19 gennaio 2014

NON E’ BUONO CHE L’UOMO SIA “SOLO”



                                 SALMO 27 : 10

QUALORA MIO PADRE E MIA MADRE MI
ABBANDONASSERO IL SIGNORE MI ACCOGLIERA”

                                                                                                                
DI:  NICOLA PALMIERI

SCHEMA E CORPO DEL TESTO

Il salmo 27 in realtà, sembra un salmo che è diviso in due: la prima parte è un trionfo dell’autore, un inno alla vittoria, una contemplazione dell’opera di Dio che ha fatto per la sua vita( vv1 al vv 6). Mentre la seconda parte del salmo, quasi come se contraddicesse i primi versi, si ritrova una  “invocazione” del salmista, un grido di dolore e una richiesta di aiuto. Per questa contraddizione, alcuni esegeti hanno suggerito l’ipotesi che, forse il salmo, sia in realtà la redazione di due salmi, che poi sono stati accostati dalla mano del redattore. Questa ipotesi, quanto possa essere accreditata, non m’interessa molto, personalmente, credo che come principio, il testo deve essere accolto nella sua “canonicità”, come lo abbiamo tra le mani, cercando non tanto le discrepanze o “ i segni di sutura”, ma trovare attraverso esso, così come ci viene presentato, il messaggio, la “parola” che esso cerca di trasmettere. In particolare, essendo un salmo, siamo più facilitati a cercare e quindi a trovare, più che il messaggio, l’esperienza che ha spinto l’autore a comporre una tale “poesia” o “poema musicale”. Infatti, il salterio, più di altre testi della Bibbia, ci “accoglie”, ci rende parte attiva, co-protagonisti di quello che leggiamo o meditiamo, perché, esso esprime non tanto la storia o la narrazione dei fatti, nemmeno il pensiero teologico o la posizione di un autore “sacro”, ma semplicemente, un esperienza, un fatto che ha toccato e ha inciso la vita dell’autore. Questo rende il salterio, sempre un testo di grande attualità, che a volte si slega dal proprio ambiente storico, e le parole del salmista, diventano le nostre, perché accomunati da esperienze e “fatti” simili.
Abbiamo detto che la prima parte è caratterizzata dal “trionfo”, ma la domanda è di chiedersi: «Il trionfo ma su chi? O su che cosa?». Certamente il salmista scrive, non certo per un puro ragionamento epistemologico, ma egli, cerca di trasmettere una particolare “esperienza”, che si trova a vivere, percorrendo il proprio percorso esistenziale. Questa particolare esperire del salmista, è la risposta alla nostra domanda, una realtà non certo esclusiva, ma che include tutti gli uomini, rendendo l’esperienza del salmista non certamente un’eccezione, ma una testimonianza, che riguarda ogni singolo individuo, perché vissuta da tutti.
Il nostro scrittore, ci parla delle paure, che si trova a viverle nel suo essere e soprattutto nel suo percorso di vita. Quindi, se i primi versi ci parlano di un trionfo, non può non essere un trionfo, una “vittoria” su di esse. Infatti, se leggiamo attentamente i versi che ci sono stati proposti, ci accorgiamo che ci parlano di vittorie, ma su che cosa? Ad esempio, sul “buio”, cioè tutto ciò che non ci è chiaro, che si nasconde da noi, che non ci permette di conoscere o avere un prospettiva completa del “fatto”, una paura che credo accomuna tutti, quello che non si conosce ancora o che non del tutto riusciamo a padroneggiare, ci “spaventa”. La paura degli “ostacoli”, quella di soccombere o di essere schiacciati, da una difficoltà o da una condizione che improvvisamente ci si palesa davanti a noi. Quella dei “nemici”, chi non è spaventato dagli altri? Da chi ha come noi le stesse ambizioni, gli stessi fini, in breve che condividono con noi lo stesso “spazio” o lo stesso “mondo”; una paura ancestrale, che domina l’uomo, rendendolo diffidente e incapace di socializzare, perché gli altri sono o saranno prima o poi dei “nemici”. In fine, quella del domani o del futuro. In questi momenti di crisi, mai come adesso, dove il presente è così precario, il futuro è tanto incerto da spaventarci, terrorizzarci, perché non ci si ha nessuna certezza e solo tanti dubbi di qualsiasi natura e genere: economici, morali. Cominciano a barcollare anche i fondamenti della nostra società, come quello della famiglia e del lavoro.
