6 giugno 2011

IL CAMPO DI DIO



MATTEO  9: 36 a 38
Vedendo le folle, ne ebbe compassione, perché erano stanche e sfinite come pecore che non hanno pastore.
Allora disse ai suoi discepoli: «La mèsse è grande, ma pochi sono gli operai.
Pregate dunque il Signore della mèsse che mandi degli operai nella sua mèsse».

DI:  NICOLA  PALMIERI
SCHEMA E CORPO DEL TESTO
I versi che ci siamo proposti, li troviamo anche nell’evangelo di Luca al cap. 10:2. Sono in entrambi gli evangeli molto simili, ma incastonati in contesti diversi. In quello di Matteo, troviamo che il Signore dice ciò vedendo le folle, una moltitudine di gente, che hanno bisogno di aiuto. Mentre in quello di Luca il contesto è quello del mandato dei settanta. Da questo possiamo dedurre una prima idea di cosa e di come è il campo del Signore, cioè : assistenza e missione. Ognuno di noi ha un’idea molto personale del campo del Signore, quasi sempre riduttiva e molto più limitata di quella che è la realtà; soprattutto quanto crediamo che il campo del Signore è esclusivamente un luogo, delimitato dai nostri confini, a volte credendo che sia solo la nostra comunità. Sia ben chiaro che la chiesa locale è una parte della messe, ma non è solo questa, perché il campo del Signore non ha confini geografici e tanto meno si esaurisce in un unico luogo. La messe è sempre in una continua evoluzione e vive di un processo continuo, perché è esclusivamente “azione”. I posti e i luoghi sono determinati da una tale azione, in altre parole, sono le azioni che includono i luoghi, ma come opportunità di agire. Le azioni che rendono grande il campo sono: assistenza e mandato.
In realtà è molto più facile indicare il campo stesso con questi due azioni, le quali  la chiesa abitualmente è chiamata a fare. Gesù, in entrambi gli evangeli si rivolge ai discepoli e fa riferimento ad una grande raccolta, ma è molto importante tener presente il contesto, il quale cambia nei due vangeli, diverso nel quale egli si esprime. Matteo scrive che il Maestro vede la messe guardando le folle arrivare, come “delle  pecore senza pastore “ , mentre Luca riferisce il discorso del Messia, contemporaneamente al mandato che dà ai suoi discepoli e non solo. Da questi contesti  possiamo guardare la messe con gli occhi del Cristo e cioè: la raccolta era tra e in persone scoraggiate, povere, bisognose e afflitte, tra e in quelle pecore senza pastore e il campo in cui c’era tanto da raccogliere era la “missione” che il Signore attraverso il mandato aveva affidato ai “suoi”. Allora per questo noi possiamo facilmente comprendere che il “campo”, di cui Gesù parla, non è fatto di linee di confine ( di qualsiasi tipo che noi possiamo usare e immaginare) tanto meno è misurabile in zone di terra o in metri quadrati o moggi. Esso è composto da uomini e donne, che hanno bisogno di essere accolti e a volte assistiti nei loro travagli e paure. Esso è grande, quanto è grande il mandato del Risorto: andate per tutto il mondo e predicate l’evangelo. Questa prospettiva, deve farci riflettere tanto da rivoluzionare i nostri parametri e le nostre dimensioni. Dobbiamo imparare a guardare in grande, non per soddisfare le nostre manie di “potere”, ma come Gesù, guardare la grandezza della raccolta, attraverso ogni uomo e donna che ritroviamo sul nostro cammino, tenendo bene in mente, che già ci troviamo nel campo di Dio. Come suoi collaboratori, siamo chiamati a raccogliere e a raccogliere tanto. Quante persone ogni giorno incontriamo sulla nostra strada che hanno bisogno di: assistenza e di essere in qualche maniera, accolte? Quanti altri ancora ci troviamo davanti, pronti per ascoltare e ricevere il “mandato” la Parola della Grazia, l’Evangelo ?  La raccolta è grande,  tanto grande che gli operai sono e saranno sempre pochi.
