25 marzo 2011

CONSAPEVOLI DI ESSERE FIGLI DI DIO

ROMANI 8, 16:


Lo Spirito stesso attesta insieme con il nostro spirito che siamo figli di Dio.







DI: NICOLA PALMIERI



SCHEMA E CORPO DEL TESTO

La lettera ai romani, come abbiamo detto in altre occasione, è una vera e propria epistola, perché non è semplicemente funzionale allo scopo di una missiva, cioè quello di trasmettere un messaggio o una notizia ad un eventuale destinatario o destinatari, ma in essa ritroviamo uno scopo molto più alto; quello di trasmettere un “messaggio” che riguardi un lettore sconosciuto, a cui si vuole trasmettere, come nel caso dell’epistola, l’intera teologia dell’apostolo. Essa può essere suddivisa in tre parti, la prima quella dei primi capitoli, definita negativa, in quanto ci dimostra l’inefficacia della legge per la salvezza e la giustificazione del credente. La seconda parte è quella dei capitoli centrali, i quali ci illustra la grazia stessa e di come è superiore alla legge, ed infine la terza parte, quella dei capitoli che appunto partano dall’ottavo, definita positiva, perché ci illustra quello che la grazia nei cuori dei credenti “fa”e riesce a fare, quello che la legge non ha e non avrà mai potuto fare. Tra le cose che la grazia attraverso lo Spirito produce nei nostri cuori è la consapevolezza di “essere figli di Dio”.

Una consapevolezza che è stata perduta con il “peccato”, come c’è lo dimostra il libro della Genesi. Adamo dopo il peccato dovette nascondersi da Dio, perdendo una tale consapevolezza, quella di poter essere figlio davanti al Padre. Dio lo chiama, lo cerca ma lui non risponde, perché è nascosto e non riconosce, come ancora oggi, la voce del Padre, anzi riconosce in colui che lo ama e lo chiama, addirittura un nemico dal quale deve nascondersi e non il Padre amorevole.

Il verso in oggetto ci parla di una consapevolezza che si riceve attraverso la testimonianza, l’attestazione di due testimoni, i quali rendono insieme testimonianza di un fatto che è inequivocabile sulla base della loro testimonianza. Qui subito bisogna precisare che quello che viene testimoniato, in realtà, non è un qualcosa di causale o di circostanza, ma è la “verità” dalla nostra esperienza di fede, testimoniata a sua volta dalla “verità” che è lo Spirito; allora possiamo dire che è la Verità che testimonia della verità. Una testimonianza che è la stessa consapevolezza che nasce dal di dentro e si sviluppa dall’interno verso l’esterno e non viceversa. Una consapevolezza nata dall’opera di testimonianza di un altro e non da noi e non da agenti reperibili esternamente dalla stessa esperienza di fede, quella con lo Spirito. Una testimonianza che possiamo definire “rivelazione”, perché fin quanto non riceviamo questa consapevolezza dallo Spirito, come uno svelamento, non riusciremo mai a comprendere il “senso” di essere figli ed eredi di Dio. Una rivelazione, perché legata ad un’opera sovrannaturale dello Spirito nei cuori del credente.

Una tale testimonianza che non è unilaterale, ma troviamo insieme allo Spirito che rende testimonianza il nostro spirito che partecipa, collabora ad essa, rendendo noi consapevoli di una tale opera di una così grande “coscienza”, che non nasce da noi ma nasce in noi, attraverso lo stesso Spirito. Lo Spirito ci rende consapevoli di quello che Dio attraverso la grazia di Cristo ci ha dato di essere e il nostro spirito rende a noi stressi testimonianza di una tale consapevolezza. Quest’ultimo, anche se è incapace di rivelare da solo una tale consapevolezza , perché non gli appartiene, diventa “araldo” di quello che egli stesso riceve come “notizia” dallo Spirito, ma nello stesso tempo il nostro spirito, essendo testimone, si fa carico di convalidare una verità che potrebbe essere invalidata da una mancata esperienza ed esperire di essa. Lasciando spazio al dubbio di un’unica voce (anche se quella dello Spirito), perché non trovando una doppia testimonianza di essa, rimarrebbe vincolata solo a chi né da notizia, ma non del tutto compiuta per chi la riceva. Non dobbiamo dimenticare che per gli ebrei ogni giuramento e promessa doveva essere almeno convalidato da due testimoni, nessuno poteva da se stesso convalidare la propria vita o il proprio ministerio ecc. Anche Gesù non si sottrasse ad una tale testimonianza, quella del Padre dal cielo e dello Spirito, quella del Padre e della Scrittura.