La seconda parte, invece, è una “invocazione”. Sembra strano che, dopo un momento di trionfo, il salmista, si concede nuovamente a un’invocazione, che in realtà, confessa ancora, altre paure, che però, diversamente dai primi versi, non ha ancora superato. Egli riconosce, che il suo cuore è ancora agitato, tormentato. Non è bastato vincere su alcune paure, perché puntualmente vi si presentano delle altre. In realtà, il salmista, scopre che la vittoria iniziale, non è la cessazione della guerra, ma è solo la prima battaglia, di qualcosa di molto più complicato. Nella seconda parte, si accorge che deve combattere e vincere, la madre di tutte le battaglie, quella più dura, la più difficile. Forse si rende conto, che ora si trova davanti al “gigante” più grande, quella paura da cui, tutte le altre ne prendono forza e vita. Questa paura è la “paura dell’abbandono”, cioè quella che convince l’uomo di essere solo o che alla fine lo sarà per sempre. Nella sua invocazione, il salmista grida a Dio di non “lasciarlo” e di “non abbandonarlo”, teme di trovarsi ancora una volta solo con le sue paure, e questa volta senza Dio, colui che prima gli aveva concesso la vittoria su di esse. Prima di procedere con la nostra riflessione, ci si pone quasi d’obbligo una domanda, cioè: «Perché l’uomo ha paura?». Lo spirito umano, per lo più, ha una funzione di “consapevolezza”, soprattutto dei propri limiti, ma nello stesso tempo esso è una finestra aperta sull’eternità, perché come ci fa rendere conto della propria precarietà, così pure ci dà la sensazione di un eternità di cui noi ne facciamo parte. Allora attraverso di esso, l’uomo si trova a raggiungere due gradi di consapevolezza, apparentemente contrapposte, ma che convivono l’una di fronte all’altra; cioè l’essere limitato e precario, da un lato, che è la coscienza dell’individuo, ma che nello stesso tempo, essendo  un “essere” che ha la vita, ha come sua definizione e pensiero “non solo precarietà, ma anche eternità”. Quindi questa contrapposizione, porta al confronto nell’uomo a due dimensioni, quella precaria e quella eterna, la prima è costretta a cedere davanti alla seconda, quindi la parte della precarietà, teme quella dimensione che si erge davanti a essa e così, nel confronto delle parti, quella che è costretta a cedere, perché consapevole dei propri limiti, lascia lo spazio a quella dimensione che limiti non ne ha, una dimensione che però calata nel “reale”, si erge come una meta irraggiungibile, un muro insormontabile dove il “terreno”, non può che essere “tremante e spaventato”. Da questo tipo di coscienza. “spirituale”, perché l’uomo è soprattutto spirito, nasce e scaturiscono ogni paura e fobia umana. L’uomo se fosse privo dello spirito, certamente non avrebbe paure e fobie, se non quelle dettate dall’istinto e da un momentaneo pericolo, vivrebbe la propria esistenza come un qualunque “animale”.Il racconto veterotestamentario della Genesi, si pone come una riflessione non solo sul peccato, ma sull’origine delle nostre paure(cap. 3,9 e 10). Dio chiama l’uomo, che ha paura perché è chiamato dalla voce dell’Eterno. La coscienza che ha avuto, mangiando del frutto, lo porta alla “conoscenza” della propria creaturalità ed anche della propria finitudine, che nel momento si trova a confrontarsi con l’eternità, che riconosce nella voce di Dio, non può che, ora scoprire la “paura”, una nuova esperienza, che da quel momento lo accompagnerà e influenzerà tutta la sua esistenza. La perdita della sua “innocenza”, lo porta ad acquistare conoscenza, ma il prezzo che deve pagare è “la paura”, quella che nasce nel momento che deve confrontarsi con una nuova realtà della vita, quella precaria e ostile, che prima di allora gli era del tutto sconosciuta, perché il suo stato di innocenza, rendeva il suo vivere, un fluire in un “momento eterno”. L’uomo allora diviene dominato da una tale “paura”, fin quanto che, non troverà, chi “schiaccerà il calcagno”, a quello e quella cosa che ne è stata la causa. Allora le “paure”, nascono dalla perdita di una condizione, quella dell’innocenza. In altre parole, quando l’uomo da uno stadio di esistenza, si vede catapultato in un altro, per lui completamente sconosciuto, anche perché, non più con Dio, ma in questa nuova esperienza di vita, si trova solo, alla ricerca di chi lo possa accompagnare e aiutare, nel disperato tentativo di recuperare il “paradiso perduto”. Questo nuovo mondo porta un aggravio delle proprie paure, perché, ora si trova ad affrontare e a costruire e a progettare il proprio mondo da sé. Questa situazione, lo stare solo, davanti alle proprie responsabilità e scelte, porterà l’uomo in una condizione, in cui solo le paure e il disperarsi, saranno la causa di ogni sua scelta, solo per soddisfare a essa, l’uomo costruirà e cercherà di progettare il proprio mondo.
