8 giugno 2012

L'OLTRE AMORE

Mt 10:37
Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; e chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me.



DI: NICOLA PALMIERI
SCHEMA E CORPO DEL TESTO

Il verso che ci troviamo davanti su cui riflettere, ha preso vita in un ambiente missionario, perché si rivolge a quel “gruppo” di credenti, che facendo parte delle prime forme di assemblee cristiane, hanno come obiettivo primario, il “mandato”, la missione, quella di: “Predicare l’evangelo a ogni creatura”. Una missione che richiedeva come presupposto, per diventarne parte, una scelta radicale e il verso in oggetto, ci evidenzia tutta la radicalità di questa scelta, quasi obbligata per essere parte di una tale ambizioso programma. Essa è trasmessa da Gesù agli apostoli e da quel momento in poi: a tutta la Chiesa. Una tale radicalità è anche figlia di un ambiente, in cui si sosteneva, in modo imminente, la venuta del Signore, quindi non c’era tempo per niente e per nessuno, se non quello di annunciare la “Buona Notizia” e la venuta del “Regno di Dio”.
Essa richiedeva, proprio per la sua radicalità, una “rinuncia” di se stessi e verso gli altri, perché esige tutto da noi. Il “tutto” riguardava la persona e l’intera vita, incluso ogni rapporto sociale e familiare che avevano costruito o che desideravano costruire. Una scelta tanto radicale che era vissuta dal “loro mondo”, non certo in modo pacifico, ma era per coloro che gli stavano vicino, incomprensibile. Anche perché, “questi cari” sono stati i primi a subire la drasticità di una tale decisione; i familiari e gli affetti più preziosi, divennero le vittime prime di una tale determinata fede. Una scelta tanto risolutiva che non ammetteva scuse e neanche tentennamenti. Le difficoltà non dovevano rallentare e nemmeno impedire il progresso della missione, ma venivano messe “dietro le spalle” e  si continuava a “seguire le direttive del Maestro”. Una radicalizzazione, che è riscontrabile, non solo tra uomini dei primi secoli, ma anche tra quelli che rispondono in modo “particolare” a una chiamata missionaria da parte di Dio, anche nella nostra generazione, che si recano o si dedicano a una missione, che gli riempie tutta la loro vita, senza avere più tempo per nient’altro. In breve, mi sto riferendo a quel “tipo” di cristiano, che ha risposto alla chiamata di Cristo, quella di andare per il “mondo” e predicare l’evangelo, ma non fermandosi al proprio di “mondo”, piuttosto preferendo al loro quotidiano, di andare oltre, fuori dal proprio contesto e ambiente, non accontentandosi di quello che avevano lì di fianco. A essi non  basta essere dei cristiani part-time, ma tutta la loro vita deve essere spesa per Cristo. Una parte della cristianità che non conosce la secolarizzazione, perché, nella loro vita non c’è mai stato la separazione tra sacro e profano, in quanto ogni dimensione di essa è spesa per l’evangelo, non c’è divaricazione del loro tempo, tra quello per me stesso e per l’opera, perché ogni minuto della loro esistenza è speso per la missione.
Noi davanti a tali credenti, che rispondono in questo modo alla chiamata dell’evangelo e vivono in questo la loro conversione, possiamo solo “guardarli da lontano”, perché certamente la nostra scelta, non ha la stessa determinazione, perché conosciamo bene la differenza tra “sacro e profano”. Una divaricazione che è marcata nella nostra vita, tanto da essere ormai immersi nella secolarizzazione; tanto è vero che per noi, il verso in oggetto, più che come dato di fatto, è recepito come una provocazione, la quale ci spinge, essenzialmente a riflettere sulle nostre priorità, applicando un principio fondamentale e cioè: “quello che amiamo, diventa la nostra vera priorità.” Infatti, la nostra scelta è vissuta nel nostro quotidiano, nel nostro ambiente secolare, come può essere: il lavoro e la nostra “casa”. Questo non ci penalizza certamente agli occhi di Dio, ma senz’altro, ci spinge, anche se nel nostro “mondo”, a mettere Dio, nelle nostre decisioni e scelte, forse come priorità, amandolo, anche se quest’amore, non può essere espresso in un modo tanto radicale quanto per quelli, il cui il verso è stato accolto in un modo tanto  “rivoluzionario”.
Quello che accomuna tutti quelli che hanno creduto, è la sostanza del verso, dove esso poggia e fa esplicito riferimento, il nocciolo che possiamo leggere tra le parole di Gesù, quello stesso che ha spinto i discepoli nella loro radicalità e nello stesso tempo ha convinto noi, nella nostra vita, di dedicare parte di essa all’evangelo e cioè: l’amore. In realtà le questioni che ci sono proposte dal testo sono due e sono entrambe correlate e cioè: “La priorità è determinata da chi si ama e chi si ama, diventa la priorità della nostra vita”. L’invito dell’evangelo in realtà è di amare il Cristo tanto da farlo essere la priorità della propria vita.
Prima di arrivare alle più ovvie e logiche conclusioni, che pur se semplici ma importanti, voglio fare un passo in dietro, cioè leggere il verso non più come un credente o un “religioso”, ma estrapolandolo dalla situazione biblica, voglio leggere la richiesta del Maestro, come se fosse stata fatta ad un uomo che vive nel nostro tempo, non curante della religione e tantomeno degli aspetti della fede. Uno qualunque, che vive la propria esperienza di vita nella sua normale umanità. Questo passaggio lo reputo necessario, perché solo in questo modo ci si riesce a rendersi conto della soprannaturalità del testo proposto e comprendere come la parola di Dio, ci pone davanti a delle realtà che per l’uomo naturale sono sempre una pazzia, ma poi attraverso la fede, queste realtà sono potenza di Dio; infatti, una tale richiesta per un uomo qualunque è impossibile quanto inaccettabile. Essa cozza contro tutti i principi e i parametri etici e morali su cui costruisce la propria esperienza di vita ogni individuo. Gesù, ancora una volta, ci pone davanti un grande paradosso: “ Perché dovrei amare Gesù più di mio padre e mia madre, figlio o figlia, parte della mia vita, con la quale sono legato da un amore “naturale” e indivisibile? Essi sono parte di me da quando “esisto” o “esistono”, con cui ho diviso il mio tempo, i miei giorni e i miei momenti più belli o più brutti? Perché, dovrei rinunciare a un tale amore, tanto grande che è essenza stessa della mia vita, un amore reale, concreto e vero, per un amore a chi e a che cosa? Per una religione, una chiesa o una missione? Per un Gesù che non ho mai visto e mai ho potuto realmente conoscere o sentire? Un Signore, che fino a propria contraria, “non vedo” e nemmeno posso in un certo senso, avere delle prove empiriche della sua reale presenza?”
La richiesta del Maestro, non solo si presenta come il più grande dei paradossi, ma anche inaccettabile da qualsiasi prospettiva, per l’uomo naturale. Infatti, dal punto di vista “etico”, un uomo non può e non deve amare più del proprio “sangue” qualcun altro o qualcosa d’altro. In parole povere, come sarebbe giudicato colui, che ami un Cristo invisibile, a discapito della madre e del padre, del figlio o della figlia? Il mondo come giudicherebbe un tale atteggiamento? Sicuramente non troverebbe plausi e tantomeno sarebbe condiviso da molti. Un uomo che ha un minimo di vita etica, compie prima il suo dovere verso i “suoi” e poi si dedica ad altro. “Abbandonare i propri affetti, per seguire un Messia, che poi è pure morto, non solo è da pazzi, ma anche da disamorati”.
Se invece vogliamo guardare la cosa, secondo una prospettiva “estetica” (come direbbe Kirkegaard), la cosa è ancora improponibile, anzi, essa trova ancora più contrasti. Infatti, l’eroe è chi rinuncia, anche la sua vita, per una scelta, che possa essere in qualche modo, ricordata nel tempo e in favore di chi lo succederà. Una decisione che è legata sempre a una “giusta causa”, appunto, a un fatto eroico, superbo, tanto che altri al posto dell’eroe, pur riconoscendo la grandiosità e la necessità del momento, non riuscirebbe a farlo. Egli è colui che in modo, fiero e audace, compie una tale scelta.  L’amore per un Dio morto in croce, per chi si è fatto uccidere senza batter ciglio, non è certo una giusta causa e tanto meno, incarna un eroe o richiama a un avvenimento che, in nessun  modo, possa sfiorare il “mito”. Questo dimostra che in realtà, ponendo la questione in questi termini, il paradosso esiste e rimane insoluto: Perché devo amare Gesù più di…”
