22 gennaio 2012

FEDELTA AL MONDO




GIOVANNI 17:15:
“Non  chiedo pregando che li levi dal mondo, ma che li preservi dalle cose malvagie.”
(traduzione dell’autore )


DÌ:   NICOLA  PALMIERI

SCHEMA E CORPO DEL TESTO

Prima di addentrarci nella riflessione intorno al verso in oggetto, è necessario spendere alcune parole sul titolo dell’articolo e del perché, si è scelto questo. Il titolo scelto, in realtà, non è altro che l’intestazione di una raccolta di meditazione, da parte della casa editrice Queriniana, del teologo e pastore riformato, Dietrich Bonhoeffer, intorno all’argomento. La scelta è voluta, soprattutto perché, l’ispirazione e molti concetti che mi appresto a scrivere, sono stati tratti da una doppia lettura di questo testo e anche perché, mi è sembrato il più adatto per la mia riflessione. Detto questo, addentriamoci nella nostra riflessione. 
Il verso cui facciamo capo, è estrapolato dalla “preghiera sacerdotale”, quella che Gesù fece dopo la santa Cena e i suoi discorsi di addio. L’evangelista la pone alla fine di “tutto”, infatti, subito dopo, il Maestro è catturato e da quel momento in poi, i discepoli non saranno più con Lui, se non dopo, quando lo ritroveranno come il Risorto. L’aggettivazione a questa preghiera, è arrivata da parte di un luterano, in vista dell’imminente sacrificio sulla croce, rileva, attraverso questa preghiera che Gesù si presenta, come sacerdote del suo stesso sacrificio, per il quale diventa intercessore presso il Padre. Alcuni esegeti hanno insistito, sul fatto, che la preghiera sacerdotale è una specie di testamento spirituale del Maestro. Credo personalmente che questa posizione sia giusta in parte, perché la vera sostanza di essa è proprio il fatto che sia una preghiera, quindi con tutte le difficoltà e lo stile che ritroviamo nelle preghiere della Bibbia (tipo i Salmi), con lo scopo principale di trasmetterci quello e come Gesù pregò per i suoi discepoli.
Essa può essere suddivisa in tre parti, la prima dal verso 1 al verso 8, Gesù prega il Padre per la propria glorificazione, la seconda parte dal verso 9 a quello 19, Il Maestro prega per i suoi discepoli e per la sua Chiesa, infine la terza, cioè quella dal verso 20 a 23, è una preghiera per quelli che “verranno”; mentre dal verso 24 a quello 26 vi troviamo una sintesi di quello che ha appena detto. Da questo possiamo comprendere, come la preghiera dovrebbe essere letta e interpretata e condivisa in ogni sua parte, verso per verso, in quanto ogni sua parte e in ogni suo verso, ci possiamo leggere una realtà, un “sentimento” e una richiesta, che ci rivela parte del “cuore” e delle attese del “Signore”.  Per la nostra meditazione, concentreremo la nostra attenzione sul verso 17 e cercheremo di allargare questo verso, soprattutto per cercare di comprendere, quello che Gesù realmente “intende” e perché no, sottintende con una tale richiesta al Padre. Infatti, questo ci introduce in un altro campo, quello della comprensione, la quale è necessaria per comprendere la Parola che a noi si rivolge, ma soprattutto per comprendere noi stessi; infatti, se comprendiamo la Bibbia, certamente, capiremo meglio noi stessi. Spesso noi attribuiamo alle Scritture, l’autorità di fare da spartiacque per le nostre scelte e traiamo dai suoi testi il giusto modo di comportarci e le nostre prospettive di vita, oltre che la “fede”. Il problema è però come leggiamo la Bibbia? Comprendiamo proprio bene quello che essa vuole dirci? Infatti, molte volte, senza nemmeno renderci conto, noi ci approcciamo a essa, con dei pensieri e dei preconcetti, in parole povere, con una “nostra teologia”, interpretando così il testo, alla luce di quello che già abbiamo compreso da noi, cercando nel testo solo un pretesto, che in qualche modo possa avvalorare e compiacere quello che era prestabilito nella nostra mente. Sicuramente, rimanere completamente “asettici” davanti a un testo, soprattutto quello biblico, cioè completamente “nudi” e “vuoti”, credo che sia molto difficile, per non dire impossibile, ma un metro di discernimento, per discernere quello che realmente ci arriva da un testo biblico da quello che possiamo comprendere attraverso altro, è di chiederci o verificare la nostra “comprensione del testo” su noi stessi. Il discernimento che si propone è quello di provare le nostre certezze e convinzioni, quelle stesse che a volte non hanno origine neanche da noi, ma a volte fanno parte di quello che ci hanno detto gli altri. Credo personalmente che quello che venga dallo Spirito, provoca sempre una rivoluzione, anche una crisi, nella nostra vita. Lo Spirito ci dice sempre qualcosa di nuovo, quello che non sapevamo e nemmeno potevamo “pensare o immaginare”, più che invece di assecondare le nostre certezze per un autocompiacimento.