Il cuore dell’uomo, non ha mai smesso, però, di cerare e recuperare il “paradiso perduto”, ritornare a quello stadio, non più di innocenza, ma lì dove, non era più solo, ma con un Altro, migliore di lui è più grande, capace di trovare ogni soluzione per i propri problemi e difficoltà. Egli è consapevole, che avendo un altro al suo fianco, magari che prenda per lui le decisioni più importanti, un altro infallibile e onnipotente, ogni sua paura sarà vinta. Infatti, la proposta del salmista è quella di ritornare a non fare più da soli, anzi ad affidare ad un altro (Dio) e che un altro possa essere la “certezza” su cui poggiare la propria esistenza. Infatti, lì dove vi era paura per il buio, il Signore è la sua luce, quando non si trova una base solida, L’Eterno è il suo baluardo, davanti al futuro, per lo più incerto, Dio è la sua tenda. A questo punto, sembra che il salmista abbia risolto le sue “paure”, affidandosi a Dio, attraverso una fiducia che ha come presupposto, una cieca ubbidienza, infatti, il suo compito ora che ha ritrovato Dio, il compagno fedele, deve solo ubbidire e ascoltare alle indicazioni che vengono da Lui. Sembra tutto risolto, ma a questo punto, inizia a nascere nella sua vita, una paura che non è ancora sconfitta, nonostante lo stare vicino a Dio. Quella ancestrale dei nostri progenitori, quella che scoprirono da subito, cioè la madre di tutte le altre e cioè: “La paura di essere abbandonati, anche da Dio”.  Questo è un tema molto ricorrente nell’antico Testamento, soprattutto nei profeti. Un tema che si ripropone soprattutto nell’esilio: Dio ci ha abbandonati, lasciandoci alla mercé di ogni nemico e disgrazia. Israele, attraverso la sua storia, diviene archetipo di colui che, vede realizzarsi tutte le sue paure e soprattutto quelle dell’abbandono di Dio.
Infatti, il salmista nella sua invocazione si rivolge a Dio, denunciando e confessando le proprie paure, in modo implicito nelle sue parole di preghiera. Egli dice che il Signore, non dovrebbe nascondergli il suo volto, “non respingermi”, “non lasciarmi”, “non abbandonarmi”. Una lettura più approfondita di questa preghiera, è facile scorgere tra le righe, una paura nascosta, appunto quella di essere abbandonato da Dio. Una paura che in realtà è molto compatibile con alcuni “sentimenti religiosi”. Anzi, i “credenti” sono i più contagiati da questo tipo di paura.