Certamente non sono stato il primo e nemmeno sarò l’ultimo a porre la questione in questi termini, rivelando il paradosso fondamentale presentato da Gesù. Infatti, alcuni rendendosi conto di una tale difficoltà di messaggio, nel momento che si cerca di calarlo nella realtà umana, pensano di trovare una soluzione, cercando di evitare o di nascondere una tale “contrapposizione”. Essi non raccolgono la sfida del testo, ma offrono un’interpretazione, per alcuni letteralista, di quello che si legge; oppure, altri preferiscono ripetere quello che gli è stato detto, da coloro che come loro, hanno trasmesso un messaggio, che in qualche maniera, possa trovare l’approvazione di un’assemblea, che non è abituata a raccogliere tali sfide. Questa non vuole essere una polemica contro chi propone una lettura diversa del verso, da quella da me proposta, ma è un esame, oggettivo, che cerca di dimostrare che la Bibbia può essere letta a vari livelli e che, più si scende nelle sue profondità e più ci s’incontrano difficoltà e incomprensioni. La soluzione va ricercata non in una prospettiva puramente umana e metodologica, perché davanti alla “rivelazione divina”, i metodi umani devono riconoscere i propri limiti. Altrimenti si scade in condizionamenti e si finisce con il ripetere degli slogan, o usare frasi fatte, udite e imparate da qualcun altro. Questo offre a chi ascolta, un modo per parlare del testo, ma certamente, esso rimane lontano dalla nostra esperienza di vita e soprattutto da quella del predicatore. Non dobbiamo dimenticare che il testo per essere “vivo” deve interrogarci, metterci sempre in discussione, altrimenti rimane una lettera morta. Il più delle volte, si rischia di illustrare semplicemente un “ideale di amore”, che è decantato, ma non trova nessun contatto con la realtà del credente. Una bella frase, un bel discorso, ma poi è subito abbandonato, perché non “convince” i cuori, cioè non  rende consapevoli, tanto da “realizzare” quello che si ascolta. Il paradosso rimane, quell’impossibile realtà, che rende ogni discorso, impraticabile per le vite di chi ascolta e anche di chi ne parla.
Alcuni invece, pur essendo consapevoli di una tale problematicità, cercano di presentare un’interpretazione del testo in oggetto, non facendo emergere un tale paradosso, ma vincolano il messaggio radicale della richiesta di Gesù, al tempo in cui essa è stata proposta. Il loro punto di partenza, non è il testo, ma l’esperienza dell’uomo contemporaneo, rendendosi conto che una tale richiesta è inaccettabile per chi vive i nostri tempi. Essi riescono a dimostrare che, in un ambiente antico e lontano dal nostro, per fini diversi e scopi particolari, la richiesta del Maestro, trova la sua validità. Per questi ultimi, il testo è diretto a una categoria di persone e solo a quelle, i quali hanno risposto e quindi “compreso”, calandole nella loro esperienza di vita, le parole dell’uomo di Nazareth. In parole povere, questi attraverso l’esperienza storica del testo proposto, cercano di edulcorare il messaggio, proprio attraverso questo tipo di esperienza. Questi dimenticano che la Parola di Dio è adatta per tuti e per ogni tempo e non certo ha bisogno di essere “difesa”, perché essa non è mai colpevole, ma rimane sempre innocente, perché è tutta verità e salute per le nostre vite. Altri, invece, la rilegano esclusivamente per un ambiente particolare, cioè: per chi vive in un ambiente pagano, dove i familiari sono tali e, quindi, in un certo modo e senso, sono d’impedimento e ostacolo per chi è cristiano e per chi fa confessione di una tale fede. Questi ultimi, si trovano a essere scoraggiati “proprio da quelli di casa propria” e allora, senza troppi tentennamenti, devono proseguire il cammino, senza rallentare e tanto meno abbandonare il percorso di fede. Questo senz’altro ha un fondamento di verità, ed è anche l’esperienza che molti cristiani vivono, soprattutto in quei paesi, come fu nei primi secoli della cristianità, la religione cristiana è una minoranza. Questi discorsi hanno tutti, senz’altro, la loro validità, soprattutto dalla prospettiva degli storici e dei sociologi. Il problema è che la Parola è rivolta agli uomini, nella loro esperienza di “vita” e nel “mondo” in cui vivono e soprattutto essa è predicata da tali uomini che, come presupposto, hanno la “fede in Cristo” e fanno “esperienza di Dio”.
Il pensiero teologico, purtroppo, ha per molti anni  risentito e risente  di questi tipi di approcci al testo biblico, ma dimenticano che l’Evangelo, oltre a dirci, come e perché vivevano gli uomini nel tempo in cui è stato scritto o redatto il testo, ci dice qualcosa di Dio. Esso lo dice al lettore, che si trova davanti ad esso nel  momento in cui lo legge. Allora attraverso lo svelamento del testo, noi dobbiamo chiederci e riconoscere, non solo la nostra esperienza di vita attraverso la comprensione di quello che leggiamo, ma soprattutto, quello che Dio pensa della nostra “vita”, confrontata con il suo modo di vedere e come Egli considerare il nostro percorso nel mondo.
Dalla prospettiva di Dio, che possiamo intravedere solo giacché credendo, facciamo esperienza di Lui, ci renderemo conto che in tal senso, “le cose stanno e sono di tutt’altro genere”. Infatti, ci troviamo davanti a un “Signore che ci presenta una realtà che è sempre altro e di tutt’altro genere”. Egli ci spinge “oltre”, anche a noi stessi e alla nostra vita. La risposta è nel desiderio di ricercare un “nuovo tipo di amore”, quello che noi non possediamo e mai avremo e tanto meno troveremo, in noi e nel nostro mondo. Il testo greco, ci viene in soccorso su questo, perché quello che noi traduciamo ( anche in modo corretto) con “più”, è l’avverbio “ūper”, che possiamo anche tradurlo con “oltre”, quindi possiamo anche leggere: “se non amiamo oltre”. Se il nostro amore non è un amore che va oltre, alla sfera familiare e terrena, che non è oltre a quello che è normalmente umano e fa parte di ogni esperienza umana, se non è “più alto”, se non è “diverso” in natura e in sostanza.
Lo stesso concetto, che il testo cerca di esprimere con il verbo che in italiano traduciamo: “non essere degni”, in realtà deriva dal greco che sta ad indicare il: dare valore. Quindi, noi possiamo facilmente comprendere, come in realtà, il messaggio del verso in esame, non cerca di deprezzare le persone ma cerca di porre l’accento su un fatto, cioè che se il nostro amore non supera, non va oltre all’amore “phileō”(sappiamo che in greco, con questo termine si definiva, per l’appunto, l’amore familiare e quello delle proprie amicizie) il nostro servizio e il nostro stesso essere cristiani, come pure la nostra stessa fede, non ha nessun valore, o almeno non è preziosa tanto da essere gradita a Dio.
Allora in questo modo il paradosso è risolto, perché ci si scopre in realtà, che esso sussiste solo nella prospettiva umana; cioè: quando noi ragioniamo in termini umani e ci misuriamo con la nostra creaturalità. Infatti, scoperta una tale prospettiva, esso decade giacché, non siamo chiamati ad amare con e attraverso un amore come quelli “già conosciuti”, ma il Maestro ci spinge a scoprire un amore, il quale non è ancora conosciuto dalla nostra persona, un amore che ci spinge oltre e che supera, tutti gli altri, che prima di una tale “esperienza”, avevamo conosciuto e credevamo degni di tale nome. Allora per risolvere il paradosso, dobbiamo renderci conto di avere la necessità di ricevere e trovare nelle nostre vite, un amore che vada oltre, quello stesso che ci permette di amare il Signore, mettendolo al primo posto, facendolo priorità della nostra vita. Un amore tanto grande, una passione tanto coinvolgente, che ci fa amare Dio. Attraverso una tale passione, una tal esperienza, solo attraverso questo “amore oltre..” e per nient’altro che amiamo e possiamo amare il Signore.