Questo preambolo, anche se un po’ digressivo, è stato necessario, perché proprio il verso che ci troviamo a esaminare, molte volte trova fraintendimenti, non tanto nell’interpretazione, ma nella percezione e nella comprensione di quello che comprendiamo e poi cerchiamo i trasmettere agli altri. Molte volte, per alcuni responsabili di chiese o di gruppi, magari anche per chi sente il peso di qualche responsabilità, verso le persone che si ama e che gli sono vicine, non solo hanno una cattiva comprensione del “senso”, ma addirittura, nella loro “ortoprassi”, il senso è addirittura capovolto e quindi completamente in contraddizione con il pensiero e diremo con la preghiera di Gesù. Forse schiacciati da quella responsabilità, che sentono tutta loro, da non condividere con nessuno, magari nemmeno con Dio, interpretano il verso, in questo modo: toglili dal mondo, non importa se non li preservi dal maligno. Per amor del vero, bisogna dire che i problemi d’interpretazioni, nascono anche per il fatto che stiamo provando a riflettere sulle parole dette in preghiera, quindi richieste, che sono dirette al Padre, che in realtà nascondono sempre qualcosa di diverso, più profondo, quindi bisogna entrare nelle pieghe del testo e interpretare il “sentimento” l’esigenza che esse esprimono.
Prima di continuare, voglio chiarire che la mia riflessione, non è solo rivolta ai leader, ma a chiunque, perché tutti abbiamo qualcuno da cui ne sentiamo la responsabilità, e se no, noi cerchiamo “protezione” o meglio desideriamo che chi sia chiamato a responsabilità verso le nostre vite, si comporti secondo quello che comprendiamo, quindi in sostanza, secondo quello che noi riusciamo a percepire dalla nostra comprensione del testo.
Il primo insegnamento che noi possiamo apprendere, è che Gesù prega, soprattutto in un momento così delicato. Infatti, presto dovrà abbandonare i discepoli, perché morire sulla croce. Sente ancora più forte la responsabilità, quella di sapere che la sua piccola comunità, presto rimarrà sola, allora, prega il Padre, al quale delega la propria responsabilità, affinché occupi il suo posto e si prenda cura dei suoi discepoli. Impariamo a condividere il peso delle nostre responsabilità con Dio, il quale non si sottrae, ma volentieri è disposto ad alleggerire le nostre spalle, che sempre più spesso crollano sotto i pesi, i quali il Signore è disposto a portarli con noi e per noi.
La richiesta di Gesù nel verso in esame, si divide in due parti sostanziali: la prima parte dice : “Padre non toglierli dal mondo”. In realtà il verbo greco airō, possiamo tradurlo con “ che tu li levi in alto”.  Si comprende come, in un primo momento, un buon esegeta, riconosce l’intenzione dell’autore, quella di voler rilevare che, Gesù consapevole del fatto di dover allontanarsi dal mondo, perché, doveva morire e poi raggiungere il cielo, esprime il desiderio di volere che, i discepoli restassero nel mondo in attesa del suo ritorno, cioè: che non siano elevati in alto insieme con lui, ma la cosa deve avvenire in momenti e tempi completamenti diversi e con modalità completamente diverse.