Però non dobbiamo perdere di vista la relazione che si viene a creare tra lo Spirito e lo spirito nostro, cioè una relazione di collaborazione, ma come colui che opera e l’altro “risponde” a quello che il “primo” agisce verso di lui. Tutto quello che il nostro spirito riesce a fare, compresa la consapevolezza che ci dà per fari sentire figli di Dio, non sono altro che risposte dello spirito agli stimoli e all’opera tutta quanta fatta dallo Spirito di Dio.

Infatti, il nostro spirito da solo, altro non è che “consapevolezza di non essere e quella di essere quello che non si vuole essere”. Perché, nel momento che diciamo di essere, in realtà ci allontaniamo da quello che siamo veramente, perché quello che diciamo, in realtà “vogliamo” scegliamo di essere, perché siamo nel campo della possibilità scegliendo di essere. La nostra scelta determina un divenire che ci viene imposto dalla scelta stessa e che ci allontana dal nostro vero “io”. Anche quando noi da per noi diciamo di essere figli i Dio, in realtà è una scelte dell’essere, di voler apparire, ma che non determina il nostro vero essere, in quanto noi modelliamo il nostro “io” per farlo essere o meglio divenire quello che in realtà scegliamo di essere nella categoria dalle possibilità, per raggiungere lo scopo che noi ci prefissiamo, ma più vicino siamo alla meta che abbiamo scelto di “diventare” e più ci allontaniamo dal nostro vero essere. Allora la consapevolezza dell’essere è solo in quello che i realtà sappiamo di non essere, perché in questo non abbiamo bisogno di scegliere, né ci troviamo davanti alla possibilità, ma rimaniamo fermi, legati al non essere, che in realtà ci dà identità o forma di quello che siamo veramente. In questo, il nostro spirito posto solo come consapevolezza ci può dare: una sola verità del nostro essere e cioè che “non –siamo” e siamo quello che “non vogliamo essere”. Allora da questo possiamo comprendere che noi possiamo dire di essere, solo quello che un altro ci fa “essere”, una coscienza che non è nostra ma che nello stesso tempo è in noi. Una testimonianza che viene non da noi ma che ci da di essere noi stessi, senza allontanarci da quella verità che rivela la nostra vera natura, quella di “essere” e nel nostro caso di essere “figli di Dio”. Allora noi siamo, non diciamo di essere, quello che lo Spirito ci dà da essere, una “scoperta” che vive in noi, ma non attraverso certezze razionali o naturali, ma attraverso un’esperire che ci dà lo Spirito di se stesso attraverso la rivelazione della sua presenza nelle nostre vite. (Questo tipo di riflessione o meglio direi esperienza, la quale definirei “pneumatica”, presentata in questi termini è molto più facilmente comprensibile tra di noi pentecostali, in quanto la nostra teologia cerca, in qualche modo, di essere più sensibile verso tali posizioni rispetto ad altre chiese, nostre sorelle.)

Da questo allora comprendiamo che per la nostra “conversione” è necessario avere la consapevolezza di essere figli, perché in realtà una tale coscienza viene prima ancora di riconoscere Lui come Padre. Infatti, noi non possiamo riconoscere Dio come Padre se prima non riconosciamo noi stessi come figli. Noi prendiamo coscienza di essere figli attraverso lo Spirito per la grazia di Dio in Cristo Gesù, e da questo abbiamo “una deduzione di fede” cioè quella che Dio è nostro Padre, come leggiamo nel verso precedete, solo coloro che « hanno ricevuto lo Spirito di adozione, mediante il quale gridamo: Abba Padre!» in altre parole solo chi ha avuto una tale “manifestata certezza”, quella di essere figli può riconoscere Dio suo Padre. Molti credenti, usano chiamare Dio: Padre, ma senza rendersi conto di essere figli, perdendo in questo modo tutti i diritti e i doveri che i figli hanno “dal e verso” il Padre.