La consapevolezza di questo, ci porta a non incorrere nell’errore di: credere di amare Dio, ma che, in realtà, stiamo solo riempendo un posto vacante di una parte della nostra vita, in cui forse è mancato un tipo di amore, che completiamo con la nostra idea di Dio. Per chiarirci, possiamo noi credere di amare Dio, ma in realtà Egli diventa per noi solo il “trasfer” di un amore, che abbiamo cercato in altri e che al momento vincoliamo a Dio. Esso può essere: la mancanza di un amore “paterno o comunque genitoriale, oppure il volere sostituire Dio all’amore “di” o “per” un figlio, per un coniuge perso ecc. Certamente noi possiamo testimoniare che l’amore “di” e “per” Dio, appunto, riempendo in modo totalizzante la nostra vita, copre gli spazi rimasti e completa le esperienze che sono rimaste in sospese, ma è l’amore di Dio che compie un tale miracolo e non sono le nostre attese a voler trasferire, di pari passo, su Dio, quello che ci è mancato prima che, in qualche modo, intraprendessimo un rapporto con Lui. Questo fraintendimento, emerge nel momento che pensiamo e pretendiamo che Dio si debba “comportare”, avendo traferito su lui la nostra idea di padre, marito, figlio ecc., proprio come il nostro “ideale” di padre, marito, moglie, ecc. Quando questo non corrisponde con la realtà, ci accorgiamo che le nostre attese verso di lui sono state deluse, allora con la nostra idea di dio, crolla anche quell’amore che credevamo di avere e che in realtà non è sostenuto, da una vera consapevolezza, quella di un amore “di” e “per” Dio, dal quale impariamo ad  amarlo come Lui è. La soluzione per non scivolare in queste “paludi” di un pseudo amore, è in uno dei principi più semplici dell’amore, lo stesso che sorregge anche un normale rapporto tra coniugi, cioè che: “Il Signore deve essere amato esclusivamente, solo per amore”. IL Maestro ci chiede, parafrasando le parole di una poetessa Inglese, (Elizabeth Browing), «Se devi amarmi per null’altro sia se non che per L’amore.», non dimenticando che amare Dio, non si differenzia nel principio, ma nella sostanza. Infatti, dobbiamo amare il Signore solo per amore, ma “con” e “per” l’amore oltre, l’amore di Dio. Amare Dio, non è un atto che possiamo fare attraverso un progresso o uno stato religioso, ma semplicemente, amiamo Lui per l’amore che nasce in noi, che lo rende soggetto di esso. Dio è il soggetto primo e unico di questo “amore oltre..” che ci viene dato da Dio, nel momento che noi riconosciamo e comprendiamo che anche noi siamo il soggetto del suo amore. Egli ci ha amati per primo e quando raggiungiamo in noi questa coscienza, allora l’amore di Dio, occupa il posto nella nostra vita è noi per questo Amore, soltanto “per” e “attraverso” questo,  lo amiamo di un amore grande, unico, più grande, non soltanto per quello che Lui fa, non per le sue promesse, non perché risponde ad alcune nostre aspettative, ma solo perché Lui è il soggetto, il protagonista, il destinatario, di questo amore particolare, di questo Amore oltre, perché non appartiene a noi e mai lo avevamo provato prima, fino a che non  abbiamo scoperto che Lui ci ama. Forse può venirci in soccorso, un passaggio di un testo di Soren Kirkegaard, (Timore e Tremore), quando scrive:« C’è stato chi era grande con la sua forza e chi era grande con la sua sapienza, chi era grande con la sua speranza, chi era grande col suo amore, ma Abramo era il più grande di tutti, grande con la sua forza, la cui potenza era impotenza, grande con la sua saggezza, il cui segreto e stoltezza, grande per la sua speranza, la cui forma è pazzia. Grande per il suo amore che è odio di se stesso». Allora la richiesta del Signore, per quanto assurda possa sembrarci, essa trova la sua logica, il suo compimento e la sua “giustizia”, nel fatto di credere e di sapere che Dio è amore e quell’Amore, che per noi rimane in un certo senso tanto incomprensibile da sembrare un paradosso,  ci rende capaci per  poter andare oltre, superare i nostri limiti “naturali” e spingerci oltre a noi stessi, alla nostra logica e al nostro “mondo”.
L’Apostolo più di altri si confronta con questa realtà, che noi abbiamo individuato come un paradosso; infatti, egli propone e far trasparire la soluzione già nella scelta del termine che usa per la parola “amore”: “agapē ” (la quale nella versione del Diodati, troviamo tradotto con “carità”). Questa scelta del termine da parte dell’apostolo Paolo, non è certamente casuale, infatti, egli sceglie il termine tra altri due cioè: “filēō e eros”. Egli recupera un termine ormai in disuso, ma che si differenzia dagli altri due, perché: il primo indica un tipo di amore familiare e amichevole, mentre il secondo un amore di tipo coniugale ed erotico. L’amore agape è invece, un amore di relazione e di comunione. Esso indica un amore, appunto, in relazione con gli altri, un amore condiviso, che va ad assistere il bisogno dell’altro e soprattutto che si rapporta con il bisogno di uno tra tanti.  In realtà, credo che la scelta di Paolo per un tale sostantivo, più che per il suo significato eziologico e concettuale, è perché, ha cercato di marcare la diversità di un tale amore, quello di Dio. Infatti, nella scelta del termine possiamo intravedere una soluzione a un tale paradosso. Credo, che anche il teologo lucchese, si sia accorto del tentativo dell’Apostolo di voler trovare una parola che potesse differenziarsi da ciò che l’uomo intende con amore. Paolo recupera un sostantivo ormai in disuso e quasi sconosciuto “agapē”, fa in modo che esso possa essere come del tutto nuovo per i suoi lettori, assumendo un significato del tutto rivoluzionario, che apre il campo a una prospettiva che è “oltre” a quella che normalmente si usa nel pensare l’”amore”, quello umano e anche quello che fino a quel momento si sia pensato di Dio. Un amore che esprime quello di Dio, perché appunto in confronto a quello che si è già conosciuto è più “alto”, “nobile” un altro che non può essere trovato ed esperimentato se non in Dio; il quale è principio, è fine di ogni altro amore che l’uomo ha conosciuto vivendo la propria esistenza.
Con questo termine, in origine s’indicava un sentimento in cui si andava a sublimare l’amore umano. Esso è l’amore gratuito, di chi dona tutto se stesso all’altro o agli altri, senza prevedere né pretendere nulla in cambio. Esso è incondizionato e assoluto. Questa definizione di un tale amore ha introdotto, in questo rapporto tra Dio e l’uomo, una terza persona: l’altro. Per amore del vero, anche nel nostro verso, fin dall’inizio compare in questa comunione di amore “l’altro”, ma inizialmente esso è mezzo di paragone, diventa la cartina torna sole, per misurare o meglio convalidare un tale “oltre amore”; invece, ora l’altro diventa lo strumento e il beneficiario indiretto di un tale amore. L’amore di Dio è oltre a noi ed è tale proprio perché è l’unico che riceviamo da Dio, solo attraverso gli “altri” e soprattutto quando lo riversiamo, lo spendiamo per gli altri. Noi abbiamo e riceviamo quest’amore, solo nel momento che in modo del tutto disinteressato lo attiviamo e lo pratichiamo verso gli altri. Esso è ,non solo un “sentimento o una passione”, ma è soprattutto prassi, solo praticandolo, possiamo scoprire questo grande miracolo nella nostra vita. Solo quando amiamo gli altri più di noi stessi, possiamo scoprire e trovare l’amore di Dio nella nostra vita (matt. 18,1 a 6 / 25, 31 a 45). Un amore che è oltre, che si scopre non solo quando amiamo gli altri, ma soprattutto quando amiamo i nostri nemici (matt. 5,38 a 48.), quest’ultimo dice Gesù è a renderci perfetti.
Prima di terminare, vorrei chiarire qualcosa affinché l’amore “agapē”, non sia confuso con un semplice sentimento di filantropia (anche se anticamente il senso del termine, in un certo senso richiama un tale sentimento, vedi anche l’usanza dei primi cristiani a usare lo stesso termine per chiamare i loro “banchetti” comunitari). In realtà, il binomio: “amare gli altri per amare Dio” è legato dal fatto che, se amiamo gli altri che vediamo, amiamo Dio che non vediamo, perché nell’altro, noi riconosciamo quel Dio che diciamo di amare. Attraverso lo Spirito facciamo esperienza di un amore che ci permette di amare Dio che non vediamo, perché nello stesso modo amiamo l’altro, che vediamo, ma non conosciamo e non è legato a noi da nessun legame di sangue. Infatti, dirà bene Paolo che: < non conosciamo più nessuno secondo la carne>.
Allora chi cerca l’amore per Dio, abbia la consapevolezza che per amare Dio, ha bisogno dell’amore di Dio, quell’amore “oltre e più alto”, che supera ogni amore che noi abbiamo conosciuto e che ci permette di amare l’altro e il mondo, riconoscendo in esso e in lui, il segno di colui che, il nostro cuore ama di più di qualsiasi altro e più di ogni altra cosa.