Il salmista nella sua invocazione ha paura che Dio lo “abbandoni”, infatti, egli scrive: ascolta la mia voce, quando t’invoco, non nascondermi il tuo volto, non respingermi, non lasciarmi, non abbandonarmi. Queste affermazioni, se lette da un punta di vista psicologico, ci danno testimonianza di uno stato di paura, perché tali richieste, senza dubbio, sono fatte da chi si trova, per lo meno in agitazione, che è in ansia perché il timore di essere lasciato solo è tanto. In realtà, la paura che ha di Dio è un sentimento che da sempre accompagna la vita del cristiano, perché nella sua esperienza di fede, in alcuni momenti del suo percorso, sente che Dio è lontano. L’origine del problema, in realtà nasce, non tanto per il distacco di Dio da noi, ma viceversa, da un distacco, forse anche a volte inconsapevole, di noi da Dio. In realtà, come scrive Haschel, siamo turbati dalla nostra stessa mancanza d’interesse per Dio. Noi perdiamo per un “momento” interesse per Dio, ma di questo abbiamo coscienza, ma in un modo deviante, perché consapevoli del distacco, attribuiamo a Dio l’essere allontanato, mentre in realtà, la nostra paura che nasce da questo tipo di “separazione”, nasce dal nostro stesso disinteresse per Lui. Una volta che però ha raggiunto una giusta consapevolezza di tali cose, individuando in noi e non altro la causa, la paura di essere lasciati soli, come ci è raccontata dal salmista, dovrebbe essere un incipit, che ci spinga alla ricerca di Dio. Il recupero del rapporto perso, ci deve spingere ad un recupero di interesse per Dio e una maggiore dedizione verso tutto quello che appartiene alla sfera “religiosa”. La storia di Israele, un po’ riassume quello che appena abbiamo detto, infatti, quando si lamentavano di essere stati abbandonati da Dio, per bocca dei profeti erano ripresi, che non era Dio che aveva abbandonato loro, ma erano loro che avevano abbandonato Dio. Anche l’esilio, tragedia immane per Israele, testimonia una tale condizione, ma nello stesso tempo, diviene strumento necessario, affinché ci si potesse riavvicinare a Dio.
Un altro uomo, esprime in un momento particolare ella propria vita, anche forse sotto forma di grido e invocazione, l’abbandono di Dio, questo è Gesù sulla croce. Certamente, Gesù è l’eccezione, perché il suo grido di abbandono, non testimonia certamente la sua mancanza di interesse per Dio, anzi, mai come in quell’ultimo momento, tutto se stesso era offerto a Dio, per gli uomini, ma come è detto dalla bocca del Cristo, veramente in quel momento, il più difficile, fu il Padre che perdette interesse per il Figlio, Gesù fu lasciato solo, completamente abbandonato in balia del peccato. Questa è stata una piccola digressione, ma ho creduto necessaria, per non alimentare qualche fraintendimento, ma che meriterebbe altri approfondimenti, ma si rischierebbe troppo di uscire fuori dal nostro testo che ha sollecitato la nostra riflessione. Solo attraverso un tale mistero, noi possiamo comprendere la resurrezione del Cristo, che è resurrezione non solo dalla morte, ma soprattutto dall’abbandono o alienazione di Dio. Colui che è stato abbandonato risorge per ritornare e riprendere il posto che era già prima, cioè accanto al Padre. L’affermazione dell’apostolo Paolo: “Gesù è il Signore”, sottintende anche questo tipo di riflessione, perché solo chi è il Figlio, attraverso lo Spirito eterno, che è in Lui, risorgere non “per”, ma “da” se stesso, proprio perché Signore.Il salmista nel v.10 ha una nuova svolta, cioè quella di essere nuovamente consapevole che Dio lo accoglie. Questa nuova “certezza”, non lo rende più vulnerabile alla paura di essere lasciato solo. Questa nuova attestazione, così come è formulata, ci fornisce una visione più ampia di una tale esperienza, perché, il fatto che Dio è il fondamento della nostra vittoria sulla paura dell’abbandono, ci rende forti anche verso la paura di essere lasciati soli, dal mondo e soprattutto da chi ne fa  parte; abbandonati da quel piccolo cosmo, che noi consideriamo vitale, ma che diventa secondario, davanti alla certezza che il Signore è con noi e che presso di lui, al di là di tutto e di tutti, troveremo sempre “accoglienza”, “ospitalità”. “Anche se mio padre e mia madre”, è certamente un’iperbole, ma che sottolinea in modo immediato, quando sia più duraturo e “superiore”, la fedeltà e l’amore di Dio, che ancora una volta, si manifesta attraverso un suo diretto intervento, accompagnando la nostra vita.