L’apostolo nel verso citato ci parla di Spirito di adozione, per sottolineare la scelta di Dio verso di noi. Come il padre sceglie il figlio che vuole adottare, colui che desidera come figlio, nello stesso modo, Paolo parlando di Spirito di adozione rende il senso della scelta di Dio, quale Padre Eterno verso ogni suo figlio. Questo è il paradosso della fede, Dio ha scelto noi come figli, nonostante le nostre debolezze, imperfezioni e mancanze. Infatti, proprio nel verso su cui ci troviamo ad intrattenerci, Paolo libera il campo da qualsiasi fraintendimento, perché nell’usare il termine che noi traduciamo “figli”, usa una parola che in greco neotestamentario è: teknia (teknia), cioè sta ad indicare il figlio piccolo, quello nato nell’ambito della coppia, colui che ancora vive nel nucleo familiare, perché non ancora autonomo e indipendente, ma bisognoso di cure e giuda. In breve troviamo lo stesso termine nell’epistole di Giovanni e in modo corretto noi traduciamo, proprio per rendere tale “idea” di figlio: « figlioletti». Allora, l’apostolo anche nel termine ci chiarisce il rapporto di figliolanza che c’è tra noi e il Padre, noi siamo suoi figli, quelli scelti da Lui, ma nello stesso tempo “usciti dalle sue viscere”, attraverso la redenzione di Cristo, figli ma mai cresciuti davanti al Padre e Lui si rivolge a noi e parla a noi come suoi “figli piccoli”, bisognosi di “latte spirituale” e di una parola “semplice” per noi. Essendo davanti a Lui sempre “figlioletti” e bisognosi di vivere legati a Lui e nella sua casa.

A questo punto, visto che più volte abbiamo definito una tale azione dello Spirito insieme con il nostro, un momento che non possiamo altro che esperire, tutto questo ci rimanda al campo dell’esperienza e quindi non ci può essere esperienza con lo Spirito senza che in qualche modo non si richiami alla preghiera. Infatti, per l’apostolo non ci si può pregare se non si è ripieni dello Spirito e solo attraverso una tale pienezza il credente trova nella presenza dello Spirito stesso le parole e la risposta della preghiera. Una preghiera che alla luce di quello che abbiamo detto, ha senso solo sulla base della consapevolezza dello Spirito di essere figli e quindi come ci ha “insegnato Gesù”, che Dio è il : « Padre nostro » . Da questo possiamo dedurre che Gesù quando ha insegnato di pregare Dio come Padre, Egli stesso rimanda ad una opera-prima, quella dello Spirito, il quale solo attraverso di esso noi possiamo dire Padre nostro. Molti esegeti hanno considerato la preghiera del Padre nostro, come una preghiera che qualsiasi ebreo, non per forza cristiano e tanto meno seguace di Gesù di Nazareth, avrebbe potuto usare, questo perché ogni giudeo praticante, riconosce la propria figliolanza con il Dio di Gesù di Nazareth. In quanto, ogni giudeo si riconosce per diritto di nascita appartenente al popolo eletto, il popolo che Dio scelse come proprio figlio: Israele. Questo è vero, ma Paolo in questo supera una tale idea, riconoscendo il diritto di una tale appartenenza a Dio, non legata ad un diritto di nascita, ma esclusivamente all’azione dello Spirito nel cuore del credente. Allora il credente, indipendentemente dalla propria nazionalità, per lo Spirito, grida con tutto il suo cuore e si riconosce nelle parole di Gesù: Padre nostro.

Prima abbiamo detto che è importante una tale coscienza per la nostra conversione, ma non dimentichiamo che questa rivelazione dello Spirito deve accompagnare tutta la nostra “conversione di vita”, cioè quel progresso che ci porta a raggiungere la meta sperata. Una “scoperta” che deve accompagnare tutta la nostra vita, soprattutto nei momenti di difficoltà, essa deve essere sempre il punto di partenza per “convertirci di più”, per un ritorno a Lui. Essa deve essere la forza per i figli lontani dalla casa del Padre, quelli dichiarati e quelli, come il fratello maggiore, nascosti, ma che nel loro cuore sono lontano tanto quanto l’altro. Ricordiamo la parabola del “figliuol prodigo”, la forza del fratello disastrato fu proprio nella consapevolezza di: “essere stato figlio” e che: “non era più degno di essere figlio”, e colui che lo aspettava era : suo Padre. Questo meriterebbe ulteriori approfondimenti, ma per non perdere di vista il nostro soggetto, basti ricordare l’importanza di una tale presa di coscienza nel nostro cuore, come essa è alla base, come successe per il figliol prodigo, del ravvedimento e di una conversione, nel suo caso “un ritorno” alla casa del Padre. Mentre per il fratello maggiore, la perdita di questa consapevolezza, egli non si considerava più alla pari del proprio fratello e di conseguenza uguale all’altro davanti al Padre, ma si sentiva come un “domestico che doveva ricevere la ricompensa per il suo lavoro”, portò lui al di fuori della casa del Padre. Solo attraverso le parole del Padre, egli potette rientrare in se, parole atte a ricordargli che in realtà, lui era suo “figlio” e che ogni cosa era sua, perché in quanto figlio era erede. Lo Spirito agisce in noi per portarci a Cristo, colui che ci rivela la “persona del Padre”, donando a noi di “essere figlioletti di Dio”; solo in questo modo Egli recupera e rende stabile le nostre vite.