                                                                                      

24 marzo 2012

LA SUOCERA DI PIETRO


MATTEO 8: 14 E 15.
POI GESÚ ENTRATO NELLA CASA DÌ PIETRO, VIDE CHE LA SUOCERA DÌ LUI, ERA A LETTO CON LA FEBBRE; ED EGLI LE TOCCÒ LA MANO E LA FEBBRE LA LASCIÒ. ELLA SI ALZÒ E SI MISE A SERVIRLO.

DÌ: NICOLA PALMIERI
SCHEMA E CORPO DEL TESTO

I versi che ci troviamo davanti, sono la narrazione di una guarigione, certamente una delle tante, che Gesù di Nazareth ha concesso durante il suo ministero terreno. Una guarigione che però, nel racconto biblico assume una veste, non solo narrativa, ma possiamo dire, anche argomentativa. Essa lascia lo spazio, attraverso le parole usate e gli avvenimenti narrati, di trarre delle riflessioni; che possono in modo comune, parlare alle vite degli uomini. Un messaggio che non conosce usura, perché si cala e prende forma in ogni tempo e in ogni epoca.
La narrazione di questo miracolo è molto breve, ma apre l’orizzonte a una dimensione e a una riflessione accentrata sulla guarigione e quindi sulla malattia e il dolore, che ci permette di ragionare, tirando fuori delle verità, che sicuramente toccano a ognuno di noi e che non possono lasciarci indifferenti.
La suocera di Pietro era malata, costretta a letto dalla febbre; Gesù la trova nel suo letto, la tocca la mano e la guarisce. Essa liberata dalla febbre, subito inizia a servirlo. Ci troviamo davanti ad una malattia, uno stato d’infermità, piccola o grande che sia, ma che costringe l’infermo/a, ad allontanarsi, isolarsi dal proprio “mondo”. La suocera di Pietro era impedita, non poteva “servire” e “fare” nel mondo, nel quale, fino a prima della malattia, se ne sentiva parte. La malattia la costringe a letto, a stare fuori dal “contesto” e quindi perdendo il senso vero della propria vita. L’infermità la introduce in un altro mondo, quello del “non fare” del “riposo”, perché impossibilitata dalla stessa malattia. Un modo che è circoscritto dai confini del proprio letto, un mondo che può solo accogliere chi ci viene a far visita, ma non rende parte di esso, se non coloro che “per forza” ne divengono parte attraverso la malattia. Un “mondo” che ci si entra a volte solo per brevi periodi o in alcuni casi, ci si diventa parte fino alla fine. Un “pianeta” che rimane completamente sconosciuto, anche se quotidianamente ci confrontiamo con esso, fino a quando non ve ne facciamo parte. Infatti, l’esperienza della malattia e quindi del dolore, più di ogni altro tipo di esperienza, accomuna l’intera umanità, nessun uomo o donna ne può essere immune e mai vivere, anche se in vari modi e a diversi livelli, senza mai esperimentarla sulla propria pelle.
Prima di continuare a tale riguardo, dobbiamo soffermarci su un punto sostanziale, per continuare il nostro discorso e capire fino in fondo il problema della malattia e il contributo, oserei dire, decisivo di Gesù a riguardo; perché in questo racconto, la suocera di Pietro, è paradigma di tutti quelli che si trovano a vivere l’esperienza della malattia. “Noi siamo conosciuti dal mondo, attraverso quello che facciamo”. L’ambiente intorno a noi si rende conto di “noi”, solo ed esclusivamente attraverso le nostre “azioni”. In base ad un determinato agire, ha di noi una percezione particolare. “Noi”, per chi ci “conosce”, siamo quello che riusciamo a fare o a contribuire con il “lavoro” della nostra persona. Il nostro contributo all’ambiente e al contesto in cui viviamo, ci rende, per gli altri, parte dello stesso mondo e del tempo in cui si vive; altrimenti saremo altro. Troviamo il nostro posto nel “mondo” non tanto per quello che “siamo” o diciamo di essere, ma solo attraverso quello che facciamo o per quello che ci diamo da fare. La nostra attività, non ci qualifica “ontologicamente” parlando, ma certamente ci rende partecipi del mondo e solo attraverso una “partecipazione attiva” a esso, noi possiamo essere considerati da chi forma il “mondo”, cioè la generazione che lo vive e in particolare, quella che è la “nostra”, intorno a noi.
Il preambolo che abbiamo fatto, è necessario per comprendere il miracolo, non solo come evento “soprannaturale”, il quale è, ma anche come strumento per ridare al malato il giusto posto nel proprio mondo, quel posto che per cause avverse ha dovuto abbandonare. La guarigione fa in modo che il guarito non recuperi solo la salute biologica, ma ridà al malato, quella vita che per un “tempo” ha dovuto abbandonare. Quindi la malattia/dolore in questo contesto, diventa sinonimo d’isolamento, fuori dal mondo, perché impossibilitato a “fare”. La malattia ci impedisce di fare determinati movimenti e azioni, questo ci dà una percezione del mondo “peculiare”, “viziata” dal dolore stesso, che la malattia ci procura. Essa “ci” adatta a una nuova condizione di vita, determinata da una mobilità, non più legata al nostro corpo e alle sue possibilità, ma condizionata e vincolata alla malattia stessa. Nello stesso modo siamo riconosciuti dagli altri, attraverso il posto che noi occupiamo, cioè quel mondo limitato per la nostra diversità nell’essere abile.
Gesù restituisce la suocera al “mondo”, che la percepisce nuovamente come parte di esso. Lei ritrova il suo posto, “perché ritorna a servire”. Infatti, ai tempi neotestamentari, il senso della donna, come matrona di casa, era proprio quello di servire, e nel nostro caso, il suo “ruolo”, quello che la rendeva parte del suo mondo, era quello di servire l’ospite, che era Gesù. Nell’ospitalità offerta, la donna trovava la sua posizione in quel “momento” e tale era percepita e considerata dall’ospite. La malattia, catturandola in un letto, impediva che essa potesse fare tutto ciò, sentendosi fuori dal mondo e la percezione di chi lo incontrava è quella di colei che non poteva essere quello che doveva, ma di colei che aveva “bisogno”, cioè non colei che ospita, ma di colei che deve essere accolta come una”persona malata”.  Lei non può fare, ma deve essere “aiutata”, in un certo senso, ci si perde il proprio posto nel mondo, perché da “soggetti”, a causa della malattia, diventiamo “oggetti” del “mondo”. Infatti, il senso della nostra persona e della nostra posizione nella vita, non va ricercato attraverso quello che crediamo di essere, oppure legando “la ragione della vita” a qualche progetto futuro o desiderio che attendiamo. Aspettando chissà quali avvenimenti o tempi cercano di dare il “senso” alla nostra vita, a volte con degli “ideali”, che il più delle volte non trovano riscontro con la “nostra” realtà. Il “senso” della vita e quindi del nostro posto nel mondo, è da cercare e da trovare attraverso quello che ”facciamo nel mondo”, va trovato nel nostro quotidiano, in un presente in cui noi ci diamo da fare, e non nell’attesa di un “futuro” che in realtà è sogno e utopia. Il senso della nostra vita è “nelle braccia che si muovono e nelle gambe che camminano”. La malattia in questo, diventa la perdita e la cessazione di questo “senso”, il più sublime, ma diviene preparatoria o attesa per un tale avvenimento. Il dolore, ci fa scoprire l’importanza e ci dà la consapevolezza di quella “ragione o motivo” della vita che abbiamo dovuto abbandonare e ci fa scoprirne una nuova “ragione”, quella di attendere o di alimentare con il nostro desiderio e compartecipazione, quel “senso” che in realtà abbiamo sospeso. La malattia può essere un tempo di valorizzazione di quella vita, cha siamo costretti ad abbandonare e soprattutto di progettazione, per riprendere il vero motivo e il proprio posto nel mondo.
