8 giugno 2012

L'OLTRE AMORE

Mt 10:37
Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; e chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me.



DI: NICOLA PALMIERI
SCHEMA E CORPO DEL TESTO

Il verso che ci troviamo davanti su cui riflettere, ha preso vita in un ambiente missionario, perché si rivolge a quel “gruppo” di credenti, che facendo parte delle prime forme di assemblee cristiane, hanno come obiettivo primario, il “mandato”, la missione, quella di: “Predicare l’evangelo a ogni creatura”. Una missione che richiedeva come presupposto, per diventarne parte, una scelta radicale e il verso in oggetto, ci evidenzia tutta la radicalità di questa scelta, quasi obbligata per essere parte di una tale ambizioso programma. Essa è trasmessa da Gesù agli apostoli e da quel momento in poi: a tutta la Chiesa. Una tale radicalità è anche figlia di un ambiente, in cui si sosteneva, in modo imminente, la venuta del Signore, quindi non c’era tempo per niente e per nessuno, se non quello di annunciare la “Buona Notizia” e la venuta del “Regno di Dio”.
Essa richiedeva, proprio per la sua radicalità, una “rinuncia” di se stessi e verso gli altri, perché esige tutto da noi. Il “tutto” riguardava la persona e l’intera vita, incluso ogni rapporto sociale e familiare che avevano costruito o che desideravano costruire. Una scelta tanto radicale che era vissuta dal “loro mondo”, non certo in modo pacifico, ma era per coloro che gli stavano vicino, incomprensibile. Anche perché, “questi cari” sono stati i primi a subire la drasticità di una tale decisione; i familiari e gli affetti più preziosi, divennero le vittime prime di una tale determinata fede. Una scelta tanto risolutiva che non ammetteva scuse e neanche tentennamenti. Le difficoltà non dovevano rallentare e nemmeno impedire il progresso della missione, ma venivano messe “dietro le spalle” e  si continuava a “seguire le direttive del Maestro”. Una radicalizzazione, che è riscontrabile, non solo tra uomini dei primi secoli, ma anche tra quelli che rispondono in modo “particolare” a una chiamata missionaria da parte di Dio, anche nella nostra generazione, che si recano o si dedicano a una missione, che gli riempie tutta la loro vita, senza avere più tempo per nient’altro. In breve, mi sto riferendo a quel “tipo” di cristiano, che ha risposto alla chiamata di Cristo, quella di andare per il “mondo” e predicare l’evangelo, ma non fermandosi al proprio di “mondo”, piuttosto preferendo al loro quotidiano, di andare oltre, fuori dal proprio contesto e ambiente, non accontentandosi di quello che avevano lì di fianco. A essi non  basta essere dei cristiani part-time, ma tutta la loro vita deve essere spesa per Cristo. Una parte della cristianità che non conosce la secolarizzazione, perché, nella loro vita non c’è mai stato la separazione tra sacro e profano, in quanto ogni dimensione di essa è spesa per l’evangelo, non c’è divaricazione del loro tempo, tra quello per me stesso e per l’opera, perché ogni minuto della loro esistenza è speso per la missione.
Noi davanti a tali credenti, che rispondono in questo modo alla chiamata dell’evangelo e vivono in questo la loro conversione, possiamo solo “guardarli da lontano”, perché certamente la nostra scelta, non ha la stessa determinazione, perché conosciamo bene la differenza tra “sacro e profano”. Una divaricazione che è marcata nella nostra vita, tanto da essere ormai immersi nella secolarizzazione; tanto è vero che per noi, il verso in oggetto, più che come dato di fatto, è recepito come una provocazione, la quale ci spinge, essenzialmente a riflettere sulle nostre priorità, applicando un principio fondamentale e cioè: “quello che amiamo, diventa la nostra vera priorità.” Infatti, la nostra scelta è vissuta nel nostro quotidiano, nel nostro ambiente secolare, come può essere: il lavoro e la nostra “casa”. Questo non ci penalizza certamente agli occhi di Dio, ma senz’altro, ci spinge, anche se nel nostro “mondo”, a mettere Dio, nelle nostre decisioni e scelte, forse come priorità, amandolo, anche se quest’amore, non può essere espresso in un modo tanto radicale quanto per quelli, il cui il verso è stato accolto in un modo tanto  “rivoluzionario”.