Mi avvio alla conclusione della mia breve e incompleta riflessione, ma prima di concludere occorre fare una precisazione sulla parola stessa di Padre. Quello che noi usiamo per “esprimere” Dio è sempre un linguaggio analogico, così anche quando diciamo di lui Padre. In realtà, riconoscendo sempre la distanza qualitativa tra noi e Dio e quindi l’incolmabile differenza che c’è tra quello che Lui è e quello che noi possiamo comprendere di Lui, noi possiamo dire di Dio solo quello che Lui stesso ci dà di comprendere di Lui. Una comprensione limitata, appunto analogica, in quanto ci dà una comprensione che sta ad indicare un rapporto di somiglianza tra alcuni elementi costituitivi di se stesso, tali da farci dedurre un certo grado di somiglianza tra i fatti e a quello che si riferiscono. Conservando la distanza fra creatura e creatore, appunto per la ragione e lo spirito umano di per sé creaturale, non si può parlare di Lui in modo univoco e nemmeno equivoco, ma solo “analogo”. In breve, diceva Calvino, che in realtà Dio ci parla come un padre si rivolge a dei figli ancora troppo piccoli per comprendere i ragionamenti degli adulti, come egli userà parole e concetti alla portata di bambini per farsi comprendere, nello stesso modo il Padre eterno si rivolge a noi; un modo che noi per l’appunto definiamo analogico, cioè atto a farci comprendere attraverso similitudini a noi familiari, quello che Dio vuole farci comprendere di Lui. Certamente bisogna fare a questo punto un’ulteriore distinguo e cioè: non sono le parole in se stesse che possono fornire, anche se in modo analogico, quello che Dio vuole farci sapere, ma come nel caso del Padre e il concetto di paternità, esso non è legato semplicemente alla sfera terrena e alla sua comprensione, ma sempre a quello che Dio, attraverso la sua rivelazione in Cristo Gesù, vuole farci sapere di sé, pur presentandosi a noi come Padre, non tralasciando il fatto di volerci parlare con termini e concetti a noi “familiari”.

Questa precisazione è necessaria, perché se non ci approcciamo a questo tipo di riflessione in questa maniera, possiamo commettere degli errori che vanno ad influenzare la nostra fede e la nostra relazione con Dio. Se “pensiamo” il nostro Padre eterno, con le categorie del padre terreno, la nostra fede verrà influenzata, dal fatto che: pensando il nostro padre come una persona limitata, nello stesso modo la nostra fiducia verso di Lui sarà condizionata da una tale idea di padre. Così succede anche quando ci relazioniamo con Lui, se per esempio abbiamo una relazione non felice con nostro padre terreno, travasiamo le nostre frustrazioni e le nostre difficoltà avute relazionandoci con esso, nella comunione e nella relazione con Lui. Questo è quando abbiamo una relazione negativa, ma anche quando abbiamo un modo di rapportarci con il padre oserei dire positivo, questo ci porta dei problemi. Infatti, se la nostra idea di padre e quella di un padre sempre permissivo e che accontenti tutti i “capricci” dei figli, nello stesso modo pretenderemo che il nostro Padre eterno si comporti con noi nello stesso modo.

Concludendo allora, prendiamo coscienza attraverso lo Spirito che noi siamo figli e che Egli ci rivela questo rapporto di “figliolanza” a Lui, ma per essere eredi con Cristo e per essere a Lui figli ubbidienti come Gesù lo è stato. Ricordandoci in questo di quale grande amore Egli ci ama, di un amore di un padre ma di un Padre “perfetto” che ama di un amore “perfetto”, che a volte è incomprensibile ma che come l’amore di un padre, certamente in ogni momento non mancherà di farsi sentire nelle nostre vite. Noi come figli, vinti da questo amore, non possiamo più dubitare di lui, proprio come un figlio, legato dall’amore paterno, non potrà mai negare la paternità e soprattutto l’appartenenza a colui che lo ha generato, ma che lo ha soprattutto amato e che continua a farlo, indipendentemente dai demeriti e i meriti del figlio stesso.