Questa prima analisi del testo, senza dubbio, ci fornisce le co-ordinate, per approfondire un discorso, che si cali nella nostra generazione e nello stesso tempo ci rivela il desiderio di Gesù, in vista di quello che poi sarà, cioè il Risorto. La richiesta di Gesù ci trasmette delle co-ordinate, non solo per i discepoli ma soprattutto per quello che i discepoli costituiranno e cioè: la Chiesa del Signore. In realtà, la richiesta di Gesù, alla luce della Gloria di Cristo, per la sua comunità di credenti, diventa una modalità di come essere e di cosa fare nel proprio tempo. Infatti, le sue parole ci parlano solo di una richiesta verso il Padre, sicuramente ascoltata ed esaudita, ma anche di un desiderio, una volontà del Cristo che deve trovare adempimento in chi crede in Lui. Allora, la sua volontà non è quella di isolarci dal mondo, ma è esattamente l’opposto e cioè, desidera che noi siamo, viviamo, ci troviamo nel mondo. Personalmente credo che su questo punto, le chiese devono ancora comprendere realmente cosa il nostro Signore ci chiede, che “non li togli dal mondo”, in altre parole: “Che stiano nel mondo”, vuole, chiede, prega, desidera che la sua Chiesa vivi e faccia parte del mondo.
Il problema che dobbiamo porci come credenti, non è se stare o no nel mondo, se dobbiamo in qualche modo “allontanarci o isolarci dal mondo”, ma la vera sfida, alternativa è il “come viviamo in questo mondo, al quale apparteniamo perché, parte dell’umanità, la quale vive in esso". “Vivere nel mondo, essendo parte di esso, ma vivere come : pellegrini e ospiti”.
Il mondo è per i cristiani il luogo delle cose possibili, tanto che quello che facciamo o non facciamo in esso e per esso, un giorno ne daremo conto a Dio, nell’eternità promessa. Infatti, daremo conto un “giorno” di quelle cose che sono per i credenti delle occasioni e opportunità per vivere nella grazia; per trasmettere e soprattutto dimostrare la stessa salvezza che abbiamo ricevuto. Chi crede, non vive il suo rapporto con il mondo, come una dicotomia tra la propria fede e il mondo stesso, ma come chi appartiene a Cristo, ma anche come chi vive nel mondo, attraverso una vita “mondana”, che però manifesta una tale appartenenza. Noi siamo nel mondo perché parte di esso, posti in essere in esso, perché un cristiano è tale solo se vive in questo mondo, altrimenti il suo “essere in Cristo” diventa solo un modo per evadere, dal proprio mondo e quindi dal tempo in cui vive. Chi s’isola dal mondo, in realtà fugge dal proprio presente, che trova avverso, ma è incapace di cambiarlo e trasformarlo.
Abbiamo detto che il modo di vivere nel nostro mondo è come se fossimo dei “pellegrini”, ma “pellegrini speciali”, diversi di come possono essere coloro che sono chiamati a vivere solo per un tempo in un posto. Pellegrini che amano il luogo del proprio passaggio, tanto da essere capaci di migliorarlo, lasciando un “segno” o meglio una “testimonianza” del loro passaggio. Ancora, come ospiti, i quali ringraziano il “Padron di casa”, per l’ospitalità ricevuta, avendo cura e dedizione per non rovinare il posto che li ha ospitati. La sua Chiesa è fatta di pellegrini che amano la terra che li porta, soprattutto perché li porta incontro a quel paese straniero che amano più di ogni altra cosa, altrimenti non sarebbero in cammino. Certamente, i credenti non vogliono e sono consapevoli del fatto che non ci si può portare il regno di Dio sulla terra, altrimenti non avrebbe senso la speranza cristiana radicata sulle promesse del Risorto, ma certamente, non dimenticano il loro impegno, la loro responsabilità verso il mondo, cioè quella di cercare quanto più possibile, portare il “mondo” nel cielo. Questa è la missione che da essa la vera Chiesa di Cristo non se ne può sottrarre, altrimenti non avrebbe alcun senso essere dei cristiani. Se non si riesce a comprendere questo, allora anche i credenti, non riusciranno mai a realizzare appieno l’incarnazione di Cristo, che è venuto nel mondo, facendone parte, assumendo ogni aspetto di questa vita, calandosi nel suo presente, parlando e offrendosi al suo mondo, affinché chi creda in lui riceva vita eterna.