 Attraverso la mia esperienza da credente, mi sono reso conto, molte volte, la discrepanza che c’è tra la “messe” di cui ci parlano gli evangeli, e quella che noi abitualmente ci troviamo “noi”, standoci dentro, a lavorare. Sembra quasi il contrario e cioè: quella che il padrone della messe definisce grande a noi a volte sembra tanto piccola, che a volte il verso, sempre in base alle nostre esperienze, sembra essere contraddetto dalla realtà, tanto da  suggerirci il contrario e che: la messe è piccola e gli operai sono tanti. Questo perché la nostra prospettiva non è quella di Dio e quindi dove e come noi guardiamo non è certo dove  il Signore ci sta ad indicare. Il praticante della chiesa è abituato sempre a guardare, come la messe: “l’orticello che ha ed è a portato di mano sotto casa.” In questo modo è più facile raccogliere quello che ci si trova subito sottomano;  ma il problema è che il giardino di verdure che si ha nel cortile è sempre troppo  piccolo per tutti e non soddisfa il fabbisogno di ognuno e tanto meno le aspettativa del padrone. In parole povere, racchiudere il campo del Signore nello spazio e nel tempo della nostra religiosità, che abitualmente espletiamo nella propria comunità di appartenenza, non solo non soddisfa nemmeno lontanamente la prospettiva di colui che considera la messe più grande di ogni nostra aspettativa, ma ci fa perdere di vista il fatto che,  la comunità locale non è il nostro piccolo orticello, ma solo una parte di un campo che ha come confine solo l’amore di Dio e come tempo il servizio cristiano e come misura il suo mandato.
Il praticante, in realtà ha scoperto nell’orticello un valore che gli permette di vivere la propria vita da religioso, in una maniera molto più comoda che quella di arrischiarsi in un campo tanto vasto quanto imprevedibile. Lavorare per e in un orticello ci permette di trovare, primo tra tutti, delle scuse che possano giustificare la nostra negligenza, quella più comune è che in un giardino popolato da tanti lavoratori, ormai tutto quello che c’era da fare lo hanno fatto già gli altri. Per il povero praticante, non c’è che starsi seduto comodamente nella sua panca.
Poi il praticante dotato di buona volontà, cerca il suo posto nel piccolo giardino della sua comunità, ci si mette con impegno e trova il da fare, ma una volta che ha trovato quello che può fare, non si sposta più e come  un lavoro statale, ogni mattina si timbra il cartellino, ci si reca sempre sulla stessa scrivania nello stesso ufficio, si attende solo che ci si possa arrivare alla pensione. Questa scelta è ben ponderata nel cuore del praticante, perché colui che ha questo tipo di prospettiva è tra coloro, che cercano subito un beneficio personale. Lui non vuole aspettare e ne rischiare il proprio “guadagno”, non gli interessa gli investimenti a lungo termine e magari su campi che ancora non conosce, lui vuole lavorare su quello che conosce e soprattutto dove può essere ben visto e ricevere subito il giusto apprezzamento. Anche perché, lavorare un orticello, magari nel tempo libero, ci richiede sicuramente un impegno minore e meno fatica, che invece di responsabilizzarsi per un lavoro in un campo tanto grande che come minimo ci chiederebbe, non solo il nostro tempo libero ma soprattutto tutta la nostra vita.
Il praticante dell’ ”orto” è volenteroso ma non ha la fede di vedere al di là della staccionata dello stesso. Anche perché, molte volte, si è vittima del proprio orgoglio, ci si lega ad una mansione o ad uno spazio solamente perché attraverso di esso noi ci sentiamo come il “padrone”. Sentiamo tanto nostro quel giardino, tanto da non aver nessun “timore e tremore[1], in quanto concorda con le nostre capacità. Questo ci permette di sentirci sicuri e di gestire ogni sua faccenda, niente sfugge al nostro sguardo. Allora è facile pensare che un tale lavoratore non si arrischierebbe mai in un campo in cui c’è da imparare ogni giorno e che in esso si è sempre come l’ultimo arrivato e che solo uno è il Padrone e tutti sono dei “semplici collaboratori”.
Abbiamo detto che la messe riguarda in realtà l’accoglienza o assistenza e il mandato. Quest’ultimo per eccellenza ci rimanda l’idea dell’evangelizzazione o annuncio dell’evangelo. Infatti, i discepoli ricevettero il mandato: « andate per il mondo a predicare l’evangelo », ma in un mondo come il nostro che ormai è quasi completamente “cristiano”, almeno così sembra, il mandato è ancora valido? Oh crediamo che il mondo sia saturo dell’evangelo? Forse esso è davvero ormai completamente evangelizzato e quindi questo restringe la messe? A questo punto c’è  bisogno di fare alcune considerazioni; che possono chiarirci le idee a proposito e possano nuovamente allargare il campo. Certamente il mondo è pieno di “belle parole”, saturo di nuove religioni, stanco di idealismi e nuove dottrine. Quello che noi siamo abituati a definire un “mondo ormai cristianizzato” ha già “ascoltato tutto”, visto le cose più strane e inusuali, in parole povere, non gli fa specie più niente, non lo sorprende niente e nessuna cosa, soprattutto chi parla di Cristo.
