; una soluzione, che non fa altro che inasprire ulteriormente il cuore di Dio.  Un esame più attento del testo, ci suggerisce in realtà che lo smarrimento, non sia altro che una conseguenza molto più profonda  di un momento difficile o di un determinato momento di debolezza politica e militare; ma Israele si è smarrito perché non ascolta la “voce di Dio”. Allora la parola di speranza altro non è che la promessa di un tempo, nel quale Dio ritornerà a parlare a Israele e il popolo eletto finalmente ascolterà, di nuovo, la sua voce. Infatti,  ci troviamo davanti a due problemi, che per un lettore non attento possono sembrare banali, ma in realtà  rivelano l’eterna dialettica che sussiste tra Dio è l’uomo: “L’uomo non ascolta, ma nello stesso tempo Dio non parla”. In questi termini ci viene presentato metaforicamente il rapporto, anzi la relazione interrotta tra Dio e i figli di Giacobbe. Una relazione distrutta, quasi come gli amori ormai finiti, dove i due protagonisti non hanno più niente da dirsi; l’uno non ascolta e l’altro non gli parla. Non voglio più prolungarmi su questo, anche se riconosco che è un bel soggetto per un’ulteriore meditazione, ma desidero restare  fermo al cuore del testo a cui si ispira la nostra considerazione, voglio concentrare la nostra attenzione sul tema centrale.

La parola di speranza promette che si riuscirà a riconoscere, finalmente, la giusta strada. Metaforicamente  ci rimnda della giusta scelta, in contrapposizione alle scelte sbagliate, fatte fino a quel momento. Una   risposta allo smarrimento e alla confusione che si è vissuta.  Dio promette che si avrà sicurezza e determinazione.

Però quello che  dobbiamo chiederci, prima di continuare nella promessa del Signore, perché il popolo si è smarrito? La risposta in un certo senso l’abbiamo data già prima, cioè: perché “non ascoltava la voce del Signore.”

Da questa prospettiva, possiamo definire l’uomo, che non ascolta la voce del Signore, colui “che è abbandonato a se stesso”. Egli è solo ed è chiamato nella propria solitudine ad assumersi le proprie responsabilità e a fare le proprie scelte. Allora, non distaccandoci da una tale prospettiva di “fede”, ci rendiamo conto che le nostre scelte giuste o sbagliate, non dipendono dalle nostre capacità, e nemmeno dalla nostra esperienza e maturità di credenti, ma dalla “capacità” di ascoltare il Signore e dal fatto che Egli ci parli.

L’uomo, che si trova da solo davanti alle proprie scelte e responsabilità, è molto più determinato a fare delle scelte “sbagliate” che invece quelle cosiddette “giuste”. Testimone di questo è il nostro progenitore Adamo, il quale essendo da “solo” davanti alla possibilità, scelse la strada sbagliata. Proviamo ad analizzare il perché della scelta sbagliata. L’individuo in quanto singolo è soprattutto spirito e quindi, perché spirito è dominato dall’ angoscia. Questo perché, lo spirito è sempre in cerca dell’essere ed è sempre davanti alla possibilità. Egli diviene sognante e sempre distaccato dall’immanente. L’angoscia che vive nell’uomo appartiene alla categoria della possibilità, sfuggendo all’immanente, cercando sempre di superare i confini di esso per soddisfare il bisogno dello stesso.

L’individuo, davanti alla scelta è sempre dominato da questa particolare agitazione, la quale, a volte, si cerca di nascondere, ma che emerge nel momento che la scelta è esternata. Essa cresce attraverso la consapevolezza dello spirito, mantenendo l’uomo davanti alla categoria della possibilità.