Quello che accomuna tutti quelli che hanno creduto, è la sostanza del verso, dove esso poggia e fa esplicito riferimento, il nocciolo che possiamo leggere tra le parole di Gesù, quello stesso che ha spinto i discepoli nella loro radicalità e nello stesso tempo ha convinto noi, nella nostra vita, di dedicare parte di essa all’evangelo e cioè: l’amore. In realtà le questioni che ci sono proposte dal testo sono due e sono entrambe correlate e cioè: “La priorità è determinata da chi si ama e chi si ama, diventa la priorità della nostra vita”. L’invito dell’evangelo in realtà è di amare il Cristo tanto da farlo essere la priorità della propria vita.
Prima di arrivare alle più ovvie e logiche conclusioni, che pur se semplici ma importanti, voglio fare un passo in dietro, cioè leggere il verso non più come un credente o un “religioso”, ma estrapolandolo dalla situazione biblica, voglio leggere la richiesta del Maestro, come se fosse stata fatta ad un uomo che vive nel nostro tempo, non curante della religione e tantomeno degli aspetti della fede. Uno qualunque, che vive la propria esperienza di vita nella sua normale umanità. Questo passaggio lo reputo necessario, perché solo in questo modo ci si riesce a rendersi conto della soprannaturalità del testo proposto e comprendere come la parola di Dio, ci pone davanti a delle realtà che per l’uomo naturale sono sempre una pazzia, ma poi attraverso la fede, queste realtà sono potenza di Dio; infatti, una tale richiesta per un uomo qualunque è impossibile quanto inaccettabile. Essa cozza contro tutti i principi e i parametri etici e morali su cui costruisce la propria esperienza di vita ogni individuo. Gesù, ancora una volta, ci pone davanti un grande paradosso: “ Perché dovrei amare Gesù più di mio padre e mia madre, figlio o figlia, parte della mia vita, con la quale sono legato da un amore “naturale” e indivisibile? Essi sono parte di me da quando “esisto” o “esistono”, con cui ho diviso il mio tempo, i miei giorni e i miei momenti più belli o più brutti? Perché, dovrei rinunciare a un tale amore, tanto grande che è essenza stessa della mia vita, un amore reale, concreto e vero, per un amore a chi e a che cosa? Per una religione, una chiesa o una missione? Per un Gesù che non ho mai visto e mai ho potuto realmente conoscere o sentire? Un Signore, che fino a propria contraria, “non vedo” e nemmeno posso in un certo senso, avere delle prove empiriche della sua reale presenza?”
La richiesta del Maestro, non solo si presenta come il più grande dei paradossi, ma anche inaccettabile da qualsiasi prospettiva, per l’uomo naturale. Infatti, dal punto di vista “etico”, un uomo non può e non deve amare più del proprio “sangue” qualcun altro o qualcosa d’altro. In parole povere, come sarebbe giudicato colui, che ami un Cristo invisibile, a discapito della madre e del padre, del figlio o della figlia? Il mondo come giudicherebbe un tale atteggiamento? Sicuramente non troverebbe plausi e tantomeno sarebbe condiviso da molti. Un uomo che ha un minimo di vita etica, compie prima il suo dovere verso i “suoi” e poi si dedica ad altro. “Abbandonare i propri affetti, per seguire un Messia, che poi è pure morto, non solo è da pazzi, ma anche da disamorati”.