Questo fenomeno venne studiato da alcuni sociologi, i quali intorno agli anni 60/70, arrivarono alla conclusione che il nostro mondo ormai era un mondo secolarizzato, cioè un mondo dove la religione non trovava più spazio se non in una dimensione strettamente privata. Oggi gli stessi che hanno analizzato un tale fenomeno, si trovano davanti ad una crescita del fenomeno religioso e soprattutto del cristianesimo, grazie anche ad alcuni movimenti di risveglio come il pentecostalesimo. Allora si sono trovati a rivedere le loro posizioni, e per alcuni oggi viviamo non più in tempi di secolarizzazione ma di desecolarizzazione, cioè dopo un tempo di abbandono della religione, oggi c’è una netta ripresa di essa, non più esclusivamente nella sfera del privato, ma essa abbraccia tutti i campi della vita comune. Davanti ad una tale prospettiva di conquista religiosa, sembra oggi più di ieri, inutile evangelizzare, il mandato di Cristo è ormai adempiuto, in un mondo che ormai fa della religione e soprattutto del cristianesimo, “un fattore aggregante e parte della propria identità di cittadini”. Allora la chiesa vedendosi ormai privata di una parte sostanziale della sua funzione, è costretta a chiudersi ancora di più in un piccolo orto, dove c’è giusto “lavoro per quei pochi eletti”. Non sa come occupare più il suo tempo, tanto che a volte si crea delle nuove funzioni, le quali non gli appartengono, volendo raccogliere lì dove non è chiamata a farlo. Fuori dal proprio campo ma chiusa in un giardino, dove il seme non è quello di Dio.
La chiesa primitiva ricevette il mandato in un mondo, molto diverso dal nostro. Esso era pino di Tabù e linee di confine. C’erano molti impedimenti geografici, etici e religiosi. Nonostante tutti questi impedimenti, gli apostoli riconobbero in quel loro mondo, tanto frammentato quanto vasto, l’unico “campo di Dio”, dove era possibile la messe. I loro occhi erano aperti davanti a quel mondo, che per molti versi sembrava irraggiungibile, ma per loro era tutto a loro disposizione, perché i loro occhi erano non sui problemi o sulle difficoltà da superare, ma sulla “grande raccolta”, che il Signore aveva promesso di dare a loro, perché sua Chiesa.
La chiesa oggi vive in un mondo pluralista, dove sembra che non ci siano più confini né barriere sociali e soprattutto le distanze si sono notevolmente accorciate grazie ai nuovi mezzi di trasporto e di comunicazione. Ormai il mondo di oggi è aperto ad ogni possibilità e i mezzi per attuarle, sembra, che siano a disposizione di molti. Eppure ci ritroviamo a riflettere come, molte volte, la chiesa davanti ad una mondo di possibilità, si trova a lavorare in un piccolo “orto”, trascurando una tale grande raccolta. In un mondo dove ci sarebbe lavoro per tutti, ci si affolla in un giardino, che ci si è così stretti, tanto da spintonarci a vicenda.
Il mondo è saturo, ma non potrà mai essere pieno abbastanza della sua Parola, quella vera rivelata e predicata da coloro che sono guidati dallo Spirito. Questa Parola è sempre acqua fresca per un “mondo” continuamente assetato e che sarà sempre come terra arida, davanti ad una tale Parola. Essa ci parla di amor e misericordia, qualcosa che la nostra società ne è continuamente sprovvista. Attraverso di essa, ci saranno sempre braccia pronte a lavorare, pronte per afferrare e spinte per donare. Essa è la sola a convertire delle vite, le quali saranno dedite ad accompagnare chi è solo, a sostenere lo stanco e a risollevare chi è caduto. Questa Parola, sarà la guida di coloro che sapranno trovarsi lì dove vi è sofferenza e dolore. Una Parola che stura le orecchie, per renderle pronte ad ascoltare quelle voci e quelle grida, che ormai non ascolta più nessuno. Disse un giorno Bonhoeffer: « La chiesa è Chiesa solo se esiste per gli altri » in questo è un po’ riassunto tutto la mia riflessione, perché il campo sono “gli altri” e senza dubbio questi costituiscono  una “grande raccolta”.
Non facciamo come Achab, il quale si incapricciò per una piccola vigna che vedeva dalla propria finestra, la quale apparteneva a Naboth, perdendo di vista il fatto che a sua disposizione, in quanto re, c’erano tutte le vigne d’Israele. Il campo è grande quanto la messe, non mettiamoci a dar calcioni, volendo occupare spazi e posti ormai già occupati o meglio assegnati ad altri. Mettiamoci a disposizione per e del Signore e non commettiamo l’errore di Achab, volendo quello che è già stato dato ad un altro, tralasciando quello che il Padrone della messe ha già preparato per noi.
