24 marzo 2012

LA SUOCERA DI PIETRO


MATTEO 8: 14 E 15.
POI GESÚ ENTRATO NELLA CASA DÌ PIETRO, VIDE CHE LA SUOCERA DÌ LUI, ERA A LETTO CON LA FEBBRE; ED EGLI LE TOCCÒ LA MANO E LA FEBBRE LA LASCIÒ. ELLA SI ALZÒ E SI MISE A SERVIRLO.

DÌ: NICOLA PALMIERI
SCHEMA E CORPO DEL TESTO

I versi che ci troviamo davanti, sono la narrazione di una guarigione, certamente una delle tante, che Gesù di Nazareth ha concesso durante il suo ministero terreno. Una guarigione che però, nel racconto biblico assume una veste, non solo narrativa, ma possiamo dire, anche argomentativa. Essa lascia lo spazio, attraverso le parole usate e gli avvenimenti narrati, di trarre delle riflessioni; che possono in modo comune, parlare alle vite degli uomini. Un messaggio che non conosce usura, perché si cala e prende forma in ogni tempo e in ogni epoca.
La narrazione di questo miracolo è molto breve, ma apre l’orizzonte a una dimensione e a una riflessione accentrata sulla guarigione e quindi sulla malattia e il dolore, che ci permette di ragionare, tirando fuori delle verità, che sicuramente toccano a ognuno di noi e che non possono lasciarci indifferenti.
La suocera di Pietro era malata, costretta a letto dalla febbre; Gesù la trova nel suo letto, la tocca la mano e la guarisce. Essa liberata dalla febbre, subito inizia a servirlo. Ci troviamo davanti ad una malattia, uno stato d’infermità, piccola o grande che sia, ma che costringe l’infermo/a, ad allontanarsi, isolarsi dal proprio “mondo”. La suocera di Pietro era impedita, non poteva “servire” e “fare” nel mondo, nel quale, fino a prima della malattia, se ne sentiva parte. La malattia la costringe a letto, a stare fuori dal “contesto” e quindi perdendo il senso vero della propria vita. L’infermità la introduce in un altro mondo, quello del “non fare” del “riposo”, perché impossibilitata dalla stessa malattia. Un modo che è circoscritto dai confini del proprio letto, un mondo che può solo accogliere chi ci viene a far visita, ma non rende parte di esso, se non coloro che “per forza” ne divengono parte attraverso la malattia. Un “mondo” che ci si entra a volte solo per brevi periodi o in alcuni casi, ci si diventa parte fino alla fine. Un “pianeta” che rimane completamente sconosciuto, anche se quotidianamente ci confrontiamo con esso, fino a quando non ve ne facciamo parte. Infatti, l’esperienza della malattia e quindi del dolore, più di ogni altro tipo di esperienza, accomuna l’intera umanità, nessun uomo o donna ne può essere immune e mai vivere, anche se in vari modi e a diversi livelli, senza mai esperimentarla sulla propria pelle.
Prima di continuare a tale riguardo, dobbiamo soffermarci su un punto sostanziale, per continuare il nostro discorso e capire fino in fondo il problema della malattia e il contributo, oserei dire, decisivo di Gesù a riguardo; perché in questo racconto, la suocera di Pietro, è paradigma di tutti quelli che si trovano a vivere l’esperienza della malattia. “Noi siamo conosciuti dal mondo, attraverso quello che facciamo”. L’ambiente intorno a noi si rende conto di “noi”, solo ed esclusivamente attraverso le nostre “azioni”. In base ad un determinato agire, ha di noi una percezione particolare. “Noi”, per chi ci “conosce”, siamo quello che riusciamo a fare o a contribuire con il “lavoro” della nostra persona. Il nostro contributo all’ambiente e al contesto in cui viviamo, ci rende, per gli altri, parte dello stesso mondo e del tempo in cui si vive; altrimenti saremo altro. Troviamo il nostro posto nel “mondo” non tanto per quello che “siamo” o diciamo di essere, ma solo attraverso quello che facciamo o per quello che ci diamo da fare. La nostra attività, non ci qualifica “ontologicamente” parlando, ma certamente ci rende partecipi del mondo e solo attraverso una “partecipazione attiva” a esso, noi possiamo essere considerati da chi forma il “mondo”, cioè la generazione che lo vive e in particolare, quella che è la “nostra”, intorno a noi.
Il preambolo che abbiamo fatto, è necessario per comprendere il miracolo, non solo come evento “soprannaturale”, il quale è, ma anche come strumento per ridare al malato il giusto posto nel proprio mondo, quel posto che per cause avverse ha dovuto abbandonare. La guarigione fa in modo che il guarito non recuperi solo la salute biologica, ma ridà al malato, quella vita che per un “tempo” ha dovuto abbandonare. Quindi la malattia/dolore in questo contesto, diventa sinonimo d’isolamento, fuori dal mondo, perché impossibilitato a “fare”. La malattia ci impedisce di fare determinati movimenti e azioni, questo ci dà una percezione del mondo “peculiare”, “viziata” dal dolore stesso, che la malattia ci procura. Essa “ci” adatta a una nuova condizione di vita, determinata da una mobilità, non più legata al nostro corpo e alle sue possibilità, ma condizionata e vincolata alla malattia stessa. Nello stesso modo siamo riconosciuti dagli altri, attraverso il posto che noi occupiamo, cioè quel mondo limitato per la nostra diversità nell’essere abile.