Se invece vogliamo guardare la cosa, secondo una prospettiva “estetica” (come direbbe Kirkegaard), la cosa è ancora improponibile, anzi, essa trova ancora più contrasti. Infatti, l’eroe è chi rinuncia, anche la sua vita, per una scelta, che possa essere in qualche modo, ricordata nel tempo e in favore di chi lo succederà. Una decisione che è legata sempre a una “giusta causa”, appunto, a un fatto eroico, superbo, tanto che altri al posto dell’eroe, pur riconoscendo la grandiosità e la necessità del momento, non riuscirebbe a farlo. Egli è colui che in modo, fiero e audace, compie una tale scelta.  L’amore per un Dio morto in croce, per chi si è fatto uccidere senza batter ciglio, non è certo una giusta causa e tanto meno, incarna un eroe o richiama a un avvenimento che, in nessun  modo, possa sfiorare il “mito”. Questo dimostra che in realtà, ponendo la questione in questi termini, il paradosso esiste e rimane insoluto: Perché devo amare Gesù più di…”
Certamente non sono stato il primo e nemmeno sarò l’ultimo a porre la questione in questi termini, rivelando il paradosso fondamentale presentato da Gesù. Infatti, alcuni rendendosi conto di una tale difficoltà di messaggio, nel momento che si cerca di calarlo nella realtà umana, pensano di trovare una soluzione, cercando di evitare o di nascondere una tale “contrapposizione”. Essi non raccolgono la sfida del testo, ma offrono un’interpretazione, per alcuni letteralista, di quello che si legge; oppure, altri preferiscono ripetere quello che gli è stato detto, da coloro che come loro, hanno trasmesso un messaggio, che in qualche maniera, possa trovare l’approvazione di un’assemblea, che non è abituata a raccogliere tali sfide. Questa non vuole essere una polemica contro chi propone una lettura diversa del verso, da quella da me proposta, ma è un esame, oggettivo, che cerca di dimostrare che la Bibbia può essere letta a vari livelli e che, più si scende nelle sue profondità e più ci s’incontrano difficoltà e incomprensioni. La soluzione va ricercata non in una prospettiva puramente umana e metodologica, perché davanti alla “rivelazione divina”, i metodi umani devono riconoscere i propri limiti. Altrimenti si scade in condizionamenti e si finisce con il ripetere degli slogan, o usare frasi fatte, udite e imparate da qualcun altro. Questo offre a chi ascolta, un modo per parlare del testo, ma certamente, esso rimane lontano dalla nostra esperienza di vita e soprattutto da quella del predicatore. Non dobbiamo dimenticare che il testo per essere “vivo” deve interrogarci, metterci sempre in discussione, altrimenti rimane una lettera morta. Il più delle volte, si rischia di illustrare semplicemente un “ideale di amore”, che è decantato, ma non trova nessun contatto con la realtà del credente. Una bella frase, un bel discorso, ma poi è subito abbandonato, perché non “convince” i cuori, cioè non  rende consapevoli, tanto da “realizzare” quello che si ascolta. Il paradosso rimane, quell’impossibile realtà, che rende ogni discorso, impraticabile per le vite di chi ascolta e anche di chi ne parla.
Alcuni invece, pur essendo consapevoli di una tale problematicità, cercano di presentare un’interpretazione del testo in oggetto, non facendo emergere un tale paradosso, ma vincolano il messaggio radicale della richiesta di Gesù, al tempo in cui essa è stata proposta. Il loro punto di partenza, non è il testo, ma l’esperienza dell’uomo contemporaneo, rendendosi conto che una tale richiesta è inaccettabile per chi vive i nostri tempi. Essi riescono a dimostrare che, in un ambiente antico e lontano dal nostro, per fini diversi e scopi particolari, la richiesta del Maestro, trova la sua validità. Per questi ultimi, il testo è diretto a una categoria di persone e solo a quelle, i quali hanno risposto e quindi “compreso”, calandole nella loro esperienza di vita, le parole dell’uomo di Nazareth. In parole povere, questi attraverso l’esperienza storica del testo proposto, cercano di edulcorare il messaggio, proprio attraverso questo tipo di esperienza. Questi dimenticano che la Parola di Dio è adatta per tuti e per ogni tempo e non certo ha bisogno di essere “difesa”, perché essa non è mai colpevole, ma rimane sempre innocente, perché è tutta verità e salute per le nostre vite. Altri, invece, la rilegano esclusivamente per un ambiente particolare, cioè: per chi vive in un ambiente pagano, dove i familiari sono tali e, quindi, in un certo modo e senso, sono d’impedimento e ostacolo per chi è cristiano e per chi fa confessione di una tale fede. Questi ultimi, si trovano a essere scoraggiati “proprio da quelli di casa propria” e allora, senza troppi tentennamenti, devono proseguire il cammino, senza rallentare e tanto meno abbandonare il percorso di fede. Questo senz’altro ha un fondamento di verità, ed è anche l’esperienza che molti cristiani vivono, soprattutto in quei paesi, come fu nei primi secoli della cristianità, la religione cristiana è una minoranza. Questi discorsi hanno tutti, senz’altro, la loro validità, soprattutto dalla prospettiva degli storici e dei sociologi. Il problema è che la Parola è rivolta agli uomini, nella loro esperienza di “vita” e nel “mondo” in cui vivono e soprattutto essa è predicata da tali uomini che, come presupposto, hanno la “fede in Cristo” e fanno “esperienza di Dio”.