Nell’ambito del cristianesimo: a) per il credente il dolore e la stessa malattia è vista come un momento di “prova”, mentre b) per il non-credente una conseguenza del peccato “originale”. Il problema è capire in realtà cosa intendiamo con queste espressioni, perché dal valore che noi gli diamo, possiamo condizionare il nostro “rapportarci” con l’esperienza del dolore e della malattia. Personalmente credo che quello che diciamo con la “prova” o l’incorrere in un “problema non voluto da Dio, ma certamente da Lui conosciuto”, in fin de conti, parliamo della stessa cosa. La malattia come il dolore non è accettata né voluta da nessun uomo o donna, che sia credente e non, e credo che sia giusto così. In realtà, da un esame dei testi biblici, calandoli nel loro contesto, ci accorgeremo che la “prova” come la “malattia”, sempre porta la persona in un “mondo del tutto sconosciuto”, in un deserto, dove il credente non può che trovare Dio e la comunione con il Crocifisso, mentre il non credente, non ritrovando la ragione di una o della fede, rimane sempre più in balia di se stesso. Un tempo di prova è un tempo di attesa, di preparazione e di consapevolezza, per essere consapevoli di cosa si “è”, ma soprattutto per prepararsi a uscirne più “determinati” per quello che poi si dovrà fare. Essa ci permette di vedere finalmente in tutta la sua grandezza e bellezza il nostro posto nel mondo, per poi riappropriarcene con maggiore convinzione.
La guarigione divina, si muove in tale senso, non si limita solo al fatto “fantastico”, ma ha lo scopo principale di ridare al malato il suo “posto” nel mondo, cioè, che il guarito si riappropri della vita e del mondo che per un momento aveva dovuto abbandonare. La suocera di Pietro, immediatamente si riprende la vita che aveva per un momento abbandonato, perché lei può nuovamente “servire” e quindi attraverso il “servizio” si rimpossessa del proprio mondo.  Gesù è chi guarisce la nostra vita, affinché essa possa essere una vita vera, abbondante, Egli ci rimette nel posto che ci compete nel mondo, dandoci la possibilità di essere presenti nel nostro tempo come nella nostra società, come per coloro che ci circondano, come membri attivi è abili per poter apportare a tutti i livelli il nostro contributo.
Bisogna però precisare che l’accento sull’immobilità e la passività del corpo che non è atto a “fare”, quindi la malattia come abbandono del proprio “ruolo” nel mondo, non sono solo riferiti alle malattie di natura somatica e fisica, come poteva essere per la nostra “suocera” la febbre, ma il nostro orizzonte, mai come nei nostri tempi, deve allargarsi e considerare alla pari di queste, se non ancora più gravi, i problemi di natura psichica e psicosomatica. Psicosomatico è un aggettivo maschile il cui significato è la manifestazione fisica di un disagio psicologico, un esempio tipico può essere lostress”. L’etimologia di psicosomatica deriva dal greco psiche “anima” e soma “corpo”. I disturbi psicosomatici sono quindi dei malesseri della psiche che si riflettono sul “soma”, in altre parole sul corpo. Questi ultimi, hanno sulla persona gli stessi “effetti” di una malattia organica, quindi ci rendono malati e parte di quel mondo d’isolamento che già abbondantemente abbiamo illustrato. La guarigione di Gesù, interesse anche questo tipo di problemi e difficoltà, agendo in modo soprannaturale, ma sempre con lo stesso fine: il recupero totale dell’individuo come persona, per ridarlo a quella vita che per un motivo o per un altro aveva abbandonato.
La guarigione divina, tocca anche i cuori e le menti dei deboli, quelli che per disturbi della persona, come ansie, paure e depressioni, non riescono a pieno, eseguire il loro servizio e quindi a occupare in modo costante il “loro posto nel mondo”, perché per tali disturbi, tendono, anche se per brevi periodi, ad abbandonarlo o a “affidarlo ad altri”.
Questi concetti, anche se abbiamo parlato di “abilità” e in un certo senso di “mobilità”, in realtà ci introducono in un nuovo concetto di salute e quindi di guarigione. Non si scinde dal fatto oggettivo che la salute è lo “star bene”, in modo completo (mente e corpo) e quindi la guarigione, nella mentalità comune è il riportare la persona nella condizione sopra citata, che la “malattia” ha trasformato, facendo passare il “singolo” da “corpo sano” in “corpo malato”. In realtà il nostro ragionamento tende a cambiare un po’ queste regole pre-scritte, cerca di riflettere non solo sul concetto di malattia, ma soprattutto tende a dare una nuova prospettiva per il concetto di salute e anche di guarigione. Se la guarigione ha come fine di rendere l’uomo “abile” affinché riprenda il proprio posto nella società e nel mondo, lo stare in salute è legato a quest’ultimo fatto; allora, l’azione divina, nella nostra vita è tale da renderci protagonisti del nostro tempo, questa è la guarigione che abbiamo bisogno, una guarigione vera e reale, che a volte può anche prescindere dallo stare in “salute” come “corpo sano”, ma l’opera dello Spirito di Dio, ci rende dei “graziati”, perché ci permette a contribuire per quello che ci ha chiamato a fare per la sua volontà e a occupare il posto che Lui, ha scelto per noi. In questo senso, credo che debba essere letta, la risposta che il Risorto diede a Paolo, proprio quando si trovava in uno stato d’infermità e quindi richiese una guarigione fisica: “ La mia grazia ti basta, perché la mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza” . (2 Corz 12:9). L’apostolo era stato già guarito dalla grazia di Cristo, perché faceva e occupava il posto che il Signore, prima della fondazione dei tempi, aveva preparato per lui. Infatti, possiamo renderci conto che, in tale senso, la guarigione è per Gesù sinonimo di salvezza, come, pure la salute è legata al salvare. Questo è facilmente dimostrabile anche dal racconto dei vangeli, il salvato è il guarito e viceversa; perché nella prospettiva del Cristo, non vi è salvezza se non vi è guarigione, ma solo perché la guarigione è ridare, all’umanità malata, perché lontana da Dio, quella salute che li riporti al vero star bene e cioè: allo stare nuovamente in comunione con Dio.
Concludendo, allora credo, che un po’ tutti “sani e non”, abbiamo bisogno che “ il Signore ci guarisca”, che il suo Spirito, il donatore della vita, possa intervenire nella nostra persona e ristabilire la vera vita, quella promessa da Gesù, una “Vita abbondante”, una vita in “salute”, una vita spesa per “servire” il nostro Signore, Salvatore e Guaritore, Cristo Gesù.