Gesù restituisce la suocera al “mondo”, che la percepisce nuovamente come parte di esso. Lei ritrova il suo posto, “perché ritorna a servire”. Infatti, ai tempi neotestamentari, il senso della donna, come matrona di casa, era proprio quello di servire, e nel nostro caso, il suo “ruolo”, quello che la rendeva parte del suo mondo, era quello di servire l’ospite, che era Gesù. Nell’ospitalità offerta, la donna trovava la sua posizione in quel “momento” e tale era percepita e considerata dall’ospite. La malattia, catturandola in un letto, impediva che essa potesse fare tutto ciò, sentendosi fuori dal mondo e la percezione di chi lo incontrava è quella di colei che non poteva essere quello che doveva, ma di colei che aveva “bisogno”, cioè non colei che ospita, ma di colei che deve essere accolta come una”persona malata”.  Lei non può fare, ma deve essere “aiutata”, in un certo senso, ci si perde il proprio posto nel mondo, perché da “soggetti”, a causa della malattia, diventiamo “oggetti” del “mondo”. Infatti, il senso della nostra persona e della nostra posizione nella vita, non va ricercato attraverso quello che crediamo di essere, oppure legando “la ragione della vita” a qualche progetto futuro o desiderio che attendiamo. Aspettando chissà quali avvenimenti o tempi cercano di dare il “senso” alla nostra vita, a volte con degli “ideali”, che il più delle volte non trovano riscontro con la “nostra” realtà. Il “senso” della vita e quindi del nostro posto nel mondo, è da cercare e da trovare attraverso quello che ”facciamo nel mondo”, va trovato nel nostro quotidiano, in un presente in cui noi ci diamo da fare, e non nell’attesa di un “futuro” che in realtà è sogno e utopia. Il senso della nostra vita è “nelle braccia che si muovono e nelle gambe che camminano”. La malattia in questo, diventa la perdita e la cessazione di questo “senso”, il più sublime, ma diviene preparatoria o attesa per un tale avvenimento. Il dolore, ci fa scoprire l’importanza e ci dà la consapevolezza di quella “ragione o motivo” della vita che abbiamo dovuto abbandonare e ci fa scoprirne una nuova “ragione”, quella di attendere o di alimentare con il nostro desiderio e compartecipazione, quel “senso” che in realtà abbiamo sospeso. La malattia può essere un tempo di valorizzazione di quella vita, cha siamo costretti ad abbandonare e soprattutto di progettazione, per riprendere il vero motivo e il proprio posto nel mondo.
Nell’ambito del cristianesimo: a) per il credente il dolore e la stessa malattia è vista come un momento di “prova”, mentre b) per il non-credente una conseguenza del peccato “originale”. Il problema è capire in realtà cosa intendiamo con queste espressioni, perché dal valore che noi gli diamo, possiamo condizionare il nostro “rapportarci” con l’esperienza del dolore e della malattia. Personalmente credo che quello che diciamo con la “prova” o l’incorrere in un “problema non voluto da Dio, ma certamente da Lui conosciuto”, in fin de conti, parliamo della stessa cosa. La malattia come il dolore non è accettata né voluta da nessun uomo o donna, che sia credente e non, e credo che sia giusto così. In realtà, da un esame dei testi biblici, calandoli nel loro contesto, ci accorgeremo che la “prova” come la “malattia”, sempre porta la persona in un “mondo del tutto sconosciuto”, in un deserto, dove il credente non può che trovare Dio e la comunione con il Crocifisso, mentre il non credente, non ritrovando la ragione di una o della fede, rimane sempre più in balia di se stesso. Un tempo di prova è un tempo di attesa, di preparazione e di consapevolezza, per essere consapevoli di cosa si “è”, ma soprattutto per prepararsi a uscirne più “determinati” per quello che poi si dovrà fare. Essa ci permette di vedere finalmente in tutta la sua grandezza e bellezza il nostro posto nel mondo, per poi riappropriarcene con maggiore convinzione.
La guarigione divina, si muove in tale senso, non si limita solo al fatto “fantastico”, ma ha lo scopo principale di ridare al malato il suo “posto” nel mondo, cioè, che il guarito si riappropri della vita e del mondo che per un momento aveva dovuto abbandonare. La suocera di Pietro, immediatamente si riprende la vita che aveva per un momento abbandonato, perché lei può nuovamente “servire” e quindi attraverso il “servizio” si rimpossessa del proprio mondo.  Gesù è chi guarisce la nostra vita, affinché essa possa essere una vita vera, abbondante, Egli ci rimette nel posto che ci compete nel mondo, dandoci la possibilità di essere presenti nel nostro tempo come nella nostra società, come per coloro che ci circondano, come membri attivi è abili per poter apportare a tutti i livelli il nostro contributo.