Secondo quale spinta il singolo arriva da una scelta e cerca e accoglie una possibilità nella propria vita, invece di un’altra? In realtà l’incipit non è la scelta o la possibilità in quanto tale, ma è l’angoscia stessa, la quale non soltanto diventa la conseguenza, perché ci si trova davanti alla scelta, ma ne diviene causa. Allora quello che noi scegliamo è quello che in qualche maniera o modo, possa appagare la nostra angoscia, la quale produce ansietà. Allora se la scelta del singolo è determinata dall’angoscia e la sua determinazione è condizionata dal quello che in qualche modo possa compensare la stessa e poi l’ansietà, che da essa deriva, essa assume un , uno scopo che non è legato alla necessità immanente ma a quella più profonda e cioè a quella di soddisfare la propria angoscia. Per questo il singolo davanti alla possibilità di scegliere, egli indirizzerà la propria decisione verso quella che in qualche modo o maniera, potrà soddisfare il proprio egoismo, quello che può portare un vantaggio a se stesso. Quello che potrà portare alla sua persona un certo successo, una garanzia di buona riuscita. Quello che si presenta un buon investimento di “guadagno”, che possa avere un certo torna conto. Quello che possa soddisfare le proprie passioni (scelta estetica), oppure in contrapposizione a ciò, quello che soddisfa l’homo-religious, che vive in ogni individuo. Quello che può placare le proprie paure e timori. Ma anche quello che è etico/ morale ed eroico, che soddisfa il proprio senso di dovere e compensa la propria parte o il proprio desiderio di eroismo che è in ognuno di noi.

In realtà tutte queste scelte hanno in comune un’unica sostanza, meglio un unico cioè l’angoscia che vive nell’uomo, perché spirito. Una scelta che con questo presupposto, ci porta sempre ad una scelta sbagliata, un “errore”, un obiettivo mancato (peccato) davanti a Dio, come ci dimostra il racconto della Genesi.

Parlando in questi termini, si intuisce come soluzione una risposta quasi paradossale, cioè:  se ogni scelta dell’uomo davanti a Dio è sbagliata, in quanto determinata e causata dall’angoscia, la “giusta scelta” è quella che non nasce nella nostra creaturalità.  Essa  non è determinata dal singolo, ma  in realtà, davanti alla possibilità, l’individuo deve, in questi termini, “non scegliere”, non incamminarsi per “nessuna via che si pone davanti”. L’uomo che cerca la giusta “via”, secondo una prospettiva di Dio, non sceglie “ancora”, ma aspetta e obbedisce”. Infatti, se ogni scelta, ha come fondamento l’angoscia, “l’attesa e l’obbedienza” ha come fondamento la fede. L’unica scelta possibile è una scelta di fede, che ha come fondamento e sostanza, non la propria determinazione e neanche la propria responsabilità, ma la “ricerca”, la quale in questo diventa sinonimo di “attesa”. L’ attendere per ricevere la Parola che indica la “via”. Una Parola che nasce da Dio e vive in Dio, dimorante nei cuori che la ricevono per fede. Chi attende è colui che crede alla promessa: « le tue orecchie udranno » . Solo chi crede a tale promessa, riceve la giusta indicazione, che non soddisfa semplicemente l’angoscia o l’ansietà, ma essa è sovra-naturale, tocca l’uomo, guida il credente, il quale “la trova”, ma riconosce che non appartiene alla propria natura. In questo non ci può essere angoscia e nemmeno ansietà, perché il credente non sceglie, non è più davanti alla categoria della possibilità, in quanto deve solo “obbedire”. La stessa fede che è sostanza e motivo dell’attesa, diviene la forza e la certezza per “obbedire”; credere e obbedire, non scegliere ma fare quello che ci viene detto: «Questa è la via, camminate per essa ».

In realtà la “via giusta”, non è quella che ha un determinato percorso, una determinata segnaletica. Il testo che stiamo meditando, non ci fornisce un itinerario determinato da distinguere rispetto ad un altro. Non ci descrive un modo o un metodo oggettivamente riconoscibile per discernere la giusta via. Esso non ci fornisce una forma e nemmeno una dimensione giusta rispetto ad un’altra, ma la “via giusta “ è quella che Dio attesta nei nostri cuori: «quando andrete a destra e a sinistra ……camminate per essa». La scelta giusta allora è quella fatta attraverso una scelta di fede, la quale è sempre un paradosso per le “normali “ scelte che noi abitualmente avremmo fatto. Esse non hanno più come fine la soddisfazione di noi stessi, per appagare quell’angoscia che ci porta a “sbagliare”, ma ha come fondamento la fede e come scopo il “bene”, il bene inteso come Dio. Un esempio lo troviamo in Gesù di Nazareth e nei suoi insegnamenti. Egli invita a fare sempre delle scelte paradossali, impossibili per l’uomo naturale, ma tutte sono “scelte di fede.”