22 gennaio 2012

FEDELTA AL MONDO




GIOVANNI 17:15:
“Non  chiedo pregando che li levi dal mondo, ma che li preservi dalle cose malvagie.”
(traduzione dell’autore )


DÌ:   NICOLA  PALMIERI

SCHEMA E CORPO DEL TESTO

Prima di addentrarci nella riflessione intorno al verso in oggetto, è necessario spendere alcune parole sul titolo dell’articolo e del perché, si è scelto questo. Il titolo scelto, in realtà, non è altro che l’intestazione di una raccolta di meditazione, da parte della casa editrice Queriniana, del teologo e pastore riformato, Dietrich Bonhoeffer, intorno all’argomento. La scelta è voluta, soprattutto perché, l’ispirazione e molti concetti che mi appresto a scrivere, sono stati tratti da una doppia lettura di questo testo e anche perché, mi è sembrato il più adatto per la mia riflessione. Detto questo, addentriamoci nella nostra riflessione. 
Il verso cui facciamo capo, è estrapolato dalla “preghiera sacerdotale”, quella che Gesù fece dopo la santa Cena e i suoi discorsi di addio. L’evangelista la pone alla fine di “tutto”, infatti, subito dopo, il Maestro è catturato e da quel momento in poi, i discepoli non saranno più con Lui, se non dopo, quando lo ritroveranno come il Risorto. L’aggettivazione a questa preghiera, è arrivata da parte di un luterano, in vista dell’imminente sacrificio sulla croce, rileva, attraverso questa preghiera che Gesù si presenta, come sacerdote del suo stesso sacrificio, per il quale diventa intercessore presso il Padre. Alcuni esegeti hanno insistito, sul fatto, che la preghiera sacerdotale è una specie di testamento spirituale del Maestro. Credo personalmente che questa posizione sia giusta in parte, perché la vera sostanza di essa è proprio il fatto che sia una preghiera, quindi con tutte le difficoltà e lo stile che ritroviamo nelle preghiere della Bibbia (tipo i Salmi), con lo scopo principale di trasmetterci quello e come Gesù pregò per i suoi discepoli.
Essa può essere suddivisa in tre parti, la prima dal verso 1 al verso 8, Gesù prega il Padre per la propria glorificazione, la seconda parte dal verso 9 a quello 19, Il Maestro prega per i suoi discepoli e per la sua Chiesa, infine la terza, cioè quella dal verso 20 a 23, è una preghiera per quelli che “verranno”; mentre dal verso 24 a quello 26 vi troviamo una sintesi di quello che ha appena detto. Da questo possiamo comprendere, come la preghiera dovrebbe essere letta e interpretata e condivisa in ogni sua parte, verso per verso, in quanto ogni sua parte e in ogni suo verso, ci possiamo leggere una realtà, un “sentimento” e una richiesta, che ci rivela parte del “cuore” e delle attese del “Signore”.  Per la nostra meditazione, concentreremo la nostra attenzione sul verso 17 e cercheremo di allargare questo verso, soprattutto per cercare di comprendere, quello che Gesù realmente “intende” e perché no, sottintende con una tale richiesta al Padre. Infatti, questo ci introduce in un altro campo, quello della comprensione, la quale è necessaria per comprendere la Parola che a noi si rivolge, ma soprattutto per comprendere noi stessi; infatti, se comprendiamo la Bibbia, certamente, capiremo meglio noi stessi. Spesso noi attribuiamo alle Scritture, l’autorità di fare da spartiacque per le nostre scelte e traiamo dai suoi testi il giusto modo di comportarci e le nostre prospettive di vita, oltre che la “fede”. Il problema è però come leggiamo la Bibbia? Comprendiamo proprio bene quello che essa vuole dirci? Infatti, molte volte, senza nemmeno renderci conto, noi ci approcciamo a essa, con dei pensieri e dei preconcetti, in parole povere, con una “nostra teologia”, interpretando così il testo, alla luce di quello che già abbiamo compreso da noi, cercando nel testo solo un pretesto, che in qualche modo possa avvalorare e compiacere quello che era prestabilito nella nostra mente. Sicuramente, rimanere completamente “asettici” davanti a un testo, soprattutto quello biblico, cioè completamente “nudi” e “vuoti”, credo che sia molto difficile, per non dire impossibile, ma un metro di discernimento, per discernere quello che realmente ci arriva da un testo biblico da quello che possiamo comprendere attraverso altro, è di chiederci o verificare la nostra “comprensione del testo” su noi stessi. Il discernimento che si propone è quello di provare le nostre certezze e convinzioni, quelle stesse che a volte non hanno origine neanche da noi, ma a volte fanno parte di quello che ci hanno detto gli altri. Credo personalmente che quello che venga dallo Spirito, provoca sempre una rivoluzione, anche una crisi, nella nostra vita. Lo Spirito ci dice sempre qualcosa di nuovo, quello che non sapevamo e nemmeno potevamo “pensare o immaginare”, più che invece di assecondare le nostre certezze per un autocompiacimento.
Questo preambolo, anche se un po’ digressivo, è stato necessario, perché proprio il verso che ci troviamo a esaminare, molte volte trova fraintendimenti, non tanto nell’interpretazione, ma nella percezione e nella comprensione di quello che comprendiamo e poi cerchiamo i trasmettere agli altri. Molte volte, per alcuni responsabili di chiese o di gruppi, magari anche per chi sente il peso di qualche responsabilità, verso le persone che si ama e che gli sono vicine, non solo hanno una cattiva comprensione del “senso”, ma addirittura, nella loro “ortoprassi”, il senso è addirittura capovolto e quindi completamente in contraddizione con il pensiero e diremo con la preghiera di Gesù. Forse schiacciati da quella responsabilità, che sentono tutta loro, da non condividere con nessuno, magari nemmeno con Dio, interpretano il verso, in questo modo: toglili dal mondo, non importa se non li preservi dal maligno. Per amor del vero, bisogna dire che i problemi d’interpretazioni, nascono anche per il fatto che stiamo provando a riflettere sulle parole dette in preghiera, quindi richieste, che sono dirette al Padre, che in realtà nascondono sempre qualcosa di diverso, più profondo, quindi bisogna entrare nelle pieghe del testo e interpretare il “sentimento” l’esigenza che esse esprimono.
Prima di continuare, voglio chiarire che la mia riflessione, non è solo rivolta ai leader, ma a chiunque, perché tutti abbiamo qualcuno da cui ne sentiamo la responsabilità, e se no, noi cerchiamo “protezione” o meglio desideriamo che chi sia chiamato a responsabilità verso le nostre vite, si comporti secondo quello che comprendiamo, quindi in sostanza, secondo quello che noi riusciamo a percepire dalla nostra comprensione del testo.