Il pensiero teologico, purtroppo, ha per molti anni  risentito e risente  di questi tipi di approcci al testo biblico, ma dimenticano che l’Evangelo, oltre a dirci, come e perché vivevano gli uomini nel tempo in cui è stato scritto o redatto il testo, ci dice qualcosa di Dio. Esso lo dice al lettore, che si trova davanti ad esso nel  momento in cui lo legge. Allora attraverso lo svelamento del testo, noi dobbiamo chiederci e riconoscere, non solo la nostra esperienza di vita attraverso la comprensione di quello che leggiamo, ma soprattutto, quello che Dio pensa della nostra “vita”, confrontata con il suo modo di vedere e come Egli considerare il nostro percorso nel mondo.
Dalla prospettiva di Dio, che possiamo intravedere solo giacché credendo, facciamo esperienza di Lui, ci renderemo conto che in tal senso, “le cose stanno e sono di tutt’altro genere”. Infatti, ci troviamo davanti a un “Signore che ci presenta una realtà che è sempre altro e di tutt’altro genere”. Egli ci spinge “oltre”, anche a noi stessi e alla nostra vita. La risposta è nel desiderio di ricercare un “nuovo tipo di amore”, quello che noi non possediamo e mai avremo e tanto meno troveremo, in noi e nel nostro mondo. Il testo greco, ci viene in soccorso su questo, perché quello che noi traduciamo ( anche in modo corretto) con “più”, è l’avverbio “ūper”, che possiamo anche tradurlo con “oltre”, quindi possiamo anche leggere: “se non amiamo oltre”. Se il nostro amore non è un amore che va oltre, alla sfera familiare e terrena, che non è oltre a quello che è normalmente umano e fa parte di ogni esperienza umana, se non è “più alto”, se non è “diverso” in natura e in sostanza.
Lo stesso concetto, che il testo cerca di esprimere con il verbo che in italiano traduciamo: “non essere degni”, in realtà deriva dal greco che sta ad indicare il: dare valore. Quindi, noi possiamo facilmente comprendere, come in realtà, il messaggio del verso in esame, non cerca di deprezzare le persone ma cerca di porre l’accento su un fatto, cioè che se il nostro amore non supera, non va oltre all’amore “phileō”(sappiamo che in greco, con questo termine si definiva, per l’appunto, l’amore familiare e quello delle proprie amicizie) il nostro servizio e il nostro stesso essere cristiani, come pure la nostra stessa fede, non ha nessun valore, o almeno non è preziosa tanto da essere gradita a Dio.
Allora in questo modo il paradosso è risolto, perché ci si scopre in realtà, che esso sussiste solo nella prospettiva umana; cioè: quando noi ragioniamo in termini umani e ci misuriamo con la nostra creaturalità. Infatti, scoperta una tale prospettiva, esso decade giacché, non siamo chiamati ad amare con e attraverso un amore come quelli “già conosciuti”, ma il Maestro ci spinge a scoprire un amore, il quale non è ancora conosciuto dalla nostra persona, un amore che ci spinge oltre e che supera, tutti gli altri, che prima di una tale “esperienza”, avevamo conosciuto e credevamo degni di tale nome. Allora per risolvere il paradosso, dobbiamo renderci conto di avere la necessità di ricevere e trovare nelle nostre vite, un amore che vada oltre, quello stesso che ci permette di amare il Signore, mettendolo al primo posto, facendolo priorità della nostra vita. Un amore tanto grande, una passione tanto coinvolgente, che ci fa amare Dio. Attraverso una tale passione, una tal esperienza, solo attraverso questo “amore oltre..” e per nient’altro che amiamo e possiamo amare il Signore.