Allora ci rendiamo conto che in realtà, la giusta scelta nasce da una certezza o meglio da una convinzione, (fede, di cuore. Una determinazione che non si ottiene “prima”, ma che nasce dal profondo, nel momento stesso che dobbiamo incamminarci. Una certezza, alla quale non dobbiamo fare altro che “obbedire”. Una convinzione che nasce dalla consapevolezza di uno spirito redento, il quale non riconosce più solo l’angoscia, ma anche il “sospiro dello Spirito”, che appunto tra l’angoscia e l’ansietà, ci parla di certezza e determinazione, non certo convinzioni razionali o passionali, ma come abbiamo già detto, una testimonianza di fede, che vive e cresce attraverso lo Spirito che si rivela all’intera persona. La “giusta scelta” è la consapevolezza di essere nata sulla fede ed essa  è la sua sostanza, perché non scegliamo più per noi stessi ma unicamente per Dio. In questo, la categoria della possibilità lascia il posto a quella della promessa, quindi l’angoscia deve cedere il passo alla”speranza”, non a quella utopica e che certe volte, non è altro che una fuga dal presente, ma quella speranza, che io definisco, “cristiana”, perché fondata sulla fede di e in Cristo. Quella speranza che diventa anche una risposta alla necessità del presente, la quale ci porta a percorrere con “con fidanza”, la via della promessa, quella di credere che “Dio è con noi”.

Un’obbedienza che non è “dittatura dello Spirito” o della “fede”, ma è la risultante della condivisione e della relazione del credente con lo Spirito. Egli non è più solo davanti alle proprie scelte e decisioni, non è più il “singolo”, ma colui che crede trova nella propria “fede” questa mediazione dello Spirito, rendendolo non più “solo” ma “unito”, non più “singolo” ma “insieme”. In questo modo la volontà del “credente” non diventa altro che espressione e testimonianza della volontà di Dio, perché legato in relazione con essa.

Attraverso lo Spirito noi abbiamo certezza e consapevolezza di star camminando per la giusta strada, esclusivamente perché viviamo in questa sublime e “speciale” relazione. Non importa dove ci porteranno le nostre scelte o le strade che percorriamo, non sarà più il risultato finale a dirci se la strada è giusta o sbagliata, indipendentemente se avremo o no dei vantaggi, sapremo che la via da camminare è “quella”, in quanto obbedienti e soprattutto certi della relazione e della mediazione dello Spirito con il nostro. Quindi, alla luce di quello che abbiamo detto, lo smarrimento altro non è che la perdita di integrità e franchezza. La perdita di “convinzione di fede”, perché non più certi del nostro rapporto con Dio.

Quando succede questo, come già abbiamo detto, rimaniamo soli, e quindi l’angoscia ha il sopravvento su noi e le nostre scelte. Questa è la strada che mena alla morte, perché incamminandoci per essa, ci troveremo sempre più lontani da Dio.

Smarriti, perché non ascoltiamo ed Egli non ci parla. Ma la straordinarietà di Dio è che in qualsiasi momento del nostro “vagare”, possiamo ravvederci e tornare sui nostri passi, quelli che ci porteranno a Lui. Recuperare una “convinzione di cuore” che quella è la via giusta; come successe per il “figliuol prodigo”, era su una via sbagliata, ma la sua forza fu la “convinzione di sapere che : “il padre lo avrebbe comunque accolto”. Non importa come e quando, ma quella convinzione, certezza di cuore e quindi di fede, portò i suoi passi sulla “giusta via”.

Dove ci siamo fermati? Dove ci siamo incamminati? Prima di proseguire, curiamo il nostro rapporto e relazione con Dio. Crediamo alle sue promesse, chiediamo a Lui la fede di credere che: « Questa è la via, camminate per essa ».

Noi lo sappiamo bene quando la via per la quale ci siamo incamminati davanti a Dio è sbagliata, proprio in base al nostro cuore. Quando sentiamo nel nostro cuore, proprio nel momento delle nostre scelte disapprovazione e manca in noi convinzione. A suo posto ci sono dei compromessi che facciamo con noi stessi. Non siamo più integri e inganniamo noi stessi. Dice bene l’apostolo :« Tutto ciò che non viene da fede ( convinzione ) è peccato » (Rom. 14:23). Tutto quello, anche se può portarci dei benefici, ma viene fatto senza fede, cioè: una “convinzione di un cuore redento” non è di certo gradito a Dio e non è quella la giusta via.