In questi tempi di sovraffollamento, dove la densità delle metropoli, rende la convivenza difficile, perché non si ha abbastanza spazio vitale, per organizzare la propria vita, in quanto si vive troppo “gomito a gomito”, in occidente come nel resto del mondo, dove le famiglie si sono nuovamente allargate, per svariati motivi, si vive ancora questo tipo di paura, cioè di trovarsi soli all’interno del proprio mondo? Credo, che oggi più che mai si vive questo tipo di paura, perché ha determinarlo, non è la vicinanza fisica di “un altro”, ma il disinteresse e l’egoismo comune che ci circonda. Il successo dei social-network e il proliferare dei centri commerciali, a discapito delle piccole botteghe, il vivere una religione sempre più di massa, organizzata solo attraverso grandi eventi, svuotando le piccole chiese o centri religiosi, sono la testimonianza più tangibile, di una crescita esponenziale di una tale paura, perché l’uomo che ha paura di trovarsi solo, cerca continue conferme, in tutto quello che fa, attraverso la “maggioranza”, perché solo così riesce a sentirsi parte di un contesto tanto grande da non “perdersi”. Egli ha continuamente bisogno degli altri, per dimenticare per qualche momento quest’angoscia, ma riesce solo a ritardarla, fino al prossimo appuntamento con se stesso. Le persone che temono di essere abbandonate, hanno la costante convinzione di perdere le persone che amano e di rimanere per sempre senza legami affettivi. Questo porta pure ad un asprimento nei rapporti “affettivi”, perché si è convinti che prima o poi , l’altro ci abbandonerà. Per qualcuno la paura dell’abbandono, ha origine quando si cresce e si vive in “ambienti instabili” o costellati da perdite, questo è pur vero, ma comunque, essa rimane una paura atavica in tutti gli uomini. Quest’ultima affermazione trova conferma nel racconto biblico della creazione. Infatti, l’uomo da subito ha avuto la necessità, di non essere solo, un bisogno che da subito Dio ha provveduto. “Non è buono che l’uomo sia solo”, egli ha sempre sentito come inclinazione naturale, quella di condividere se stesso con l’altro. Il bisogno di condividere se stessi, con un “chi” che non siamo noi, è quella parte che ci accomuna con Dio, quello che ci rende a sua: immagine e somiglianza, nonostante che siamo completamente diversi. Questo perché Dio è amore e non vi è amore se non c’è condivisone di esso, questo vale per Dio quanto per l’uomo, frutto di quest’amore affinché lo stesso abbia “senso”. La consapevolezza della possibilità di poter perdere una tale “forza”, il bisogno stesso di esso, rende l’uomo pauroso, perché teme più di ogni altra cosa di perdere un tale bene che è sostanza per la vita sua stessa. Il fatto di essersi allontanato da Dio, rende ancora più profonda una tale consapevolezza, che come una ferita nell’anima lo rende sempre più vulnerabile e vittima delle sue paure e fobie. Appunto la più grande di tutte e quella di essere solo, perché non avendo nessuno con cui relazionarsi e condividere la propria vita. La stessa paura, lo porta a delle scelte sbagliate, dal momento che l’angoscia che si genera da essa, diventa l’unico motivo per decidere su se stesso e sul futuro, una scelta che è solo per vincere l’angoscia, ma che non è legata alla sua vita e soprattutto al suo benessere. Dio sovviene ad una tale angoscia, ribadendo il suo amore. Il complesso dell’abbandono si evince da una insicurezza di se, la quale nasce proprio dalla mancanza di coscienza dell’amore, infatti, egli da ciò, si sente insicuro, inadatto, incapace; egli spende tutta la sua vita per sentirsi adatto, per essere “grande”, tutto per farsi accettare dall’altro. Purtroppo, questo lo porta solo ad una maggiore insicurezza e quindi sempre più ad isolarsi. L’amore è invece quello che lo gratifica, lo fa sentire importante, accettato e non più solo. L’amore di Dio è gratuito e disinteressato, non ha