La consapevolezza di questo, ci porta a non incorrere nell’errore di: credere di amare Dio, ma che, in realtà, stiamo solo riempendo un posto vacante di una parte della nostra vita, in cui forse è mancato un tipo di amore, che completiamo con la nostra idea di Dio. Per chiarirci, possiamo noi credere di amare Dio, ma in realtà Egli diventa per noi solo il “trasfer” di un amore, che abbiamo cercato in altri e che al momento vincoliamo a Dio. Esso può essere: la mancanza di un amore “paterno o comunque genitoriale, oppure il volere sostituire Dio all’amore “di” o “per” un figlio, per un coniuge perso ecc. Certamente noi possiamo testimoniare che l’amore “di” e “per” Dio, appunto, riempendo in modo totalizzante la nostra vita, copre gli spazi rimasti e completa le esperienze che sono rimaste in sospese, ma è l’amore di Dio che compie un tale miracolo e non sono le nostre attese a voler trasferire, di pari passo, su Dio, quello che ci è mancato prima che, in qualche modo, intraprendessimo un rapporto con Lui. Questo fraintendimento, emerge nel momento che pensiamo e pretendiamo che Dio si debba “comportare”, avendo traferito su lui la nostra idea di padre, marito, figlio ecc., proprio come il nostro “ideale” di padre, marito, moglie, ecc. Quando questo non corrisponde con la realtà, ci accorgiamo che le nostre attese verso di lui sono state deluse, allora con la nostra idea di dio, crolla anche quell’amore che credevamo di avere e che in realtà non è sostenuto, da una vera consapevolezza, quella di un amore “di” e “per” Dio, dal quale impariamo ad  amarlo come Lui è. La soluzione per non scivolare in queste “paludi” di un pseudo amore, è in uno dei principi più semplici dell’amore, lo stesso che sorregge anche un normale rapporto tra coniugi, cioè che: “Il Signore deve essere amato esclusivamente, solo per amore”. IL Maestro ci chiede, parafrasando le parole di una poetessa Inglese, (Elizabeth Browing), «Se devi amarmi per null’altro sia se non che per L’amore.», non dimenticando che amare Dio, non si differenzia nel principio, ma nella sostanza. Infatti, dobbiamo amare il Signore solo per amore, ma “con” e “per” l’amore oltre, l’amore di Dio. Amare Dio, non è un atto che possiamo fare attraverso un progresso o uno stato religioso, ma semplicemente, amiamo Lui per l’amore che nasce in noi, che lo rende soggetto di esso. Dio è il soggetto primo e unico di questo “amore oltre..” che ci viene dato da Dio, nel momento che noi riconosciamo e comprendiamo che anche noi siamo il soggetto del suo amore. Egli ci ha amati per primo e quando raggiungiamo in noi questa coscienza, allora l’amore di Dio, occupa il posto nella nostra vita è noi per questo Amore, soltanto “per” e “attraverso” questo,  lo amiamo di un amore grande, unico, più grande, non soltanto per quello che Lui fa, non per le sue promesse, non perché risponde ad alcune nostre aspettative, ma solo perché Lui è il soggetto, il protagonista, il destinatario, di questo amore particolare, di questo Amore oltre, perché non appartiene a noi e mai lo avevamo provato prima, fino a che non  abbiamo scoperto che Lui ci ama. Forse può venirci in soccorso, un passaggio di un testo di Soren Kirkegaard, (Timore e Tremore), quando scrive:« C’è stato chi era grande con la sua forza e chi era grande con la sua sapienza, chi era grande con la sua speranza, chi era grande col suo amore, ma Abramo era il più grande di tutti, grande con la sua forza, la cui potenza era impotenza, grande con la sua saggezza, il cui segreto e stoltezza, grande per la sua speranza, la cui forma è pazzia. Grande per il suo amore che è odio di se stesso». Allora la richiesta del Signore, per quanto assurda possa sembrarci, essa trova la sua logica, il suo compimento e la sua “giustizia”, nel fatto di credere e di sapere che Dio è amore e quell’Amore, che per noi rimane in un certo senso tanto incomprensibile da sembrare un paradosso,  ci rende capaci per  poter andare oltre, superare i nostri limiti “naturali” e spingerci oltre a noi stessi, alla nostra logica e al nostro “mondo”.