Bisogna però precisare che l’accento sull’immobilità e la passività del corpo che non è atto a “fare”, quindi la malattia come abbandono del proprio “ruolo” nel mondo, non sono solo riferiti alle malattie di natura somatica e fisica, come poteva essere per la nostra “suocera” la febbre, ma il nostro orizzonte, mai come nei nostri tempi, deve allargarsi e considerare alla pari di queste, se non ancora più gravi, i problemi di natura psichica e psicosomatica. Psicosomatico è un aggettivo maschile il cui significato è la manifestazione fisica di un disagio psicologico, un esempio tipico può essere lostress”. L’etimologia di psicosomatica deriva dal greco psiche “anima” e soma “corpo”. I disturbi psicosomatici sono quindi dei malesseri della psiche che si riflettono sul “soma”, in altre parole sul corpo. Questi ultimi, hanno sulla persona gli stessi “effetti” di una malattia organica, quindi ci rendono malati e parte di quel mondo d’isolamento che già abbondantemente abbiamo illustrato. La guarigione di Gesù, interesse anche questo tipo di problemi e difficoltà, agendo in modo soprannaturale, ma sempre con lo stesso fine: il recupero totale dell’individuo come persona, per ridarlo a quella vita che per un motivo o per un altro aveva abbandonato.
La guarigione divina, tocca anche i cuori e le menti dei deboli, quelli che per disturbi della persona, come ansie, paure e depressioni, non riescono a pieno, eseguire il loro servizio e quindi a occupare in modo costante il “loro posto nel mondo”, perché per tali disturbi, tendono, anche se per brevi periodi, ad abbandonarlo o a “affidarlo ad altri”.
Questi concetti, anche se abbiamo parlato di “abilità” e in un certo senso di “mobilità”, in realtà ci introducono in un nuovo concetto di salute e quindi di guarigione. Non si scinde dal fatto oggettivo che la salute è lo “star bene”, in modo completo (mente e corpo) e quindi la guarigione, nella mentalità comune è il riportare la persona nella condizione sopra citata, che la “malattia” ha trasformato, facendo passare il “singolo” da “corpo sano” in “corpo malato”. In realtà il nostro ragionamento tende a cambiare un po’ queste regole pre-scritte, cerca di riflettere non solo sul concetto di malattia, ma soprattutto tende a dare una nuova prospettiva per il concetto di salute e anche di guarigione. Se la guarigione ha come fine di rendere l’uomo “abile” affinché riprenda il proprio posto nella società e nel mondo, lo stare in salute è legato a quest’ultimo fatto; allora, l’azione divina, nella nostra vita è tale da renderci protagonisti del nostro tempo, questa è la guarigione che abbiamo bisogno, una guarigione vera e reale, che a volte può anche prescindere dallo stare in “salute” come “corpo sano”, ma l’opera dello Spirito di Dio, ci rende dei “graziati”, perché ci permette a contribuire per quello che ci ha chiamato a fare per la sua volontà e a occupare il posto che Lui, ha scelto per noi. In questo senso, credo che debba essere letta, la risposta che il Risorto diede a Paolo, proprio quando si trovava in uno stato d’infermità e quindi richiese una guarigione fisica: “ La mia grazia ti basta, perché la mia potenza si dimostra perfetta nella debolezza” . (2 Corz 12:9). L’apostolo era stato già guarito dalla grazia di Cristo, perché faceva e occupava il posto che il Signore, prima della fondazione dei tempi, aveva preparato per lui. Infatti, possiamo renderci conto che, in tale senso, la guarigione è per Gesù sinonimo di salvezza, come, pure la salute è legata al salvare. Questo è facilmente dimostrabile anche dal racconto dei vangeli, il salvato è il guarito e viceversa; perché nella prospettiva del Cristo, non vi è salvezza se non vi è guarigione, ma solo perché la guarigione è ridare, all’umanità malata, perché lontana da Dio, quella salute che li riporti al vero star bene e cioè: allo stare nuovamente in comunione con Dio.
Concludendo, allora credo, che un po’ tutti “sani e non”, abbiamo bisogno che “ il Signore ci guarisca”, che il suo Spirito, il donatore della vita, possa intervenire nella nostra persona e ristabilire la vera vita, quella promessa da Gesù, una “Vita abbondante”, una vita in “salute”, una vita spesa per “servire” il nostro Signore, Salvatore e Guaritore, Cristo Gesù.






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