bisogno di prestazioni speciali, Dio ci ama per quello che siamo, quindi davanti al suo di amore, cade ogni complesso di prestazione, perché Egli ci ama, senza che noi possiamo far niente per farci amare. L’amore vince la paura, perché ci fa sentire: protetti, importanti e soprattutto non più soli. Dio dimostra il suo amore, accogliendoci. La dimostrazione più grande del suo amore è quella di dichiarare, facendoci sentire figli suoi, amici suoi. Un esempio lo troviamo nei testi veterotestamentari, la dimostrazione più alta dell’amore di Dio lo troviamo nell’esercizio dell’ospitalità. Alcuni racconti del Genesi, sono paradigmatici a riguardo; infatti, l’importanza dell’ospitalità si lega direttamente al pensiero dell’amore divino, perché trova forza nell’idea di un Dio misericordioso e sempre pronto ad accogliere “tutti quelli che vanno a lui”, lo straniero quanto il figliolo perduto. L’amore che sperimenta l’uomo è sempre analogia di quello più “alto”, cioè quello di Dio. Esso diventa metafora, racconto e a volte anche cifra dell’amore di Dio verso l’uomo, di quell’amore che è soprattutto relazionale e mai unilaterale, come ne è metafora, nel nostro caso, quello genitoriale. Rileggendo le parole del nostro Salmo,  dalla prospettiva di un amore che si testimonia attraverso l’ospitalità, possiamo dire che: “Anche se tutti ci abbandonassero, se non avessimo nessun posto dove “stare”, se nessuno vorrebbe più stare con noi, Dio per noi ha sempre un “luogo” preparato e pronto ad accoglierci, questo è tra le sue braccia paterne”. Israele sperimenta di essere accolto, perché ospitato da Dio e così diventa il suo popolo. Questa esperienza costruisce l’etica di Israele verso lo straniero e la sua sacralità.  La Bibbia, diventa così uno spazio ospitale, per l’uomo e per Dio, in uno spazio in cui s’incontrano. Per Dio, perché in essa è espresso il suo amore e la sua volontà. Per l’uomo, perché in essa è accolto con tutta la sua fragilità, la sua moralità e la sua capacità di peccare, ma nello stesso tempo la sua vocazione di essere figlio di Dio. Se tutte le porte ci sono chiuse, Dio per noi sarà sempre una porta aperta. Se più nessuno fosse disposto ad “ascoltarci” Dio per certo lo farà. Se non troveremo chi è disposto ad offrirci riparo e sostegno, Dio per noi ha sempre una “mensa imbandita”. L’ospitalità dimostra l’amore, un amore che è presso Dio e che ancora è esercitato da chi ne è preso ed è parte della sua “casa”. La chiesa di Do è chiamata ad esercitare e a dimostrare questo tipo di “ospitalità”, che il mondo non ha , ma che cerca. La porta della chiesa deve sempre essere aperta per il viandante e per lo stanco, facendo in modo che l’altro, possa sempre trovare in noi delle braccia aperte, dei cuori disposti, ad accogliere chiunque il Signore manda e pone sul nostro cammino. Una tale ospitalità deve essere come l’amore: gratuita e disinteressata. Ogni persona che si presenta sul nostro cammino ha bisogno di sostegno e refrigerio, ha bisogno di sentirsi non più sola, amata come Dio ha amato noi o meglio, come Dio lo ama attraverso di noi. Le braccia aperte del Cristo sulla croce, ci parlano di questo grande amore del Padre, abbracciano tutto il “mondo”, esse sono uno spazio sempre aperto, un luogo ospitale per tutti quelli che si rifuggono tra di esse. Braccia aperte, per accogliere tutti gli ultimi e le vittime di questa società e chiunque si sente solo e abbandonato, i disperati, gli impauriti, tutti coloro che hanno perso “tutto” e chi non ha più nessuno se non il Signore. La chiesa è chiamata ad allargare le proprie “tende”, ma non per accrescere il proprio potere nemmeno per occupare un posto più di prestigio in questo sistema di cose, ma perché Dio vuole che essa trovi più spazi per accogliere ancora i tanti che vuole affidare alle nostre cure di amore. Affinché, attraverso di esso, nessuno possa sentirsi più solo e abbandonato.