La tendenza per alcuni, anche credenti, di volersi “isolare” dal mondo, quindi scegliendo di vivere sotto un’idea “settaria”, trasforma loro in dei cristiani “innaturali”, scegliendo di vivere nella presunzione e nell’arbitrio. Una spiegazione a una tale pretesa, è quella di individuare il “mondo” con il “maligno”, lo stesso che il Maestro prega il Padre affinché preservi, quindi allontani da lui i suoi discepoli e di conseguenza la Chiesa che verrà. Questa posizione, comunque al di là dell’enorme fraintendimento che si è creato, anche del testo stesso, ma crea una pia illusione, tragicomica, perché, chi crede di poter vivere al di fuori dal mondo e quindi, così facendo allontanarsi dal maligno, sarà presto preda di quel “mondo” che crede di essersi allontanato e inoltre, coloro che ha cercato di tenere lontano, riconosceranno in quella forma di religiosità, una forma di religione, quanto più vicina e simile alle forme associative ed escludentiste dello stesso mondo che ha cercato di allontanare. Questo fa in modo allora, che si riesce in qualche maniera ad allontanarsi dal mondo, ma non certamente dal maligno, anzi, vivendo fuori dal mondo, ci si vede e si riconosce il “male” dovunque, anche dove esso non vi è, quindi lo si tiene più vicino di altri.
Una chiesa che s’isola dal mondo, raccoglierà in se, dei credenti “particolari”, tutti coloro che con il mondo hanno dei “conti in sospesi”, tutti coloro che nel mondo hanno ricevuto delle delusioni personali, magari non sono riusciti nei loro propositi e progetti. Quelli che nel mondo certamente non hanno lasciati dei segni positivi, quelli che cercano una fuga dal “mondo”, nascondendosi in una chiesa, o in una forma di religiosità. In un certo senso, questo fatto è anche giusto, anche perché la Chiesa di Dio è chiamata ad accogliere come una madre, tutte le categorie di persone, soprattutto quelle in maggiore difficoltà, ma l’accoglienza deve essere seguita dalla “conversione”, la quale fa in modo che i credenti si relazionano al mondo attraverso una vita “cambiata” e attraverso la redenzione ricevuta, che mira a recuperare e a ristabilire tutto quello che prima era distrutto e perso nel mondo, e recuperare ogni rapporto e relazione distrutta o abbandonata con esso.
A questo punto credo che bisogni ripensare e chiarire, quello che noi intendiamo e comprendiamo con il termine: “Mondo”, il quale in greco, nel nostro testo è kosmos . Forse in un certo senso, il termine greco è più vicino che mai a quello che noi intendiamo e diciamo con la nostra parola: cosmo. Infatti, come per il nostro termine, cosmo, nella lingua greca, esso non ha un valore né negativo e nemmeno positivo, ricordiamo il suo uso in Giov. 3:16. Esso sta a indicare in realtà: “ un sistema di cose”, un ordinamento, una parte dell’universo, delle categorie di uomini o di cose, un determinato tempo storico e quindi una generazione, il presente in cui si vive e la stessa umanità e la generazione in cui essa è posta. Allora vivere nel mondo, è vivere nel nostro presente, nel nostro tempo, senza perdere il contatto con la realtà, vivere nella generazione in cui siamo nati e nella parte di terra in cui siamo posti e nell’ambiente che condividiamo quotidianamente con altri, che come noi, credenti e non, vivono e condividono lo stesso “spazio”. Non dobbiamo mai escludere dal nostro raggio di azione e dalla nostra prospettiva di fede il mondo, perché dobbiamo essere consapevoli che anche noi, ne facciamo parte, anche se non siamo più alle sue dipendenze. Noi dobbiamo comprendere che vivendo nel mondo, siamo coinvolti nelle “cose” e nei “fatti” del mondo di oggi nel quale viviamo. Esso è anche il nostro mondo, che come cristiani siamo chiamati a contribuire al suo miglioramento. Chi crede di vivere fuori dal mondo, pensa di essere già approdato nel “cielo”. Questi dimentica che il regno di Dio si attende e che Gesù deve ancora ritornare. Allora, come colui che attende, deve vivere per preparare il mondo, affinché questo “accada”. La fede cristiana non ci chiama a vivere come in un sogno, come se avessimo già la testa tra le nuvole, ma essa ci dice, di: “ levare il capo, volgere lo sguardo al cielo, ma avendo i piedi ben piantati per terra.”