Il primo insegnamento che noi possiamo apprendere, è che Gesù prega, soprattutto in un momento così delicato. Infatti, presto dovrà abbandonare i discepoli, perché morire sulla croce. Sente ancora più forte la responsabilità, quella di sapere che la sua piccola comunità, presto rimarrà sola, allora, prega il Padre, al quale delega la propria responsabilità, affinché occupi il suo posto e si prenda cura dei suoi discepoli. Impariamo a condividere il peso delle nostre responsabilità con Dio, il quale non si sottrae, ma volentieri è disposto ad alleggerire le nostre spalle, che sempre più spesso crollano sotto i pesi, i quali il Signore è disposto a portarli con noi e per noi.
La richiesta di Gesù nel verso in esame, si divide in due parti sostanziali: la prima parte dice : “Padre non toglierli dal mondo”. In realtà il verbo greco airō, possiamo tradurlo con “ che tu li levi in alto”.  Si comprende come, in un primo momento, un buon esegeta, riconosce l’intenzione dell’autore, quella di voler rilevare che, Gesù consapevole del fatto di dover allontanarsi dal mondo, perché, doveva morire e poi raggiungere il cielo, esprime il desiderio di volere che, i discepoli restassero nel mondo in attesa del suo ritorno, cioè: che non siano elevati in alto insieme con lui, ma la cosa deve avvenire in momenti e tempi completamenti diversi e con modalità completamente diverse.
Questa prima analisi del testo, senza dubbio, ci fornisce le co-ordinate, per approfondire un discorso, che si cali nella nostra generazione e nello stesso tempo ci rivela il desiderio di Gesù, in vista di quello che poi sarà, cioè il Risorto. La richiesta di Gesù ci trasmette delle co-ordinate, non solo per i discepoli ma soprattutto per quello che i discepoli costituiranno e cioè: la Chiesa del Signore. In realtà, la richiesta di Gesù, alla luce della Gloria di Cristo, per la sua comunità di credenti, diventa una modalità di come essere e di cosa fare nel proprio tempo. Infatti, le sue parole ci parlano solo di una richiesta verso il Padre, sicuramente ascoltata ed esaudita, ma anche di un desiderio, una volontà del Cristo che deve trovare adempimento in chi crede in Lui. Allora, la sua volontà non è quella di isolarci dal mondo, ma è esattamente l’opposto e cioè, desidera che noi siamo, viviamo, ci troviamo nel mondo. Personalmente credo che su questo punto, le chiese devono ancora comprendere realmente cosa il nostro Signore ci chiede, che “non li togli dal mondo”, in altre parole: “Che stiano nel mondo”, vuole, chiede, prega, desidera che la sua Chiesa vivi e faccia parte del mondo.
Il problema che dobbiamo porci come credenti, non è se stare o no nel mondo, se dobbiamo in qualche modo “allontanarci o isolarci dal mondo”, ma la vera sfida, alternativa è il “come viviamo in questo mondo, al quale apparteniamo perché, parte dell’umanità, la quale vive in esso". “Vivere nel mondo, essendo parte di esso, ma vivere come : pellegrini e ospiti”.
Il mondo è per i cristiani il luogo delle cose possibili, tanto che quello che facciamo o non facciamo in esso e per esso, un giorno ne daremo conto a Dio, nell’eternità promessa. Infatti, daremo conto un “giorno” di quelle cose che sono per i credenti delle occasioni e opportunità per vivere nella grazia; per trasmettere e soprattutto dimostrare la stessa salvezza che abbiamo ricevuto. Chi crede, non vive il suo rapporto con il mondo, come una dicotomia tra la propria fede e il mondo stesso, ma come chi appartiene a Cristo, ma anche come chi vive nel mondo, attraverso una vita “mondana”, che però manifesta una tale appartenenza. Noi siamo nel mondo perché parte di esso, posti in essere in esso, perché un cristiano è tale solo se vive in questo mondo, altrimenti il suo “essere in Cristo” diventa solo un modo per evadere, dal proprio mondo e quindi dal tempo in cui vive. Chi s’isola dal mondo, in realtà fugge dal proprio presente, che trova avverso, ma è incapace di cambiarlo e trasformarlo.
Abbiamo detto che il modo di vivere nel nostro mondo è come se fossimo dei “pellegrini”, ma “pellegrini speciali”, diversi di come possono essere coloro che sono chiamati a vivere solo per un tempo in un posto. Pellegrini che amano il luogo del proprio passaggio, tanto da essere capaci di migliorarlo, lasciando un “segno” o meglio una “testimonianza” del loro passaggio. Ancora, come ospiti, i quali ringraziano il “Padron di casa”, per l’ospitalità ricevuta, avendo cura e dedizione per non rovinare il posto che li ha ospitati. La sua Chiesa è fatta di pellegrini che amano la terra che li porta, soprattutto perché li porta incontro a quel paese straniero che amano più di ogni altra cosa, altrimenti non sarebbero in cammino. Certamente, i credenti non vogliono e sono consapevoli del fatto che non ci si può portare il regno di Dio sulla terra, altrimenti non avrebbe senso la speranza cristiana radicata sulle promesse del Risorto, ma certamente, non dimenticano il loro impegno, la loro responsabilità verso il mondo, cioè quella di cercare quanto più possibile, portare il “mondo” nel cielo. Questa è la missione che da essa la vera Chiesa di Cristo non se ne può sottrarre, altrimenti non avrebbe alcun senso essere dei cristiani. Se non si riesce a comprendere questo, allora anche i credenti, non riusciranno mai a realizzare appieno l’incarnazione di Cristo, che è venuto nel mondo, facendone parte, assumendo ogni aspetto di questa vita, calandosi nel suo presente, parlando e offrendosi al suo mondo, affinché chi creda in lui riceva vita eterna.
La tendenza per alcuni, anche credenti, di volersi “isolare” dal mondo, quindi scegliendo di vivere sotto un’idea “settaria”, trasforma loro in dei cristiani “innaturali”, scegliendo di vivere nella presunzione e nell’arbitrio. Una spiegazione a una tale pretesa, è quella di individuare il “mondo” con il “maligno”, lo stesso che il Maestro prega il Padre affinché preservi, quindi allontani da lui i suoi discepoli e di conseguenza la Chiesa che verrà. Questa posizione, comunque al di là dell’enorme fraintendimento che si è creato, anche del testo stesso, ma crea una pia illusione, tragicomica, perché, chi crede di poter vivere al di fuori dal mondo e quindi, così facendo allontanarsi dal maligno, sarà presto preda di quel “mondo” che crede di essersi allontanato e inoltre, coloro che ha cercato di tenere lontano, riconosceranno in quella forma di religiosità, una forma di religione, quanto più vicina e simile alle forme associative ed escludentiste dello stesso mondo che ha cercato di allontanare. Questo fa in modo allora, che si riesce in qualche maniera ad allontanarsi dal mondo, ma non certamente dal maligno, anzi, vivendo fuori dal mondo, ci si vede e si riconosce il “male” dovunque, anche dove esso non vi è, quindi lo si tiene più vicino di altri.