L’Apostolo più di altri si confronta con questa realtà, che noi abbiamo individuato come un paradosso; infatti, egli propone e far trasparire la soluzione già nella scelta del termine che usa per la parola “amore”: “agapē ” (la quale nella versione del Diodati, troviamo tradotto con “carità”). Questa scelta del termine da parte dell’apostolo Paolo, non è certamente casuale, infatti, egli sceglie il termine tra altri due cioè: “filēō e eros”. Egli recupera un termine ormai in disuso, ma che si differenzia dagli altri due, perché: il primo indica un tipo di amore familiare e amichevole, mentre il secondo un amore di tipo coniugale ed erotico. L’amore agape è invece, un amore di relazione e di comunione. Esso indica un amore, appunto, in relazione con gli altri, un amore condiviso, che va ad assistere il bisogno dell’altro e soprattutto che si rapporta con il bisogno di uno tra tanti.  In realtà, credo che la scelta di Paolo per un tale sostantivo, più che per il suo significato eziologico e concettuale, è perché, ha cercato di marcare la diversità di un tale amore, quello di Dio. Infatti, nella scelta del termine possiamo intravedere una soluzione a un tale paradosso. Credo, che anche il teologo lucchese, si sia accorto del tentativo dell’Apostolo di voler trovare una parola che potesse differenziarsi da ciò che l’uomo intende con amore. Paolo recupera un sostantivo ormai in disuso e quasi sconosciuto “agapē”, fa in modo che esso possa essere come del tutto nuovo per i suoi lettori, assumendo un significato del tutto rivoluzionario, che apre il campo a una prospettiva che è “oltre” a quella che normalmente si usa nel pensare l’”amore”, quello umano e anche quello che fino a quel momento si sia pensato di Dio. Un amore che esprime quello di Dio, perché appunto in confronto a quello che si è già conosciuto è più “alto”, “nobile” un altro che non può essere trovato ed esperimentato se non in Dio; il quale è principio, è fine di ogni altro amore che l’uomo ha conosciuto vivendo la propria esistenza.
Con questo termine, in origine s’indicava un sentimento in cui si andava a sublimare l’amore umano. Esso è l’amore gratuito, di chi dona tutto se stesso all’altro o agli altri, senza prevedere né pretendere nulla in cambio. Esso è incondizionato e assoluto. Questa definizione di un tale amore ha introdotto, in questo rapporto tra Dio e l’uomo, una terza persona: l’altro. Per amore del vero, anche nel nostro verso, fin dall’inizio compare in questa comunione di amore “l’altro”, ma inizialmente esso è mezzo di paragone, diventa la cartina torna sole, per misurare o meglio convalidare un tale “oltre amore”; invece, ora l’altro diventa lo strumento e il beneficiario indiretto di un tale amore. L’amore di Dio è oltre a noi ed è tale proprio perché è l’unico che riceviamo da Dio, solo attraverso gli “altri” e soprattutto quando lo riversiamo, lo spendiamo per gli altri. Noi abbiamo e riceviamo quest’amore, solo nel momento che in modo del tutto disinteressato lo attiviamo e lo pratichiamo verso gli altri. Esso è ,non solo un “sentimento o una passione”, ma è soprattutto prassi, solo praticandolo, possiamo scoprire questo grande miracolo nella nostra vita. Solo quando amiamo gli altri più di noi stessi, possiamo scoprire e trovare l’amore di Dio nella nostra vita (matt. 18,1 a 6 / 25, 31 a 45). Un amore che è oltre, che si scopre non solo quando amiamo gli altri, ma soprattutto quando amiamo i nostri nemici (matt. 5,38 a 48.), quest’ultimo dice Gesù è a renderci perfetti.
Prima di terminare, vorrei chiarire qualcosa affinché l’amore “agapē”, non sia confuso con un semplice sentimento di filantropia (anche se anticamente il senso del termine, in un certo senso richiama un tale sentimento, vedi anche l’usanza dei primi cristiani a usare lo stesso termine per chiamare i loro “banchetti” comunitari). In realtà, il binomio: “amare gli altri per amare Dio” è legato dal fatto che, se amiamo gli altri che vediamo, amiamo Dio che non vediamo, perché nell’altro, noi riconosciamo quel Dio che diciamo di amare. Attraverso lo Spirito facciamo esperienza di un amore che ci permette di amare Dio che non vediamo, perché nello stesso modo amiamo l’altro, che vediamo, ma non conosciamo e non è legato a noi da nessun legame di sangue. Infatti, dirà bene Paolo che: < non conosciamo più nessuno secondo la carne>.
Allora chi cerca l’amore per Dio, abbia la consapevolezza che per amare Dio, ha bisogno dell’amore di Dio, quell’amore “oltre e più alto”, che supera ogni amore che noi abbiamo conosciuto e che ci permette di amare l’altro e il mondo, riconoscendo in esso e in lui, il segno di colui che, il nostro cuore ama di più di qualsiasi altro e più di ogni altra cosa.