La seconda parte del verso, la seconda richiesta del Rabbi di Nazareth, e : “Che tu li preservi dal maligno”. Il termine greco che traduciamo maligno è: tōnēros,ē, on; esso è un aggettivo che nel nostro verso troviamo in genitivo: tōnērou, questo ci permette di tradurre quest’aggettivo in due modi: se lo consideriamo maschile, sostantivandolo, allora lo traduciamo con “maligno”, alimentando l’idea di un avversario, che di solito è individuato ed è chiamato “Satana”; interpretando le difficoltà che ci sono davanti come delle vere e proprie “battaglie spirituali”. Mentre se lo traduciamo con il neutro, come preferisco, dobbiamo tradurre con: cose malvagie, e quindi, la prospettiva si sposta da una visione dualistica della vita, condizionata da un’eterna lotta tra il bene e il male, a una visione della vita, come sintesi di esperienze, e il credente che vive nel mondo, fa e farà anche esperienza con “cose malvagie”; perché nel mondo, come ci sono le cose buone, soprattutto ci sono “cose malvagie”. Comunque, indipendentemente come scegliamo di tradurre il nostro termine, volendo vedere il “maligno” come un eroe mitico o semplicemente come esperienze e “possibilità”, che negative, questo ci porta a una preoccupazione, cioè quella di aver bisogno di “protezione”, come chiede Gesù al padre, di essere, tērēsēis: preservati, avvertiti o anche tenuti lontano o messi in guardia. Ancora una volta, possiamo cogliere in chi ha una qualche responsabilità, una certa tentazione, la quale vinti da una tale preoccupazione, si cerca, in qualche modo, di essere loro capaci, con le loro forze, a preservare quelli su cui sentono tale responsabilità. Come abbiamo già detto, anche il Maestro, attraverso la sua preghiera, rivela una certa preoccupazione, Lui più di noi è consapevole di tutti i pericoli che sono preparati per la sua Chiesa, ma come abbiamo detto, egli vuole nonostante i “pericoli” che loro rimangano e vivano nel mondo ma detto questo, li affida al Padre. Tutti debbono sapere che la sua Chiesa, Gesù non l’ha affidata a nessuna religione o denominazione, a nessuna organizzazione e potere, soprattutto a nessun uomo e a nessun ministro o pastore, Lui ha affidato la sua Chiesa nelle braccia del Padre, consapevole che solo in Dio, i suoi discepoli trovano forza e riparo, che solo in Lui, ci può essere protezione e sostegno.
Certamente come i discepoli anche noi, parte della sua Chiesa, prima o poi, vivendo nel mondo, dobbiamo aver a che fare con “cose malvagie”, molte volte e tante cose, possono spaventarci e anche farci tremare, ma la nostra fede o con- fidanza è sapere che Gesù, il nostro Maestro e Signore, non ci ha abbandonati, non si è scaricato di noi, anzi, continua a intercedere per noi, affidandoci nelle braccia del Padre, il quale tutto può e tutto fa, preservandoci e guidandoci nelle vie di questo mondo, nel quale viviamo e ancora, anche se per breve tempo, ne siamo parte.