Una chiesa che s’isola dal mondo, raccoglierà in se, dei credenti “particolari”, tutti coloro che con il mondo hanno dei “conti in sospesi”, tutti coloro che nel mondo hanno ricevuto delle delusioni personali, magari non sono riusciti nei loro propositi e progetti. Quelli che nel mondo certamente non hanno lasciati dei segni positivi, quelli che cercano una fuga dal “mondo”, nascondendosi in una chiesa, o in una forma di religiosità. In un certo senso, questo fatto è anche giusto, anche perché la Chiesa di Dio è chiamata ad accogliere come una madre, tutte le categorie di persone, soprattutto quelle in maggiore difficoltà, ma l’accoglienza deve essere seguita dalla “conversione”, la quale fa in modo che i credenti si relazionano al mondo attraverso una vita “cambiata” e attraverso la redenzione ricevuta, che mira a recuperare e a ristabilire tutto quello che prima era distrutto e perso nel mondo, e recuperare ogni rapporto e relazione distrutta o abbandonata con esso.
A questo punto credo che bisogni ripensare e chiarire, quello che noi intendiamo e comprendiamo con il termine: “Mondo”, il quale in greco, nel nostro testo è kosmos . Forse in un certo senso, il termine greco è più vicino che mai a quello che noi intendiamo e diciamo con la nostra parola: cosmo. Infatti, come per il nostro termine, cosmo, nella lingua greca, esso non ha un valore né negativo e nemmeno positivo, ricordiamo il suo uso in Giov. 3:16. Esso sta a indicare in realtà: “ un sistema di cose”, un ordinamento, una parte dell’universo, delle categorie di uomini o di cose, un determinato tempo storico e quindi una generazione, il presente in cui si vive e la stessa umanità e la generazione in cui essa è posta. Allora vivere nel mondo, è vivere nel nostro presente, nel nostro tempo, senza perdere il contatto con la realtà, vivere nella generazione in cui siamo nati e nella parte di terra in cui siamo posti e nell’ambiente che condividiamo quotidianamente con altri, che come noi, credenti e non, vivono e condividono lo stesso “spazio”. Non dobbiamo mai escludere dal nostro raggio di azione e dalla nostra prospettiva di fede il mondo, perché dobbiamo essere consapevoli che anche noi, ne facciamo parte, anche se non siamo più alle sue dipendenze. Noi dobbiamo comprendere che vivendo nel mondo, siamo coinvolti nelle “cose” e nei “fatti” del mondo di oggi nel quale viviamo. Esso è anche il nostro mondo, che come cristiani siamo chiamati a contribuire al suo miglioramento. Chi crede di vivere fuori dal mondo, pensa di essere già approdato nel “cielo”. Questi dimentica che il regno di Dio si attende e che Gesù deve ancora ritornare. Allora, come colui che attende, deve vivere per preparare il mondo, affinché questo “accada”. La fede cristiana non ci chiama a vivere come in un sogno, come se avessimo già la testa tra le nuvole, ma essa ci dice, di: “ levare il capo, volgere lo sguardo al cielo, ma avendo i piedi ben piantati per terra.”
La seconda parte del verso, la seconda richiesta del Rabbi di Nazareth, e : “Che tu li preservi dal maligno”. Il termine greco che traduciamo maligno è: tōnēros,ē, on; esso è un aggettivo che nel nostro verso troviamo in genitivo: tōnērou, questo ci permette di tradurre quest’aggettivo in due modi: se lo consideriamo maschile, sostantivandolo, allora lo traduciamo con “maligno”, alimentando l’idea di un avversario, che di solito è individuato ed è chiamato “Satana”; interpretando le difficoltà che ci sono davanti come delle vere e proprie “battaglie spirituali”. Mentre se lo traduciamo con il neutro, come preferisco, dobbiamo tradurre con: cose malvagie, e quindi, la prospettiva si sposta da una visione dualistica della vita, condizionata da un’eterna lotta tra il bene e il male, a una visione della vita, come sintesi di esperienze, e il credente che vive nel mondo, fa e farà anche esperienza con “cose malvagie”; perché nel mondo, come ci sono le cose buone, soprattutto ci sono “cose malvagie”. Comunque, indipendentemente come scegliamo di tradurre il nostro termine, volendo vedere il “maligno” come un eroe mitico o semplicemente come esperienze e “possibilità”, che negative, questo ci porta a una preoccupazione, cioè quella di aver bisogno di “protezione”, come chiede Gesù al padre, di essere, tērēsēis: preservati, avvertiti o anche tenuti lontano o messi in guardia. Ancora una volta, possiamo cogliere in chi ha una qualche responsabilità, una certa tentazione, la quale vinti da una tale preoccupazione, si cerca, in qualche modo, di essere loro capaci, con le loro forze, a preservare quelli su cui sentono tale responsabilità. Come abbiamo già detto, anche il Maestro, attraverso la sua preghiera, rivela una certa preoccupazione, Lui più di noi è consapevole di tutti i pericoli che sono preparati per la sua Chiesa, ma come abbiamo detto, egli vuole nonostante i “pericoli” che loro rimangano e vivano nel mondo ma detto questo, li affida al Padre. Tutti debbono sapere che la sua Chiesa, Gesù non l’ha affidata a nessuna religione o denominazione, a nessuna organizzazione e potere, soprattutto a nessun uomo e a nessun ministro o pastore, Lui ha affidato la sua Chiesa nelle braccia del Padre, consapevole che solo in Dio, i suoi discepoli trovano forza e riparo, che solo in Lui, ci può essere protezione e sostegno.
Certamente come i discepoli anche noi, parte della sua Chiesa, prima o poi, vivendo nel mondo, dobbiamo aver a che fare con “cose malvagie”, molte volte e tante cose, possono spaventarci e anche farci tremare, ma la nostra fede o con- fidanza è sapere che Gesù, il nostro Maestro e Signore, non ci ha abbandonati, non si è scaricato di noi, anzi, continua a intercedere per noi, affidandoci nelle braccia del Padre, il quale tutto può e tutto fa, preservandoci e guidandoci nelle vie di questo mondo, nel quale viviamo e ancora, anche se per breve tempo, ne siamo parte.