Possa lo Spirito darci la giusta consapevolezza della “messe” e farci alzare gli occhi verso il “campo”, il mondo che dobbiamo conquistare per Lui, donandoci la proporzione dell’opera di Dio. Un’opera tanto grande da farci sentire sempre, davanti ad essa e soprattutto davanti alla responsabilità che ci è stata affidata: pochi e inadeguati, bisognosi sempre di altri, che il Signore possa sempre spingere sempre nel suo campo a lavorare.
Abbiamo bisogno gli uni degli altri per lavorare nel campo del Signore. La consapevolezza della “messe” c’è ne dà un’altra altrettanto importante e cioè che nessuno può fare tutto da solo nella “raccolta”. Non solo non può fare da solo ma non può essere lasciato da solo a lavorare nel campo del Signore. Possa la nostra preghiera essere una vera e propria richiesta di “aiuto”, nel senso di desiderare che niente “possa essere perso per mancanza di manodopera”, una richiesta d’aiuto che nasce dal fatto che non ci sentiamo capaci e non lo siamo, ma soprattutto un grido che nasce dalla visione di una “grande messe”, molto più grande di noi e delle nostre aspettative. Una visione di un grande campo, dove c’è spazio per tutti, ma non per chiunque; c’è spazio solo per tutti coloro che desiderano lavorare, coloro che saranno “spinti” e “chiamati” dal Padrone. In verità il Signore ne chiama molti, ma spinge nella messe soltanto coloro che “rispondono” alla sua chiamata. Coloro che pregano il Padrone per non far perdere niente della raccolta, perché essa diviene la loro priorità, il loro impegno maggiore. Questo è il paradosso dell’amore, non quello che è mio, ma la proprietà dell’altro diventa il mio impegno più grande, la mia passione più intensa, la mia più grande ricchezza.
Molte volte succede che  la chiesa non ha bisogno di andare troppo lontano per la raccolta, ma è Dio che la “allarga” davanti ad essa. Un esempio chiarificatore è quello che sta succedendo nella nostra Italia. Improvvisamente, come cittadini italiani ci troviamo a vivere in una nazione che sta cambiando, grazie a una massiccia immigrazione di popoli che arrivano nella nostra nazione per avere una vita migliore. La chiesa italiana, allora senza nemmeno troppo desiderarlo, si trova il suo campo di lavoro, in casa propria, allargato. Non deve più curarsi solo dei suoi, ma ora c’è da preoccuparsi e curarsi di colui che viene indicato come “straniero”. Per fare ciò dobbiamo liberarci, come prima cosa, dell’idea dello straniero, cioè quell’attitudine a considerare chi non è come noi, un diverso, qualcuno da tener lontano o da trattare con riserva. La chiesa non deve dimenticare che : “ noi siamo stranieri, in quanto questa non è la nostra patria, perché apparteniamo alla patria celeste. E soprattutto che Gesù è stato uno straniero, tra il su popolo, perché non lo hanno accettato e nemmeno riconosciuto. Per questo, il concetto dello “straniero” alla lue dell’evangelo, viene completamente svuotato. Tutti siamo uniti in Cristo, accumunati da un unico Signore e Salvatore, tutti parte della stessa messe, di un unico campo, quello del Padrone della messe.
Ci stiamo avviando alla conclusione della riflessione, ma prima di concludere bisogna sottolineare qualcosa di importante e cioè: chi lavora per la messe, deve sapere di lavorare nella prospettiva del regno di Dio, altrimenti si rischia che la nostra opera sia semplice filantropia. Comprendere che il “campo” altro non è che la “testimonianza della speranza cristiana”, lavorare ma in speranza, considerando la nostra opera come una profezia di quello che sarà un giorno la promessa del Regno. Un lavoro, che trova la sua vera utilità, nel momento che ravviva la nostra speranza e quella di chi ci è accanto e che fa parte dell’opera. I successi ottenuti sono parte integrante di questo sperare, perché la raccolta, non adempie le promesse di Dio, ma rende la nostra speranza più vicina di quanto lo era prima. Allora sotto la guida di chi lavora più di noi e prima di noi, il suo Spirito, andiamo nella messe a lavorare, abbandoniamo i nostri piccoli orticelli e guardiamo che la “raccolta è grande”, molto di più di quello che mai avremmo potuto aspettarci. Perché il campo di un Dio grande, non può essere piccolo, in quanto non è a misura d’uomo ma è a sua misur


[1] Filippesi